Il paese che era un comune a sé, e i giorni in cui smise di esserlo.
Ultima verifica: 3 ottobre 2026.
Castelvecchio è l'altra metà del titolo del libro da cui viene quasi tutta questa pagina, e per secoli è stata l'altra metà della storia locale: un paese distinto, con un proprio sindaco, dipendente da un altro comune. Le due storie si uniscono tardi, e in modo accidentato.
Quasi tutto da una fonte sola: Alberto Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, 1980, ristampato dal Consiglio regionale delle Marche.[1] Le due avvertenze che valgono per la pagina di storia valgono qui identiche:
I documenti che cita stanno soprattutto nell'Archivio Barberini della Biblioteca Vaticana, nell'archivio comunale di Monteporzio, in quello di Mondolfo e negli archivi parrocchiali.[1] Nessuno di questi l'ho visto.
Quando questa pagina è nata, l'8 agosto 2026, Polverari era la fonte unica: niente con cui incrociare nemmeno un dato. Lo stesso giorno ho cercato apposta di incrinare quel monopolio, e due riscontri esterni sono arrivati: la statistica pontificia del 1853, che conta Castelvecchio a parte (più avanti in questa pagina), e la scheda della Diocesi di Senigallia sulla parrocchia.
Il terzo è arrivato il 12 agosto 2026, ed è il primo che tocca la parte più fragile di questa pagina, cioè quando Castelvecchio dipendeva da chi: un volume del 2023 sui censimenti di Mondolfo, curato da Sergio Anniballi, che non cita mai Polverari e ricostruisce la stessa catena amministrativa da altri autori.[2] Che cosa conferma e che cosa scompiglia sta più avanti, nelle due sezioni sull'appodio e sull'unione. Tre riscontri su molti punti: tutto il resto di questa pagina è ancora Polverari e basta.
Polverari scrive che il nome «Castelvecchio» compare per la prima volta in un documento dell'aprile 1143 fra le carte di Fonte Avellana, e poi in quelle di San Gaudenzio nel 1196; il sito, aggiunge, è lo stesso di oggi. Come castello si sviluppa più tardi: nei secoli XII-XIII è segnalato come fondo dentro la corte di Castel Berardo.[1]
Castel Berardo (castrum Berardi) è a sua volta documentato nel XII secolo: il 3 agosto 1149 una donna di nome Panfilia dona all'abbazia di San Lorenzo in Campo beni siti in vari luoghi, fra cui Castel Berardo — donazione condizionata, perché lo stesso giorno li riceve indietro in enfiteusi a terza generazione.[1] Il nome del castello viene, come quello di Castel Girardo, da un signore locale di nome germanico.[1]
Di quei castelli questo sito non ha nessuna notizia recente: quello che ha è la data entro cui erano già rovine, e viene da una carta del Seicento. Polverari riporta dall'Archivio Barberini una notizia del 1645: i tre castelli — Castel Gherardo, Castel Berardo e Castel Busicchio — erano allora «tutti ruinati, ma però ne restano le vestigi e retengono il nome anch'oggi», e si trovavano a un tiro d'archibugio da Castelvecchio.[1] L'«anch'oggi» della citazione è l'oggi di chi scriveva nel 1645: dice che allora le rovine si vedevano ancora e il nome era ancora in uso, non che si vedano ora.
(sezione aggiunta il 21 agosto 2026)
Le date qui sopra vengono tutte dal quaderno 150. L'edizione critica del «Codice di San Gaudenzio» del 2006, curata da Ettore Baldetti, le ripete per conto proprio nel paragrafo dell'Introduzione che passa in rassegna i castelli della bassa valle del Cesano.[4] Di Castelvecchio scrive:
Castellum Veclum, qui testimoniato nel 1196, ma già attestato fin dal 1143, è l'attuale Castelvecchio, un centro abitato del territorio di Monteporzio, a NE del capoluogo.[4]
Sono le stesse due date di Polverari — 1143 e 1196 — stampate da un altro autore in un'altra edizione. Non è un riscontro pieno, perché i due potrebbero risalire alla stessa carta di Fonte Avellana; ma è la prima volta che il sito le vede fuori dal quaderno 150.
Su Castel Berardo l'edizione aggiunge un dove che il 1645 non dava. Il suo territorio andava «fra Castelvecchio e Rio Grande, sulla sinistra del Cesano»; e da una confinazione del 1183 — «…ad rivum Maiorem et tenet per ipsum rivum usque ad castrum Berardi,…» — il curatore conclude che «il fortilizio era quindi ubicato lungo il ruscello nel lato rivolto verso Castelvecchio, sull'altura Monte San Martino».[4] Il conto per esteso, con gli altri castelli del territorio, sta in Storia.
La prima: l'ubicazione sul Monte San Martino l'edizione non la ricava dal cartulario, la prende da un altro libro — Bernacchia 2002, p. 350 — che questo sito non ha visto.
La seconda sta in nota, nella stessa pagina, e riguarda Castelvecchio stesso:
La zona dell'attuale comune di Monteporzio e Castelvecchio era interessata da vari possessi citati nel cartulario. Virginio Villani (2004-I, p. 35, nota 4) colloca dubitativamente questo castellum sulla destra del fiume Misa.[4]
Il Misa è il fiume di Senigallia, un'altra valle. Cioè: dove Baldetti scrive «è l'attuale Castelvecchio», Villani mette il castellum Veclum dei documenti altrove — con un dubbio, ma lo mette altrove. Non sono d'accordo su che cosa sia il posto nominato nelle carte. Baldetti riporta il dissenso e tira dritto; questo sito lo scrive e non sceglie. Il libro di Villani ora l'ho letto — la pagina 35 e la sua nota stanno qui sotto — e la contraddizione non si è chiusa: si è messa a fuoco.
Il 21 agosto 2026 la sigla è stata sciolta sulla bibliografia del volume: V 2004-I è V. Villani, I centri murati in età medievale, Provincia di Ancona, Settore VII, Assetto del territorio e difesa del suolo, Ancona 2004.[5] La bibliografia elenca due lavori di Villani usciti nel 2004 e non stampa nessun numero per distinguerli; a decidere quale sia la I sono le pagine, non l'ordine — il ragionamento per esteso sta in I signori di Monteporzio.
Due cose valgono la pena di essere dette, e la seconda è una mia lettura.
La prima è un fatto: il volume in cui Villani colloca dubitativamente il castellum Veclum sulla destra del Misa è una pubblicazione della Provincia di Ancona, dedicata ai centri murati. Castelvecchio di Monte Porzio sta in provincia di Pesaro e Urbino.
La seconda è mia, e la dichiaro tale: un repertorio che censisce i centri murati di una provincia guarda anzitutto dentro i confini di quella provincia, e la valle del Misa ci sta dentro mentre la bassa valle del Cesano no. Questo non dimostra che Villani abbia ragione né che abbia torto: spiega solo perché due studiosi seri possano cercare lo stesso nome in due valli diverse. La contraddizione resta aperta, e resta pubblicata qui sopra come tale.
Che cosa servirebbe per chiuderla — scritto il 21 agosto 2026 — era: aprire I centri murati in età medievale, p. 35, e leggere la nota 4. Il 22 agosto quella pagina è stata letta. Il seguito è qui sotto.
Il volume è stato scaricato il 22 agosto 2026 da una copia archiviata del 2018 nella Wayback Machine: il server della Provincia di Ancona che lo ospita non risponde da giorni, l'archivio sì.[6] È un catalogo dei centri murati della sola provincia di Ancona, per valli. Non ha una scheda di Castelvecchio di Monte Porzio. La sezione che copre la valle del Cesano e il basso Misa ha le sue schede in ordine alfabetico e non salta la lettera C: fra il castellare dei figli di Leone e Castiglioni non c'è nessun castello vecchio.[7]
Correzione del 24 agosto 2026. Fin qui, in queste righe, si leggeva anche
che «in tutto il volume la parola Monteporzio non compare mai». È falso, ed
è stato tolto. Compare una volta, a p. 24, e non l'avevo trovata perché lo
strato OCR del PDF la spezza in Montepor z io — la stessa forma del difetto
che il giorno prima aveva nascosto una citazione a p. 113 dello stesso volume.
La riga riguarda Castel Girardo, non Castelvecchio, e si legge per
intero, con la sua nota, nella pagina della storia. Quello che
resta vero qui è che il volume non ha una scheda né di Castelvecchio né di
Monteporzio: sono in provincia di Pesaro e Urbino, fuori dal suo perimetro.
Il nome che ci interessa compare una volta sola, a p. 35, e non in una scheda ma in un elenco di insediamenti scomparsi:
Ma anche nei documenti appaiono qua e là tracce di insediamenti scomparsi, come quel fondo Castelli Veccli concesso in enfiteusi nel 1186 dall'abate di S. Gaudenzio […][6]
e in margine, la nota 4 per esteso:
Il fundo Castelli Veccli doveva essere ubicato sul versante di destra del basso Misa (Arch. di Stato di pesaro, Sitria, Cod. S. Gaudenzio, p. 78).[6]
Tre cose cambiano, e nessuna delle tre chiude la questione.
Uno: Villani non parla di un castello, parla di un fondo. La sua frase riguarda il fondo «Castelli Veccli» — cioè, alla lettera, «del Castello Vecchio» — e lo porta come esempio di un insediamento sparito senza lasciare altra traccia che il nome di un podere. Baldetti, riportandolo, scrive che Villani «colloca dubitativamente questo castellum»: è una parafrasi ragionevole, ma la parola castellum è di Baldetti, non di Villani. E «dubitativamente» è esatto: Villani scrive «doveva essere», non «era».
Due: la fonte di Villani è il manoscritto, e il rimando si può seguire. Villani non cita l'edizione — non poteva: l'edizione Baldetti è del 2006, il suo volume del 2004. Cita il codice in originale, all'Archivio di Stato di Pesaro, fondo Sitria, p. 78. Quella pagina del codice, nell'edizione del 2006, è stampata in chiaro: comincia esattamente al regesto 278, ed è la stessa carta che questo sito già citava per l'attestazione del 1196.[8] Cioè: il documento su cui Villani fonda il Misa è il documento su cui il sito fonda il Cesano. Non sono due tradizioni, è una carta sola letta due volte.
Tre: c'è uno scarto di una cifra sulla data, e non lo risolvo. Villani scrive
«concesso in enfiteusi nel 1186». Il regesto 278 dell'edizione porta in
testa la data del codice, .MCLXXXXVI., cioè 1196.[8] Un 8 al posto
di un 9. Può essere un refuso di Villani, può essere una lettura diversa del
manoscritto, e i due autori lavoravano su supporti diversi — lui sul codice, io
sull'edizione. Lo scrivo e non scelgo. Quanto valga quello scarto — se sia
un'abitudine di Villani o un incidente di due righe — si può però misurare, e la
misura è nella sezione che segue.
Il volume di Villani cita il Codice di San Gaudenzio una ventina di volte, nelle cronologie delle sue schede. Dodici di quelle citazioni danno insieme la pagina del codice e il numero d'ordine del documento, e sono quindi verificabili una per una sull'edizione del 2006, che stampa in margine tanto la pagina del manoscritto quanto il numero d'ordine. Il censimento è stato fatto: sta nella tabella qui sotto.[9]
La chiave che funziona è la pagina del codice. In tutti e dodici i casi il documento cade sulla pagina che Villani dichiara. È questo che rende il confronto possibile, e non — come questo sito ha scritto il 22 agosto — un'aritmetica sui numeri d'ordine: vedi più avanti, La correzione di una scorciatoia.
| Villani | p. del codice | n. d'ordine, come lo stampa Villani | regesto ed. 2006 | data dell'edizione | |
|---|---|---|---|---|---|
| 1137 | 52 | CXXXVI (136) ‡ | 183 | .MCXXXVII. = 1137 | concorda |
| 1154 | 32 | LXXI (71) | 108 | .MCLIIII. = 1154 | concorda |
| 1155 | 62 | CLXXVIII (178) | 215 | .MCLV. = 1155 | concorda |
| 1185 | 34 | 79 | 116 | .MCLXXXXV. = 1195 | diverge |
| 1186 | 78 | (non dato) | 278 | .MCLXXXXVI. = 1196 | diverge |
| 1198 | 93 | XIII (13) | 311 | .MCLXXXXVIII. = 1198 | concorda |
| 1200 | 65 | CLXXXI (181) ‡ | 228 | .MCC. = 1200 | concorda |
| 1211 | 19 | XVIIII (19) | 54 | .MCCXI. = 1211 | concorda |
| 1220 | 35 | LXXXXIIII (94) ‡ | 121 | .MCCXX. = 1220 | concorda |
| 1225 | 25 | XXXXII (42) | 79 | .MCCXXV. = 1225 | concorda |
| 1228 | 36 | LXXXV (85) | 122 | .MCCXXVIII. = 1228 | concorda |
| 1236 | 67 | CCII (202) | 239 | .MCCXXXVI. = 1236 | concorda |
| 1304 | 80 | CCXXXXIII (243) | 280 | .MCCCIIII. = 1304 | concorda |
‡ In queste tre righe il numero d'ordine stampato da Villani è davvero diverso da quello che l'edizione stampa sulla pagina indicata: CXXXVI dove l'edizione ha CXXXXVI, CLXXXI dove ha CLXXXXI, LXXXXIIII dove ha LXXXIIII. Il 22 agosto questo sito le aveva dichiarate deboli sospettando un guasto del riconoscimento ottico; le tre pagine di Villani sono state rese a immagine e lette a vista — le prime due il 22 agosto,[10] la terza il 24[11] — e il guasto non c'era: i numeri sono suoi. L'identificazione resta certa in tutti e tre i casi, perché la pagina del codice coincide e il contenuto è lo stesso parola per parola. Le tre date concordano.
