Ventisette parroci dal 1526 al 1969, una delibera del 1819 che tassa gli uomini sopra i dieci anni e fa portare l'acqua alle donne, e un paese che a un certo punto cambia protettore senza che nessuno sappia dire quando.
Ultima verifica: 27 settembre 2026.
La pagina su Castelvecchio racconta il paese: il nome, i signori, i secoli da comune appodiato di Mondolfo. Questa racconta il suo edificio più continuo — la chiesa parrocchiale di Sant'Antonio di Padova — e viene quasi tutta da un capitolo solo, il X del libro di Alberto Polverari del 1980.[1]
Il capitolo si legge bene. Ma prima di raccontarlo conviene guardare da dove lui lo prende, perché è il caso più chiaro, su questo sito, di una catena di fonti lunga tre anelli.
A metà capitolo, in fondo alla p. 87, Polverari mette una nota che vale come una dichiarazione: «Cfr. Ricci, p. 60; Bolletta, pp. 40-42. Dal Bolletta, pp. 44-58, si riportano le notizie seguenti».[1] Cioè: tutta la seconda metà del capitolo — San Giuseppe protettore, i lavori del Novecento, i quadri, l'incoronazione del 1961 — non è ricerca sua, è un altro testo riportato.
E quell'altro testo, secondo l'elenco delle fonti inedite stampato all'inizio del volume, è questo:
«Bolletta = Renato Bolletta (parroco di Castelvecchio negli anni 1957-1969), Monografia su Castelvecchio, ms. conservato nell'archivio parrocchiale di Castelvecchio».[2]
Un manoscritto mai pubblicato, che sta nell'archivio della parrocchia di cui parla, scritto dal parroco in carica. E qui c'è il punto: don Renato Bolletta non è solo la fonte del racconto, è dentro il racconto. È lui che, secondo lo stesso capitolo, «arricchì la suppellettile sacra e restaurò il vecchio organo», ed è lui che «promosse solenni festeggiamenti dal 29 aprile al 7 maggio 1961», cioè l'evento che il capitolo racconta con più dettagli di ogni altro.[1] Chi organizzò la festa è la fonte del resoconto della festa.
Non è una ragione per non crederci: è un testimone vicinissimo, e per il Novecento vicinissimo vuol dire attendibile sui fatti materiali. È una ragione per dire a voce alta a quale distanza stiamo. Su questa pagina, dove si legge un fatto novecentesco, la catena è:
don Renato Bolletta (parroco, ms. inedito) → Polverari (1980) → questo sito. Nessuno dei due passaggi di mezzo l'ho visto io.
Le altre due fonti che il capitolo cita per nome sono edite e verificabili in biblioteca: Adalgiso Ricci, Mondolfo dai tempi antichi ad oggi, Ancona 1955 — che è la storia del comune da cui Castelvecchio dipendeva, ed è la seconda fonte della delibera del 1819 — e Bernardino Montanari, Croniche delle chiese benefici ed altro, manoscritto in tre tomi alla cancelleria vescovile di Senigallia, da cui viene la serie dei parroci.[2]
Una quarta voce, esterna al libro e di oggi, è la scheda che la Diocesi di Senigallia pubblica sulla parrocchia: non dichiara le proprie fonti, ma è l'ente che la parrocchia la governa, e su due punti dice quello che dice Polverari.[3]
Polverari la presenta così: «Questa è dunque la serie dei parroci di Castelvecchio, seguendo e completando il Montanari».[1] Prima di questo elenco c'è un solo rettore noto, Benvenuto, che il 25 aprile 1290 paga venti soldi di decima per la chiesa di San Cristoforo — la ricevuta è raccontata nella pagina su Castelvecchio.
