Nella prima metà del Duecento la bassa valle del Cesano è divisa fra quattro castelli e quattro famiglie. Quella di Monteporzio si chiama Anselmi, ha una torre a Senigallia, e sposa la figlia del signore del castello vicino.
Ultima verifica: 3 ottobre 2026.
Questo sito, fino al 21 agosto 2026, non aveva una riga sulle persone che nel Duecento tenevano Monteporzio. Aveva il castello — vedi Storia — e aveva i luoghi. Non aveva i nomi.
I nomi ci sono, e stanno in due libri che il cantiere già usa: il volume di Alberto Polverari del 1980, che vi dedica il capitolo VII, e l'edizione critica del «Codice di San Gaudenzio» curata da Ettore Baldetti nel 2006.[1][2] I due libri dicono in buona parte le stesse cose, e in un punto importante non sono indipendenti: si vedrà più avanti dove e perché.
Le pagine dell'edizione del 2006 che trattano queste famiglie sono nel corpo dell'Introduzione, e il rimando che ci porta — «Intr., IV, 5, c» — compare almeno tre volte nelle note al cartulario che questo sito ha già usato: alla nota 1 del reg. 138, alla nota 1 del reg. 296 e alla nota 1 del reg. 295.
Sciolto sull'Indice generale del volume, quel rimando è: capitolo IV, «I luoghi e gli uomini»; paragrafo 5, «Persone, famiglie e consorterie» (p. CXLI); sottoparagrafo c, «Consorterie» (p. CLIX).[3] La parte che riguarda Monteporzio è l'ultima del sottoparagrafo, ha un titolo suo — «Offoni, Berardi, Girardi, Anselmi» — e occupa le pagine CLXIV-CLXVI, cioè le ultime tre del capitolo: a p. CLXVII comincia il capitolo V.
Non era stata letta per una ragione meccanica. Nel PDF dell'edizione quelle pagine non hanno testo estraibile. E non sono un'eccezione: contate una per una, le pagine del PDF che restituiscono soltanto caratteri di sostituzione invece di lettere sono 164 su 712, e formano un blocco quasi continuo dalla pagina LXI alla CCXXIV.[4] È tutta l'Introduzione dal capitolo III in avanti, più la bibliografia e l'elenco delle sigle. Il resto del volume — la prima parte dell'Introduzione, i 358 regesti con il loro apparato, le appendici, gli indici — il testo ce l'ha, ed è da lì che questo sito ha preso finora tutto quello che sa.
Le tre pagine sono state rese in immagine a 150 dpi e lette a vista, come impone la regola che il cantiere si è dato il 20 agosto: se l'estrazione di una pagina restituisce spazzatura, non si salta la pagina, si rende.
L'apertura del sottoparagrafo è la frase che manda a posto tutto il resto. La riporto per esteso perché è il quadro dentro cui stanno le persone di questa pagina:[5]
Quando, agli inizi del Duecento, le testimonianze tramandate dalle registrazioni del cartulario e dalle altre fonti coeve permettono di ricostruire un quadro sostanzialmente completo della distrettuazione nella bassa valle del Cesano, già definita Bulgaria, il territorio è ripartito in quattro curtes di altrettanti castra, "insediamenti fortificati" — castrum Marchi, castrum Berardi, castrum Girardi, castrum Montis Porci — de iure dipendenti, in massima parte, dalle abbazie di S. Maria di Sitria e S. Gaudenzio o dagli enti ecclesiastici suffraganei, ma de facto rispettivamente controllati dalle famiglie di Gualterius Offi, Ugolinus Berardi (reg. 297, a. 1237), Jacobus de Castro Girardi (reg. 295, a. 1237) e Guido Anselmi (reg. 286, a. 1236), il cui padre sarebbe figlio del conte Gulfus o Culfus (v. reg. 138, nota 1).
Quattro castelli, quattro famiglie. Il castrum Montis Porci è Monteporzio; la famiglia che lo controlla di fatto è quella di Guido Anselmi. E la distinzione fra de iure e de facto è del curatore, non mia: sulla carta quei castelli dipendono dalle abbazie, in concreto li tengono dei signori laici che dalle abbazie prendono in enfiteusi.
Dei quattro castra, due sono nel territorio dell'attuale comune di Monte Porzio o ai suoi margini — Monteporzio stesso e Castel Girardo — uno è Castel Berardo, e il quarto, castrum Marchi, è l'antenato di Mondolfo.
(sezione aggiunta il 6 settembre 2026)
Fin qui il meccanismo: si dona all'abbazia e si riprende in enfiteusi. Questo sito lo documenta caso per caso da settimane — la donazione di Panfilia del 3 agosto 1149, che lo stesso giorno riceve indietro in enfiteusi a terza generazione i beni appena donati, sta in Castelvecchio; l'enfiteusi dell'abate Mainardo del 1° gennaio 1120 sta in Storia — ma non aveva mai scritto perché si facesse così.
