La pieve è nominata in una bolla del 1223 e nel 1367 si chiama Sant'Angelo, non San Michele. Da lì in avanti quattro testi a quattro distanze diverse raccontano lo stesso edificio, e nei punti in cui si smentiscono dicono più che quando vanno d'accordo.
Ultima verifica: 3 ottobre 2026.
Della chiesa parrocchiale di Monteporzio — San Michele Arcangelo — questo cantiere ha tre testi, e la cosa che li rende utili è che sono a distanze diverse dalla cosa descritta:
Tutti e tre sono stampati nello stesso volume: il primo e il secondo come documenti dell'appendice (nn. 5 e 13), il terzo come testo dell'autore. Non sono tre fonti indipendenti in tutto — è una sola pubblicazione, e chi ha scelto che cosa stampare è la stessa persona. Ma i primi due sono scritti da due mani diverse a più di tre secoli di distanza, e quando divergono, la divergenza è un dato.
Dal 20 agosto 2026 se ne aggiunge un quarto, ed è di quelli che vanno maneggiati con cura: il libretto del santuario stampato nel 2000 dalla parrocchia. Nella sua parte storica dichiara di derivare da Polverari (e da Mencucci e Canestrari), e infatti in più punti lo ricopia parola per parola: non conta come secondo testimone. Serve a due cose sole, e sono tutte e due dichiarate qui sotto — a portare a passi di Polverari che questo cantiere non aveva mai letto, e a mostrare dove il riassunto del 2000 si scosta dal libro del 1980.[2]
Questa pagina racconta l'edificio. Dell'oggetto per cui questa chiesa porta anche il nome di Santuario del Crocifisso, e del colera del 1855 che ne fece la fortuna, c'è ora una pagina a parte: il Crocifisso, il colera e due immagini. Un fatto che vi si documenta cambia la lettura degli altari qui sotto: fino al 26 settembre 1883 il Crocifisso non ebbe un altare proprio, e stava a quello della Madonna della Misericordia.
Di un secondo altare c'è ora una pagina a parte, ed è quello di sant'Eurosia, fabbricato nel 1896: lì l'inventario smette di descrivere e si mette a indagare, mettendo in fila quattro inventari più antichi per capire da quando in paese si venera quella santa.
Dal 21 agosto 2026 questa pagina ha una quinta fonte, ed è di gran lunga la più solida: l'edizione critica del «Codice di San Gaudenzio», il cartulario del monastero senigalliese, curata da Ettore Baldetti per la Deputazione di Storia Patria per le Marche nel 2006.[3] È una fonte diversa da tutte le altre di questa pagina per due ragioni: è un'edizione di documenti, non un racconto, e riporta atti anteriori di un secolo alla prima menzione della pieve.
Nella sua introduzione c'è una sezione intitolata così — le parentesi quadre sono del curatore:
5. Priorato di S. Michele [di Monteporzio][4]
Non è la chiesa di questa pagina. È un priorato, cioè una dipendenza monastica, e sta fuori dal paese:
Priorato, attestato nel cartulario fra il 1145 (reg. 138) e il 1179 (reg. 88), già ubicato nel territorio di Monteporzio, nei pressi dell'attuale capoluogo, a E-SE, fra il Fosso dell'Inferno, il medievale rivus S. Michaelis sive Salecti, il cui corso è contiguo al confine con Mondavio, e la località Cona, situata presso la sponda sinistra del fiume Cesano a SE del centro comunale. Sorgeva quindi in prossimità di un antico diverticolo della Via Flaminia, attuale strada Cesanense, nel distretto altomedievale della Bulgaria.[4]
Il cartulario non descrive mai questo priorato: lo si vede solo di lato, perché il suo priore roga o rinnova enfiteusi. Sono quattro registrazioni, e i nomi di priore che vi si leggono sono quattro — ma le persone, secondo l'edizione, sono tre: Iohannes compare due volte, nel 1145 e nel 1179.
| reg. | anno | chi | che cosa | dove |
|---|---|---|---|---|
| 138 | 1145 | do(n)pnus Iohannes, prior Sancti Michael(is), insieme con do(n)pnus Acto, abbas S(ancti) Gaudentii | rinnovano al comes Culfo e alla moglie Auhicta tutto quanto tengono, più un pascolo | in loco de Larassia |
| 243 | 1160 | do(n)pnus Rainaldus, prior S(ancti) Michael(is) | rinnova a Letolus Guidoli Micculi un roncum | in cona S(ancti) Michael(is), verso la terra filiorum Offi |
| 88 | 1179 | do(n)pnus Iohannes, prior S(ancti) Mich(a)el(is) | rinnova a Cintius, Ugolinus e Phylippus de Bonzo una proprietà e il campum de Fumacto | in comit(atu) Seneg(al)lie, in f(undo) Salecto; quarto confinante Bulgarese |
| 8 | senza data, poco dopo la metà del sec. XII | do(n)pnus Goro, priore S(ancti) Michaelis | riceve da Iacobus Bonfilii un palmentum case | in t(er)ri(tori)o castri de Monte Ceringno |
Che i priori siano tre e non quattro è una decisione dell'edizione, non un conto mio (verifica del 6 settembre 2026). Chi legge la tabella vede Iohannes nel 1145, Rainaldus nel 1160 e di nuovo Iohannes nel 1179: due atti a trentaquattro anni di distanza, con un altro priore in mezzo. Sarebbe lecito chiedersi se siano due uomini omonimi. Il volume risponde, e risponde dove non si guarda: nell'indice dei nomi di persona, sotto la voce Iohannes, c'è una sola sottovoce «prior S. Michael(is)» e porta tutti e due i regesti, 88 e 138. Rainaldus e Gorus hanno ciascuno la propria sottovoce, con un regesto solo.[5]
La risposta vale perché quell'indice sa distinguere gli omonimi, e lo fa per esteso: sotto la stessa voce Iohannes ci sono quattro abati di San Gaudenzio, e tre di loro sono marcati «(altro)». La parola compare tredici volte nel volume, tutte e tredici dentro quell'indice. Se i due priori fossero stati due, il curatore aveva la convenzione pronta e non l'ha usata: il raggruppamento è un atto deliberato. Resta quello che l'identificazione implica e che nessuna pagina dice — un uomo priore nel 1145 e ancora nel 1179, con Rainaldus in mezzo nel 1160; cioè una carica lasciata e ripresa, o due periodi distinti dello stesso priorato.
Due cose vanno dette subito, e vengono dall'edizione stessa. Il nome del priore del reg. 8 è dato con riserva: l'apparato annota «lettura dubbia. Garo?» — e l'indice registra la voce come «Gorus / Goro», senza raccogliere il dubbio. E il reg. 138 è l'atto che spiega che cos'era questo priorato rispetto al monastero: il priore di San Michele e l'abate di San Gaudenzio rinnovano insieme, con un verbo solo al plurale — renovaverunt.
Il reg. 8 è lo stesso atto che nomina il castrum de Monte Ceringno, del quale si parla nella pagina di storia: il legame patrimoniale fra il priorato e quel castello è uno dei due argomenti con cui il curatore prova a datarne l'origine.
Le tre date reggono a un controllo che non passa da chi le ha stampate (verifica del 21 agosto 2026). Il volume ha, a p. LXXXIX, una cronotassi degli abati di San Gaudenzio: un elenco di ventitré nomi dall'808 al 1294, con per ciascuno il primo e l'ultimo regesto in cui compare.[6] È costruito sui documenti, non sulle note, e serve da controllo incrociato interno: se la data che un regesto porta cade dentro l'abbaziato giusto, le due cose si tengono. Per i tre atti datati di questa tabella il conto torna:
| reg. | anno | abate in carica secondo la cronotassi |
|---|---|---|
| 138 | 1145 | Acto, 1145 (reg. 138) – 1148 — ed è questo stesso documento a essere il primo in cui compare: quadra perché è la stessa riga |
| 243 | 1160 | Leo, 1155 – 1167 |
| 88 | 1179 | Berardus, 1178 – 1181 |
Il primo è una tautologia e lo dichiaro; gli altri due no, e sono due riscontri veri. Serve anche a un'altra riga di questo sito: il reg. 288, del 1211, è quello in cui l'abate Dominicus dà in pegno beni nel castello di Girardo (vedi Storia), e la cronotassi mette Dominicus fra il 1192 e il 1213. Il reg. 8, che è senza data, resta fuori: non nomina l'abate.