| Parroco | Anni | Nominato da | Note del libro |
|---|---|---|---|
| Giovanni Paolo di Nicola di Arcevia | 1526 | Rinuncia | |
| Domenico di San Costanzo | 22 maggio 1526-1558 | Inquisito, condannato, rimosso | |
| Orazio Valentini di Mondolfo | 1558 … | card. Giulio della Rovere | |
| Ludovico di Mondolfo | … 1581 (?) | Manca la bolla | |
| Achille Braschi dalle Piagge | 1581 … | ||
| Guido di Monte Guiduccio | … 1592 (?) | Manca la bolla | |
| Giulio Balestrieri di Orciano | 1592 … | Francesco Maria II duca di Urbino | |
| Francesco Saluzzi | … 1631 | Manca la bolla — ma vedi sotto | |
| Panfilio Porfiri dall'Acqualagna | 1621-1622 (?) | duca di Urbino | |
| Giovanni Pietro Valenti di Orciano | 1622-1649 | duca di Urbino | Con lui iniziano i registri di battesimo e matrimonio dell'archivio parrocchiale |
| Luigi Ridolfi di Corinaldo | 1649-1679 (?) | Ordinario della diocesi | Vittoria della Rovere protestò; in quell'anno stesso succedono i Barberini |
| Francesco Antonio Rosa | 1679 … | Manca la bolla | |
| Antonio Natali di Mondolfo | 1682-1698 | ||
| Ubaldo Bianchi | 1698-1727 (?) | Ordinario della diocesi | |
| Alessandro Breccioli di Sant'Angelo in Vado | 1727-1751 | card. Francesco Barberini | «ex iuribus acquisitis a marchionissa de Ruvere» |
| Bartolomeo Fabbri | 1751-1758 | Cornelia Costanza Barberini | Passato alla Cerasa, resta economo fino al successore |
| Giuseppe Malpici | 1758-1764 | card. Barberini | Economo don Paolo Lombardi |
| Girolamo Tardigli | 1764-1768 | Cornelia Costanza Barberini | |
| Andrea Gregori dell'Isola Fossara | 1768-1802 | Cornelia Costanza Barberini | |
| Luigi Montanari | 1802-1826 | Carlo Maria Barberini | Fa costruire la nuova chiesa; promuove la devozione alla Madonna della Misericordia |
| Domenico Santini | 1826-1865 | ||
| Tobia Berettini | 1865-1893 | Rinuncia | |
| Giovanni Maria Feltrini | 1893-1900 | Traslato pievano a Belvedere | |
| Antonio Paglini (o Paolini) | 1900-1940 | «Pioniere con don Giovanni Cesari pievano di Monteporzio del movimento cattolico diocesano». Nel 1923 i Barberini rinunciano al giuspatronato | |
| Luigi Paglialunga di Ostra | 1940-1957 | Rinuncia; poi canonico e proposto della cattedrale di Senigallia | |
| Renato Bolletta di Montemarciano | 1957-1969 | Poi parroco a Sant'Angelo di Senigallia e arciprete di Montemarciano | |
| Carlo Fornaciari di Ripe | dal 1° novembre 1969 |
Fonte: Polverari, cap. X, pp. 83-85, che segue il Montanari, ff. 326v-327v.[1] La lista si ferma al 1969 perché il libro è del 1980: chi sia parroco oggi questa pagina non lo dice.
sources/cache/quaderno-150-flat.txt, righe
3311-3355): i nomi elencati da Polverari, da Giovanni Paolo (1526) a Carlo
Fornaciari (1° novembre 1969), sono ventisette, non ventisei — Fornaciari
compreso, che il libro elenca nella stessa lista, con lo stesso formato, senza
segnare uno stacco. Il libro non dà mai lui stesso un totale: «ventisei» era
un conto di questo sito, e non tornava con la sua stessa tabella.
Chi nomina il parroco cambia tre volte, e ogni cambio è un cambio di padrone del paese. Nel Cinquecento nomina il cardinale della Rovere «signore di Castelvecchio»; poi il duca di Urbino; alla morte di Francesco Maria II l'Ordinario della diocesi, con la protesta di Vittoria della Rovere; e dal 1727 i Barberini, in tre generazioni — il cardinal Francesco «ex iuribus acquisitis a marchionissa de Ruvere», poi Cornelia Costanza, poi Carlo Maria. Il diritto finisce con la rinuncia del 1922, accettata dal vescovo l'8 settembre 1923. Quattrocento anni di storia della proprietà si leggono nella terza colonna di una lista di preti.
Quattro bolle mancanti. Per Ludovico, Guido, Francesco Saluzzi e Francesco Antonio Rosa Polverari annota «manca la bolla»: cioè il nome c'è nella cronaca del Montanari, ma l'atto di nomina no. Sono i quattro punti deboli della serie, e il libro li segnala da sé. La formula ricorre quattro volte in questo elenco, e sono le stesse quattro voci che la tabella qui sopra segna in ultima colonna.[1]
Un anno che non sta al suo posto. Fra Giulio Balestrieri (1592) e Panfilio
Porfiri (1621-1622) la lista stampa «FRANCESCO SALUZZI… 1631. Manca la
bolla». Una data del 1631 messa prima del 1621 non regge in un elenco
cronologico. Ho riletto la pagina sull'immagine, a 200 punti per pollice, perché
questo è ormai il metodo normale con questo libro: la carta dice 1631,
quattro cifre nette.[1] Le letture ovvie sarebbero 1601 o 1611, ma non
ho niente per preferirne una, e non scelgo. Resta un errore visibile a occhio
nudo in una lista per il resto ordinata.