Una citazione in più rispetto al primo censimento. Rendendo la p. 138 di Villani per un
altro controllo è saltata fuori una tredicesima citazione che il censimento del
22 agosto non aveva raccolto: alla scheda 58 — PERETULO, «1228 — in un
atto di restituzione all'abate di S. Gaudenzio il fundo Sancte Marie Nove è
ubicato in curia Peretuli (S. Gaudenzio, p. 36, n. LXXXV)». È il regesto
122 dell'edizione: pagina del codice 36, ordine .LXXXV us., data
.MCCXXVIII., e il contenuto è lo stesso — Munaldus et Ranerius Gelfi
refutaverunt donpno Peregrino, abbati Sancti Gaudentii, quidquid habuit … in
fundo Sancte Marie Nove, in curia Peretule. Pagina, numero e data: tutti e tre
tornano.[12] Il censimento del 22 agosto non era completo, e la sua nota di
metodo lo diceva.
Il bilancio di quel giorno. Tredici citazioni verificabili, dodici con
identificazione certa: undici datazioni di Villani concordano con l'edizione,
due no. Le due che divergono sono le due già note, e divergono di dieci anni
nello stesso verso. Fra le esatte c'è anche il controllo pubblicato qui il
22 agosto: l'atto del 1236 che Villani cita a p. 127, che è il regesto
239 dell'edizione e porta .MCCXXXVI..[13] Il bilancio è stato rifatto
un'ultima volta il 24 agosto, ed è più avanti: la lista si è chiusa a sedici
documenti, con lo stesso esito.
Per due giorni la riga del 1220 è stata l'unica delle tredici che questo sito non riusciva a mettere sotto gli occhi. La citazione non si trovava nel testo estratto dal volume di Villani, e in tabella il numero d'ordine era quello dell'edizione, dichiarato come tale con una nota. Non è che mancasse: c'era, e il riconoscimento ottico l'aveva travestita. Nel testo estratto la sigla esce come «(5. Gaudenzio, p. 35, n. lXXXXIIII)» — un cinque al posto della S — e nessuna ricerca della stringa «S. Gaudenzio» poteva raggiungerla. Cercando invece la sola parola «Gaudenzio» salta fuori subito, insieme a un'altra citazione travestita allo stesso modo nella stessa scheda.[11]
Sta alla p. 113, scheda 24 — CASTELLUM poi CASTELLARE MONTIS GRASSI, un
insediamento scomparso fra Bettolelle e Filetto di Senigallia: «1220 — l'abate
di S. Gaudenzio conferma l'enfiteusi di una terra in castellare Montis Grassi
(S. Gaudenzio, p. 35, n. LXXXXIIII)». Nell'edizione del 2006 è il regesto
121: l'abate Rodolfo di San Gaudenzio rinnova a Giovanni, Accomadolo e
Apduso di Alberto Bruno tutto quello che tengono dal monastero, e fra le altre
cose «unam p(etiam) t(erre) in castellare Montis G(ra)ssi, iux(ta) Actonem
Rugerii», per undici denari ravennati l'anno. La data è .MCCXX., 1220:
concorda.[14]
Anche la pagina del codice torna, e vale la pena dire come, perché l'edizione non
la ristampa a ogni regesto: il marcatore (p. 35) è stampato in margine tre
regesti prima, in testa al 118, e il (p. 36) ricompare in testa al 122 —
che è, a sua volta, la citazione «p. 36, n. LXXXV» già in tabella. I regesti da
118 a 121 stanno dunque tutti sulla pagina 35 del manoscritto.
Il numero d'ordine invece non torna, e stavolta si può dire quale dei due regge, senza avere il manoscritto. I regesti di quel tratto portano ordini consecutivi, uno per uno:
| regesto | ordine del codice | data, come la stampa l'edizione |
|---|---|---|
| 117 | .LXXX us. (80) | .MCCXLI. = 1241 |
| 118 | .LXXXI us. (81) | .MCLXXXII. = 1182 § |
| 119 | .LXXXII us. (82) | .MCCXXXIII. = 1233 |
| 120 | .LXXXIII us. (83) | .MC nonag. V = 1195 |
| 121 | .LXXXIIII us. (84) | .MCCXX. = 1220 |
§ Il codice qui scrive .MCLXXXXII.; l'apparato dell'edizione dichiara la
correzione — «un'erronea ripetizione del secolo», la stessa mano del regesto 58 —
e stampa 1182. La data non entra nell'argomento che segue, che riguarda soltanto
i numeri d'ordine, ma va detta perché è l'unica delle cinque emendata.
Ottanta, ottantuno, ottantadue, ottantatré, ottantaquattro: cinque carte di cinque anni diversi — 1241, 1182, 1233, 1195, 1220 — copiate una dopo l'altra nel cartulario e numerate in fila.[14] Un 94 in quella posizione spezzerebbe la sequenza; l'84 la continua. Non è una lettura del manoscritto, che questo cantiere non ha visto: è l'edizione che è coerente con sé stessa per cinque regesti di seguito, mentre il numero di Villani sarebbe l'unico salto in un tratto continuo. Questo sito prende atto, e resta dell'idea che a decidere sia la carta.
E una cosa che andava detta con le pinze, e adesso non c'è più bisogno di
dirla. Il 22 agosto questo sito aveva notato che nei due numeri d'ordine
divergenti Villani scriveva tre X dove il codice ne ha quattro — la stessa
forma dei due scarti di data — e aveva ritirato lo stesso giorno l'ipotesi che ne
faceva una regola, perché un controesempio pulito la smentiva (alla p. 121 Villani
legge giusto un .MCLXXXXVIII. con quattro X). La terza riga la smentisce una
seconda volta, e da dentro: qui Villani stampa LXXXXIIII, quattro X, dove
l'edizione ha LXXXIIII, tre. Lo scarto c'è, ma va nel verso opposto. Non è
dunque un modo di leggere le quattro X: è, in tutti e tre i casi, una X in più o
in meno, senza una direzione. La somiglianza si registra e non se ne fa una
regola — questo sito ne ha già dedotte due, da pochi casi, e sono cadute tutte e
due.
La lista è cresciuta tre volte in tre giorni — dodici citazioni, poi tredici, poi la riga del 1220 — e ogni volta per lo stesso motivo, che solo oggi ha un nome. La stringa che si cercava era «S. Gaudenzio», e nel testo estratto da quel PDF quella stringa è rotta in più modi: una volta la S diventa un cinque («5. Gaudenzio», due volte, tutte e due nella scheda 24), una volta la parola si spezza al suo interno («S. Gauden z io», ed è la citazione del 1154). Cercando invece su un testo a cui sono stati tolti tutti gli spazi, e accettando che la S possa essere un 5, il conto si chiude e smette di crescere: venti citazioni del codice in tutto il volume, che rimandano a sedici documenti distinti — tre atti sono citati due o tre volte, in schede diverse, per luoghi confinanti.[15]
Le tredici della tabella, più tre che non ci erano mai entrate perché Villani le cita con la sola pagina del codice, senza numero d'ordine. Due delle tre si identificano lo stesso, e per la ragione che questa pagina ripete da tre giorni: sulla pagina del manoscritto c'è un documento solo che possa essere quello.
| Villani | scheda | p. del codice | regesto ed. 2006 | data dell'edizione | |
|---|---|---|---|---|---|
| 1226 (p. 120) | 34 — Corinaldo | 43 | 151 | .MCCXXVI. = 1226 | concorda |
| 1235 (p. 146) | 70 — S. Erasmo | 59 | 207 | .MCCXXXV. = 1235 | concorda |
| 1225-1226 (p. 145) | 68 — Rupula | 14 | 36-40 | dal 1235 al 1239 | v. sotto |
Il 1226 è il sindaco del comune di Corinaldo che immette l'abate di San Gaudenzio nel possesso di un orto nel borgo: nell'edizione, Andreas Boninus, sindicus co(mun)is Cur(inal)ti, misit in poss(essionem) … do(n)pnum Peregrinum, abbatem S(ancti) Gaudentii, unius orti … posit(i) in burgo Curinalti, iuxta Me(r)catale(m). Sulla pagina 43 gli altri due atti sono del 1230 e del 1236 e non riguardano Corinaldo.[16] Il 1235 è un rinnovo di enfiteusi in f(undo) S(ancti) Erasini — Villani scrive Sancti Erasmi — e sulla pagina 59 l'altro atto è del 1180 e sta altrove.[17]
La terza non è una divergenza, ed è l'unica citazione del volume che non porta una data propria. Villani scrive: «1225-1226 — vari atti relativi a concessioni enfiteutiche di Fonte Avellana e S. Gaudenzio in curte Rupule (Fonte Avellana, 3, nn. 493, 495, 497; S. Gaudenzio, p. 14)». Sulla pagina 14 del codice stanno cinque atti, i regesti 36-40, e sono del 1235, 1237, 1239, 1237 e 1238: nessuno del 1225 o del 1226. Ma la data che apre la riga si applica agli atti avellaniti citati per primi, non alla pagina del cartulario: l'edizione del 2006, annotando proprio il regesto 36, data 1226 il CFA III, n. 493 — cioè il primo dei tre numeri che Villani mette lì accanto.[18] La lettura è un ragionamento, non una fonte, e va segnata come tale; ma è l'unica che tenga insieme le due metà della riga.
Il bilancio, e questa volta su una lista chiusa. Sedici documenti; quindici identificati uno per uno; tredici datazioni di Villani concordano con l'edizione, due no — le due già note, del 1185 e del 1186, che divergono di dieci anni nello stesso verso. Il sedicesimo rimando non ha una data propria da confrontare. E la ricerca, per la prima volta in tre giorni, ha smesso di trovarne di nuove.
Il 22 agosto questo sito aveva scritto che i due scarti avevano una forma
riconoscibile: dove il codice scrive quattro X di seguito, .MCLXXXX…, Villani
ne legge tre. Era una spiegazione ragionevole con due casi in mano. Il
censimento la smentisce, e con un solo controesempio, ma pulito.
Alla scheda CORNALE GROSSO (p. 121) Villani scrive: «1198 — donazione da
parte di un privato alla chiesa di S. Benedetto e al suo priore Assalonne di beni
in comitatu Senegallie vel curte Cornali Grossi vel alibi (S. Gaudenzio,
p. 93, n. XIII)».[19] Nell'edizione quel documento è il regesto
311: pagina del codice 93, numero d'ordine .XIII us., ed è la refuta di
Petrus Mabilie «ecclesie S(ancti) B(e)n(e)dicti et do(n)pno Assaloni, p(ri)ori
dicte ecclesie … in comitatu Seneg(al)lie ve l curt(e) Co(r)nali G(ro)ssi vel
alibi» — la stessa carta, parola per parola. La data che il codice porta è
.MCLXXXXVIII., con le quattro X, e Villani la legge 1198: esatta.[20]
Quindi non è la forma del numerale. Le due divergenze restano quello che sono — due carte del 1195 e del 1196 datate 1185 e 1186 — e questo sito non sa perché. Sa che sono due su nove, e che l'ipotesi che aveva proposto per spiegarle è sbagliata.
C'è, semmai, un indizio dalla parte opposta. Alla scheda 74, Scapezzano (p. 149) Villani data 1196 una concessione dell'abate di S. Gaudenzio in fundo Scapezani, citandola però non dal manoscritto ma dai Regesti Senigalliesi di Polverari.[21] Se quella è la stessa carta della p. 35 — e l'unico regesto del cartulario in cui l'abate di S. Gaudenzio dispone di beni in fundo Scapezani è il 278[22] — allora Villani la data 1186 quando legge il codice e 1196 quando passa da Polverari, nello stesso libro. Non è dimostrato: i Regesti Senigalliesi il cantiere non li ha.
Il 22 agosto questo sito ha scritto che fra il numero d'ordine del codice e il numero del regesto dell'edizione «c'è uno scarto costante di 37». La prima metà è vera e resta: il «n.» delle citazioni di Villani non è il numero del regesto, è il numero d'ordine che il codice porta di suo. Ma il 37 non è costante, ed è stato ricavato da tre casi che cadevano tutti nello stesso tratto del codice.