Un dettaglio della cronotassi vale per sé: due nomi sono stampati fra parentesi quadre — Philippus nel 1241 e Gratia nel 1256 — e l'edizione spiega perché, in nota: non sono abati ma rectores, «una reggenza temporanea dovuta ad una vacanza abbaziale».[6]
L'ancoraggio al territorio è una catena di toponimi, ed è tutta nella nota 3 al reg. 8: il Monte Cerringno del reg. 8 stesso; la cona Sancti Michaelis del reg. 243 (a. 1160); il fundo Salecto del reg. 88 — confrontato con il rivus S. Michaelis sive Salecti del 1428, che il curatore prende dal quaderno di Polverari.[4] Cioè: un fosso che nel Quattrocento porta due nomi, e uno dei due è il santo.
Restano due punti che l'edizione non chiude, e li scrivo perché chi rilegge queste carte li ritroverà.
.MCLXXVIIII., cioè 1179, e l'introduzione scrive anch'essa 1179. Verificato
sul testo reso: la data del regesto è 1179. È il quarto rimando sbagliato che
questo cantiere trova in questa edizione, e come i tre precedenti sta in una
nota, non nel testo latino né nelle date dei regesti.
Il secondo è una parola in margine. In testa al reg. 243 — quello della cona Sancti Michaelis — l'edizione stampa l'annotazione marginale «Co(rinal)to», e l'indice dei toponimi registra il reg. 243 sotto Curinaltum / Corinalto / Corinaldo. Ai piedi dello stesso regesto l'altra annotazione marginale legge «In cona S(ancti) Mich(a)el(is)», e l'introduzione colloca quella cona presso Monteporzio. Le due indicazioni tirano da parti diverse e l'edizione non spiega come si conciliano. Non ho elementi per scegliere: lo lascio scritto.
C'è una seconda chiesa di San Michele a poca distanza, e confonderle è facile. L'edizione le dedica una sezione a parte, la successiva:
6. Ecclesia S. Michaelis Colline Urbani — La chiesa di S. Michele è attestata per la prima volta il 13 marzo 1154 [...] Il tempio era situato nell'attuale territorio comunale di Corinaldo, lungo la strada provinciale Corinaldo-Monterado, ai confini con Castelcolonna.[4]
La nota 3 al reg. 8 la esclude esplicitamente dall'identificazione con quella di Monteporzio. E c'è una prova che le due erano distinte già a suo tempo, e sta in un documento che questa pagina cita da anni: la bolla di Onorio III del 29 maggio 1223 al vescovo Benno. Nell'elenco delle pievi senigalliesi la bolla scrive, a poche parole di distanza, «plebem Sancti Michael(is) de Colle Urbano» e «plebem Montis Porci».[7] Nel 1223, dunque, una pieve di San Michele nella diocesi c'era — e non era questa: la pieve di Monteporzio è nominata senza santo, come Polverari aveva notato.
Qui l'edizione smette di editare documenti e comincia a ragionare. Lo segnalo perché la differenza conta: quello che segue è un'ipotesi firmata da uno studioso, non una cosa che una carta dica.
Sull'origine: «Venne probabilmente fondato da un gruppo di tradizione nomadica e longobarda come si dedurrebbe dall'agionimo, riferito all'arcangelo guerriero protettore dei Longobardi, e dal rapporto patrimoniale con il castrum de Monte Cerrengno (reg. 8), il cui fitonimo, derivato dal latino cerrus 'cerro', Quercus cerris, imponente specie di quercia, potrebbe rinviare all'economia silvo-pastorale delle popolazioni nomadiche germaniche, le quali riservavano una particolare considerazione a questi alberi di fondamentale importanza per il pascolo dei suini».[4] Tre condizionali in quattro righe: sono suoi, e restano.
Sulla fine, e su come il nome sarebbe arrivato in paese:
Nella elencazione delle pievi senigalliesi della bolla di Onorio III al vescovo Benno, del 1223, si cita per la prima volta il distretto plebano di Monteporzio (App. II, 5, l. 37), centro abitato anteriormente associato alla chiesa di S. Pietro, tempio che in decorrere di tempo scompare per essere sostituito dalla sede plebana poi parrocchiale di S. Michele di Monteporzio. Sembra quindi evidente che, a causa della crisi degli enti monastici connessa con l'avvento dell'età comunale e della nuova distrettuazione plebana incentrata sul capoluogo Monteporzio, la sede religiosa privata venisse abbandonata ed il culto di S. Michele fosse trasferito nel nuovo centro castrense.[4]
«Sembra quindi evidente» è una deduzione, ed è la sua. Ma è una deduzione che risponde alla domanda che Polverari aveva lasciato aperta nel 1980 — perché nei documenti del Duecento la pieve di Monteporzio non porti il nome di un santo — e ci risponde in modo diverso da lui. I due sono d'accordo su una cosa sola, ed è quella che conta: la parrocchiale di oggi non sta dove stava il primo San Michele. Polverari immaginava un paese che scendeva dalla collina; Baldetti mette il San Michele più antico a est-sudest, verso la sponda sinistra del Cesano. E il «rio San Michele» su cui Polverari si era interrogato — «possa riferirsi alla nostra chiesa?» — nella ricostruzione del 2006 è il confine del priorato.
E che la chiesa di S. Pietro nominata sopra sia il Castel San Pietro dei Bulgari di cui parla la pagina di storia è probabile ma non scritto: il curatore rimanda a una carta del 1127 che legge «In Bulgaresco Sancti Petri Montis Porci, in fundo Montis Porci».[4]
Il comes Culfo del 1145 non resta un nome isolato. La nota 1 al reg. 138 lo lega a un toponimo che questo sito ha già incontrato: «L'antroponimo Culfo potrebbe aver dato origine al più tardo toponimo Castellare de Guphia, attestato nel 1290 presso Piaggiolino, nelle vicinanze di Monteporzio e dell'ecclesia Sancti Michaelis».[4] La stessa nota fa dei Culfoni un gruppo legato ai Girardi, «che detenevano un castello limitrofo», e agli Offoni, «leaders della bassa valle» — gli stessi filii Offi che nel 1160 confinano con la cona Sancti Michaelis. Su Piaggiolino c'è una pagina a parte; il Castellare de Guphia è materiale per lei, non per questa.
(sezione aggiunta il 21 agosto 2026, sera)
Tutto quello che sta qui sopra viene da note dell'edizione. Il testo dell'Introduzione, in un paragrafo che questo sito non aveva ancora letto — cap. IV, par. 4, a, p. CXXIX, dentro il blocco di pagine che il PDF consegna senza testo estraibile — racconta la stessa cosa per esteso, e la mette dentro una storia.[8]
Il paragrafo descrive la Bulgaria come una «distrettuazione pre-comunale o feudale della bassa valle del Cesano», nata in età longobarda con lo scopo di sorvegliare la foce del fiume. Poi:
Con l'avvento della dominazione franca, il feudo, ben delimitato a monte dai possessi dell'abbazia ravennate di S. Apollinare in Classe, venne probabilmente affidato ad un conte, che pose la sua sede in una zona centrale, sulle colline del territorio di Monteporzio (reg. 138), sulla sinistra del fiume, dove gli abitanti del luogo d'origine longobarda avevano provveduto a creare un centro monastico dedicato a S. Michele Arcangelo.[8]
E subito dopo, la frase che spiega come quel monastero sia finito nel cartulario che lo nomina quattro volte:
La crisi delle istituzioni imperiali, agli inizi del secolo XII, dovette favorire la devoluzione di gran parte di tali terre pubbliche, nel frattempo per lo più accorpate nei patrimoni monastici di S. Michele e di S. Gervasio di Bulgaria, all'abbazia riformata di S. Gaudenzio.[8]
Due cose valgono la lettura.