Un nome scritto in due modi nello stesso capitolo. La lista dice «ANTONIO PAGLINI 1900-1940»; sette righe più avanti lo stesso uomo diventa «il parroco don Antonio Paolini», e altre due volte ancora.[1] Tutte e due le forme sono state rilette sull'immagine, alle pp. 85 e 87: sono stampate così. Non so quale sia il cognome vero e non lo affermo.
Un santo scritto male. La lista dice «DOMENICO di San Costanze», mentre il corpo del capitolo, una pagina prima, scrive correttamente «Domenico di San Costanzo».[1] San Costanzo è il paese vicino: è un refuso, e lo segnalo solo perché chi cercasse quel nome in rete non lo trovi.
Della chiesa cinquecentesca — quella prima della ricostruzione — Polverari, sul Montanari, dice che aveva tre altari, e per ciascuno dice di chi era:[1]
| Altare | Intitolato a | Spettava a |
|---|---|---|
| maggiore | il santissimo Crocifisso | la confraternita del santissimo Sacramento |
| del Rosario | il santissimo Rosario | la Compagnia delle donne «con tal nome» |
| di San Biagio o Sant'Antonio | il titolare della chiesa e patrono del paese | la comunità |
Tre altari e tre soggetti diversi: due confraternite e il comune. È lo stesso assetto che si vede nella chiesa di Monteporzio, dove gli altari appartengono a chi li mantiene, e vale la pena tenerlo a mente leggendo la delibera del 1819: quando si tratta di pagare, ognuno paga per la sua parte.
Su questo punto c'è un riscontro esterno, ed è raro per Castelvecchio: la scheda della Diocesi di Senigallia scrive che la chiesa era «composta di tre altari, il maggiore dei quali intitolato al Santissimo Crocifisso».[3] Due testi indipendenti — uno storico del 1980 che legge una cronaca manoscritta, e l'ufficio diocesano di oggi — dicono la stessa cosa sullo stesso edificio scomparso.
All'inizio dell'Ottocento la chiesa è in stato «rovinoso». Castelvecchio è allora appodiato di Mondolfo, cioè non ha un consiglio proprio: la spesa la deve deliberare il Consiglio comunale di Mondolfo, e lo fa il 30 agosto 1819, su spinta del parroco don Luigi Montanari. Polverari riporta il testo della delibera, e vale la pena leggerlo per intero perché è un piano di finanziamento di un paese poverissimo, scritto voce per voce:[1]
«Il Vescovo di Senigallia ha già stanziato — così in quella delibera — una somma, ma occorrono almeno 1650 scudi. Si stabilisce quindi: 1) Ogni uomo della Cura, superiore ai 10 anni paghi baiocchi 20 all'anno. Uomini 300 x 20: scudi 60. Per 6 anni scudi 360. 2) Tutte le donne porteranno gratuitamente l'acqua occorrente alla fabbrica. 3) Tutti i contadini faranno 4 viaggi gratuiti per portare il materiale. 4) Il Principe Barberini di Roma si quoti per scudi 1000. Il Parroco scudi 20x5 anni — scudi 100. Gli altri possidenti della Cura scudi 20 all'anno per anni 6 = scudi 120. 5) La confraternita del SS. Sacramento 5 rubbia di grano una tantum, e venderà un campo di sua proprietà a S. Giorgio».
Cinque righe che contengono un intero ordine sociale. Gli uomini pagano in denaro — venti baiocchi l'anno, e la soglia è dieci anni d'età: un bambino di undici anni è già un contribuente. Le donne pagano in acqua, tutte, gratis, per sei anni di cantiere. I contadini pagano in viaggi, quattro a testa, con i loro animali. Il principe romano paga in scudi, e paga da solo più di tutti gli abitanti messi insieme. La confraternita vende un campo.
Il conto torna, e lo si può fare: 360 (gli uomini) + 1000 (Barberini) + 100 (il parroco) + 120 (gli altri possidenti) = 1.580 scudi, contro i 1.650 che servono; la differenza la coprono la somma già stanziata dal vescovo, le cinque rubbia di grano e il campo. Il piano era esatto.
guanciarossa.it, segnalato da Pedro il 17 settembre
2026 e già usato con cautela su questo sito, scrive: «nel consiglio
comunale di Mondolfo, il 30 agosto 1818, si deliberò di dare inizio ai
lavori di riedificazione che terminarono nel 1826»[4] —
stesso giorno e mese,
un anno indietro, senza citare una fonte propria. Il testo di Polverari,
riletto il 18 settembre 2026 con grep su sources/cache/quaderno-150-flat.txt (riga
3373), è inequivocabile: «il 30 agosto 1819 si delibera di provvedere
ai mezzi per riedificarla», e la data compare identica nella citazione
diretta della delibera riportata sopra. Le due fonti non pesano uguale: da
un lato la trascrizione di un atto comunale con la sua stessa cifra di
spesa, dall'altro un paragrafo senza nota di un sito personale. Non
correggo la data, che resta il 1819; registro la discrepanza perché
non si sceglie in silenzio fra due fonti che si contraddicono (regola 8).