La risposta c'è, ed è la frase con cui Polverari apre il capitolo VII: il
capitolo da cui questa pagina prende i nomi, il titolo e la nota
[^quaderno-vii]. È la prima riga dopo il titolo, e questo sito citava il titolo
e saltava la riga:[6]
«La successione nei passaggi dei proprietari delle nostre terre non è un mistero ed è fondata, si direbbe esclusivamente, nella violenza e, quando si appella al diritto, si conferma sempre con il diritto del più forte».
E qualche riga dopo, il meccanismo, spiegato per intero:
«Ma i signori non si sentono sicuri di fronte alla violenza dei rivali e allora cedono la proprietà ai monasteri, in genere rispettati, ma con una donazione condizionata cioè a condizione di poter rientrare in possesso dei beni donati con il diritto di enfiteusi. I monasteri poi si rafforzano chiedendo privilegi agli imperatori, ai re e anche ai papi ed ai vescovi e nel dare il possesso si preoccupano che la successione non vada al conte o al marchese o ad altra chiesa che non sia la loro».
E c'è un secondo motivo di cautela, già dichiarato in Storia: Polverari scrive nel 1980 su una storia che è anche la sua, e questa è una frase di giudizio, cioè il genere di frase in cui una fonte non indipendente pesa di più.
Il capitolo prosegue con la stessa mano: «i comuni, le signorie, le commende continuano il sistema e così via fino ai nostri giorni, quando i compromessi sono compromessi di forze». Il «fino ai nostri giorni» è il 1980.
Quello che si sa di lui viene quasi tutto da una nota sola dell'edizione, la nota 1 al reg. 296, che è la più lunga fra quelle che riguardano una persona di Monteporzio.[7]
Come lo chiamano le carte. Dominus Guido o Guidus de Monteporco; nel reg. 167 de Monteporco, nel reg. 219 Porcorum, e in un documento ravennate Mondelporco. Sono quattro forme del nome del paese, tutte del Duecento, e si aggiungono a quelle raccolte in Storia.
Il padre. Anselmus de Monteporco, consigliere comunale di Senigallia nel 1213. È il dato che dà il patronimico: Guido Anselmi vuol dire Guido di Anselmo. Ed è il dato politicamente più interessante di tutta la nota, perché mette un uomo di Monteporzio dentro il consiglio del comune di Senigallia all'inizio del Duecento.
I figli. Acto (reg. 325, a. 1236); e, secondo il passo dell'Introduzione, due: Anselmo, attestato fra il 1246 e il 1256, e Artrotto.[8] L'Indice dei nomi del volume registra Artrottus «anche Acto»: cioè Acto e Artrotto sono lo stesso figlio, e i figli restano due.[9]
Dove aveva le terre. La nota le elenca in ordine, con le date e i documenti:
| dove | quando |
|---|---|
| fundi Vancili, Vie Blance, e presso Certanis | 1225 |
| Plagis Sancti Gaudentii | 1225, 1226, 1231 |
| Roxolis | 1225 |
| Pedutis | 1235 |
| loco Aquaviva, permutato con il monastero per un terreno presso Monteporzio | 1236 |
| presso Monteporzio (Mons Cerrengnus) | 1236 |
| castrum Berardi | 1237 |
| in Certanis | 1237 |
E una casa con una torre a Senigallia. Il reg. 296, del 1228, gli rinnova fra l'altro «unam domum et una(m) tu(r)rem in civit(ate) Seneg(al)lie, in region(e) S(ancti) Iohannis» — una casa e una torre in città, nella regione di San Giovanni, confinanti da un lato con la piazza pubblica e dall'altro con il palatium di un Rainerius.[7] Un signore di campagna con una torre dentro Senigallia: non è un contadino benestante, è un membro del patriziato cittadino che ha la sua base nella valle.
L'ultima volta che compare è nel 1239, come teste di un atto processuale portuense.[7] Nel 1246 i suoi figli ereditano.
Il reg. 286, dell'anno 1236, è la renovatio con cui l'abate Peregrino di San Gaudenzio rinnova a dominus Guido Anselmi due pezze di terra «in comit(atu) Seneg(al)lie, cu(r)t(e) Mo(n)t(is) Po(r)ci, in loco qui dicitur Mons Ce(r)re(n)gnus».[10] Di questo documento la pagina Storia si serve già, per il toponimo. Qui conta per due altre cose.
La prima: i confinanti della prima pezza sono, nell'ordine, gli eredi di Iohannes Grecoli, lo stesso Guido, il dominus Iacobus de Castro Girardi, gli eredi di Pelegrinus del detto castello e gli eredi di Christianus Tornainparte. Il signore di Monteporzio e il signore di Castel Girardo confinano fra loro, e si vedrà fra poco che erano anche parenti.
La seconda è una strada. La seconda pezza confina, dal terzo lato, con la «via de Monte Ce(r)reng(no) que consuevit ire ad castrum Gira(r)di»: la strada che da Monte Cerregno andava, un tempo, a Castel Girardo.[10] È l'unica strada del Duecento che questo sito abbia, in questo territorio, con i due capi nominati.