La prima: il priorato non nasce come dipendenza di San Gaudenzio, lo diventa. Il dossier dei quattro regesti — 138, 243, 88, 8 — lo mostra sempre già dentro l'orbita dell'abbazia senigalliese, e in uno di essi (reg. 138, anno 1145) il priore rinnova addirittura insieme all'abate, al plurale. Il testo dell'Introduzione dice perché: le terre pubbliche del vecchio feudo, accorpate nel frattempo nel patrimonio di San Michele, sarebbero passate a San Gaudenzio nella crisi dell'inizio del XII secolo. È una ricostruzione, con il suo «dovette favorire», non un documento; ma dà al dossier una direzione che finora non aveva.
La seconda: la fondazione longobarda, qui, non è più al condizionale. Nella nota al reg. 8 il curatore scrive «venne probabilmente fondato da un gruppo di tradizione nomadica e longobarda come si dedurrebbe dall'agionimo». Qui, nel testo corrente, la stessa cosa è affermata di seguito, come parte del racconto: «gli abitanti del luogo d'origine longobarda avevano provveduto a creare un centro monastico dedicato a S. Michele Arcangelo». Il «probabilmente» che resta in questa frase è appeso al conte, non al monastero. Non ne faccio una correzione dell'autore: è la stessa ipotesi, esposta due volte con due gradi di cautela diversi, e chi cita l'una senza l'altra dice più o meno di quanto il volume regga. La versione prudente è quella della nota, e questa pagina continua a tenersi quella.
Sono due frasi dello stesso autore, nello stesso volume, sullo stesso documento, e indicano due punti diversi — non lontanissimi, entrambi sulla sinistra del Cesano, ma diversi. Può darsi che «zona centrale» sia detto largo e che le due frasi convivano; può darsi di no. Questo sito non lo risolve: le scrive tutte e due, e le lascia una accanto all'altra.
Prima di questa sezione la pagina cominciava a fine Cinquecento, perché era lì che cominciava la parte del capitolo di Polverari che era stata letta — le pp. 77-79. Le quattro pagine precedenti, pp. 73-76, non le aveva aperte nessuno, e sono quelle in cui la chiesa esiste da tre secoli senza che questo sito lo sapesse.
Il capitolo si intitola La pieve di San Michele Arcangelo, e comincia spiegando la parola:
Il termine pieve indica tre elementi essenziali: il popolo (dal nome stesso che viene dal latino plebs) cioè la comunità dei fedeli battezzati, la chiesa con il fonte battesimale e la sua dote beneficiale e il territorio.[1]
La pieve di Monteporzio è nominata, insieme con altre venti pievi della diocesi di Senigallia, nella bolla di Onorio III del 29 maggio 1223 al vescovo Benno, e in quella di Gregorio IX del 1° novembre 1232 al vescovo Giacomo III.[1]
Le tre date esistono tutte e tre, e sono tre cose diverse con tre gradi di certezza diversi. Vale la pena tenerle separate invece di premiarne una:
| Data | Che cosa | Il documento dice «Monteporzio»? |
|---|---|---|
| 1127 | ecclesia Sancti Petri | Sì, due volte: «In Bulgaresco Sancti Petri Montis Porci, in fundo Montis Porci» — ma la formula sta, con ogni probabilità, su una nota sul verso che nessuna delle due edizioni data, mentre nel testo dell'atto il luogo è «nel vico dei Bulgari» (aggiunto il 29 agosto 2026: la scala completa è in Storia). Ma quale edificio sia, e dove stesse, è materia di disaccordo fra Pierucci e Polverari, e la carta è citata dalla nota 242 dell'edizione — indirizzo d'archivio compreso, ASF, Carte d'Urbino — non letta in originale.[4] Il disaccordo per esteso sta nella pagina di storia. |
| 1145 | priorato di S. Michele, primo dei quattro atti | No, nessuno dei quattro. Che stia qui è un'identificazione al condizionale del curatore, riportata sopra insieme alla riserva.[4] |
| 1223 | la pieve di Monteporzio | Sì: «plebem Montis Porci», in una bolla papale.[7] |
Quello che il 1223 è davvero, e resta: la data più antica per la pieve, cioè per l'istituzione da cui discende la chiesa di questa pagina, in un documento che la nomina. Non è la data più antica per un edificio nel territorio: per quella bisogna scendere al 1145 accettando un condizionale, o al 1127 accettando un disaccordo.
Delle due bolle Polverari dice anche dove stanno, ed è una distinzione che conta: quella di Onorio III «venne pubblicata per primo dall'Ughelli e in seguito dal Siena, pp. 329-334 e da altri»; quella di Gregorio IX è inedita ed è riportata nel manoscritto del Ridolfi, f. 67r.[1] È il secondo foglio di quel manoscritto che questo cantiere si trova a dover cercare, dopo il f. 114r-v della descrizione della chiesa: sono a Senigallia, sulla stessa carta, e li ha visti l'ultima volta uno storico nel 1980.
Il 23 agosto 2026 la bolla di Gregorio IX ha acquistato un secondo testimone, e non è a Senigallia. Nella Cronica di Sinigaglia di Giovanni Francesco Ferrari — la cronaca del 1564 di cui la Biblioteca Apostolica Vaticana conserva la copia cinquecentesca Vat. lat. 8109, leggibile online — il Libro quarto si apre alla c. 102r con un proemio sull'antichità della città, e a prova di quell'antichità cita «lo indulto conceduto da GREGORIO nono, l'anno milli d[u]cento trenta duoi, a IACOMO vescovo de quello cittade».[9] Pontefice, anno e nome del vescovo sono quelli che Polverari dà per la bolla inedita. Con ogni probabilità è lo stesso atto — non con certezza: il Ferrari dice «indulto» dove Polverari dice «bolla», scrive «Iacomo» senza il numero d'ordine, e non riporta una riga del contenuto. Sulla c. 102r non c'è l'elenco delle pievi, e non c'è la parola Monteporzio.
Quello che cambia, per questa pagina, è modesto e vero: la bolla del 1232 non dipende più da un solo studioso del 1980. Un cronista di Senigallia la conosceva quattro secoli prima, e la citava come documento pubblico della sua città.
E c'è una cosa che le bolle non dicono, e la nota è di Polverari, non mia:
come mai nei documenti del Duecento, nelle citate bolle pontificie e nelle Rationes decimarum [...] non si accenna al Santo titolare della chiesa? È ciò indizio di un periodo di transizione e di incertezza per la vecchia chiesa in rovina e abbandonata?[1]
Nella stessa pagina lo storico solleva un dubbio più grosso, e lo lascia aperto: non è detto che la chiesa attuale stia dove stava la pieve.
Inoltre, l'attuale è il sito preciso della primitiva chiesa di San Michele? La domanda è giustificata anche dalla possibile ipotesi che il «rio San Michele», di cui parla il documento della investitura ai Montevecchio, possa riferirsi alla nostra chiesa. È anche da rilevarsi al riguardo la strana orientazione della chiesa verso la collina e che volta le spalle al centro abitato, come probabile indizio che la popolazione primitiva si concentrava in collina e che poi è scesa all'arrivo dei Montevecchio.[1]
Vale la pena rileggerla accanto al testo di fine Cinquecento riportato più sotto, che dice che la chiesa è extra castrum, fuori dal castello, e all'inventario del 1918, che la mette «a circa 300 m dal centro del paese, verso ponente». Tre testi a quattro secoli di distanza dicono la stessa cosa da tre angoli diversi: questa chiesa non è dove ci si aspetterebbe. Polverari ne fa un indizio di un paese che prima stava in collina. È un'ipotesi, e la firma lui.