Non bastò. Nel 1826 i lavori sono «quasi ultimati» e si scopre che «la spesa ammontava a ben 3.064 scudi»: quasi il doppio del preventivo, con «grossi debiti da pagare».[1] Chi paga la differenza? Il Consiglio comunale decide che tocca ai Barberini, e la ragione che ne dà è la fotografia della proprietà a Castelvecchio: dall'estimo rustico, che ammonta a 134.134 scudi, ben 125.000 risultano al nome dei principi, «i quali tra l'altro avevano anche il juspatronato sulla chiesa ed erano gli unici proprietari del luogo».[1]
E c'è una seconda ragione, ed è il ritratto più concreto che questo sito possieda dell'economia di Castelvecchio nel 1826. La popolazione non poteva pagare altro perché era
«dedita ai lavori campestri, al commercio del carbone che acquistava in Arcevia o a Pergola e rivendeva a Senigallia e luoghi circonvicini e alle manifatture della canapa, non poteva assolutamente accollarsi altre tasse anche perché doveva pagare il testatico per la costruzione del nuovo Cimitero».[1]
Tre mestieri in una riga — campagna, carbone comprato in montagna e rivenduto al mare, canapa — e una quarta tassa che sta già pesando sulle stesse teste: il testatico per il cimitero nuovo. Quel cimitero ha una pagina sua su questo sito: è quello deciso nell'autunno del 1810 sul confine fra i due paesi, ed è il primo cimitero comune di Monteporzio e Castelvecchio (il cimitero del 1810). Le due carte si toccano: mentre a Castelvecchio si tira su la chiesa, le stesse famiglie stanno pagando a testa per il camposanto.
Nella chiesa nuova «un altare venne dedicato a san Giuseppe, nuovo protettore del paese, la cui festa è la più solenne della parrocchia con grande affollamento di genti dai paesi vicini. La statua lignea del santo risalirebbe al 1604 al tempo della erezione della confraternita San Giuseppe».[1]
Il libro sa che sta dicendo una cosa strana, e ci mette una nota che è la più onesta del capitolo:
«Come già detto, il Montanari qualifica sant'Antonio come protettore del paese; ora, non si sa come e da quando, si precisa come protettore della parrocchia e san Giuseppe del paese.»[1]
Un cambio di patrono senza data, dichiarato senza data. Sant'Antonio di Padova resta titolare della chiesa e della parrocchia; il paese passa a San Giuseppe, e la fonte non sa dire quando né perché.
Nel 1862 un decreto di Vittorio Emanuele II istituisce a Castelvecchio una fiera annua di merci e bestiame il 20 marzo, «denominandola fiera di San Giuseppe» — e quella fiera si tiene ancora oggi (le fiere del 1862). La ragione del 20 invece del 19, dice il portale della valle del Cesano, è che il 19 la piazza era occupata dalla processione.
Il capitolo X aggiunge il pezzo che mancava a monte: nel 1862 quella festa c'era già, ed era la più solenne della parrocchia, con «grande affollamento di genti dai paesi vicini». Il decreto regio, in questa lettura, non inventa un appuntamento: mette un mercato accanto a una folla che si radunava da sola. E se la statua è davvero del 1604, la catena — confraternita 1604 → altare nella chiesa nuova, anni Venti dell'Ottocento → protettore del paese → processione del 19 marzo → fiera del 20 marzo, 1862 → fiera di oggi — copre quattro secoli. Nessuna singola fonte la dice per intero.
Tutto quello che segue viene dal manoscritto di don Renato Bolletta, riportato da Polverari.[1]
guanciarossa.it mette il restauro dell'organo nel 1956, confondendolo
con le campane. La stessa pagina del portale, dopo il 1925 e il 1944,
elenca «il restauro del vecchio organo nel 1956».[4] Il quaderno 150, allo
stesso punto (riga 3402 del testo piatto), dice un'altra cosa: nel
dicembre 1956 il parroco Paglialunga «fece rifondere due delle quattro
campane»; è solo dopo, senza una data propria, che il testo dice che
fu don Renato Bolletta — parroco dal 1957 al 1969, quindi già dopo il
1956 — a restaurare «il vecchio organo, che era fuori uso da oltre 30
anni». guanciarossa.it sembra aver preso l'anno dell'evento giusto
(1956) e applicato al lavoro sbagliato (l'organo invece delle campane).