Questo è il punto per cui la pagina esiste, ed è anche il punto in cui il cantiere deve correggere sé stesso.
L'Introduzione dell'edizione del 2006 dice, in una riga:[8]
Guido aveva infatti due figli: Anselmo, attestato fra il 1246 ed il 1256 (CFA IV, nn. 658, 724; V, nn. 762, 765), e Artrotto, che sposa Kera, figlia del suddetto Giacomo, signore di Castelgirardo.
Cioè: il figlio del signore di Monteporzio sposa la figlia del signore di Castel Girardo. I due castelli che nel 1236 confinano lungo la strada di Monte Cerregno sono legati da un matrimonio.
Il risveglio del 21 agosto 2026 ha pubblicato, nella pagina Piaggiolino, la citazione dell'atto del 27 settembre 1269 nella forma «i figli della fu Kera […] e di Artrotto di Guido di Monteporzio», presentandola come una coincidenza fra due fonti diverse su una persona.
Quei tre puntini coprivano esattamente la parentela. Il testo di Polverari, per esteso, è:[11]
«Giacomuzio, Guidolino (e Sora) figli della fu Kera, figlia del fu Giacomo di Castrogirardi, e di Artrotto di Guido di Monteporzio»
E la frase che introduce la citazione, sempre di Polverari, lo dice in chiaro: «Altro signore ricco e potente del Duecento è Guido de Monte Porco, che è imparentato con il detto Giacomo di Castel Girardo».
Il fatto, dunque, il cantiere ce l'aveva già in casa dal quaderno 150, e l'aveva perso in un'ellissi. La riga di Piaggiolino è stata corretta lo stesso giorno.
Resta la parte che passa dagli indici: la voce «Artrottus — f. v. Guido Anselmi de Monteporco (anche Acto), v. fr. Anselmo, v. ux. Kera» dell'Indice dei nomi è costruita sul cartulario e sull'introduzione, e concorda con l'atto agostiniano su padre, fratello e moglie.[9]
Cade invece l'indipendenza delle due fonti proprio sul matrimonio. Baldetti, in fondo alla riga sopra citata, rimanda a «cf. P 1980» e a «v. CA, pp. 225-229».[8] La seconda coordinata coincide pagina per pagina con la nota di Polverari allo stesso passo — «Cfr. Pierucci, pp. 225-229» — cioè le due edizioni citano lo stesso documento agostiniano dalla stessa stampa. Su questo punto non ci sono due testimoni: ce n'è uno, letto da due autori.
E il rimando a Polverari non torna sulla copia che questo sito ha. Baldetti scrive «cf. P 1980, pp. 47-48»; sulla ristampa del 2014 le pagine 47-48 sono nel capitolo sui Bulgari e non nominano né Guido né Kera, mentre il passo che evidentemente si intende è alle pp. 55-57, nel capitolo VII, «I signori feudali».[11] Non è un errore di Baldetti: è una differenza di paginazione fra la prima edizione e la ristampa, e si misura — vedi La ristampa non è una fotocopia qui sotto.
Per settimane questo sito ha citato «P 1980» sapendo solo, dall'elenco delle sigle, che la P stava per A. Polverari. La bibliografia del volume, alla p. CCVII, stampa la voce per esteso, e in tutta la bibliografia c'è un solo Polverari del 1980:[12]
A. POLVERARI, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, Urbino 1980.
È il libro che questo cantiere legge dal primo risveglio, nella ristampa del 2014 promossa dal Comune. Non è una scoperta di contenuto: è la prova che le due cose erano la stessa cosa. Finora era una supposizione ragionevole, e questo sito si è dato la regola di non glossare le sigle che non ha sciolto.
Nella stessa pagina, le quattro voci di Senigallia nella storia dello stesso autore (1. Evo Antico, 1979; 2. Evo Medio, 1981; 3. Evo Moderno, 1985; 4. Evo Contemporaneo, 1991) spiegano perché il 1980 non è ambiguo: il libro su Monteporzio cade fra il primo e il secondo volume di un'altra serie dello stesso autore, e non ha omonimi.
L'altra sigla che il sito citava alla cieca si scioglie tre pagine prima, alla p. CCIII:[13]
A. MENCUCCI, Senigallia e la sua Diocesi, I-III, Senigallia 1994.
Tre volumi, non due come questo sito aveva supposto al risveglio 113 dalla forma «M 1994, II» — che, con la virgola, indica il volume secondo di un'opera sola e non il secondo di due lavori dell'anno.
La conferma non viene da me. Sei pagine più avanti, alla p. CCIX, la bibliografia cita un saggio così: «S. SEBASTIANELLI, L'abbazia di Sitria, in MENCUCCI 1994, II, pp. 348-351».[14] È la bibliografia del volume che usa la propria sigla per esteso, e la usa esattamente nella forma «autore anno, volume». Non capita spesso che una fonte spieghi le proprie abbreviazioni per distrazione.