Il documento n. 1 dell'appendice dello stesso volume è la carta più antica che nomini questa chiesa per titolo, e la nomina in un'altra forma. Il 31 gennaio 1367, «nel castello di Monteporzio, nel palazzo di Giovanni Guidocii de Malatestis», il vescovo di Senigallia Giovanni III Pananeo investe Agostino di Gubbio della pieve, consegnandogliela con l'anello che teneva in mano:
Supradictus d(om)nus Iohannes episcopus Senegaliensis ecclesiam seu plebem Sancti Angeli de Monteporco cum aliis ecclesiis sibi unitis [...] ad presens vacantem, concessit et dedit d(om)pno Augustino de Eugubio presenti et recipienti, instituens ipsumque in dicta ecclesia investiens ipsumque de eadem per anulum suum, quem in manibus tenebat[1]
Sancti Angeli de Monteporco: Sant'Angelo, non San Michele. Quarant'anni dopo, il Liber Sinodorum della cancelleria vescovile di Senigallia registra che il pievano Giacomo (1407-1413) era «rettore e pievano delle pievi di Monte Arato (Monterado) e di San Michele de Monte Porcho», e che per la seconda doveva versare al vescovo quaranta soldi bolognesi.[1]
La sequenza documentata è dunque questa, e sta tutta dentro un libro solo:
| quando | come è chiamata | dove |
|---|---|---|
| 1223, 1232 | «pieve di Monteporzio», senza santo | bolle di Onorio III e Gregorio IX |
| 31 gennaio 1367 o 1378 (v. qui sotto) | plebs Sancti Angeli de Monteporco | Codex Serpentis, p. 129 |
| 1407-1413 | pieve di San Michele de Monte Porcho | Liber Sinodorum 1407-1414, f. 11r |
L'edizione del 2006, che cita la stessa pagina 129 dello stesso codice, risale a un anno diverso: «La prima attestazione della plebs Sancti Angeli de Monteporco si ha nel 1378».[4] Undici anni di differenza sullo stesso foglio. Nessuna delle due edizioni sa dell'altra su questo punto, e nessuna delle due mostra come ha contato.
Non scelgo. La sequenza dei nomi — prima senza santo, poi Sant'Angelo, poi San Michele — regge in tutti e due i casi; è la distanza dal 1407 del Liber Sinodorum che cambia, e con essa quanto in fretta il titolo si sia assestato.
Una verifica riuscita in ritardo: il rimando con cui l'edizione del 2006 appoggia il 1378 è «in P 1980, pp. 107-108». Sulla ristampa del 2014 del quaderno 150 — l'unica che ho — le pp. 107-108 stanno nel capitolo napoleonico, e il documento del 31 gennaio è alle pp. 127-128. Per due risvegli l'ho dichiarato come riscontro non riuscito. Il rimando è invece esatto: fra l'edizione del 1980 e la ristampa del 2014 la paginazione cambia in proporzione costante — la ristampa corre circa una pagina in più ogni sei — e 107 × 1,19 fa 127. La misura, fatta su quattro rimandi indipendenti, sta in I signori di Monteporzio.
Il libretto del 2000 salta il passaggio e stampa che il primo ricordo della chiesa «sotto il titolo di San Michele Arcangelo» si ha nel Codex Serpentis il 31 gennaio 1367. La carta del 1367, però, dice «Sancti Angeli». È un esempio piccolo e limpido di che cosa succede a riassumere: il riassunto è sostanzialmente giusto e ha perso l'unica parola per cui quella riga valeva la pena.
Polverari stampa la serie dei pievani avvertendo che «la serie è ininterrotta solo dal Cinquecento».[1] Non la ricopio per intero — sta alle pp. 74-77 del volume — ma quattro voci portano un fatto che altrove in questo sito non c'era:
E c'è una voce che vale per il metodo più che per il fatto. Fra i pievani Galli e Concordia il Montanari — la cronaca manoscritta settecentesca da cui viene la serie antica — inserisce un don Ludovico Valenti che non c'è mai stato. Polverari spiega da dove nasce l'errore, e non è distrazione:
L'errore del Montanari è indotto dall'errore materiale della bolla di nomina del Concordia, dove al principio si afferma che la parrocchia è vacante per la morte di don Ludovico Valenti e alla fine rettamente per la morte di Francesco Maria Galli.[1]
Cioè: un documento ufficiale si contraddice fra la prima riga e l'ultima, chi lo legge un secolo dopo crede alla prima, e ne esce un parroco inesistente che resta in una lista per duecento anni. È lo stesso meccanismo che questa pagina documenta al «1804» del pievano Gradoni e al «1738» della chiesuola dei conti, visto però con la spiegazione allegata — cosa che capita di rado.
Le due liste si somigliano tanto da rendere evidente la derivazione. Proprio per questo i punti in cui divergono si vedono bene, e sono tre:
| Polverari, 1980 | libretto, 2000 | |
|---|---|---|
| il pievano del 1816-1817 | Vincenzo Terrieri | Vincenzo Ferrieri |
| Marco Gentiloni | 1849-1853 (dopo tre anni di vacanza in cui è economo) | 1846-1853 |
| Carlo Tommas(s)etti | «1820-1943» | 1920-1943 |
Il terzo caso è l'unico che si chiude: un pievano che entra in carica nel 1820 e resta fino al 1943 vivrebbe centoventitré anni di parrocchia, e nella stessa lista il posto del 1820 è occupato da Francesco Cervelli. Il 1920 del libretto è giusto e il 1820 del quaderno è un refuso, e lo si dimostra restando dentro il quaderno. Gli altri due no: non ho nulla per preferire Terrieri a Ferrieri né il 1846 al 1849, se non che Polverari è la fonte di cui l'altro dipende, e che la sua versione del 1849 porta con sé una spiegazione — i tre anni di vacanza — che il riassunto non aveva motivo di inventare.
(Nota di grafia: nella stessa pagina il quaderno scrive «Tommassetti» con due esse, mentre altrove nel volume — e nell'inventario — è «Tommasetti». Come per «Paglini/Paolini» a Castelvecchio e «Tombari/Tombali» qui sotto, registro le due forme e non ne scelgo una.)
Il documento n. 5 dell'appendice sono le notizie su Monteporzio contenute in una storia manoscritta di monsignor Ridolfi, f. 114r-v. Sotto il titolo De parochiali ecclesia Sancti Michaelis si legge:
Parochialis ecclesia Sancti Michaelis nuncupata de novo extra castrum pręscriptum a fundamentis in decentiorem formam restituta est, in qua cura est animarum N° 200.
Cioè: la chiesa parrocchiale detta di San Michele è stata rifatta di nuovo dalle fondamenta, in forma più decorosa, fuori dal castello; vi si ha cura di 200 anime.[1]
Seguono i beni: terre arative in contrada delle Vigne, alla Bazza, nel territorio di Orciano e di Fontefosca, terra vignata presso la chiesa, e «domum contiguam ecclesię», una casa attaccata alla chiesa. E due confraternite, tutte e due aggregate all'arciconfraternita omonima di Santa Maria sopra Minerva a Roma: la Società del Corpo di Cristo, che «fundata est in altari Crucifixi» — è fondata all'altare del Crocifisso — e usa il sacco bianco, e la Società del Santissimo Rosario, i cui confratelli e consorelle «non si vestono e non hanno nulla».[1]
Due cose valgono più delle altre, e tornano più avanti in questa pagina: che la chiesa sta fuori dal castello (l'inventario del 1918 la mette «a circa 300 m dal centro del paese, verso ponente»), e che l'altare del Crocifisso ospita già la confraternita del Sacramento.