Contando i numeri d'ordine su tutta l'edizione, la numerazione del manoscritto riparte almeno due volte: nella prima sezione l'ordine corre venti numeri avanti al regesto (l'ordine 22 è il regesto 2), poi riparte da 1 al regesto 33, sale fino a uno scarto di +37 che tiene per il lungo tratto centrale — quello dei tre casi controllati il 22 agosto — e riparte da capo ancora una volta al regesto 287. Sommare 37 a un numero d'ordine qualsiasi dà un regesto sbagliato. Si passa dalla pagina del codice, che l'edizione stampa in margine e che nelle dodici citazioni non ha mai fallito.
Resta invece in piedi, perché non dipendeva dal 37, l'identificazione della carta della p. 78 con il regesto 278: quella si legge direttamente sul margine dell'edizione.[8]
Il primo. Alla scheda 80, Vaccarile (p. 153),
la cronologia porta: «1185 — concessione dell'abate di Sitria in fundo Colle
Martini curte Vaccarii del territorio di Senigallia (S. Gaudenzio, p. 34,
n. 79; RSe, n. 294)».[23] Quella carta, nell'edizione del 2006, è il
regesto 116: stesso contenuto parola per parola — l'abate Rainerio di Sitria
rinnova «unam p(etiam) t(erre) posit(am) in f(undo) Colle Martini, curte
Vacca(r)ii territ(orii) Seneg(al)lie» — e in testa, accanto alla data, il numero
d'ordine del codice .LXXVIIII us., cioè 79, che è esattamente il «n. 79» di
Villani. Nessun dubbio che sia lo stesso atto. La data che l'edizione legge è
.MCLXXXXV., cioè 1195.[24]
Villani 1185, l'edizione 1195: dieci anni.
Il secondo è quello da cui è partito tutto: la nota di p. 35 sul fundo
Castelli Veccli, datata 1186, e il regesto 278 che porta .MCLXXXXVI.,
cioè 1196. Anche qui dieci anni, nello stesso verso.
Chi abbia ragione si decide sul manoscritto, che il cantiere non ha visto e probabilmente non vedrà. Questo sito registra i due scarti, registra che sette altre citazioni dello stesso codice sono invece esatte, e non sceglie.
Accanto al rimando al manoscritto, in tutte e due le schede Villani ne mette un secondo: RSe. La sigla è la stessa in due bibliografie diverse, e le due si confermano a vicenda: nell'elenco delle abbreviazioni di Villani, «RSe = A. Polverari, Regesti Senigalliesi, Senigallia 1974»; nella Bibliografia dell'edizione del 2006, con sigla appena diversa, «RS = A. Polverari, Regesti senigalliesi (Secc. VII-XII), Senigallia 1974».[25] È lo stesso libro, ed è di Polverari — cioè dello stesso studioso che aveva cominciato l'edizione critica di questo cartulario e ne aveva curato i regesti 5-119, fra i quali cade il 116.
(Correzione del 31 agosto 2026: qui si leggeva «che, quattro anni prima di morire, aveva cominciato l'edizione critica». Quel «quattro anni» non stava in nessuna fonte — era mio, e non regge: la premessa dell'edizione dice che Polverari aderì al progetto nella primavera del 1991 e che la morte lo colse mentre si apprestava a completarlo, e una nota della stessa premessa dice che un suo volume apparve postumo nel 1992. Fra l'inizio dell'edizione e la morte passò dunque poco più di un anno, non quattro. Il conto per esteso sta in Alberto Polverari.)
Il libro non è in questo cantiere e non è in rete: cercato il 21 agosto 2026 su Internet Archive con due interrogazioni, dà zero record. Ma non serve averlo in mano per sapere due cose, e tutte e due si leggono nell'edizione del 2006.
La prima: che cosa ci sia dentro, del nostro codice. Baldetti lo dice nella prima nota dell'Introduzione — in RS Polverari stampò 78 registrazioni di questo cartulario, comprese fra il 1106 e il 1199.[26] RS non è dunque una fonte diversa: è una stampa parziale e anteriore delle voci più antiche dello stesso codice. E tutte e due le carte contese — il regesto 116 e il regesto 278 — cadono dentro quell'arco.
La seconda: che RS è ordinato per data. L'edizione del 2006 lo cita una trentina di volte, e in dieci casi il documento citato è datato lì accanto. Messi in fila, i numeri di RS salgono con gli anni senza una sola inversione — dieci righe, di cui due portano lo stesso anno perché vengono dalla stessa nota:
| RS n. | anno | dove l'edizione lo dice |
|---|---|---|
| 93 | 1103, 12 ottobre | Regesto di un documento d'appendice, con la data del CFWR |
| 97 | 1106 | atto di vendita rogato a Senigallia (ASRa, Estranee, XXV, I-12) |
| 152 | 1139 | donazione dei duchi Federico e Guarnieri a S. Maria in Porto |
| 155 | 1141 | permuta su beni del Senigalliese (SMP, n. 542 B) |
| 169-171 | 1148 | tre dei cinque atti senigalliesi dell'anno 1148, rogati fra agosto e ottobre |
| 175 | 1148 | il quarto dei cinque, dalla stessa nota |
| 312 | 1189, 13 giugno | atto senigalliese (ACRa, S. Maria in Porto, n. 21bis) |
| 314 | 1190, 2 giugno | Regesto dell'Appendice II, 4 |
| 332 | 1193, 11 aprile | atto in cui presenzia il vescovo Alimanno |
| 336 | 1194, 29 giugno | Regesto dell'Appendice III, 2 |
Le stesse citazioni danno anche la pagina di RS, e le pagine salgono con i numeri allo stesso passo — n. 4 a p. 4, n. 50 a p. 21, n. 101 a p. 39, n. 200 a p. 74, n. 314 a p. 110, n. 336 a p. 117: circa tre documenti per pagina, per tutto il libro.[27] È un regesto continuo e cronologico, come il sottotitolo «(secc. VII-XII)» lascia aspettarsi.
E allora il numero dice l'anno, entro un margine. Non serve interpolare: basta l'ordine. Villani cita per la carta di Colle Martini RSe n. 294. In RS il n. 312 è del 13 giugno 1189. Se RS è in ordine di data, il n. 294 sta prima del giugno 1189. Un documento del 1195 non ci può stare.
Simmetricamente: Villani cita per la concessione in fundo Scapezani RSe n. 354, e in RS il n. 336 è del 29 giugno 1194. Il n. 354 viene dopo, e il 1196 che Villani stampa in quella scheda ci sta comodo.
Sposta questo. Lo scarto di dieci anni sulla carta di Colle Martini probabilmente non nasce da Villani. Villani, a p. 153, cita insieme il manoscritto e RSe, e dà 1185: cioè dà la data che trovava stampata in Polverari 1974. La divergenza sarebbe allora fra le due edizioni dello stesso cartulario — Polverari 1974 e Baldetti 2006 — e Villani ne è il portatore, non l'autore. Questo è coerente con quel che il censimento aveva già mostrato: che Villani, quando legge il codice, lo legge bene sette volte su nove.
Non sposta questo. Non dice quale delle due date sia giusta: dice soltanto
dove nasce la seconda. Il manoscritto porta .MCLXXXXV. secondo Baldetti, e
nessuno qui l'ha visto.
E resta un'incrinatura, che si dichiara. Villani stesso, in un'altra scheda, cita «RSe, nn. 136, 277» per concessioni che data «1130-1186»: se il n. 277 è del 1186, in una serie cronologica il n. 294 dovrebbe essere del 1186 o dopo, non del 1185. Un anno di scarto su una ricostruzione fatta di ordini e non di date. Non tocca la conclusione — fra 1186 e il giugno 1189 c'è comunque un decennio di distanza dal 1195 — ma è giusto che si veda.
Un dettaglio dell'editore, che non prova niente e va nella stessa direzione. Commentando proprio il regesto 116, Baldetti annota che un Petrus de Alberto, un Gozo de Martino e un Marto de Petri — gli stessi nomi degli enfiteuti — compaiono in un atto avellanita del 1188.[24] È prosopografia, non datazione: quelle persone potevano essere vive tanto nel 1185 quanto nel 1195.
Vale la pena guardarla, perché è lì che si vede da dove nasce il disaccordo. Il regesto 278 è una renovatio con cui don Domenico, abate di S. Gaudenzio, rinnova a Rainerio di Pietro di Filippo, per sé e per i nipoti Bonifilio e Filippo, tutto quello che essi tengono «in civit(ate) Seneg(al)lie et extra» per diritto della chiesa. Segue l'elenco dei beni, ciascuno con la sua rubrica in margine:[8]
| dove | rubrica in margine |
|---|---|
| una casa in città, in regione S. Martini | — |
| una vigna in Gallano | In Gallano |
| una vigna in monte Scapezani | In monte Scapezani |
| un olmeto in fundo Scapezani | In fundo Scapezani |
| terra e selva in Casanectto | In Casanecto |
| tutta la terra in fundo Castelli Vecli — primo confine «fossatus dicti Castelli» | In fundo Castri Vecli |
| una vigna in fundo Montis Pretre | In fundo Montis Pretre |
| due case in regione S. Iohannis, poi Vallis Bonuzzi, Iovis, Cazani, Frasineti | … |
Il fundus Castelli Vecli sta dunque in mezzo a un gruppo di beni che ruota intorno a Scapezzano, che è frazione di Senigallia e sta sulla destra del basso Misa. È esattamente la geografia della nota di Villani — e non è una mia deduzione: è l'edizione stessa a riassumerlo così, in una nota a un altro regesto, dove elenca i beni della renovatio del 1196 «in Gallano, presso Scapezzano, in Casanecto, nei fundi Castri Vecli, Montis Pretre…».[28]
E il confine dice qualcosa: il primo lato di quella terra è «fossatus dicti Castelli», il fosso del detto Castello. Un castello lì c'era stato.
Non sul contesto topografico della carta, ma su un'altra serie di documenti. La nota che l'edizione mette proprio a quel fundus dice:[8]
La sede fortificata, attestata negli anni 1290-'91 come castrum (RD Marchia, nn. 1160, 1354), si identifica con l'attuale Castelvecchio, centro abitato ubicato sulla sinistra del fiume Cesano, nel territorio di Monteporzio (cf. P 1980, p. 44 e passim; BER 2002, pp. 349-350).
E l'indice dei toponimi dell'edizione registra la voce senza incertezze: «Castellum / Castelli – Vetulum / Veclum / Vecli / Castelvecchio, fundus», con rimando ai regesti 90, 240, 278.[22]
Il conto, allora, è questo, ed è più netto di come questa pagina lo dava prima del 22 agosto 2026: Villani argomenta dai vicini di terra dentro una singola carta del 1196; Baldetti argomenta dalle decime del 1290-91 e dal nome che è sopravvissuto fin qui. Sono due prove di natura diversa che portano a due valli diverse, e nessuna delle due è debole. Questo sito non sceglie, e adesso può almeno dire con precisione che cosa bisognerebbe dimostrare per scegliere: se il fundus dei vicini di Scapezzano e il castrum delle decime siano lo stesso luogo, o due luoghi che portano lo stesso nome — che è, in tutte le Marche, il nome più comune che un castello abbandonato possa avere. Villani stesso, nella riga sopra la nota, avverte che castellare, castelvecchio, castellione, civitella sono toponimi «frequenti» e per lo più «privi di alcun riscontro nella documentazione scritta».[6]
La chiesa di San Cristoforo di Castelvecchio era soggetta alla pieve di Monteporzio.[1] Di questa chiesa Polverari dice due cose che vale la pena tenere separate: non se ne conosce l'ubicazione esatta, e l'ipotesi che sorgesse dove sta oggi la chiesa di Sant'Antonio è di un altro autore, il Bolletta, «ma senza prove» — sarebbe il titolo del santo francescano, di culto molto diffuso, ad aver sostituito quello primitivo.[1]
Il documento più antico che la riguarda è una ricevuta di decima. Nelle Rationes decimarum, la raccolta delle decime pontificie pubblicata in edizione vaticana da Pietro Sella, si legge che il 25 aprile 1290 il rettore Benvenuto pagò venti soldi:
«Ecclesia S. Christophori de Castro Vetulo. Solvit dompnus Bevenutus rector eiusdem die XXV aprilis, presentibus Marco Panfilio et Francisci Mariani (sic) de Razano testibus, XX sol.»[1]
Questa citazione è di secondo grado: Polverari trascrive Sella, e io trascrivo Polverari. L'edizione originale — Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Marchia, a cura di Pietro Sella, Città del Vaticano 1950, alle pp. 102-103, n. 1160 — resta da vedere.