Non do una data all'organo, che il quaderno non specifica oltre
«1957-1969»: registro solo che una fonte terza sbaglia qui in un modo
verificabile riga per riga (regola 8).
Sulle decorazioni del 1944 c'è un possibile aggancio esterno, e lo lascio come tale: la scheda della Diocesi di Senigallia dice che nell'abside c'è un affresco del 1944 con la Gloria di Cristo Re.[3] Stesso anno, stessa chiesa; la scheda non nomina Bedini e Polverari non nomina la Gloria di Cristo Re. Che si tratti della stessa campagna di lavori è probabile e non è scritto da nessuna parte.
«La chiesa di Castelvecchio può vantare pregi artistici», scrive Polverari: è «di buono stile toscano rinascimentale» e conserva i tre altari della vecchia chiesa. Due tele sono «oggetti d'arte inventariati dalla Soprintendenza alla Galleria Nazionale di Urbino», e il libro dice quali:[1]
Il terzo quadro, il dipinto della Trinità sulla parete di sinistra, il libro non lo mette in quell'elenco. Ne dice altro, in una frase a sé: è «giudicato di notevole qualità», e per esso il parroco Paglialunga dovette firmare, il 12 febbraio 1941, una dichiarazione che il libro riporta per intero:
«Io sottoscritto mi obbligo di tenere in consegna l'oggetto descritto nel presente foglio e di non rimuoverlo dal posto che occupa e di non apportarvi modificazioni, senza conseguire preventiva approvazione anche del Ministero dell'Educazione Nazionale».[1]
Febbraio 1941: un parroco di paese firma allo Stato la custodia di un quadro, tre anni prima che il fronte passi di lì e le mine gli lesionino il soffitto.
sources/cache/q150-p88.png): l'enumerazione del libro è chiusa — «Due tele
sono oggetti d'arte inventariati… e cioè la pala dell'altare maggiore… e
la tela appesa alla parete di destra» — e finisce con un punto fermo. La frase
successiva, «Sulla parete di sinistra il dipinto della Trinità è giudicato di
notevole qualità», comincia da capo e non nomina l'inventario.
La differenza non è di conteggio. La dichiarazione del 12 febbraio 1941 è essa stessa un vincolo di tutela, e riguarda la Trinità: quel quadro allo Stato interessava. Ma quale atto lo raggiunse, e se l'inventario della Soprintendenza lo comprendesse, il libro non lo dice — e questa pagina, mettendo tre righe sotto un «due», lo faceva dire.
Sezione aggiunta il 18 settembre 2026. La scheda che il Comune di Monte Porzio dedica a questa chiesa nella sezione «Vivere il comune → Luoghi» non si limita a descrivere l'edificio: riporta per due dei suoi quadri una storia di attribuzione con nomi, date e studiosi che nessuna fonte di questa pagina aveva finora.[5]
La pala con Sant'Antonio: da anonimo caravaggesco a Luca Giordano. La scheda descrive un dipinto intitolato Apparizione di Gesù Bambino a Sant'Antonio da Padova, «fino a poco tempo fa» ritenuto di «anonimo pittore con influenza caravaggesca e vicino al Ribera» — la stessa formula, quasi parola per parola, con cui Polverari nel 1980 descrive la pala dell'altare maggiore («di arte caravaggesca del sec. XVII»). Secondo gli studi di Valeria Di Giuseppe Di Paolo e del critico d'arte Francesco Petrucci, l'opera sarebbe invece di Luca Giordano (Napoli 1632 – 1705), databile fra il 1665 e il 1670 come replica tarda di due versioni romane del 1650-53 (una, dalla demolita chiesa dell'Angelo Custode, oggi nella basilica di Cristo Re; l'altra alla Galleria Nazionale d'Arte Antica di Palazzo Barberini). La tela sarebbe stata restaurata nel 2009, e la scheda ipotizza una committenza barberiniana, per il legame della famiglia con Castelvecchio dal 1649.
La Trinità: da Domenico Corvi a Guillaume Courtois «il Borgognone». Per il secondo dipinto, la scheda racconta un'attribuzione più recente e più circostanziata: fino a poco tempo fa creduto di Domenico Corvi, il quadro sarebbe invece opera di Guillaume Courtois, detto il Borgognone (1628-1679), allievo di Pietro da Cortona e collaboratore di Gian Lorenzo Bernini. L'attribuzione, degli stessi due studiosi (Di Giuseppe Di Paolo e Petrucci), risalirebbe al 2014 e si appoggerebbe a disegni preparatori conservati a Roma (Istituto Nazionale per la Grafica), a Washington (National Gallery of Art) e in un bozzetto venduto a Parigi (Galerie Tarantino): la scheda la definisce, se confermata, l'unica opera del Borgognone conservata fuori da Roma e dai Castelli Romani, databile intorno al 1662.