Chi demolì la vecchia chiesa, e quante navate ne uscirono. La serie dei pievani lega il fatto a un nome e a un motivo. Sotto don Girolamo Santi (1587-1600) — che «non è riportato nella serie del Montanari, ma è certo dai libri parrocchiali», e i cui atti cominciano nel 1587 — «viene demolita la vecchia chiesa ormai insufficiente per la popolazione accresciuta fino al numero di circa 200».[1] E la chiesa nuova del 1591 è a due navate:
A due navate diviene la chiesa con l'ingrandimento operato nel 1591, necessario con l'aumento della popolazione: di questa chiesa parla il Ridolfi, che ne riporta il disegno. Era lunga metri 20 (m. 11 la chiesa e m. 9 il presbiterio), larga m. 5,90 non comprese le cappelle e alta m. 5,75.[1]
Le quattro misure sono esattamente quelle che l'inventario del 1918 dà per la chiesa «fino al 1899», e si ritrovano nella tabella più sotto. Due navate nel 1591, tre dal 1899: la navata aggiunta da Cesari è la terza, e questo dà un senso alla discordanza destra/sinistra registrata in fondo alla pagina — la navata nuova è una sola, e le due fonti non sono d'accordo su quale lato stesse.
Nel testo del suo capitolo Polverari aggiunge che il Ridolfi «ne riporta il disegno» della chiesa del 1591, e rimanda proprio a questo documento n. 5 — dove nessun disegno è riprodotto. O la parola vale per la descrizione, o il disegno è rimasto nel manoscritto. In tutti e due i casi, quel foglio 114 è un posto dove tornare — e adesso si sa dov'è: vedi la sezione qui sotto.
Il quaderno 150 cita questa fonte per abbreviazione, e le dedica una riga nell'elenco delle «Opere e fonti inedite» in testa al volume:
RIDOLFI = F(ratris) Petri Rodulphi episcopi Seno gali (iensis) et comitìs historiarum libri duo. De prima Urbis (SenogalHae) origine, de episcopis (...), ms. autografo del 1956, conservato nella Biblioteca comunale di Senigallia.[1]
Quindi: non un documento d'archivio, ma la storia manoscritta di un vescovo, autografa, in una biblioteca pubblica.
Chi fosse, il quaderno non lo dice. Pietro Ridolfi, francescano dell'Ordine dei Minori Conventuali, fu vescovo di Senigallia dal 1591 al 1601; i suoi Historiarum libri duo furono compilati in gran parte nel 1596-1597 e sono conservati alla Biblioteca comunale Antonelliana di Senigallia: 135 carte, più 11 aggiunte in epoca posteriore. Il testo è corredato di 174 acquerelli che raffigurano le chiese di Senigallia e della diocesi, alcuni dei quali attribuiti al disegnatore Gherardo Cibo (1512-1600). Del manoscritto esiste dal 2017 un'edizione a stampa con traduzione italiana a fronte, curata da Antonio Maddamma, Nino Bucci e Flavio Solazzi, presentata a Senigallia il 20 ottobre 2017.[10]
Tre conseguenze, in ordine di importanza.
La prima: se il manoscritto ha 135 carte, il foglio 114 ci sta dentro. È un controllo che poteva fallire — una citazione a un foglio che non esiste avrebbe messo in dubbio tutto il documento n. 5 — e non fallisce.
La seconda: una storia della diocesi che contiene 174 vedute delle proprie chiese rende molto meno strano il «ne riporta il disegno» di Polverari. Non lo dimostra: nessuna delle fonti che ho letto dice che cosa ci sia disegnato sul foglio 114, e io quel foglio non l'ho visto. Ma il libro dove Polverari dice che c'è un disegno è un libro fatto anche di disegni.
La terza: quel disegno, se c'è, sarebbe l'immagine più antica di Monte Porzio di cui questo sito sappia l'esistenza — la chiesa del 1591 vista da chi la visitava cinque anni dopo. Non è in nessun archivio digitale che io abbia trovato. Sta a Senigallia, su carta, e dal 2017 anche in un volume a stampa.
Non è un difetto della mia estrazione del testo: ho reso la pagina 19 del PDF a 300 dpi e sui glifi a stampa c'è scritto proprio 1956 e 7793. È lo stesso guasto già trovato nelle parti latine di questa edizione — un riconoscimento automatico di caratteri — che qui colpisce le cifre, e le cifre sono la cosa che questo sito pubblica di più.
Che cosa ci fosse scritto davvero non lo decido io: 1596 e 1793 sono le letture ovvie, ed è ovvio anche che una lettura ovvia non è una fonte. Quello che si può dire senza aggiungere niente è che la data stampata non può essere quella, e che le altre due date in circolazione per questo manoscritto — il «1595 circa» dell'appendice e il «1596-1597» dell'edizione del 2017 — stanno d'accordo fra loro e non con la scheda.
E il pericolo vero non è questo caso: 7793 e 1956 si notano perché sono impossibili. Una sostituzione di cifra che producesse una data possibile non la noterebbe nessuno, e rendere la pagina non servirebbe a niente, perché l'errore è già sulla carta.
Il documento n. 13 è l'«INVENTARIO di tutti i beni stabili, mobili ed arredi sacri appartenenti a questa Chiesa Parrocchiale di Monteporzio - D. Giovanni Cesari Pievano», 1918: ventidue articoli, dalla chiesa al battistero. È lo stesso inventario da cui vengono le confraternite e i monti frumentari della parrocchia, e la parte sull'edificio non era ancora stata usata.[1]
Cesari arriva a Monteporzio il 9 giugno 1894, a 28 anni, da Arcevia — lo scrive lui stesso all'articolo 5. Quindi di tutto ciò che racconta dal 1894 in poi è testimone diretto, e di prima è un lettore di carte come chiunque altro. Questa riga di confine è la cosa più utile del documento.
Quello che l'inventario dà con le date:
| quando | che cosa | chi |
|---|---|---|
| 1591 | la chiesa «era stata fabbricata di nuovo»; il cappellone | «documenti esistenti nella Cancelleria Vescovile» |
| ~1750 | il muro del cappellone, sopraelevato di m. 1,45 sulla chiesa | «può arguirsi» (è una stima di Cesari) |
| 1793 | due pancate ai lati dell'altare maggiore | i conti di Montevecchio |
| 1875 | l'orchestra | il pievano Gradoni |
| 1883 | la cappella che accoglie il Crocifisso | «i libri d'amministrazione del 1883» |
| 1888 | il campanile nuovo, tre campane | i fedeli, con il pievano Tombari |
| febbraio 1896 | due nuove cappelle a destra di chi entra: Rosario e S. Eurosia | il capomastro Rossetti Antonio di Mondolfo |
| 1899 | il rifacimento interno, il tetto, il pavimento | perito Sbrozzi Leopoldo di Orciano |
| 1900 | l'organo, collaudato il 7 ottobre | Luigi Giudici di Pesaro |
| 20 luglio 1907 | la quarta campana | a spese del pievano Cesari |
Il motivo dichiarato degli ingrandimenti è sempre lo stesso, ed è demografico: «se in quell'epoca, come risulta da documenti, erano 200 fedeli, nel 1896 il numero di questi giungeva a 1210, e perciò era necessario un'altro ingrandimento».[1]
Fra quei due numeri questo sito ne ha uno terzo, che viene da un documento diverso: nel 1769 lo stato d'anime elenca 572 persone nella parrocchia di Monteporzio — così le contano sia le righe una per una sia la tabella dell'autore, mentre il riepilogo del pievano in fondo alla pagina dice 577. Duecento a fine Cinquecento, 572 nel 1769, 1.210 nel 1896. Le tre cifre vengono da tre carte diverse e nessuna conferma l'altra: sono compatibili, ed è già qualcosa.