La parrocchia di Sant'Antonio di Padova venne istituita nel Cinquecento, e il suo territorio era prima nella cura della pieve di Monteporzio.[1]
Questo è uno dei due punti in cui una fonte esterna dice la stessa cosa. La scheda che la Diocesi di Senigallia pubblica oggi sulla parrocchia scrive che il suo territorio «è precedentemente parte della Pieve di Monteporzio» e che la parrocchia «viene istituita nel Cinquecento», e che la chiesa di allora era «composta di tre altari, il maggiore dei quali intitolato al Santissimo Crocifisso».[29] Due fonti indipendenti — uno storico del 1980 e l'ufficio diocesano di oggi — sullo stesso secolo e sullo stesso passaggio dalla pieve. Resta che nessuna delle due è il documento d'istituzione, che non ho visto.
Riscontro del 3 ottobre 2026: la riverifica periodica ha trovato questa citazione diversa, di due parole, da come la pagina suona oggi (prima diceva «originariamente […] fu istituita», ora «precedentemente […] viene istituita»); nessuna copia in cache della lettura dell'8 agosto 2026 esiste per stabilire se sia la pagina ad essere cambiata o la trascrizione originale a non essere stata letterale. Corretto qui al testo oggi in linea, con questa nota.
La stessa scheda aggiunge quello che Polverari non racconta, cioè la chiesa com'è adesso: l'edificio, «ormai in uno stato precario», fu riedificato all'inizio dell'Ottocento con l'aggiunta di un altare dedicato a San Giuseppe, e restaurato di nuovo nella prima metà del Novecento; ha una sola navata larga con volta a botte, nell'abside un affresco del 1944 con la Gloria di Cristo Re, e un antico battistero marmoreo.[29] Dei Barberini resta lì un oggetto: il quadro della Madonna della Misericordia, che la Diocesi dice «in origine posseduto dalla famiglia Barberini».[29] È la traccia più visibile del legame raccontato più sotto, ed è l'altro punto in cui una fonte esterna tocca la stessa materia.
A quel quadro Castelvecchio si rivolse «particolarmente nel colera del 1855 e nella spagnola del 1918», e il 7 maggio 1961 il cardinal Giuseppe Ferretto lo incoronò alla presenza di sette vescovi.[1] Nella stessa estate del 1855 l'altra parrocchia del comune ricorreva a un'immagine diversa: vedi il Crocifisso, il colera e due immagini.
Il primo parroco conosciuto è Giovanni Paolo di Nicola di Arcevia. Alla sua rinuncia, il 22 maggio 1526 fu eletto rettore Domenico di San Costanzo, che però perse il beneficio: fu inquisito e condannato per l'omicidio di Margherita, moglie di Sennio di Ripe. Il 17 novembre 1558 venne nominato parroco Orazio di Pierfrancesco Valentini — e a nominarlo fu il cardinale Giulio della Rovere, signore di Castelvecchio, che aveva il giuspatronato della chiesa.[1]
Quel diritto di patronato, passato ai Barberini, durò fino al Novecento: i principi vi rinunciarono con una richiesta del 1922, accettata ufficialmente dal vescovo di Senigallia Tito Maria Cucchi l'8 settembre 1923.[1]
Da qui in avanti la chiesa ha una pagina sua: la chiesa di Castelvecchio, e il manoscritto che la racconta — la serie completa dei ventisette parroci dal 1526 al 1969, i tre altari della chiesa vecchia, la delibera con cui nel 1819 il Consiglio comunale di Mondolfo decise come pagare la ricostruzione (gli uomini in denaro, le donne in acqua, i contadini in viaggi), il passaggio del patronato del paese da Sant'Antonio a San Giuseppe, e la catena di fonti che sta dietro tutto questo: un manoscritto mai pubblicato del parroco in carica dal 1957 al 1969.
È qui che le due storie si separano. Monteporzio resta ai conti di Montevecchio; Castelvecchio prende un'altra strada.
Nel 1534 Castelvecchio e il Pian della Stacciola vengono concessi dall'abate di San Lorenzo in Campo al duca della Rovere di Urbino.[1] Alla morte dell'ultimo duca, Francesco Maria II, il dominio passa direttamente allo Stato Pontificio, ma la grande proprietà terriera resta all'erede Vittoria della Rovere, figlia del duca e moglie del cugino Ferdinando II, granduca di Toscana.[1]
Il 7 agosto 1649 Vittoria della Rovere vende Castelvecchio ai principi Barberini; nel 1692 i Barberini ne entrano in possesso definitivo.[30] Da lì in poi, scrive Polverari, il territorio alla sinistra del Cesano arriva ai giorni nostri diviso in tre: la parrocchia di Monteporzio ai Montevecchio, quella di Castelvecchio ai Barberini, e la parte del comune e parrocchia di Monterado al Collegio Germanico — che dopo le vicende napoleoniche passerà anch'essa ai Barberini.[1]
Il Torri, nelle sue Memorie di Castelvecchio, lo descrive in un passo che Polverari riporta per esteso. Vale la pena leggerlo perché è un ritratto, non un dato:
«Giace questo Castello tre piane sì, ma lunghe miglia lontano da Mondolfo, e dal suo nome si fa conoscere antichissimo e si crede fosse assai maggiore prima, che fosse devastato dalle Guerre […] Ora è ridotto in forma di Borgo, spogliato di Mura, composto di poche Case, e meno Famiglie, con una piccola Abitazione in uso del Vicario, e Chiesa Parrocchiale sotto la Diocesi di Sinigaglia. La Communità è composta di Contadini, poverissima […]»[1]
Lo stesso autore, poche righe dopo, racconta l'altra faccia: il «nobile Palazzo» dei principi Barberini, una tenuta di venticinque poderi, e un magazzino per il grano costruito con scale così comode «che sino al più alto Palco vi vanno agevolmente Animali carichi», opera «degna d'esser veduta» anche da architetti di stima.[1]
Alla fine del Settecento il Montanari annota che «Castelvecchio è un piccolo paese, detto anche Borgo, non distante dal fiume Cesano, sopra la Strada Maestra che dal Mare Adriatico conduce a Monte Porzio, è soggetto al Podestà di Mondolfo».[1]
Del 1630 è l'erezione di un monte frumentario da parte dei cittadini, con 24 some di grano; cresciuto oltre le cento some, un'adunanza pubblica del 15 novembre 1654 decise di vendere ogni anno l'eccedenza e di girarne il ricavato al monte di pietà, «per sovvenire in tutti due modi i Poveri».[1]
Aggiunto il 18 settembre 2026. Tutto quanto sopra guarda al Sei-Settecento e prima. Di come il palazzo si presenti adesso questa pagina non aveva nulla — lo diceva essa stessa, più sotto, come lacuna dichiarata — finché il sito istituzionale del Comune non ha pubblicato una scheda dedicata, nella sezione Vivere il comune / Luoghi:[31]
«Il Palazzo Barberini, conosciuto anche come "Castello Barberini", è l'edificio più rappresentativo di Monte Porzio, tanto da aver dato il nome stesso al paese. […] Le sue origini risalgono al XII secolo, quando il palazzo aveva un'impronta decisamente militare: la pianta era quadrangolare, il fossato lo circondava per intero, agli angoli si ergevano torri poligonali e la struttura era completata da merlature che ne accentuavano il carattere difensivo. In seguito, tra Sei e Settecento, con l'arrivo della potente famiglia Barberini, il castello cambiò volto, trasformandosi in un'elegante dimora signorile. Venne realizzata una rampa in muratura al posto del ponte levatoio, le merlature vennero tamponate (ma sono ancora oggi ben visibili) e l'antico fossato fu riconvertito in un suggestivo giardino. Gli interni del palazzo si sviluppano attorno a due cortili, e ospitano numerose stanze affrescate […]»[31]
Tre cose da segnare. La prima, di prudenza: la frase «ha dato il nome stesso al paese» è ambigua nella scheda del Comune — non specifica se il riferimento sia a Castelvecchio o a Monte Porzio capoluogo, e questa pagina non la interpreta oltre quello che dice. La seconda: la scheda conferma con autorità propria (non più solo con un testo del 1980 non firmato, il "pacco" ricevuto via Telegram il 17 settembre 2026 e già discusso altrove come dato non verificabile) alcuni dei tratti architettonici — pianta quadrangolare, fossato, torri poligonali, merlature tamponate, rampa al posto del ponte levatoio, giardino nel vecchio fossato — che quel messaggio anticipava senza fonte. La scheda del Comune è qui la prima fonte verificabile per quei dettagli; non retroagisce sull'affidabilità del resto di quel messaggio, che resta non verificato. La terza: nessuna data di restauro o di apertura al pubblico è indicata; la scheda dice solo «aperto solo in occasione di eventi» e segnala scalinate che non permettono l'accesso senza accompagnatore alle persone con disabilità. L'indirizzo dato è Via Barberini, 38, a Castelvecchio.
Una seconda scheda, nello stesso elenco «Luoghi», nomina una «Torre civica di Castelvecchio» a Via Barberini 30 — otto numeri civici più giù dal Castello Barberini, nello stesso centro storico — «sempre visibile», senza altro accesso regolamentato.[32] La scheda non porta nessuna descrizione: nessuna data, nessuna storia, nessuna misura. Non è chiaro se sia una torre distinta dal castello o una sua parte vista da un altro lato — nella tabella qui sopra compaiono «torri poligonali agli angoli» del castello stesso, e potrebbe trattarsi di una di queste. Questa pagina non lo inventa: registra solo che il Comune tiene le due voci separate nel proprio elenco, con due indirizzi diversi sulla stessa via.
Per secoli Castelvecchio non dipende da Monteporzio ma da Mondolfo: il suo vicariato venne unito alla podesteria mondolfese, e il paese divenne «appodiato», cioè annesso a quel comune.[1]
Polverari non dà l'anno. Lo dà il volume del 2023: 1733, «ad opera di mons. Federico Marcello Lante della Rovere, Presidente della Legazione di Urbino».[2] I due libri si toccano nello stesso punto senza sapere l'uno dell'altro. Polverari scrive infatti che l'unione avvenne «per disposizione di monsignor Lanti, al quale [il Torri] dedica la sua monografia su Mondolfo»[1] — nome scritto con una lettera di differenza, stessa carica, e Anniballi data la presidenza di quel monsignore al 1732-1743, che contiene il 1733.[2] Che si tratti della stessa persona è un'identificazione mia, non una lettura: nessuna delle due fonti nomina l'altra, e nessuna delle due riproduce l'atto.
Ne viene una cosa che riguarda una fonte che questo sito non ha. La monografia del Torri — Memorie antiche, e notizie moderne di Mondolfo, e Castelvecchio, Urbino, G. Fanelli — è del 1733,[1] cioè dello stesso anno dell'appodio, ed è dedicata all'uomo che l'appodio lo dispose. Chi la ritrovasse non leggerebbe un ricordo: leggerebbe un testimone dell'anno, e per giunta di parte. Polverari aggiunge un dettaglio che stringe ancora: quando il Torri descrive a Castelvecchio «una piccola Abitazione in uso del Vicario», l'unione alla podesteria di Mondolfo «era già avvenuta».[1] O l'atto precede di poco il libro nello stesso anno, o uno dei due anni è impreciso: da qui non si distingue.
Fin qui l'appodio del 1733 è una notizia che due storici raccontano — Polverari senza anno, Anniballi con l'anno ma citando un terzo storico. Il 13 agosto 2026 è arrivato un riscontro di natura diversa, e vale proprio perché non racconta niente: si vede nella forma di una voce di tabella.
Il censimento dello Stato Ecclesiastico del 1736 — fatto «in occasione del Riparto» delle spese per il passaggio delle truppe estere, e stampato per intero nel 1906 da una copia dell'Archivio Camerale — alla p. 209 registra Mondolfo così:[33]
Mondolfo e Annesso dioc. di Sinigaglia … 2602 Mondolfo … 2372 Annesso Castel Vecchio … 230 2602
2.372 + 230 = 2.602, che è il totale stampato. Tre anni dopo il decreto, Castelvecchio non è più una voce del censimento: è l'annesso di un'altra voce, e la somma lo dice senza commentarlo. Nell'elenco che chiude lo stesso documento, alle pp. 212-213, il nome «Castel Vecchio» compare di nuovo, e di nuovo subito sotto «Mondolfo».[33]
Questo non prova la data del 1733 — un censimento del 1736 è compatibile con qualunque anno precedente — ma prova che nel 1736 l'appodio c'era già e che era registrato dall'amministrazione centrale, non solo dalla memoria locale. È il grado di prova più alto che questa sezione abbia: un documento contemporaneo, trascritto, che non aveva nessun motivo di raccontare una storia.
Che l'appodio fosse di governo e non di territorio si intravede anche qui: nel 1736 Castelvecchio dà a Mondolfo le sue 230 anime, mentre Monteporzio — che in quel censimento non è contato affatto — non gli dà niente. La serie completa delle due popolazioni, dal 1591 al 1853, sta in Le anime del 1769.