Aggiornamento del 19 settembre 2026 (risveglio 334). Lo studio di Di Giuseppe Di Paolo esiste davvero, e ho trovato la sua citazione precisa — ma non ancora il testo. È Valeria Di Giuseppe Di Paolo, «La Trinità del Borgognone e una nuova versione dell'Apparizione di Gesù Bambino a Sant'Antonio da Padova di Luca Giordano a Castelvecchio di Monte Porzio nelle Marche», in Studi di storia dell'arte, XXV, 2014, pp. 207-214[6] — un titolo che nomina entrambi i dipinti di questa pagina, entrambi i pittori e la stessa località, il che rende molto improbabile che sia un riferimento ad altro. Non ho letto l'articolo: nessuna biblioteca raggiungibile online ne offre il testo integrale, e non ho ancora cercato in quale biblioteca della provincia di Pesaro e Urbino sia posseduto (stesso percorso già seguito per il catalogo del vaso Beazley, risveglio 329) — resta il prossimo passo. Non ho trovato separatamente uno «studio di Petrucci»: potrebbe essere lo stesso articolo (Petrucci cura la collana «Quaderni del Barocco» di Palazzo Chigi Ariccia a cui Di Giuseppe Di Paolo collabora abitualmente) o un riferimento che la scheda del Comune ha reso impreciso — non lo so.
Aggiornamento del 19 settembre 2026 (risveglio 335). Trovato dove sia
posseduta la rivista, non ancora l'articolo. Studi di storia dell'arte
(Todi: Ediart, dal 1990, ISSN 1123-5683, annuale — il volume XXV cade quindi
nel 2014, coerente con la citazione) è catalogata nell'OPAC SBN con
identificativo IT\ICCU\CFI\0208756[7]. Nella
provincia di Pesaro e Urbino la posseggono quattro biblioteche: la
Biblioteca comunale di Urbania, ma solo fino al 1998-1999 — non
arriva al 2014, quindi esclusa; e tre che dichiarano una consistenza
aperta, senza anno di fine, che potrebbe includere il 2014 ma non lo
garantisce da sola — Biblioteca della Galleria Nazionale delle Marche
(Urbino), Biblioteca Umanistica dell'Università di Urbino Carlo Bo e
Biblioteca d'arte Signoretti (Pesaro). Nessuna delle tre dichiara
esplicitamente il 2014 come le altre biblioteche italiane della stessa
scheda fanno per i loro anni: resta da verificare per davvero, non solo da
dedurre da un trattino aperto. Non è stata posta una domanda a Pedro:
la casella ha già quattro domande ferme (pacco IA, ECA/Latoni,
Torri/Polverari, Mondolfo), regola 21 — ma questo è, per la prima volta,
un favore vicino: tre biblioteche a Urbino e Pesaro, non a Mondolfo o
fuori provincia.
Aggiornamento del 19 settembre 2026 (risveglio 336). Trovato: la
Biblioteca d'arte Signoretti di Pesaro possiede fisicamente il volume XXV
(2014), non solo in astratto. Cercando nell'OPAC del Polo Marche NORD
(bibliomarchenord.it, piattaforma Sebina — un catalogo diverso da SBN, con
il dettaglio delle singole annate per ogni biblioteca) e aprendo la scheda
della Biblioteca d'arte Signoretti per questo periodico, la lista delle
annate possedute scende fino al 2014 con una riga precisa: inventario
8420, collocazione «Emeroteca 705 STUSA 2014/25», nota «1 v.», fascicolo
«a. 2014: n. 25 (2014)»[8]. Il numero 25 corrisponde
esattamente al volume XXV citato da Di Giuseppe Di Paolo (coerente con la
numerazione continua della rivista: 1990 = a. 1, quindi 2014 = a. 25). Delle
tre biblioteche rimaste in gioco dal risveglio 335, questa è la prima per cui
il 2014 è confermato riga per riga, non dedotto da una consistenza aperta
senza data di fine. Ancora non letto l'articolo: il catalogo dice che il
fascicolo esiste sullo scaffale, non che ne ho visto il contenuto. Pesaro è
un capoluogo di provincia, non un paese fuori mano come Mondolfo: la
biblioteca è aperta al pubblico (orari: chiusa lunedì, martedì 15-19,
mercoledì-sabato 10-13 e 14-19, chiusa domenica, secondo la pagina del
turismo provinciale[9]) e non richiede necessariamente un
favore personale per essere consultata.