Ai risvegli 108 e 110 questo sito aveva dichiarato due riscontri non riusciti sui rimandi di Baldetti a P 1980, e ne aveva tratto — pubblicandolo — che «due scarti diversi non si spiegano con una ripaginazione, e uno dei due rimandi è probabilmente sbagliato». Quella conclusione era mia, ed era sbagliata. La ritiro qui.
L'errore stava nel cercare uno scarto costante. Fra l'edizione del 1980 e la ristampa del 2014 il rapporto è costante, non la differenza:
| Baldetti cita (ed. 1980) | dove sta nella ristampa 2014 | rapporto |
|---|---|---|
| pp. 44-45 (le «piagge di S. Martino») | p. 53[15] | 1,19 |
| p. 47-48 (Guido e Kera) | pp. 55-57 | 1,17 |
| p. 48 e nota 1 (il fundus Cuculi) | p. 56, nota 1[16] | 1,17 |
Tre rimandi, tre rapporti fra 1,17 e 1,19: la ristampa corre circa una pagina in più ogni sei. Il riscontro che chiude il conto è il terzo, perché non passa dalle pagine: Baldetti scrive «v. P 1980, p. 48 e nota 1» a proposito del fundus Cuculi, e la nota 1 della p. 56 della ristampa è precisamente quella che rimanda al «fondo Cuculi cioè a Monte Cucco». Il numero della nota si conserva; il numero della pagina no.
Un rapporto costante e una numerazione delle note che regge sono la firma di una ristampa ricomposta, rifatta in tipografia, non riprodotta fotograficamente — questa lettura è mia, ma la misura no. Nessuno dei tre rimandi di Baldetti a P 1980 qui controllati risulta sbagliato, e le pagine di questo sito che ne dubitavano sono state corrette lo stesso giorno.
Per chi legga l'edizione del 1980 e abbia in mano la ristampa, o viceversa: la pagina della ristampa si trova moltiplicando per circa 1,18 quella del 1980. Vale sui tre casi provati; su altri va comunque verificato il contenuto.
quaderno-150-flat.txt e in codice-san-gaudenzio.txt, nessuna delle due
stringhe «107-108» e «priorato… 1378» compare in nessun punto di nessuno dei
due testi, e nessuna nota di questo sito cita quel rimando: non ha una
fonte, non ha una nota a piè di pagina come le altre tre righe, e le pp.
127-128 della ristampa 2014, verificate sui marcatori di pagina del testo
estratto, contengono in realtà i primi due documenti dell'Appendice (l'atto
del 31 gennaio 1367 e l'enfiteusi del 24 ottobre 1428), non un priorato del
1378. Riga tolta. Non era un errore di trascrizione recuperabile: non
corrisponde a niente di verificabile, quindi non corrisponde a niente
(regola 3).
Polverari, chiuso l'elenco dei signori, aggiunge una frase che è un'ipotesi dichiarata:[11]
«Forse l'imparentamento di Guido di Monteporzio con Giacomo di Castel Girardo favorì l'unificazione di tutto il territorio compreso tra i confini di Orciano e Ponte Rio.»
Il «forse» è suo. Che nel Trecento quell'unificazione sia «un fatto compiuto» lo argomenta lui dal documento sulla lite fra le abbazie di San Lorenzo in Campo e Fonte Avellana; il matrimonio come causa resta una congettura, e questa pagina la riporta come tale.
Un passo della pagina precedente, CLXV, dà alla famiglia un antenato e — per la prima volta in questo cantiere — un luogo:[17]
«In questo stesso periodo era presente in loco la famiglia comitale del conte Culfo, che probabilmente aveva una sua sede fortificata presso Piaggiolino, nelle vicinanze di Monteporzio, come dimostra una renovatio enfiteutica, chiesta al priore di S. Michele nel 1145 (reg. 138).»
Il reg. 138 è l'atto che sta alla base della pagina sulla chiesa di San Michele: nel 1145 il comes Culfo e la moglie Auhicta trattano con il priore Iohannes di San Michele e con l'abate di San Gaudenzio.
La pagina Piaggiolino chiude la sua sezione medievale dicendo che «dove fosse quel castellare resta ignoto». Questo passo non lo scioglie, ma è la cosa più vicina a una risposta che il cantiere abbia: il curatore mette la sede fortificata del conte Culfo «presso Piaggiolino», al condizionale («probabilmente»), e senza nominare in questa riga il Castellare de Guphia che altrove propone di far derivare dal nome Culfo. Sono due affermazioni distinte dello stesso autore, e vanno lasciate distinte.