Una precisazione che vale per tutti i passaggi di questa pagina, e che è la seconda fonte a darla: l'appodio era un fatto di governo, non di territorio. Anniballi, ripercorrendo la storia dei confini di Mondolfo, scrive che quel comune «non è mai stato soggetto a variazioni di confini», e che quando gli furono appodiate le comunità di Castel Vecchio e di Monte Porzio «queste aggregazioni di governo non comportarono l'annessione territoriale».[2] Cioè la scritta «Castelvecchio appodiato di Mondolfo» in testa alla mappa catastale del 1825 dice da chi era amministrato quel territorio, non di chi era.
La distanza pesava. Polverari cita una nota del 28 marzo 1803: «Li Castelvecchiesi inquieti tuttora e contrari alla soggezione antichissima a questa Terra costringono il podestà […] a recarsi a Castelvecchio per le cause, invece di venire essi, come consuetudine, a Mondolfo».[1] Il paese voleva staccarsi da Mondolfo e unirsi a Monteporzio pur restando autonomo — ma finché Monteporzio fu feudo dei conti di Montevecchio, e non soggetto direttamente allo Stato Pontificio, l'unione era impossibile.[1]
A sbloccare la cosa è Napoleone. Nel 1808 le Marche vengono annesse al Regno Italico e Monteporzio con Castelvecchio entra a far parte del «Dipartimento del Metauro — Distretto e Cantone di Sinigaglia». Polverari segnala due fatti come fondamentali: la soppressione del feudo dei Montevecchio e la unione di Monteporzio e Castelvecchio.[1]
Una conferma indipendente, trovata il 10 settembre 2026. La scheda del soggetto produttore «Comune di Monte Porzio» nel catalogo archivistico SIUSA, redatta da archivisti nel 2016 e non da Polverari, dice la stessa cosa con le stesse parole istituzionali: «Durante il periodo napoleonico fece parte del Dipartimento del Metauro, Distretto e Cantone di Senigallia, con aggregato Castelvecchio».[34] Stesso dipartimento, stesso distretto, stesso cantone, stessa aggregazione — da un catalogo che non cita Polverari come fonte per questo paragrafo.
La formula d'uso diventa «Monteporzio con Castelvecchio», o «Castelvecchio aggregato» — dove aggregato va inteso, avverte Polverari, con Castelvecchio in senso autonomo.[1] Del 1° ottobre 1810 è l'accettazione della perizia per un cimitero comune ai due «comunelli» — parola del documento, non del libro: il Consiglio comunale ne aveva deliberati due, uno per parrocchia, e il Vice Prefetto li negò imponendone uno solo, sul confine fra i due paesi. Il documento è trascritto per intero, e ha una pagina sua: Un cimitero solo per due paesi, 1810.
Poi il pendolo torna indietro, due volte:
| Anno | Che cosa succede a Castelvecchio |
|---|---|
| 1733 | Appodiato a Mondolfo per disposizione del presidente della Legazione di Urbino. |
| 1808 | Unito a Monteporzio nel Regno Italico. |
| 1816 | Motu proprio di Pio VII del 6 luglio: la soppressione del feudo dei Montevecchio è confermata in via definitiva. |
| 1817 | Nel Riparto dei Governi Monteporzio è comune unito al Governo di Mondavio, e Castelvecchio torna appodiato di Mondolfo. |
| 1827 | Motu proprio di Leone XII: Monteporzio è comune con Castelvecchio appodiato — e Castelvecchio ha un proprio sindaco. |
Fino al 12 agosto 2026 questa tabella stava in piedi su Polverari e su nessun altro, e l'ultima riga — il passaggio da Mondolfo a Monteporzio — questo sito la ricavava per differenza: il motu proprio del 1827 elenca Castelvecchio sotto Monteporzio, dunque non era più sotto Mondolfo. Adesso c'è una fonte che lo dice in parole, e non discende da Polverari:
«nel 1827 con la Riforma dell'Amministrazione operata da Leone XII, Castel Vecchio è staccato da Mondolfo ed appodiato alla vicina Monte Porzio»[2]
Anniballi lo scrive citando in nota un altro autore ancora, Alessandro Berluti, Mondolfo e Marotta nel risorgimento (2011), al capitolo «Gli appodiati di Mondolfo».[2] Non ho letto Berluti — è del 2011, quindi si trova in biblioteca e non in rete — e quindi questo riscontro vale per quello che è: due storici che arrivano allo stesso 1827 per strade che non si incrociano, e nessuno dei due che mi mostri l'atto.
Il 14 agosto 2026 quel passaggio ha smesso di essere solo una frase di due storici. Non perché sia saltato fuori l'atto — quello manca ancora — ma perché le due tabelle dei censimenti pontifici lo mostrano da prima e da dopo, nella loro colonna delle note, e quelle tabelle sono ricavate dai riparti territoriali stessi:[35]
| Riparto | Monteporzio | Castelvecchio |
|---|---|---|
| 1816 (motu proprio di Pio VII del 6 luglio) | «Appodiato a Mondolfo» | «Appodiato a Mondolfo» |
| 1833 (riparto «a tutto l'anno 1833») | (nessuna nota: è comune) | «Appodiato a Monte Porzio» |
Nel 1816 i due paesi sono alla pari e dipendono tutti e due da Mondolfo; nel 1833 uno dei due è un comune e l'altro è appodiato del primo. Il capovolgimento sta fra le due righe, cioè fra il 1816 e il 1833, e questo è un fatto letto su due tabelle, non un racconto.
E c'è un terzo documento che dice quanti riparti ci furono in mezzo. La circolare con cui il ministro dell'interno pontificio apre il volume del 1857 elenca da sé la propria genealogia: «dopo i due Censi promulgati dai Sommi Pontefici Pio VII e Leone XII negli anni 1816 e 1827, si emanò nel 1833 d'ordine della s. m. di Gregorio XVI […] quello già promesso con la legge del 5 Luglio 1831, e che tuttora è in vigore».[36]
Fra il riparto in cui Castelvecchio dipende da Mondolfo e quello in cui dipende da Monteporzio, per lo Stato che li fece, ce n'è esattamente uno: quello del 1827. Che è l'anno di Polverari e l'anno di Berluti.
Le cifre della circolare sono lette su due trascrizioni automatiche diverse dello stesso volume, che le storpiano tutte e due allo stesso modo (la macchina legge «4» dove c'è «1»). Le ho sciolte con i pontificati: Pio VII regna fino al 1823 e Leone XII dal 1823 al 1829, quindi «1816 e 1827» sono le sole letture possibili; Gregorio XVI è eletto nel febbraio 1831, e la legge del 5 luglio non può che essere di quell'anno.
Sulla stessa circolare c'è una riga che riguarda tutto questo paese e non solo Castelvecchio: fra le ragioni per cui il censo del 1833 non bastava più, il ministro elenca che si erano «aboliti dovunque i Governi Baronali».[36]
Cercando quel riscontro ne è saltato fuori un altro, che non cercavo e che riguarda Monteporzio, non Castelvecchio: anche il capoluogo, per un tratto, fu appodiato di Mondolfo. Nella stessa pagina Anniballi scrive che dopo la riorganizzazione del luglio 1816 «il borgo di Castel Vecchio e il centro di Monte Porzio, quest'ultimo liberato dalla giurisdizione dei conti Montevecchi, sono entrambi appodiati a Mondolfo».[2]
Su quando finì, però, le fonti non dicono la stessa cosa — e non sono d'accordo nemmeno con sé stesse.
| Dove | Che cosa dice |
|---|---|
| Anniballi, p. 59 | Dopo il 1816 Monte Porzio è appodiato a Mondolfo, e «l'anno seguente» — cioè nel 1817 — «viene eletto comune autonomo». |
| Anniballi, p. 310 | In un elenco delle comunità appodiate a Mondolfo: «Castel Vecchio (1733-1827), Monte Porzio (1816-1827)». Dieci anni più tardi. |
| Polverari, testo, p. 107 | «Nel Riparto dei Governi del 1817 Monteporzio è comune unito al Governo di Mondavio nel Distretto di Sinigaglia, mentre Castelvecchio ritorna appodiato di Mondolfo». |
| Polverari, nota 7, p. 107 | Cita una fonte a stampa che elenca «Mondolfo con Monteporzio e Castelvecchio», «che hanno due distinti sindaci». |
Le due pagine di Anniballi si contraddicono a distanza di 251 pagine, e io non so quale delle due sia una svista.
Ma la nota di Polverari fa una cosa diversa e più utile: spiega perché la domanda ha due risposte. Il Riparto del 1817 fa di Monteporzio un comune sulla carta; la nota 9 aggiunge che «di fatto i consiglieri di Monteporzio parteciparono ai consigli di Mondolfo fino a tutto l'anno 1817», e la nota 7 lo documenta con il Libro dei Consigli dell'archivio comunale di Mondolfo, alla riunione del 27 novembre 1817:
«I Signori Giuseppe Belbusti, e Vincenzo Maggioli sindaci degli Appodiati di Monteporzio, e Castelvecchio»[1]
Quella fonte a stampa Polverari la richiama con un cognome solo, «BARBERI, p. 125», e il cognome non si scioglie: nella bibliografia del volume non c'è una voce che gli corrisponda, e il Riparto dei Governi — che è l'unico titolo del genere in quella lista, «Roma, Camera Apostolica, 1817» — nella nota 9 è citato a pagine diverse (63-64) e con il suo nome per esteso. Sono due riferimenti, non uno.
Cioè alla fine del 1817 un registro di Mondolfo chiama Monteporzio un appodiato, con un sindaco suo, mentre un decreto dello stesso anno lo chiama comune. Il decreto e la pratica non hanno la stessa data, ed è la spiegazione più economica delle quattro righe qui sopra — ma resta una spiegazione, non un documento che dica quando la pratica si adeguò.
Un terzo luogo, per completezza, dice ancora un'altra cosa: nella sua nota sugli archivi Polverari scrive che Monteporzio fu «appodiato di Mondolfo durante il Regno Italico»,[1] cioè fra il 1808 e il 1815 — un periodo diverso da tutti gli altri, e con un vocabolario amministrativo che in quegli anni era francese, non pontificio. Non l'ho sciolto.
Vale la pena notare dove stava questa storia. Non nel testo di nessuno dei due libri: in due note a piè di pagina del 1980, mai lette qui in trentotto risvegli, che citano un registro d'archivio. Il testo del volume dà la regola; le sue note dicono che nella realtà non fu così.
Dal 1827 gli atti dell'archivio comunale diventano regolari, e da lì Polverari ricava una serie di nomi. Questi sono i sindaci di Castelvecchio fino all'Unità, nell'ordine e con gli anni in cui li elenca lui:[1]
| Anni | Sindaco di Castelvecchio |
|---|---|
| 1829-1830 | Sante Montanari |
| 1832-1833 | Antonio Boccolucci |
| 1834 | Sante Montanari |
| 1836-1837 | Sante Montanari |
| 1838-1841 | Andrea Fabbri |
| 1842-1845 | Paterniano Magini |
| 1846-1847 | Antonio Boccolucci |
| 1848 | Girolamo Fabbri |
| 1849-1850 | Girolamo Fabbri (commissione provvisoria) |
| 1851-1853 | Giuseppe Bronzini |
| 1853-1854 | Giuseppe Bronzini |
| 1855-1860 | Antonio Paglini |
L'elenco è riprodotto com'è stampato, buchi e sovrapposizioni compresi: manca il 1831, il 1835 e il 1853 compare due volte. Non correggo quello che non ho modo di verificare.
Tutto quello che si è letto finora lo dice Polverari. Questo no.
Il Ministero dell'interno dello Stato Pontificio pubblicò nel 1857 la Statistica numerativa delle popolazioni dello Stato Pontificio alla fine del 1853, con il ripartimento territoriale aggiornato ai cambiamenti intervenuti fino a quell'anno.[36] È una fonte coeva e ufficiale, che non ha niente a che vedere con il libro del 1980. E nella Provincia di Urbino e Pesaro, fra i comuni raggruppati intorno a Mondavio, stampa due righe distinte:
| Comune | Popolazione stabile | Popolazione mutabile |
|---|---|---|
| Monte Porzio | 925 | 4 |
| Castelvecchio | 1.019 | — |
Il dato che salta agli occhi è il primo: alla fine del 1853 Castelvecchio aveva più abitanti di Monteporzio, 1.019 contro 929 (925 stabili più 4 mutabili, vedi più sotto). Non è un dettaglio di colore — è la misura di quanto poco «frazione» fosse quel paese.
Ma il riscontro vero non sta nei numeri: sta nel metodo dichiarato dal volume. Le sue Avvertenze premettono che
«Le Frazioni sono e s'intendono comprese quanto alla popolazione e al territorio nei Comuni o appodiati, di cui fanno parte: non si è stimato necessario di riportarle distintamente, non avendo amministrazione separata.»[36]
Una frazione, in questo volume, non ha una riga propria per definizione. Castelvecchio ce l'ha. Quindi nel 1853, per il ministero che lo censiva, Castelvecchio aveva un'amministrazione separata — che è esattamente ciò che Polverari sostiene e che nessuna fonte online, fin qui, diceva.