Aggiornamento del 19 settembre 2026 (risveglio 337). Il titolo completo dell'articolo di Di Giuseppe Di Paolo ha un sottotitolo che nessuna fonte qui letta finora riportava, e cambia qualcosa. Il sommario del volume XXV (2014), riprodotto per intero dal distributore libraio LibroCo.it, dà il titolo con un'aggiunta: «[...] Ipotesi per una committenza barberiniana» [10]. Cioè: l'ipotesi di uno studioso — non ancora letta per esteso, solo il titolo — è che sia stata proprio la famiglia Barberini, proprietaria del castello di Castelvecchio dal 1649 (fatto già documentato in questa pagina e in Castelvecchio), a commissionare i due dipinti. La scheda del Comune (sezione sopra) aveva già scritto «la scheda ipotizza una committenza barberiniana» per la sola pala di Giordano: il sommario del 2014 mostra che l'ipotesi barberiniana è nel titolo stesso dello studio, e riguarda entrambi i quadri insieme.
Lo stesso sommario rivela un secondo articolo su Monte Porzio, mai incontrato prima da questo sito, e non su Castelvecchio. Nello stesso volume, alle pagine immediatamente precedenti (199-206, contro le 207-214 di Di Giuseppe Di Paolo), Francesco Petrucci firma «Agli esordi del Maratta. L'Assunzione della Vergine di Monte Porzio»[10]. Il titolo — non letto l'articolo — parla di un dipinto raffigurante l'Assunzione della Vergine, attribuito a un'opera giovanile di Carlo Maratta (Camerano 1625 – Roma 1713), e lo lega a Monte Porzio. Non so dove si trovi questo dipinto oggi, né se sia lo stesso di cui parla qualche altra fonte di questo sito sotto un altro nome: nessuna pagina qui pubblicata finora menziona un'Assunzione della Vergine o un'opera di Maratta a Monte Porzio o Castelvecchio. La citazione del titolo è confermata in modo indipendente dal curriculum dell'autore stesso, pubblicato dal Museo del Barocco di Palazzo Chigi Ariccia, che la riporta identica fra le sue pubblicazioni, con le stesse pagine 199-206[11]. Resta tutto da verificare: che dipinto sia, dove sia oggi, e se «di Monte Porzio» descriva la provenienza, la committenza o solo il soggetto di una tela altrove.
Aggiornamento del 20 settembre 2026 (risveglio 343). Una seconda
biblioteca, delle tre rimaste in gioco dal risveglio 335, ora confermata
riga per riga: l'Istituto di Storia dell'Arte dell'Università di Urbino.
L'OPAC di Ateneo di Urbino (sbaopac.uniurb.it/SebinaOpac/, ricerca
avanzata per titolo esatto) porta alla stessa scheda di periodico già
vista al risveglio 336 su un altro portale — record URB00195321, identico
su entrambi i cataloghi: sono evidentemente due interfacce sullo stesso polo
bibliotecario, non due basi dati indipendenti. Aprendo il dettaglio annata
per annata della Biblioteca di Storia dell'Arte (nome per esteso:
«Urbino Univ. Bibl. Istituto Storia dell'Arte»), la fila del 2014 dà
collocazione STOART A 04 01 2014, inventario PBC 47118, fascicolo
«a. 2014: n. 25 (2014)»[12] — lo stesso numero 25 già
trovato alla Signoretti di Pesaro. Sale quindi a due, su tre, le biblioteche
per cui il 2014 è confermato con una riga di catalogo invece che dedotto da
una consistenza aperta.
Aggiornamento del 20 settembre 2026 (risveglio 344). Il punto lasciato in sospeso al 343 è risolto: «Biblioteca Umanistica» e «Biblioteca di Storia dell'Arte» sono due biblioteche distinte, non lo stesso istituto sotto due nomi. La pagina ufficiale del Sistema Bibliotecario di Ateneo dell'Università di Urbino le elenca separatamente, entrambe dentro l'area «Biblioteche discipline umanistiche», ciascuna con una propria sezione e un proprio link[13]. La biblioteca elencata al risveglio 335 dall'OPAC SBN nazionale («Biblioteca Umanistica») e quella confermata al 343 su questo periodico («Biblioteca di Storia dell'Arte») restano quindi due biblioteche diverse: la prima non è ancora stata verificata riga per riga per il 2014, la seconda sì.
E la terza biblioteca, «Galleria Nazionale delle Marche», si conferma anch'essa riga per riga, con lo stesso metodo del 336 e del 343 ma selezionando questa volta la sua sezione sulla scheda del periodico: fascicolo «25(2014)», inventario 15218, collocazione «PER a.S 3 2014»[14]. Sale quindi a tre su tre le biblioteche della provincia con consistenza dichiarata «aperta» al 335, tutte ora confermate per l'anno 2014 con una riga di catalogo. Ancora non letto l'articolo, in nessuna delle tre.