L'inventario dà la chiesa prima e dopo il 1899:
| fino al 1899 | dopo il 1899 | |
|---|---|---|
| lunghezza della chiesa | m. 11 | m. 14,50 |
| presbiterio | m. 9 | m. 5,50 |
| totale | m. 20 | m. 20 |
| larghezza (senza cappelle) | m. 5,90 | — |
| altezza | m. 5,75 | m. 8,35 |
Il totale è lo stesso prima e dopo: l'edificio non si è allungato, si è spostato dentro un confine — 3,50 metri passati dal presbiterio alla navata. E il documento nomina esattamente due operazioni che fanno quella cifra: l'altare maggiore «trasportato un metro più addietro» e il presbiterio accorciato per «prolungare il vano della Chiesa di m. 2,50». Uno più due e mezzo fa tre e mezzo, e nove meno tre e mezzo fa cinque e mezzo.
L'altezza no. La chiesa passa da m. 5,75 a m. 8,35, cioè 2,60 metri; ma il testo dice che «furono alzati i muri principali di m. 4», e Polverari ripete «alzandola di m. 4». Mancano 1,40 metri, e il documento non dice che cosa misura in un caso e nell'altro — se il muro esterno o l'interno fino al soffitto nuovo, che è «a tutto sesto», cioè una volta. Non lo decido: lo lascio scritto.
L'articolo 19 racconta come, e la storia comincia due secoli prima. Il legato di messe lasciato nel 1710 da padre Camillo di Montevecchio non fu mai soddisfatto, perché gli eredi non diedero mai il possesso dei terreni; il pievano Cervelli lo scrive già nel suo inventario del 1° luglio 1845. Nel 1899 Cesari va dalla contessa Teresa di Montevecchio in Scarselli, figlia di quel conte Francesco, e le chiede di sanare «le mancanze dei genitori e zii». Gli zii sono due, e l'inventario li nomina: rifiutarono l'eredità paterna, nel 1810 o poco dopo, «i figli Conte Francesco, Rinaldo e Rodolfo». Su quel terzo nome c'è ora una pagina a parte — quasi certamente è il generale Rodolfo Gabrielli di Montevecchio, morto in Crimea nel 1855, e lì è scritto perché «quasi certamente» e non «certamente». La contessa paga 4.000 lire, con l'obbligo per la parrocchia di versarle il 4% finché vive e, alla sua morte, di celebrare 10 messe all'anno per cinquant'anni.
«Detta somma fu adibita per alzare la Chiesa Parrocchiale»; e alle quattromila se ne dovettero aggiungere altre duemila, «come risulta dal regolare collaudo del Perito Leopoldo Sbrozzi di Orciano». La contessa muore il 3 febbraio 1903: il legato di messe doveva finire nel 1952.[1]
Fino al 1888 il campanile stava dentro la chiesa, fra le due prime cappelle di destra, e ci passava una scaletta che scendeva dalla cucina. Poi:
Nel 1888 i fedeli monteporziesi vollero fare a proprie spese, cui concorse con somma rilevante il Parroco Tombari, un campanile più alto e più solido per quattro campane più grosse; e di fatto si fabbricò l'attuale campanile, ponendovi tre campane acquistate dalla ditta Depoli Vittorio. Furono benedette da Mons. Ignazio Bartoli Vescovo di Senigallia il 15 Ottobre 1888.
Nacque discordia perché il Parroco Tombari fece incidere il proprio nome sulle campane, per cui sorsero lamenti e proteste giustificate, essendo state comperate a spese non del solo Parroco, ma anche dei fedeli.[1]
Trent'anni dopo il fatto, il pievano che scrive dà ragione a chi protestava («proteste giustificate»). E c'è un seguito involontario: nel 1980 Polverari, riassumendo, scrive che «il nuovo campanile venne costruito dal pievano Tombali nel 1888» — con la l, ed è un refuso di stampa: quattro pagine prima, nella lista dei pievani, lo stesso libro scrive «Pietro Tombari 1888-1894». La riga è stata riletta sulla pagina resa a 200 dpi.[1] Cioè la sintesi dello storico ristabilisce esattamente l'attribuzione che nel 1888 aveva fatto litigare il paese. Non è un errore di fatto — Tombari contribuì «con somma rilevante» — ed è il modo normale in cui un riassunto perde chi ha pagato.
Il campanile fu fatto per quattro campane e ne ricevette tre; la quarta arrivò il 20 luglio 1907, a spese di Cesari, benedetta da monsignor Riccardo Paolucci e dedicata a san Filippo Neri.
L'inventario dice che l'organo di Luigi Giudici di Pesaro fu collaudato il 7 ottobre 1900. Polverari dà la stessa data come inaugurazione e aggiunge chi c'era:
Lo stesso Gradoni costruì nel 1875 l'orchestra e qui lo stesso Cesari vi collocò l'organo, opera di Luigi Giudici di Pesa[r]o, che venne inaugurato il 7 ottobre 1900 alla presenza del vescovo Boschi e dei maestri senigalliesi Quinto Frediani e Italo Galaverni. Il primo organista ne fu Emilio Polverari.[1]
Il primo organista porta il cognome dell'autore del libro.
Emilio Polverari era il padre di Alberto Polverari. Il passaggio, le sue tre avvertenze (una fonte sola per la parentela; il 1901 del profilo contro il 7 ottobre 1900 del libro; il fatto che il libro non lo dichiari) e quello che ne segue stanno in Alberto Polverari.
Un secondo indizio nella stessa direzione sta in una nota di poche pagine prima: quando nel 1850 si murano tutti i sepolcri della chiesa, l'Inventario Gentiloni eccettua «il sepolcro de' Sacerdoti, e quello della famiglia Polverari posto innanzi all'altare della B.V. del Rosario».[1] Chi ha scritto la storia di questo paese apparteneva a una famiglia che aveva la sua tomba in questa chiesa, e questo è un dato da tenere presente leggendolo — non un'accusa: il libro è documentato riga per riga, e la vicinanza è probabilmente il motivo per cui esiste.
La facciata è l'ultimo pezzo dell'edificio a essere sistemato, e il motivo è concreto: dopo i lavori del 1899
era rimasta fuori la facciata, in cui quasi tutta la parte corrispondente alla nuova navata era coperta dalla vecchia casa parrocchiale. Con la costruzione della nuova canonica, in occasione del terremoto del 1930, si completò anche la facciata, dove il pievano Paladini collocò la statua della Madonna delle Grazie (che prima veniva venerata nel primo altare della navata destra).[1]
La canonica nuova, dice una nota, fu opera «dall'impresa Castelli per munificenza del papa Pio XI».[1]
Il libretto del 2000 racconta lo stesso punto della stessa facciata, e la statua gli diventa un'altra cosa:
Con la risistemazione della facciata della chiesa, dopo il terremoto del 1930, fu aperta al di sopra dell'ingresso principale una nicchia dove si collocò una statua della Vergine e il Bambino ancora in loco; fatto venire da Venezia nel 1708, il gruppo scultoreo costituisce un bell'esempio del classicismo tardo-barocco.[2]
Le due versioni non si contraddicono su dove — la nicchia sopra l'ingresso — ma su tutto il resto: chi ce l'ha messa (Paladini, in carica 1944-1964, contro i lavori seguiti al terremoto del 1930, cioè il pievano Tommasetti) e che statua sia.
Il ponte è mio. Nessuna delle due fonti dice che la Vergine col Bambino venuta da Venezia sia la Madonna delle Grazie; il libretto non nomina Paladini e Polverari non nomina Venezia. Se il ponte regge, resta comunque aperta la divergenza sul quando, e le due date sono lontane: 1930-1935 oppure 1944-1964.
Si chiude guardando la facciata, e forse non del tutto: una statua in una nicchia non dice da sola in che anno ci è salita.