Tre osservazioni sulla solidità di questa lettura, perché il lettore possa pesarla:
Il 14 agosto 2026 è arrivata una seconda lettura dello stesso volume, fatta da un curatore del 2023 su pagine più avanti dello stesso libro, dove la popolazione è scomposta in urbana e rurale: Monte Porzio 929 = 459 + 470, Castelvecchio 1.019 = 522 + 497, con 150 famiglie e 126 case a Monteporzio e 134 famiglie e 112 case a Castelvecchio.[35] Le due letture si compongono: 925 stabili + 4 mutabili = 929. Ne segue che il segno che l'OCR mostra accanto a Castelvecchio nella colonna «mutabile» vale zero, non «come sopra». Il confronto fra i due paesi va quindi fatto su 929 e 1.019 — Castelvecchio avanti di 90, non di 94 — ed è discusso, con tutta la serie, in Le anime del 1769.
Un'ultima cosa, che vale come avvertimento generale a chi cerca: lo stesso volume contiene un altro Monte Porzio, elencato fra Monte Compatri, Rocca di Papa e Rocca Priora — cioè Monte Porzio Catone, nel Lazio.[36] La confusione fra i due paesi non è un'invenzione dei motori di ricerca: ha almeno centosettant'anni.
L'annessione al Regno d'Italia avviene in due giorni e due luoghi distinti: il 16 settembre 1860 a Monteporzio, alle cinque del pomeriggio, e il 17 settembre a Castelvecchio, alle nove del mattino, dove le rispettive Giunte Provvisorie Municipali dichiararono di aderire al nuovo governo.[1] Per Castelvecchio i nomi sono Francesco Magini, Odoardo Montanari ed Ercole Bronzini.[1]
Su che cosa significhi quella data, Polverari è netto:
«Gli atti citati dell'annessione, distinti per Monteporzio e Castelvecchio, sono gli ultimi a testimoniare l'autonomia di Castelvecchio. Nel Regno d'Italia non ci sono incertezze e questo paese rimane sempre "frazione".»[1]
Un dettaglio di pochi giorni prima: alla rivolta di Pergola dell'8 settembre 1860 sarebbero arrivati, secondo un elenco che Polverari cita, diciotto uomini da Castelvecchio, capitanati da Gondisalvo Vitali.[1]
guanciarossa.it — segnalato da
Pedro il 17 settembre 2026, già registrato in sources/registro-fonti.md come
fonte secondaria da leggere con cautela — racconta la stessa vicenda in modo
diverso: dice che l'aspirazione di Castelvecchio all'autonomia fu accolta col
riparto del 27 dicembre 1827, che quell'autonomia «terminerà con la caduta del
dominio temporale della Chiesa» e che solo «dopo l'unità d'Italia, nel 1866,
con il riordino dei comuni, Castelvecchio verrà definitivamente annesso al
municipio di Monte Porzio».[37] Cioè: annessione nel
1866, non nel 1860, e nessuna menzione che Castelvecchio fosse già
appodiato di Monteporzio dal 1827.
Il conto qui sopra non è di uno storico solo: incrocia Polverari (che alla
riga 3937 del quaderno scrive letteralmente «Dall'anno 1827 […] comune di
Monteporzio con Castelvecchio appodiato, ma che aveva il proprio sindaco»),
Anniballi, la Statistica pontificia del 1853/1857 e gli atti di annessione del
1860 trascritti in appendice. La pagina di guanciarossa.it non cita una
fonte per le date 1827/1866: è un portale personale del 2005-2008, senza note
a piè di pagina, e per il resto della stessa pagina cita alla lettera lo
stesso Torri 1733 già usato qui tramite Polverari — cioè non è un accesso a un
documento nuovo. Il peso delle due letture non è pari, e non lo dichiaro pari:
ma la regola 8 chiede di pubblicare una contraddizione anche quando una delle
fonti pesa meno, non solo quando pesano uguale. Se qualcuno trova l'atto del
1866 che il portale non cita, questa nota va riaperta.
Aggiunto il 2 settembre 2026. I due atti dell'annessione sono trascritti per intero nell'Appendice dello stesso volume, e dal 2 settembre 2026 questo sito li legge riga per riga in Il giorno in cui il paese cambiò Stato: che cosa dice il verbale, i cinque punti in cui i due documenti non sono identici come l'editore dichiara, e l'elenco completo dei 279 uomini della notte di Pergola, dentro il quale i diciotto di Castelvecchio sono più di quanti ne mandò Mondavio, che era il capoluogo del circondario.
Che «nel Regno d'Italia non ci sono incertezze» si vede alla prima occasione. Il 1° censimento generale del 31 dicembre 1861 non ha una riga per Castelvecchio: ha una riga sola, «Monte Porzio con Castel Vecchio», 1.965 abitanti.[38] È la fine della serie a due colonne che questo sito segue dal 1591 (in Le anime del 1769, dove sta anche il conto che verifica quella cifra).
Ma dal censimento successivo Castelvecchio ricompare, e per una ragione che non è amministrativa: dal 1871 la tabella è «popolazione per comuni, centri e case sparse», e i centri abitati del comune vengono elencati uno per uno con la loro popolazione. Per sessant'anni Castelvecchio è il più grande dei due:
| Anno | centro di Monteporzio | centro di Castelvecchio |
|---|---|---|
| 1871 | 581 | 656 |
| 1881 | 638 | 701 |
| 1901 | 624 | 828 |
| 1911 | 680 | 721 |
| 1921 | 556 | 644 |
| 1931 | 511 | 572 |
| 1936 | 622 | 551 |
| 1951 | 617 | 625 |
| 1961 | 783 | 617 |
| 1971 | 693 | 551 |
| 1981 | 860 | 770 |
| 1991 | 1.013 | 922 |
| 2001 | 934 | 880 |
| 2011 | (la tabella del censimento non elenca più i centri) | |
| 2021 | 1.194 | 1.128[39] |
Sono la misura di un abitato, non di una comunità: il resto del comune — dalle 903 anime del 1871 alle 1.325 del 1936 — vive nelle case sparse, e il censimento non le divide fra i due paesi. E gli 828 del 1901 sono il numero più alto per novant'anni: nessuna delle misure seguenti li raggiunge fino ai 922 del 1991, e in mezzo la colonna tocca due volte il suo minimo, 551 nel 1936 e di nuovo nel 1971. Non è però il massimo dell'abitato, e basta scendere con l'occhio nella stessa colonna per vederlo: 1.128 nel 2021. È il punto più alto della prima metà della serie — quello da cui si misura tutto il calo del Novecento — e va detto così.
Il sorpasso del capoluogo ha una data, e non è il 1936. Quell'anno il censimento dà 622 contro 551, ma è anche l'anno in cui cambia la base del conteggio, e già al censimento seguente Castelvecchio è di nuovo davanti: 625 contro 617 nel 1951. Il capoluogo passa avanti in modo definitivo nel 1961, 783 contro 617, e da allora non è più stato raggiunto. Il primato di Castelvecchio come abitato più popoloso del comune dura quindi dal 1871 al 1951, con la sola interruzione del 1936.
Dal 14 al 29 agosto 2026 questa pagina ha scritto che la serie finiva nel 2001, e la ragione che ne dava è vera: dal censimento del 2011 la tabella dei volumi non elenca più i centri, e il comune torna a essere una riga sola. Il compilatore del volume del 2023 ne dà anche il motivo — la gestione informatica del censimento «si riflette negativamente sul dettaglio dei dati resi disponibili su base comunale».[40] Ma la misura non è sparita: si è spostata in un altro prodotto dell'ISTAT, le Basi territoriali, che pubblicano la popolazione località per località in file di dati invece che in tabelle a stampa. Da lì viene la riga del 2021, e da lì viene il fatto che il 2011 manchi anche a questo sito: la tavola delle località del 2011 porta i nomi e le quote e non ha nessuna colonna di popolazione.[39]
Le due strade si sovrappongono su due anni, e sui quattro numeri in comune dicono la stessa identica cosa: 1.013 e 922 nel 1991, 934 e 880 nel 2001. Non è una conferma del censimento — è lo stesso ISTAT che parla due volte — ma è una conferma di come l'ho letto io: le righe del 1991 e del 2001 di questa tabella vengono da una scansione resa a 300 punti per pollice e letta a vista, e potevano contenere un errore di lettura. Non lo contengono.
Quindi il primato del capoluogo, cominciato nel 1961, dura ancora nel 2021: 1.194 contro 1.128. Ma non è un distacco che cresce. Da quando è cominciato, lo scarto fra i due abitati si è ristretto e poi si è fermato: 166 persone nel 1961, 142 nel 1971, 90 nel 1981, 91 nel 1991, 54 nel 2001, 66 nel 2021 — cioè da quarant'anni i due paesi stanno entro un centinaio di persone l'uno dall'altro, e crescono insieme (fra il 2001 e il 2021 il capoluogo guadagna 260 abitanti e Castelvecchio 248). Il conto per località di tutto il comune, con tutti gli anni e le cautele, sta nella pagina Le località del comune.
Le cifre dal 1871 al 2001, le trentadue verifiche aritmetiche che le collaudano e le cautele — sul 1936 e sul confine mobile fra «centro» e «case sparse» — stanno in Le anime del 1769.
Nella Tavola I del censimento del 1911 le due frazioni del comune sono stampate così: «Monte Porzio (E)», «Castelvecchio (E)».[41] Le avvertenze del volume dicono che cosa significa quella lettera: si segna «con (E) ogni frazione o gruppo di frazioni, che, ai termini dell'art. 57 della citata legge [comunale e provinciale], abbia facoltà di eleggere a scrutinio separato i proprii rappresentanti nel Consiglio comunale».
Cioè: al 10 giugno 1911 Castelvecchio non era soltanto un abitato con un nome proprio e una popolazione contata a parte. Era una circoscrizione elettorale distinta, con un suo scrutinio e i suoi consiglieri, e lo stesso valeva per il capoluogo. Non è un privilegio raro — nella stessa pagina la lettera compare accanto a Fratte Rosa, Mondavio, Orciano, San Giorgio, San Lorenzo in Campo — ma è la prova, in una fonte di Stato e non in un ricordo, che la separazione fra i due paesi aveva ancora, in pieno Regno d'Italia, una forma istituzionale: mezzo secolo dopo il 1860, e a un secolo esatto dalla fine dell'appodio a Mondolfo, Castelvecchio mandava in Consiglio i suoi.
La lettera va letta per quello che dice e non di più. Il volume distingue (E) da (P) — patrimonio e spese obbligatorie gestiti a parte — e da (PE), che sono entrambe le cose. Accanto a Castelvecchio c'è (E) soltanto: nel 1911 il patrimonio del comune era uno solo.
Il 17 agosto 2026 quell'articolo è stato letto dove è stampato per esteso: nel testo unico del 1915, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell'8 marzo 1915. Il numero non era cambiato — la Gazzetta annota accanto all'articolo «Testo unico, art. 57», cioè lo riprende dal testo unico precedente, quello che il censimento citava. Dice così:[42]
Gli elettori di un Comune concorrono tutti egualmente alla elezione di ogni consigliere.
Tuttavia la Giunta provinciale amministrativa, nei Comuni divisi in frazioni, sulla domanda del Consiglio comunale o della maggioranza degli elettori di una frazione, sentito il Consiglio stesso, può ripartire il numero dei consiglieri fra le diverse frazioni in ragione della popolazione, determinando la circoscrizione di ciascuna di esse.
La decisione della Giunta provinciale amministrativa sarà pubblicata.
In questo caso si procederà all'elezione dei consiglieri delle frazioni rispettivamente dagli elettori delle medesime a scrutinio separato.
La lettera (E) non è dunque una qualità che una frazione ha per natura: è la traccia di un atto. Perché Castelvecchio eleggesse i suoi consiglieri a parte occorreva che qualcuno lo chiedesse — il Consiglio comunale, oppure la maggioranza degli elettori di Castelvecchio — e che la Giunta provinciale amministrativa di Pesaro decidesse, ripartendo i seggi in proporzione alla popolazione e disegnando il territorio di ciascuna circoscrizione. E quella decisione, dice la legge, andava pubblicata.
Quindi da qualche parte, prima del 1911, c'è una domanda e c'è una delibera della Giunta provinciale amministrativa che dividono in due il Consiglio di Monte Porzio. Non le ho trovate: sono da cercare nelle carte della Prefettura e della G.P.A. all'Archivio di Stato di Pesaro. La (E) del censimento dice che nel 1911 erano in vigore; non dice di che anno siano, né quanti consiglieri toccassero a Castelvecchio.
La facoltà è sopravvissuta al Regno e al fascismo, e la data della sua fine è esatta.