La discendenza che l'edizione propone, per intero, è questa — con i condizionali al posto loro:
| generazione | chi | fonte e grado di certezza |
|---|---|---|
| 1145 | comes Culfo / Gulfus, con la moglie Auhicta | reg. 138: documentato |
| 1199 | i suoi figli Artrottus e Anselmus, che concedono un bottaccio da mulino «in fundo Remorti, curte Sancti Michaelis Colorbani» | reg. 138, nota 1, che cita CFA II, n. 372: documentato |
| 1213 | Anselmus de Monteporco, consigliere comunale di Senigallia | reg. 296, nota 1: documentato |
| — | che l'Anselmus del 1199 e quello del 1213 siano lo stesso uomo | non è scritto: è la lettura più naturale delle due note messe insieme, e resta mia |
| 1225-1239 | Guido Anselmi, figlio di Anselmo | reg. 296, nota 1: documentato. Che suo padre fosse figlio del conte Culfo l'edizione lo scrive al condizionale, «sarebbe figlio» |
| 1246-1269 | i figli Anselmo e Artrotto (detto anche Acto), quest'ultimo marito di Kera di Castel Girardo | Intr., p. CLXVI, e Indice dei nomi: documentato |
Attenzione a una trappola di questa tavola: i nomi Artrotto e Anselmo compaiono due volte a due generazioni di distanza — sono i figli del conte Culfo nel 1199 e sono i figli di Guido Anselmi nel Duecento inoltrato. Confonderli è facile e cambia tutto di cinquant'anni.
Il 21 agosto 2026 questa pagina aveva già letto le voci Artrottus, Anselmus e Culfus nell'Indice II, Antroponimi, ma sul testo estratto dal PDF — e qui il testo estratto perde le parole in corsivo. Rese il 7 settembre 2026 a 300 dpi le due pagine dell'indice (p. 364 del volume = p. 606 del PDF, voce Culfus; p. 373 = p. 615, voce Anselmi de Monte Porco) e lette a vista, dicono, per intero:[9]
Culfus / Culfo / Gulfus / Culfoni / Gufoni — comes, v. iugalis Auhicta, v. ff. Anselmus e Artrottus, v. [nep.] Guido Anselmi I. CLXIV, CLXV, n. 317, C. 138, 138.1
Anselmi de Monte Porco, dom., f. v. Anselmus de Monteporco, p. v. Acto / Artrotto e Anselmo, cf. [nonno] Culfus I. CLXIV, CLXVI, CLXXIX, n. 277, C. 83, 113, 138.1, 156.1, 166, 167, 207, 219, 286, 296, 296.1, 297, 325
Il risveglio del 7 settembre aveva letto queste due righe fino in fondo alle parole, ma non fino in fondo alla pagina: «nep.» e «nonno» non stanno solo in corsivo, stanno anche fra parentesi quadre — «v. [nep.]», «cf. [nonno]» — e quella parentesi non è un dettaglio tipografico, è un segno che il volume stesso spiega. Letta l'8 settembre 2026 la pagina delle «Avvertenze» che precede l'Indice I, poche pagine prima di quelle già citate nello stesso PDF, dice, testualmente:[18]
«Le parentesi quadre indicano, a maggior chiarimento, integrazioni ricavabili dal testo». […] «Si segnalano con il rinvio "v. anche" i casi in cui voci dalla forma diversa indicano la stessa persona o ente geografico o altro, e con "cf." eventuali relazioni dubitative o di altro genere.»
Due regole, non una. La prima dice che tutto ciò che sta fra parentesi quadre nell'indice — «[nep.]», «[nonno]», e altrove nella stessa pagina «[antenato]» per Guido Bono, «[f.]» per Martus Guidonis de Bono — è un'integrazione della curatrice dell'indice, non una parola che compare così nel documento citato. La seconda dice che «cf.», a differenza di «v.», è la sigla che l'indice riserva alle relazioni dubitative. E la voce Anselmi de Monte Porco usa esattamente «cf.», non «v.», per «[nonno] Culfus» — mentre la voce Culfus usa «v.» per «[nep.] Guido Anselmi»: le due direzioni della stessa parentela non portano lo stesso segno.
Questo cambia la conclusione, non solo la citazione. La lettura del 7 settembre diceva che l'indice affermava la parentela «senza nessun condizionale», in contraddizione con il «probabilmente» e il «sarebbe figlio» del corpo del libro. Non è così: l'indice ha un proprio modo di scrivere "forse" — parentesi quadre più «cf.», invece di un avverbio — e lo usa proprio qui, sulla riga che va da Anselmi de Monte Porco a Culfus. Le due parti del volume, corpo del testo e indice, non si contraddicono: dicono la stessa cosa con due convenzioni diverse. La divergenza che questa pagina dichiarava dal 7 settembre non c'era; c'era una convenzione tipografica non ancora letta fino in fondo.
Che cosa qui non è dimostrato.