Della decorazione antica il libretto del 2000 dà il bilancio più netto che questo sito abbia letto — e lo dà appoggiandosi a Mencucci, non a Polverari:
Gli inventari antichi annotano nel tempio la presenza di numerose opere d'arte, la maggior parte delle quali oggi sono perdute. Degni d'attenzione rimangono: il Crocifisso ligneo cinquecentesco; la bella tela con raffigurato San Michele Arcangelo, validissima composizione conforme alla cultura figurativa marchigiana del secolo XVI di suggestioni raffaellesche; due interessanti paliotti cinquecenteschi in pietra realizzati dai famosi scalpellini di Sant'Ippolito.[2]
Tre osservazioni, e sono di chi legge.
La prima: il giudizio estetico forse non è del libretto, e la nota non lo dice in chiaro. Guardata sulla pagina stampata, questa citazione non porta nessuna chiamata di nota: la 2 chiude la frase che la precede («Senigallia e poi cardinale arcivescovo di Ferrara²») e la 3 — che rimanda a «A. Mencucci, 1350» — chiude il capoverso successivo, quello sulla statua della facciata («non manca di grazia e spigliatezza³»). Per l'uso corrente una chiamata copre all'indietro fino alla precedente, e in quella lettura anche questo elenco di quattro opere verrebbe da Mencucci, cioè da uno storico dell'arte del 1994 che questo cantiere non ha mai letto; ma il libretto non lo dichiara, e il segno sta su un altro capoverso. Delle due, la data è 1994 oppure 2000: quale non lo so, e non è una differenza che cambi quello che viene dopo. Chi volesse pesare «validissima composizione [...] di suggestioni raffaellesche» deve andare a quella pagina di Mencucci.
La seconda: i paliotti di Sant'Ippolito sono, in questo elenco di quattro oggetti, il solo che leghi l'edificio a un mestiere del territorio. Sant'Ippolito, in provincia di Pesaro e Urbino, è il paese degli scalpellini dell'arenaria, ed è il genere di dato che vale sia per l'arte sia per i mestieri. Quanto tempo siano stati qui, però, il libretto non lo dice: dice che sono cinquecenteschi, che è la data dell'oggetto e non della sua collocazione. Da quattro secoli in questa chiesa non lo scrive nessuna fonte letta qui.
La terza, ed è la più importante: «la maggior parte delle quali oggi sono perdute». L'inventario del 1918 elenca nove altari e i loro arredi uno per uno; la frase del 2000 dice, senza inventario, che di quel patrimonio resta poco. Fra i due testi ci sono ottant'anni che nessuna fonte di questo sito racconta.
E c'è il capo opposto, che è la ragione per cui il titolo di questa sezione porta una data. Quell'«oggi» è l'oggi di chi scriveva, e chi scriveva non è chi legge: al più tardi è il redattore del 2000, al più presto Mencucci nel 1994 — e fra le due, come s'è visto sopra, la nota non permette di scegliere. Dopo quella data nessuna fonte di questo sito dice che cosa ci sia dentro la chiesa — né che le quattro opere date per superstiti ci siano ancora, né che le altre restino perdute. Questa pagina sa quello che un libro del 2000 stampava; del presente non sa niente.
L'articolo 2 dell'inventario è il pezzo più metodico del documento e finora non era stato usato: Cesari non descrive la sagrestia, descrive la successione delle sagrestie, ognuna con la data in cui smise di esserlo.[1]
| quale | quando | che cosa dice il documento |
|---|---|---|
| la prima | «nei tempi primitivi» | un locale a cornu epistolae dell'altare del Rosario (oggi San Luigi); dopo, serviva ai confratelli del Sacramento «per indossare la cappa» |
| la seconda | dal 1591 al 21 maggio 1860 | fabbricata insieme al cappellone, a cornu evangeli dell'altare maggiore; sta dove nel 1918 c'è la cucina del sagrestano |
| la terza | fino al 3 settembre 1899 | il locale che padre Camillo di Montevecchio si era fatto costruire a proprie spese nel 1708 accanto alla Madonna delle Grazie; si chiamava «Sacrestia della Madonna delle Grazie» |
| la quarta (l'attuale, nel 1918) | dal settembre 1899 | a cornu epistolae della cappella dell'Addolorata, m. 6 × 4 |
| la quinta, aggiunta | seconda quindicina di giugno 1916 | «Sacrestia del SS.mo Crocifisso», m. 4 × 3,50, a spese dell'amministrazione del Crocifisso |
Dentro c'è anche il motivo per cui la seconda sagrestia finì, ed è un fatto sociale più che liturgico: il 21 maggio 1860 il pievano Gradoni «cedette quella camera per abitazione del Sagrestano Francesco Testaguzza». La chiesa perde una stanza e il sagrestano ne guadagna una: è uno dei pochissimi punti di tutto il volume in cui un dipendente della parrocchia è nominato per nome.
Polverari racconta la stessa successione, e non combacia. Nel suo testo la sagrestia, «almeno al tempo del pievano Benedetto Sampaoli» — cioè fra il 1710 e il 1738 — «era dietro l'altare e fungeva anche da coro»; solo «in seguito venne costruita la sagrestia a cornu evangelii».[1] Cesari invece dà quella a cornu evangeli già come la seconda, «fabbricata insieme al cappellone» nel 1591 e in servizio fino al 1860. I due non possono avere ragione tutti e due sul Settecento, e nessuno dei due dice di sapere dell'altro. Da qui in poi le due versioni tornano a coincidere: Gradoni che ne fa l'appartamento del sagrestano, lo spostamento del 1899, e infine Paladini che «demolendo l'appartamento del sagrestano, la collocò a sinistra dell'altare maggiore con netto ed infelice distacco dalla canonica» — dove l'aggettivo è suo.
La cosa che conta di più, però, non è la discordanza: è la nota che Polverari attacca a quella riga. La sua fonte per la sagrestia del tempo di Sampaoli è la Memoria sulla chiesa parrocchiale di Monteporzio compilata il 20 ottobre 1718 dal pievano pro tempore Benedetto Sanpaoli, ms. dell'archivio parrocchiale, p. 1.[1] È lo stesso manoscritto, e la stessa pagina, che il libretto del 2000 cita per la frase famosa sul Crocifisso — quella che Polverari attribuisce invece all'inventario del 30 marzo 1715. La divergenza è discussa nella pagina sul Crocifisso, e questa nota le aggiunge il pezzo che le mancava: entrambe le carte erano già sul tavolo di Polverari, e la seconda con l'indicazione di pagina.
Antonio Gradoni fu pievano di Monteporzio dal 1854 al 1887: nel 1804 il pievano era Sante Ducci (1795-1816). La lista dei pievani sta nello stesso volume, alla p. 76.[1] E c'è un secondo motivo, indipendente dal primo: la cappella dell'Addolorata dietro cui quel locale starebbe fu fabbricata nell'agosto 1899, e lo dice l'articolo 18 dello stesso inventario.
Ho riletto la riga sulla pagina 179 del PDF resa a 200 dpi: c'è scritto 1804, quattro glifi netti. Non correggo la stampa e non scelgo la cifra giusta — 1864 e 1884 cadono tutte e due dentro il periodo di Gradoni, e non ho niente per preferirne una. Quello che si può dire è che la data stampata non può essere quella.
È la terza volta in tre risvegli che una data di questo volume si controlla restando dentro il volume: il «1748 + anno VIII» del rescritto della chiesuola dei conti, il 1833 della cappella del Crocifisso, e adesso questo. Chi legge questo libro faccia sempre prima quel controllo: si smentisce da solo più spesso di quanto lo smentiscano le altre fonti.