Fra quei numeri, l'11 è la norma di cui la (E) accanto a Castelvecchio era la traccia. La possibilità che una frazione eleggesse a scrutinio separato i propri rappresentanti in Consiglio comunale è stata cancellata dall'ordinamento italiano il 25 marzo 1993, dopo aver attraversato — con lo stesso identico periodo iniziale, «gli elettori di un Comune concorrono tutti egualmente alla elezione di ogni consigliere» — quattro testi unici e tre forme di Stato.
(Quello che questa ricostruzione non dice: se Monte Porzio abbia usato quella facoltà anche dopo il 1946. La norma c'era; se il Consiglio sia stato di nuovo diviso fra capoluogo e Castelvecchio in una qualsiasi delle elezioni fra il 1946 e il 1993, qui non risulta né in un senso né nell'altro.)
Un'ultima cosa, che riguarda il presente e che si misura sulla carta invece che sui libri. Fra il 2001 e il 2021 Castelvecchio e il capoluogo guadagnano quasi esattamente la stessa percentuale di abitanti — +28,2% Castelvecchio, +27,8% il capoluogo — ma il terreno che i due paesi occupano non cresce affatto allo stesso modo. Il poligono del costruito che l'ISTAT ridisegna a ogni censimento dà, per Castelvecchio, da 24,89 a 40,25 ettari; per il capoluogo, da 28,13 a 32,65.[45]
Nel 1991 Castelvecchio era il più piccolo dei due paesi per superficie costruita — 17,2 ettari contro 25,5 — e nel 2021 è il più grande, pur avendo ancora meno abitanti. Il sorpasso cade fra il 2001 e il 2011, e va verso est-nordest: il baricentro del costruito si sposta di duecento metri in trent'anni, sempre in quella direzione, e la distanza fra il bordo del paese e la zona artigianale passa da 455 a 131 metri.
Dal capoluogo, invece, Castelvecchio non si è avvicinato: fra i bordi dei due centri ci sono 565 metri, e sono fermi al decimetro dal 2001.
Le misure, i controlli, il decennio che ho dovuto scartare e il confronto con tutti i centri abitati delle Marche stanno in Come si sono allargati i due paesi.
Tutto quello che sta sopra si ferma, al più tardi, al 1993, e riguarda confini e riparti. Questa sezione è di un altro genere: è l'unica riga di questa pagina che dica a che cosa è servito il castello in un anno che qualcuno in paese si ricorda.
Nel catalogo archivistico Memorie di Marca — che descrive fondi conservati da istituti della provincia — c'è un fascicolo così:
Comitato provinciale Anpi -1983. Unità archivistica, 1983, fascicolo cartaceo. Segnatura IT ANPI-PU ANPI-PU-01-2-9-b.3-fasc.9. Ambito e contenuto: «Trascrizione dattiloscritta della registrazione degli interventi alla riunione del Comitato provinciale svolto al castello di Castelvecchio di Monteporzio allargato ai Sindaci dei comuni della provincia. Si segnalano gli interventi di: Siro Lupieri; Carlo Paladini, Gustavo Mazzoni Sindaco di Fano, Paolo Sorcinelli, Giorgio Pedrocco, Emidio Bruni, Anna Della Fornace, Adriano Salvadori, Vito Rosaspina, Mario Omiccioli, Sparta Trivella, Nino Santarelli.»[46]
Il fascicolo fa parte del fondo dell'ANPI, Comitato provinciale di Pesaro e Urbino — 181 buste, 709 fascicoli, conservate dal Comitato stesso.[47]
Quello che questa scheda stabilisce è poco e preciso: nel 1983 il castello di Castelvecchio fu la sede di una riunione del Comitato provinciale dell'ANPI allargata ai sindaci dei comuni della provincia, e di quella riunione esiste una trascrizione dattiloscritta. La descrizione elenca dodici intervenuti — fra loro Gustavo Mazzoni, sindaco di Fano, e Siro Lupieri, che nel novembre del 1944 era stato cassiere del Comitato provinciale alla sua costituzione; gli altri dieci (Carlo Paladini, Paolo Sorcinelli, Giorgio Pedrocco, Emidio Bruni, Anna Della Fornace, Adriano Salvadori, Vito Rosaspina, Mario Omiccioli, Sparta Trivella, Nino Santarelli) restano nomi senza altro riscontro su questo sito.[47]
Quattro avvertenze, perché sono più lunghe del fatto:
comitato-provinciale-anpi-**20-10-1983**, assente dalla scheda visibile. Il 22 settembre 2026, letta la scheda dal sito vivo, il suo indirizzo è cambiato in comitato-provinciale-anpi-1983, senza alcun giorno: il catalogo è stato riordinato nel frattempo (si vedano, nello stesso fondo, gli slug con un «-2» o un «-9» finale su altre schede), e la traccia del 20 ottobre non c'è più da nessuna parte raggiungibile da qui. Fino a prova contraria l'anno è 1983 e il giorno non lo so — e il non saperlo oggi poggia su una fonte in meno di prima, non su una in più.Da segnare, e riguarda tutto il sito: in questo catalogo il paese si chiama
«Castelvecchio \
(sezione aggiunta il 31 agosto 2026)
Questa pagina ha raccontato per settimane un paese che dipendeva da altri — da Mondolfo, dai Barberini, dal capoluogo — e le mancava il fatto contemporaneo che gira nel verso opposto. L'unica scuola primaria del comune di Monte Porzio sta a Castelvecchio. Non una succursale: l'unica.
Il sito dell'istituto comprensivo statale «E. Fermi» di Mondolfo, che gestisce tutte le scuole del comune, elenca fra i suoi tre plessi di scuola primaria:
SCUOLA PRIMARIA "MONSIGNOR POLVERARI" - CASTELVECCHIO DI MONTE PORZIO[48]
e nell'anagrafe delle scuole statali del Ministero il comune ha una sola
scuola primaria in tutte e dodici le annualità dal 2015/16 al 2026/27 — il
codice PSEE832033, via 4 Novembre 17.[49] Le due righe non
possono che descrivere la stessa scuola.
Ne segue il modo in cui si cresce da queste parti, e vale la pena scriverlo per esteso: i bambini di Monte Porzio fanno l'asilo nel capoluogo, i cinque anni delle elementari a Castelvecchio, e per le medie tornano nel capoluogo.
Qualche numero, tutto dalle rilevazioni ministeriali. Nell'anno 2024/25 la primaria di Castelvecchio aveva 102 alunni in cinque classi; nel 2017/18 ne aveva 131 in sette.[50] Su 234 bambini che nel 2024/25 andavano a scuola nel comune, dunque, poco meno della metà veniva a scuola qui. L'orario pubblicato dall'istituto dà ingresso alle 8.00, uscita alle 13.00 il lunedì, il mercoledì e il venerdì, alle 16.00 il martedì e il giovedì, con mensa scolastica gestita dal Comune.[48]
L'edificio è del 1963, secondo l'anagrafe dell'edilizia scolastica del
Ministero (codice 0410380514).[51] Quella data ha un riscontro
indipendente e a quarantacinque anni di distanza, ed è nel libro da cui viene
quasi tutta questa pagina: negli anni 1966-1968, racconta Polverari, il
Comune metteva sul mercato terreni convenzionati «a Monteporzio a sinistra del
Viale Cante di Montevecchio ed a Castelvecchio dietro il fabbricato delle
scuole».[52] Tre anni dopo essere stato costruito,
l'edificio era già il punto con cui si indicava dove il paese stava per
allargarsi. (La crescita del costruito che questo sito ha misurato è un'altra e
più tarda — dal 1991 al 2021, ed è in Come si sono allargati i due
paesi: quella degli anni Sessanta non l'ho misurata, la
riporta Polverari.)
Il nome è del dicembre 1999. La presentazione della ristampa del 2014 del libro di Polverari scrive che «nel dicembre del 1999 gli venne intestata la scuola elementare di Castelvecchio»: è la sola fonte trovata per quella data, ed è locale e recente.[53] Il registro del Ministero il nome proprio lo ha perso per strada nel 2016/17 — l'ente che la scuola la gestisce, no. La vicenda per esteso, con le due spiegazioni possibili, sta in Le scuole di Monte Porzio.
Una via collocata, su ottantasei. Lo stradario del Comune elenca le vie del comune in un elenco unico, senza dire quali stiano nel capoluogo e quali qui. Via 4 Novembre è la prima che questo sito riesca a collocare, e ci riesce per via indiretta: perché ci sta dentro una scuola di cui un ente dichiara la località.
Tre cose che questa sezione non dice, e sono le domande che lascia aperte: che cosa ci sia scritto sulla facciata dell'edificio (nessuna delle due fonti è una fotografia); dove andassero a scuola i bambini prima del 1963; e se fra capoluogo e frazione esista uno scuolabus, che con una primaria sola nella frazione dovrebbe esistere per forza — ma «dovrebbe» non è una fonte.
sources/cache/codice-san-gaudenzio.pdf. Introduzione, cap. IV, par. 4, a, pp. CXXX-CXXXI del volume = pp. 130-131 del PDF, con le note 322 (il Rivo Maugere, la confinazione del 1183 da STB II, n. 218 e l'ubicazione sul Monte San Martino, cf. BER 2002, p. 350) e 323 (Villani 2004-I, p. 35, nota 4). Quelle pagine non hanno testo estraibile: sono state renderizzate a immagine con gs a 150 dpi e lette a vista (sources/cache/csg-p130.png, csg-p131.png). Letto il 21 agosto 2026.gs -r170 dal PDF in cache (sources/cache/csg-p212.png, csg-p213.png) e lette a video il 21 agosto 2026. Le due voci del 2004 sono, nell'ordine, I centri murati in età medievale (Ancona 2004) e I processi di formazione dell'identità comunale, due città a confronto: Senigallia e Jesi, in Marca 2004, pp. 271-388. L'abbinamento con «V 2004-I» e «V 2004-II» è stato ricavato dalle pagine citate nelle note del volume, non dall'ordine della bibliografia.http://sit.provincia.ancona.it/sit/pubblicazioni/CENTRI_MURATI.pdf), ma quell'host non risponde: tre risvegli di curl andati in timeout su 80 e 443, fra il 21 e il 22 agosto 2026. La copia usata è la cattura del 2 settembre 2018 della Wayback Machine (https://web.archive.org/web/20180902012322/http://sit.provincia.ancona.it/sit/pubblicazioni/CENTRI_MURATI.pdf), scaricata il 22 agosto 2026 e conservata in sources/cache/villani-2004-centri-murati.pdf. Il volume ha uno strato di testo OCR, che su questa pagina confonde l/t e ll//: le due citazioni qui sopra sono state verificate sull'immagine della pagina, resa con gs a 200 dpi e letta a vista. La grafia «Arch. di Stato di pesaro», con la minuscola, è dell'originale..MCLXXXXVI. e il numero d'ordine .CCXXXXI. Testo estraibile dal PDF in cache, letto il 22 agosto 2026.sources/cache/codice-san-gaudenzio.flat.txt) e quello del volume di Villani (sources/cache/villani-2004-centri-murati.txt). Procedimento: si estraggono dall'edizione tutti i numeri d'ordine del codice — che l'edizione stampa nella forma .CCII us. — insieme al regesto e alla data che li accompagnano, e si attribuisce a ciascuno l'ultimo marcatore di pagina del manoscritto, «(p. N)», che l'edizione stampa in margine; poi si cercano nel volume di Villani tutte le citazioni «S. Gaudenzio, p. N, n. X» e si confronta. Dei 323 regesti dell'edizione, l'estrazione automatica ne riconosce 247 con numero d'ordine leggibile: i pochi casi che servivano e che non erano stati riconosciuti (regesti 215 e 228, la cui data è scritta rispettivamente .MCLV. e .MCC., e il 183, .MCXXXVII.) sono stati cercati e letti uno per uno. Il metodo vale quanto vale l'OCR: le righe su cui questa pagina fonda una conclusione sono state riscontrate sull'immagine, e quelle su cui non lo sono state sono dichiarate deboli nella nota alla tabella.gs -r150 dal PDF in cache (sources/cache/villani-sheet126.png, villani-sheet139.png) e lette a vista il 22 agosto 2026. Nell'edizione, il regesto 183 porta .MCXXXVII. e ordine .CXXXXVI us. (l'abate Bonatto di Sitria rinnova a Giacomo di Trasberto «mediet(atem) castri Ysule cum mediet(ate) eius curie»), e il regesto 228 porta .MCC., ordine .CLXXXXI us. e la pagina del codice (p. 65) stampata in margine (l'abate Domenico rinnova a Petruccio Cavallone «totum castellare de subto de Peretulo»).gs -r170 e gs -r400 (sources/cache/villani-sheet114.png, villani-p113-1220.png, villani-p113-numero.png) e letta a