L'elenco «Sigle, segni speciali e abbreviazioni» del volume sta alle pagine CCXIX-CCXXI, dentro il blocco senza testo estraibile, ed è stato reso e letto lo stesso giorno.[19] Scioglie, fra le altre, le sigle con cui questo sito cita da settimane:
| sigla | che cosa è |
|---|---|
| ASF | Archivio di Stato di Firenze |
| ASP | Archivio di Stato di Pesaro |
| B 19.. | E. Baldetti, … |
| BER 19.. | R. Bernacchia, … |
| M 19.. | A. Mencucci, … |
| P 19.. | A. Polverari, … |
| V 19.. | V. Villani, … |
| S 19.. | P. Sella, … |
| SMP | ASRa, S. Maria in Porto |
| SMS | ASP, Corporazioni religiose soppresse, Istituti religiosi diversi, Abbazia di S. Maria di Sitria |
| CAPRIP 19.. | S. Cappelletti - D. Ripanti, … |
| DT 19.. | R. Della Torre, … |
La prima riga chiude un conto: la carta del 1127 su cui poggia il Castel San Pietro dei Bulgari è citata da Baldetti come «ASF, Carte d'Urbino, cl. III, fil. II, n. 8», e adesso ASF è sciolto dall'elenco del volume, non dedotto — vedi Storia e Le carte di Firenze.
Quattro sigle molto usate nelle note, però, in quell'elenco non ci sono: CFA, CA, LRCI e RS. L'elenco è alfabetico e completo da a. a vol., e salta da cat. a cit. e da l. a M 19..: non è una lacuna del mio spoglio, è una lacuna dell'elenco.
Il 21 agosto 2026 sono state rese e lette anche le pagine della Bibliografia del volume (pp. CLXXXV-CCXIV, anch'esse senza testo estraibile). Le quattro sigle ci sono tutte, in ordine alfabetico fra i cognomi degli autori.[20]
| sigla | scioglimento per esteso |
|---|---|
| CFA | Carte di Fonte Avellana. I (975-1139) e II (1140-1202), a cura di C. Pierucci e A. Polverari, Roma 1972 e 1977 (Thesaurus ecclesiarum Italiae, IX, 1-2); III (1203-1237), a cura di C. Pierucci, Fonte Avellana 1986; IV (1238-1253), a cura di R. Bernacchia, ibid. 1989; V (1254-1265), a cura di A. Polverari, indici di R. Bernacchia, ibid. 1992; VI, regesti 1265-1294, a cura di E. Baldetti, ibid. 1994; VII, regesti 1295-1325, a cura di E. Baldetti, ibid. 2000 |
| CA | Carte agostiniane (1249-1291) tra le carte di Fonte Avellana, [a cura di C. Pierucci], in «Analecta Augustiniana» XXXVI (1973), pp. 205-245 |
| LRCI | Il Libro Rosso del comune di Iesi. Codice 2 dell'Archivio storico comunale di Iesi, a cura di G. Avarucci e M. Carletti, Ancona 2000 (Deputazione di Storia Patria per le Marche, Fonti per la storia delle Marche, n.s. IV) — citato come «LRCI 2» |
| RS | A. Polverari, Regesti senigalliesi (secc. VII-XII), Senigallia 1974 |
Tre di queste righe cambiano qualcosa in questa pagina, e una la corregge.
Il fatto che quella sigla regge — Anselmus de Monteporco fra i consiglieri del comune di Senigallia nel 1213 — non cade con l'errore, perché a dirlo è la nota dell'edizione, non la sigla: la notizia è stampata a p. 93 del Libro Rosso di Iesi (LRCI 2, n. 58). Un documento conservato a Iesi che nomina i consiglieri di Senigallia è cosa ordinaria fra due comuni che pattuiscono. Ma questo sito non ha visto quel documento, e adesso sa almeno in quale libro cercarlo.
CA scioglie il nodo di Kera, e lo scioglie contro di me. Il 20 agosto questo cantiere ha corretto se stesso scrivendo che su Kera Polverari e Baldetti non sono testimoni indipendenti, perché rimandano alla stessa stampa di Pierucci. Era un'inferenza. Adesso è una verifica: Polverari (1980) rimanda a «Pierucci, pp. 225-229» e l'edizione del 2006 a «v. CA, pp. 225-229» — le stesse pagine, e CA è un'edizione che occupa in tutto le pp. 205-245 di un fascicolo del 1973. Le due citazioni cadono dentro quell'intervallo e coincidono fra loro. È lo stesso testo, citato due volte.
RS è Polverari che cita se stesso. Dove le note del volume portano «RS», il rimando è ai Regesti senigalliesi che Alberto Polverari pubblicò nel 1974: gli stessi a cui rimanda, per i documenti su Castel San Pietro dei Bulgari, il libro suo del 1980 — vedi Storia. Non è un difetto dell'edizione, che cita correttamente; è un avvertimento per chi legge questo sito: una notizia sostenuta da «P 1980» e da «RS» ha un solo autore dietro, non due.