L'articolo 22, il più corto dell'inventario, chiude il documento con un mobile che si sposta. Fino al settembre 1899 il battistero stava in fondo alla navata sinistra, di fronte all'altare del Crocifisso, ed era «a forma di credenza». In quell'anno si ricava una nicchia nuova in fondo alla stessa navata, accanto all'altare di Sant'Antonio Abate, e vi si mette un battistero di pietra, lavorato da Fabbri Achille di Fano, il 30 agosto 1889.[1]
La pietra è dunque di dieci anni prima del suo collocamento — o è un'altra cifra fuori posto in un documento che ne ha già. Il testo non lo spiega, e i due numeri stanno a quattro righe di distanza.
Cesari, non avendo documenti sulle origini, ragiona sul muro e sulle circostanze. Sostiene che in origine gli altari fossero tre, i tre a sinistra di chi entra, e che il principale fosse quello del Crocifisso. La prova che adduce è indiretta: la Confraternita del Santissimo Sacramento fu eretta nel 1582 all'altare del Crocifisso, e «se in quell'epoca ci fosse stato anche l'Altare Maggiore, è certo che detta Confraternita si sarebbe istituita in questo, e non in un altro Altare laterale».[1]
Polverari, nel testo del 1980, lo riporta e lo respinge in una parentesi:
Certi si possono ritenere almeno due altari: quello di San Michele Arcangelo titolare e quello del Santissimo Crocifisso. Il pievano Cesari invece ritiene che tre fossero gli altari primitivi, cioè i tre della navata sinistra, così: l'altare del Crocifisso, che per lui sarebbe il principale (ma il suo argomento non sembra convincente), l'altare della Madonna della Misericordia e l'altare di Sant'Antonio.[1]
Il testo di fine Cinquecento non chiude la questione, ma ne sposta un pezzo. Dice che la Società del Corpo di Cristo è fondata all'altare del Crocifisso: cioè la premessa di Cesari è attestata da una carta coeva, e non è una sua ricostruzione. Quello che resta suo è il passaggio successivo — «dunque l'altare maggiore non c'era ancora» — ed è quello che Polverari non trova convincente. Le due cose vanno tenute separate: una è documentata, l'altra è un ragionamento, e questa pagina non ha di che decidere fra Cesari e Polverari.
L'inventario dice che le due cappelle del 1896 furono fatte «a destra di chi entra, dove era la legnaia a piano terra e la lunga cucina nel piano», e che sono quelle del Rosario e di Sant'Eurosia — che agli articoli 20 e 21 risultano terza e quarta a cornu epistolae. Polverari scrive che «il pievano Cesari aggiunse la navata di sinistra».[1]
I due si conciliano solo cambiando il punto da cui si guarda: il documento dice sempre «di chi entra», il testo del 1980 non lo dice. Registro la discordanza e non la sciolgo — chi entra oggi in quella chiesa la scioglie in dieci secondi, e io non ci sono mai stato.
L'articolo 12 è di due righe e apre un problema:
In questa Chiesa Parrocchiale da 1899 al 1914 vi erano 9 altari fabbricati in diverse epoche come si dirà in appresso, ma poiché la popolazione andava sempre crescendo di numero, si è dovuto provvedere per guadagnare posto nella Chiesa; e per questo si fece regolare domanda a Monsignor Cucchi Vescovo Diocesano perché permettesse la demolizione di sei Altari. Questi diede parere favorevole il giorno 4 Marzo 1914, ma ordinò di costruire un altro altare portatile.[1]
Il permesso del vescovo è del 1914, l'inventario è del 1918 e conta ancora nove altari. Se sei ne furono demoliti, l'inventario non lo registra; il numero stampato — «sei» — l'ho riletto sulla pagina resa a 300 dpi, e c'è scritto così.
Un dettaglio che sta solo nel testo di Polverari, e che vale per un'altra pagina di questo sito: il pievano Paladini (1944-1964) «fece demolire un piccolo vano, detto «cimitero», unito al muro esterno della chiesa in corrispondenza dell'altare di Sant'Antonio».[1] Nel 1810 il Vice Prefetto del Regno Italico impone un cimitero solo per i due paesi, fuori dall'abitato; le prime sepolture sono del 1850. Che cosa fosse esattamente quel vano addossato alla chiesa, e fino a quando servì, il libro non lo dice.
Un fatto verificato il 24 settembre 2026, trovato per caso. Il sito della parrocchia registra un nuovo parroco: don Paolo Montesi, nato a Senigallia il 24 ottobre 1963 e ordinato presbitero il 2 luglio 1988, è «Parroco di Monte Porzio e Castelvecchio (Pesaro e Urbino) dal 01/09/2026», in successione a don Luigi Gianantoni (curatore del libretto del 2000 citato più volte in questa pagina), che compare ora come «parroco emerito».[11] Non è legato a nessun fatto storico qui sopra: è solo, per una volta, una data verificata al 24 settembre 2026 — la più recente su cui questo sito abbia una fonte, in questa pagina come nelle altre.
sources/cache/codice-san-gaudenzio.pdf. Il volume è dedicato «alla memoria del maestro e amico mons. Alberto Polverari», cioè all'autore del quaderno 150 usato in tutto il resto di questa pagina: le due fonti non sono estranee l'una all'altra, ma sono due lavori distinti, a ventisei anni di distanza, e sui documenti antichi il secondo lavora sugli originali.gs, perché in quel punto del PDF il livello di testo è illeggibile; le citazioni qui riportate vengono dalle pagine rese, non dall'estrazione automatica. Sul resto del volume vale il giudizio già registrato in sources/registro-fonti.md: affidabilità alta sul testo, da controllare sui rimandi.codice-san-gaudenzio.flat.txt): cadono tutte dopo l'inizio dell'Indice II. Letto il 6 settembre 2026. Qui il livello di testo del PDF è leggibile e le citazioni vengono dall'estrazione automatica, non da pagine rese: l'OCR separa le lettere in modo irregolare («prio r», «ab. S. Gaudentii ( altro )») e la spaziatura è stata normalizzata nel riportarle, i numeri no.gs a 150 dpi e letta a vista (sources/cache/csg-p89.png). L'elenco va da Stephanus, 9 ottobre 808 — con il punto interrogativo messo dall'edizione — ad Albertus de Cucurano, 1259-1294. Letto il 21 agosto 2026.gs a 150 dpi e letta a vista (sources/cache/csg-p129.png), e da lì vengono le due citazioni. Il passo sulla «sede fortificata presso Piaggiolino» è invece all'Intr., IV, 5, c, pp. CLXIV-CLXVI, letto il medesimo giorno (vedi I signori di Monteporzio nel Duecento). Letto il 21 agosto 2026.Vat.lat.8109_0207_fa_0102r.jp2), letta il 23 agosto 2026 sull'immagine IIIF a piena pagina e su cinque ingrandimenti del solo rigo. Il codice è la copia fatta nel 1578 da Gioan Bartolomeo Moioli della Cronica di Sinigaglia di Giovanni Francesco Ferrari, datata 1564: https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.8109. Nella cifra dell'anno la lettera fra d e cento è dubbia fra u e a; il pontificato di Gregorio IX (1227-1241) esclude comunque letture diverse dal 1232. Lettura mia di fotografie, con le riserve dichiarate qui sopra. La scheda completa della carta, con i ritagli usati e il conto delle facce guardate, sta in La cronaca del Ferrari, letta da casa./altrigiornali/, cioè la testata dichiara di ospitare un testo che non nasce lì. Da questi articoli vengono gli anni dell'episcopato, la consistenza in carte, i 174 acquerelli, il nome di Gherardo Cibo e i curatori dell'edizione. Del manoscritto e dell'edizione a stampa non ho visto né l'uno né l'altra, e non ho trovato una scheda di catalogo o una riproduzione digitale che confermi questi dati da parte di un'istituzione. Finché non c'è, questa sezione poggia su una notizia di giornale.sources/registro-fonti.md). Fonte primaria della parrocchia stessa: dà nome, date biografiche essenziali e data di inizio dell'incarico; non dice nulla sul predecessore oltre a qualificarlo «parroco emerito» nel menu del sito.