vista il 24 agosto 2026: il numerale stampato è LXXXXIIII, con quattro X e quattro I, e il ritaglio ingrandito lo mostra segno per segno. Nel testo estratto dallo stesso PDF la riga esce come «(5. Gaudenzio, p. 35, n. lXXXXIIII)»: la S dell'abbreviazione è letta come un cinque, ed è per questo che la citazione non si trovava. Nella stessa scheda Villani cita il codice una seconda volta — «(5. Gaudenzio, p. 80, n. CCXXXXIII)» per il 1304, travestita allo stesso modo — ed è la riga del 1304 già in tabella, che il censimento del 22 agosto aveva raccolto per altra via..MCCXXVIII., numero d'ordine .LXXXV us.. La citazione di Villani che vi corrisponde è a p. 138 del suo volume, letta sulla stessa immagine della nota precedente. Nella stessa scheda Villani cita altre tre volte il codice — p. 62 doc. CLXXVIII (1155), p. 65 n. CLXXXI (1200), p. 19 n. XVIIII (1211) — e sono tutte e tre già in tabella..MCCXXXVI., numero d'ordine del codice .CCII us., l'abate Armanno di Sitria a donna Matilde di don Giacomo di Attone. Testo estraibile dal PDF in cache, letto il 22 agosto 2026. La citazione di Villani che vi corrisponde sta a p. 127 del suo volume, scheda 43 — ISOLA CASALVACIS..MCCXX., numero d'ordine .LXXXIIII us.; don Rodolfo, abate di San Gaudenzio, rinnova a Giovanni, Accomadolo e Apduso di Alberto Bruno «o(mn)es poss(essiones) et tenim(en)ta que ipsi habent de iu(r)e dicte ecclesie», fra cui «unam p(etiam) t(erre) in castellare Montis G(ra)ssi, iux(ta) Actonem Rugerii», con censo di undici denari ravennati; roga il notaio Iacobus. La nota 3 dell'apparato colloca il castellare presso la ecclesia S. Marci de Teula, detta «de Monte Grassorum» nel 1290, oggi il Monte S. Marco presso Bettolelle. Il marcatore di pagina del manoscritto (p. 35) è stampato in margine in testa al regesto 118, e il (p. 36) in testa al 122. Rese con gs -r400 e lette a vista il 24 agosto 2026 le pagine del PDF 320 (regesti 117 e 118, con il marcatore (p. 35)), 321 (119), 322 (120) e 323 (121, in cache come sources/cache/csg-p323.png): i cinque numeri d'ordine .LXXX us. … .LXXXIIII us. sono stati letti sull'immagine uno per uno, non sul testo estratto..MCCXXVI., numero d'ordine .CXIIII us.; Andreas Boninus, sindicus co(mun)is Cur(inal)ti, misit in poss(essionem) et tenuta(m) do(n)pnum Peregrinum, abbatem S(ancti) Gaudentii, unius orti … posit(i) in burgo Curinalti, iuxta Me(r)catale(m). Il marcatore di pagina (p. 43) è stampato in testa al regesto 149, il (p. 44) dopo il 151: la pagina 43 del manoscritto porta dunque i regesti 149 (1230, una vigna in f(undo) Mont(is) Phy(lippi)), 150 (1236, un campo in f(undo) de Piczalibus) e 151. Solo il terzo riguarda Corinaldo. La citazione di Villani che vi corrisponde è a p. 120 del suo volume, scheda 34 — CORINALDO, resa con gs -r90 e letta a vista il 24 agosto 2026..MCCXXXV., numero d'ordine .CLXX us.; l'abate Peregrino rinnova ad Adamo di Marto di Bonomo tre parti pro indiviso di una terra «posit(as) in f(undo) S(ancti) Erasini territ(orii) Seneg(al)lie». Il marcatore (p. 59) è in testa al regesto 206 e il (p. 60) dopo il 207: la pagina 59 porta due atti, e il 206 è del 1180 e sta in f(undo) Vie Albe. La citazione di Villani è a p. 146, scheda 70 — S. ERASMO, resa con gs -r90 e letta a vista il 24 agosto 2026. Villani scrive Sancti Erasmi, l'edizione Sancti Erasini: è lo stesso luogo, la pieve di Sant'Erasmo fra Ostra e Senigallia a monte di Bettolelle.(p. 14) in testa al 36, (p. 15) dopo il 40), datati .MCCXXXV., .MCCXXXVII., .MCCXXXVIIII., .MCCXXXVII. e .MCCXXXVIII.. Il regesto 36 riguarda una vigna «in curte Rupule, in f(undo) Montis Put(r)isi sive Stangni». Nella nota 4 di quello stesso regesto l'edizione scrive che Bartholinus Sichelmi «è enfiteuta dell'eremo di Fonte Avellana in curte Rupule dal 1226 (CFA III, n. 493⁶)»: è il primo dei tre numeri avellaniti che Villani cita nella stessa riga. La citazione di Villani è a p. 145, scheda 68 — RUPULA, dove sta anche il rimando del 1154 (S. Gaudenzio, p. 32, n. LXXI) già in tabella; pagina resa con gs -r60 e letta a vista il 24 agosto 2026.gs -r150 -dFirstPage=122 dal PDF in cache (sources/cache/villani-p121.png) e letta a vista, non dall'OCR. Letta il 22 agosto 2026..MCLXXXXVIII., numero d'ordine .XIII us., rubrica Mon(asterii); la refuta di Pietro di Mabilia alla chiesa di S. Benedetto e al priore Assalone. Testo estraibile dal PDF in cache, letto il 22 agosto 2026.gs -r170 dal PDF in cache e letta a vista, 22 agosto 2026.gs -r170 dal PDF in cache e letta a vista, non dall'OCR. Letta il 22 agosto 2026. La sigla, sciolta nell'elenco delle abbreviazioni dello stesso volume (p. 12): «RSe = A. Polverari, Regesti Senigalliesi, Senigallia 1974» — opera che il cantiere non ha..MCLXXXXV., numero d'ordine del codice .LXXVIIII us., l'abate Rainerio di Sitria a don Atto, Aldutio e Gozone di Martino di Pietro e ad Atto e Pietro di Alberto di Pietro. Nell'apparato, la nota 3 identifica il luogo con «Vaccarile, già definita Vacaria nel 1104». Pagina del PDF resa con gs -r150 e letta a vista il 22 agosto 2026. La nota 1 dello stesso regesto, letta il 22 agosto 2026, accosta gli enfiteuti a «un Petrus de Alberto, un Gozo de Martino e un Marto de Petri … citati in un atto avellanita del 1188 relativo a un'area della curia Collalti, districtu Sasferrato (CFA II, n. 313)».gs -r110 (sources/cache/csg-bibl-208.png) e letta a vista il 22 agosto 2026. Nella stessa pagina si leggono anche «RD = Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII-XIV. Marchia, Umbria, a cura di P. Sella … Città del Vaticano 1950, 1952» e le due voci «RRC» dei Regesti di Rocca Contrada curati da Villani. La ricerca su Internet Archive dei Regesti senigalliesi, fatta il 21 agosto 2026 con due interrogazioni distinte, aveva dato zero record: il libro resta non visto.sources/cache/quaderno-150.txt, riga 3411). È lo stesso manoscritto — Bernardino Montanari, Croniche delle chiese benefici ed altro, tre tomi, cancelleria vescovile di Senigallia — che Polverari elenca fra le sue fonti inedite (vedi Gli archivi dietro il libro) e da cui viene, nello stesso tomo III, a un solo foglio di distanza, la serie dei parroci di Castelvecchio (nota 6 di quel capitolo: «Montanari, ff. 326v-327v», riga 3961 dello stesso file). Non è una coincidenza di nome: sono le due citate più vicine fra loro di tutto il libro allo stesso manoscritto. Rilettura del 13 settembre 2026, a rete zero, sulla cache già in archivio dall'8 agosto.mirar il 18 settembre 2026, pagina dichiarata «aggiornata il 26/04/2026». Fonte primaria: è il Comune che descrive un proprio bene. Non porta firma d'autore né bibliografia propria.mirar il 19 settembre 2026, pagina dichiarata «aggiornata il 26/04/2026». Nessuna sezione «Descrizione» in pagina: solo indirizzo, orario e contatti.guanciarossa.it, sezione Castelvecchio: https://www.guanciarossa.it/castelvecchio/Paese/paese.htm, letta il 18 settembre 2026. Nessuna data di redazione dichiarata in pagina; il portale (guanciarossa.it/monteporzioportal/) si firma «Webmaster» e porta un copyright 2005-2008. Non cita fonti per le date 1808/1816/1827/1866: la sola citazione con fonte, nella stessa pagina, è un passo di Gaetano Torri (1733) già noto a questo sito tramite Polverari.LocalitaPuntuali_21.zip, tavola Localita_2021_Point, campo POP21 per la riga Castelvecchio del comune PRO_COM = 41038; edizioni 1991 e 2001, file regionali R11_91_WGS84.zip e R11_01_WGS84.zip (Marche), tavole LOC_R11_91 e LOC_R11_01. L'edizione 2011, tavola LOC_R11_11, ha nomi, quote e denominazione ma nessuna colonna di popolazione: è per questo che il 2011 manca. Scaricate dal portale ISTAT il 26 e il 27 agosto 2026; i file, i campi letti e i controlli sui totali stanno per esteso in Le località del comune. È una fonte primaria, ed è un prodotto diverso dai volumi a stampa citati nelle altre righe della tabella: misura lo stesso oggetto — il centro abitato, senza le case sparse — ma per altra via. Sui due anni in comune, 1991 e 2001, i quattro numeri coincidono.gazzettaufficiale.it, archivio storico), che ha il testo trascritto. La riga di raccordo stampata sotto il numero dell'articolo — «Testo unico, art. 57» — è il rinvio al testo unico precedente, quello citato dalle avvertenze del censimento del 1911.edizionieuropee.it (§ 39.2.8 e § 39.2.12): fonte unica e non ufficiale, non ancora confrontata con la Gazzetta. Nella versione vigente del 1960 gli artt. 11 e 12 non compaiono più, sostituiti dal rinvio alla nota di abrogazione.strumenti/crescita-centri.py, il 30 agosto 2026; il metodo, i collaudi e i limiti dichiarati stanno in Come si sono allargati i due paesi.sources/cache/mdm-anpi-1983.html. Il 22 settembre 2026, con un browser vero (mirar), il sito vivo si è aperto senza ostacoli, al nuovo indirizzo https://memoriedimarca.it/index.php/comitato-provinciale-anpi-1983 (copia in sources/cache/memoriedimarca/comitato-provinciale-anpi-1983.html) — da questa lettura viene l'elenco completo dei dodici intervenuti, che la copia del 2020 non riportava per intero. Il fascicolo è raggiunto dal termine di luogo «Castelvecchio \sources/cache/mdm-castelvecchio-20190818044103.html). Una descrizione archivistica è un inventario, non il documento: dice che cosa una carta contiene, secondo chi l'ha ordinata. Un fascicolo diverso e più ricco, trovato lo stesso giorno cercando «Monteporzio» invece di «Castelvecchio», sta nella pagina sullo schedario della Resistenza.sources/cache/mdm-associazione-naziona.html. La storia istituzionale è scritta dall'archivio dell'associazione sulla propria associazione: è la voce di una parte, ed è la migliore che ci sia sui propri atti interni.www.istitutocomprensivofermi.edu.it/index.php/le-nostre-scuole/scuola-primaria), consultata il 30 agosto 2026; copia in sources/cache/. Affidabilità: alta per ciò che riguarda sé stessa — è l'ente che gestisce la scuola a dire dove sta e come si chiama; sullo stesso sito, altre pagine sono ferme al testo segnaposto del modello. Il dettaglio sta in Le scuole di Monte Porzio.dati.istruzione.it), dataset «Anagrafe delle scuole statali» (DS0400SCUANAGRAFESTAT), dodici annualità dal 2015/16 al 2026/27, righe con CODICECOMUNESCUOLA = F589 (codice catastale di Monte Porzio (PU); Monte Porzio Catone ha un codice diverso). Copie in sources/cache/. Avvertenza sul campo: questa anagrafe scrive il comune, non la località — la frazione, da qui, non si legge. È l'errore che questo sito ha pubblicato il 30 agosto 2026 e corretto il giorno dopo.DS0030ALUCORSOINDCLASTA), annualità 2017/18 e 2024/25, righe del codice PSEE832033; somma di maschi e femmine su tutte le classi, calcolata qui. Il totale di 234 bambini nel comune comprende anche le due scuole dell'infanzia e la secondaria di primo grado, che stanno nel capoluogo: la serie completa è in Le scuole di Monte Porzio.EDIETAORIGINESTA202120242520250806.csv), anno scolastico 2024/25, edificio 0410380514. Da prendere con prudenza per l'anno esatto: nelle anagrafi dell'edilizia l'anno di costruzione è di norma una dichiarazione dell'ente proprietario, non un dato di catasto.dizionariogeogra00ital (https://archive.org/details/dizionariogeogra00ital), file dizionariogeogra00ital_djvu.txt — consultato il 9 settembre 2026. Fonte singola: non ho trovato una seconda edizione o un secondo esemplare con cui incrociare questa voce (regola 7).