CFA, invece, regala uno strumento di controllo. I sette volumi delle Carte di Fonte Avellana hanno ciascuno il proprio arco di anni dichiarato nel titolo: I 975-1139, II 1140-1202, III 1203-1237, IV 1238-1253, V 1254-1265, VI 1265-1294, VII 1295-1325. Ogni citazione «CFA + numero romano» che questo sito riporta si può quindi controllare sulla data del documento senza avere i volumi in mano.
sources/cache/codice-san-gaudenzio.txt). Sono citazioni vere del volume,
ma non sono citazioni di questa pagina: sono finite qui per errore, non
raccolte controllando che cosa il sito cita davvero. La tabella sotto è
rifatta con le sole quattro citazioni CFA che questa pagina usa altrove —
nella tabella dei beni di Guido Anselmi, nel box «Correzione del 29 agosto
2026» e nella nota [7].
| citazione | anno del documento | dove lo cita questa pagina | arco del volume |
|---|---|---|---|
| CFA I, n. 158 | 1126 (il documento stesso porta un punto di domanda: «a. 1126 (?)», righe 43818 e 71632 di codice-san-gaudenzio.txt) | box «Correzione del 29 agosto 2026», sopra | 975-1139 ✓ |
| CFA II, n. 372 | 1199 | tavola delle terre di Guido Anselmi, sopra | 1140-1202 ✓ |
| CFA IV, n. 658 | 1246, non 1249 — la nota al reg. 296 lo scrive esplicitamente («nn. 658, a. 1246, 724 (…) a. 1253», riga 68386 di codice-san-gaudenzio.txt) | nota [7] | 1238-1253 ✓ |
| CFA IV, n. 724 | 1253 | nota [7]; citato anche nell'Introduzione, p. CLXVI | 1238-1253 ✓ |
È lo stesso genere di controllo della cronotassi degli abati: non aggiunge un fatto, ma toglie una classe di errori — un numero di volume sbagliato, o una data attribuita al documento sbagliato, qui si vedrebbe. Il controllo dell'8 settembre 2026 ne ha trovato uno: la tabella, fino a quel giorno, dava «1249» per il n. 658, ed era il numero del documento vicino (n. 678, quello sì del 1249, ma di un'altra persona) letto al posto della data giusta. Costa un minuto e si può rifare ogni volta che il sito cita CFA — a condizione di controllare, prima, che la citazione sia davvero una di quelle che il sito porta.
Finché non si vedranno i documenti, comunque, restano citazioni riportate. Sciogliere una sigla dice quale libro andare a prendere; non sostituisce l'averlo aperto.
L'elenco delle sigle dà V 19.. = V. Villani, e si ferma lì: i puntini stanno per l'anno. Ma nelle note del volume Villani non è quasi mai citato con il solo anno: si legge V 1995-I, V 1995-II, V 1999-I, V 1999-II, V 2004-I, V 2004-II. Il numero romano dopo l'anno distingue due lavori dello stesso autore usciti nello stesso anno.
La bibliografia, però, quei numeri non li stampa. Alle pp. CCXII-CCXIII le voci di Villani stanno in fila cronologica, e le due dello stesso anno una sotto l'altra, senza nessuna cifra che le distingua.[21] Chi legge una nota deve quindi indovinare quale delle due sia la prima. Il modo per non indovinare è confrontare le pagine citate con l'ampiezza di ciascun lavoro.
Per il 2004 la bibliografia ha due voci, in quest'ordine:
| voce di bibliografia | |
|---|---|
| (a) | V. Villani, I centri murati in età medievale, Provincia di Ancona, Settore VII, Assetto del territorio e difesa del suolo, Ancona 2004 |
| (b) | V. Villani, I processi di formazione dell'identità comunale, due città a confronto: Senigallia e Jesi, in Marca 2004, pp. 271-388 |
La (b) è un saggio dentro un volume collettivo e occupa le pp. 271-388: fuori da quell'intervallo non può avere pagine. Le note del volume citano «V 2004-I, p. 35, nota 4» e «V 2004-I, pp. 127-128» — sotto la 271 — e «V 2004-II, pp. 379-380» — dentro il 271-388. Un solo abbinamento soddisfa tutti e tre i rimandi:
Non è l'ordine a decidere: sono le pagine. L'ordine, poi, torna — la voce stampata per prima è la I — ed è questo che rende la regola usabile altrove.
La controprova viene dal 1995, e per una via diversa. Anche lì la bibliografia ha due voci: Serra de' Conti. Origine ed evoluzione di un'autonomia comunale (secoli X-XV), Serra de' Conti 1995, e, subito dopo, Loretello. Castrum Laureti, Ostra Vetere 1995. Una nota del cartulario descrive un luogo «situato ad est di Loretello, frazione settentrionale del territorio di Arcevia» e rimanda a «V 1995-II, pp. 25-27»: la II è il libro su Loretello, per il contenuto. E le citazioni di V 1995-I riguardano tutte la zona di Serra de' Conti e arrivano a «pp. 467-468, n. 1», cioè a un documento in appendice — un volume grosso, non un libretto. Anche qui: la voce stampata per prima è la I.
Attenzione a una punteggiatura che cambia il senso. «V 2004-I», col trattino, vuol dire il primo di due lavori usciti in quell'anno. «M 1994, II», con la virgola, vuol dire tutt'altro: il secondo volume di un'opera sola. Le due forme si somigliano e non sono la stessa cosa.
Regola per chi legge le note di questo volume: una sigla con un numero romano dopo l'anno non si scioglie sull'ordine della bibliografia, si scioglie sulle pagine. L'ordine va poi a confermare, non a decidere. È lo stesso genere di strumento degli archi di anni dei volumi CFA e della cronotassi degli abati: non aggiunge un fatto, toglie un modo di sbagliare.
Il guadagno concreto è per un'altra pagina. «V 2004-I, p. 35, nota 4» è il rimando con cui l'edizione registra il disaccordo di Villani su dove stesse il castellum Veclum — vedi Castelvecchio. Adesso quel rimando ha un titolo: il libro da cercare è I centri murati in età medievale, Ancona 2004.
Aggiornamento del 22 agosto 2026: il libro è stato trovato e letto. Non sul server della Provincia di Ancona, che continua a non rispondere, ma in una copia archiviata del 2018 nella Wayback Machine. La p. 35 e la sua nota 4 sono ora riportate per esteso in Castelvecchio, insieme al documento del cartulario su cui Villani si appoggia — che è, e questo non era prevedibile, lo stesso documento su cui si appoggia la tesi opposta. Sciogliere la sigla è servito: senza il titolo non ci sarebbe stato niente da cercare nell'archivio.
sources/cache/codice-san-gaudenzio.pdf. Giudizio d'affidabilità in sources/registro-fonti.md: alta sul testo, da controllare sui rimandi.ghostscript e letta a vista il 21 agosto 2026 (sources/cache/csg-p164.png).sources/cache/quaderno-150.txt), la pagina individuata sui marcatori di pagina del testo estratto. Fino a quella data questo sito citava del capitolo VII il titolo e i fatti, e non la frase che li introduce: è la regola del risveglio 238 — una frase citata ha una frase dopo — applicata all'indietro, e qui la frase saltata era la prima, non l'ultima.sources/cache/csg-p166.png). La riga sui due figli e sul matrimonio si chiude con «(cf. P 1980, pp. 47-48, v. CA, pp. 225-229)».sources/cache/csg-p606.png, sources/cache/csg-p615.png) e lette a vista: il testo estratto letto il 21 agosto ometteva le due parole in corsivo «nep.» e «nonno» che portano il grado di parentela. Riletta di nuovo l'8 settembre 2026 sulle stesse due immagini: le due parole non sono solo in corsivo, sono anche fra parentesi quadre («v. [nep.]», «cf. [nonno]») — v. il paragrafo «Correzione dell'8 settembre 2026», sopra, e la nota [18] per che cosa significano quelle parentesi.gs -r170 dal PDF in cache (sources/cache/csg-p207.png) e letta a video il 22 agosto 2026. Che il Polverari 1980 sia uno solo è verificato sull'intera sequenza delle sue voci, pp. CCVI-CCVII, e non sul solo colpo d'occhio.sources/cache/csg-p203.png), 22 agosto 2026. Nella stessa pagina, gli altri autori in Men- sono A. Menchetti (1894, 1908, 1917) e P. L. Menichetti (1979, 1987): nessuno del 1994.sources/cache/csg-p209.png), 22 agosto 2026.sources/cache/quaderno-150.txt), la pagina individuata sui marcatori di pagina del testo estratto.sources/cache/csg-p165.png).sources/cache/codice-san-gaudenzio.txt.sources/cache/csg-p219.png, csg-p220.png, csg-p221.png).gs -r170 dal PDF in cache e lette a video il 21 agosto 2026. Le quattro voci stanno rispettivamente alle pp. CXCIII (CF, CFA), CXCI (CA), CCII (LRCI 2, LTL) e CCVIII (RD, RF, RI, RPR, RRC, RS). Metodo dichiarato: leggere una pagina resa è riconoscere forme, non copiare caratteri; i titoli si danno per buoni, cifre e numeri romani si rileggono ingranditi. Limite dichiarato l'8 settembre 2026: l'immagine della p. CXCIII (la voce bibliografica CFA, coi sette archi di anni) non è fra i file rimasti in sources/cache/ — restano solo CXCIV-CXCIX e CCV-CCIX — quindi oggi non è direttamente riverificabile a vista. Gli archi di anni che ne derivano (975-1139, …, 1295-1325) restano comunque corroborati in modo indipendente: si conservano nel corpo del testo del Codice, dove decine di documenti CFA citati con la loro data cadono tutti dentro l'arco del proprio volume — v. la tabella di controllo qui sopra, che ne verifica quattro.gs -r170 dal PDF in cache (sources/cache/csg-p212.png, csg-p213.png) e lette a video il 21 agosto 2026. Le forme «V 2004-I», «V 2004-II», «V 1995-I», «V 1995-II» sono state cercate invece nel testo estraibile delle note ai regesti, dove il PDF il testo ce l'ha (codice-san-gaudenzio.flat.txt).