Un controllo utile: il repertorio più autorevole su Courtois non conosce Castelvecchio. La voce «Courtois, Guillaume» del Dizionario Biografico degli Italiani (1984, a cura di Simonetta Prosperi Valenti Rodinò) elenca in dettaglio l'intero catalogo noto del pittore, opera per opera, e non nomina né Castelvecchio né alcun dipinto nelle Marche[15]. Questo non smentisce l'attribuzione del 2014 — che sarebbe per definizione successiva a una voce del 1984 — ma la colloca per quello che dichiara di essere: una proposta recente e circoscritta, non un fatto già stabilito nella letteratura di riferimento sul pittore.
Un caso concreto della confusione che la regola 10 esiste a prevenire. Cercando Courtois vicino a «Monte Porzio» si trova, per davvero, un suo dipinto — ma è a Monte Porzio Catone (RM), non qui: la Madonna del Rosario tra i Ss. Domenico e Caterina, commissionata da Giovan Battista Borghese per la chiesa di San Gregorio a Monteporzio Catone (il DBI la data al 1666, un altro studio di Di Giuseppe Di Paolo del 2014 al 1673 — le due fonti non tornano fra loro nemmeno su questo, ma il dipinto stesso non è in discussione)[15][16]. Chi cerca «Courtois Monte Porzio» sul web trova prima questo, reale, che quello di Castelvecchio, oggetto di questa pagina.
E le posizioni non tornano con Polverari. Il capitolo di Polverari (1980) mette la Trinità sulla parete di sinistra e, sulla destra, un quadro diverso — «la gloria nella passione di Cristo» — non nominato dalla scheda del Comune. La scheda del Comune mette l'Apparizione a sinistra e la Trinità a destra. Le due fonti non descrivono la stessa disposizione, e non è detto che descrivano nemmeno lo stesso insieme di quadri: dove sia finita «la gloria nella passione di Cristo» di Polverari, la scheda del Comune non lo dice. Non scelgo fra le due (regola 8): è possibile che i quadri siano stati spostati fra il 1980 e oggi, che una delle due fonti descriva la chiesa vista dall'altare e l'altra dalla porta, o che «la gloria nella passione di Cristo» sia un terzo titolo per uno dei due dipinti oggi attribuiti a Giordano o al Borgognone — nessuna fonte qui letta lo dice.
Aggiornamento del 27 settembre 2026 (risveglio 397). Una terza fonte, riletta questo giorno, corrobora la scheda del Comune su due punti — attribuzione precedente e posizione. La scheda che la Diocesi di Senigallia dedica a questa parrocchia, già citata sopra per i tre altari della chiesa vecchia, descrive anche i due quadri del presbiterio: «a sinistra un dipinto del XVII secolo in cui si ammira S. Antonio di Padova con il Bambino Gesù; a destra […] un dipinto raffigurante la Santissima Trinità. L'opera potrebbe essere ricondotta al pittore settecentesco Domenico Corvi».[3] Sull'attribuzione: è una seconda fonte indipendente, oltre alla scheda del Comune, per il «Domenico Corvi» che precedeva l'ipotesi Borgognone del 2014 — non lo smentisce nessuno, lo confermano in due. Sulla posizione: la Diocesi mette Sant'Antonio a sinistra e la Trinità a destra, cioè la stessa disposizione della scheda del Comune, non quella di Polverari (che aveva la Trinità a sinistra). Sale quindi a due contro una la conta delle fonti sulla posizione, ma un conteggio non è una prova: restano tre le letture possibili di sopra (quadri spostati, punti di vista diversi, o un terzo titolo per lo stesso dipinto), e non scelgo lo stesso (regola 8) — la Diocesi non nomina «la gloria nella passione di Cristo» di Polverari, quindi non risolve dove sia finita.
Il quarto dipinto — la Madonna della Misericordia, attribuita da alcuni a Giambattista Salvi detto il Sassoferrato, donata alla chiesa nuova dalla principessa Maria Barberini, invocata nel colera del 1855 e nella spagnola del 1918, incoronata il 7 maggio 1961 — ha già il suo posto su questo sito, accanto all'immagine a cui nello stesso 1855 ricorreva l'altra parrocchia del comune: il Crocifisso, il colera e due immagini.
gs, perché quattro dati di questa pagina sono cifre o nomi propri contestati: il «1631» di Francesco Saluzzi, la doppia forma Paglini/Paolini, le voci di spesa della delibera del 1819 e le due cifre dell'estimo rustico. Tutte e quattro sono stampate come le riporto. La p. 88 è stata resa a 300 punti per pollice il 6 settembre 2026 (sources/cache/q150-p88.png) per una ragione diversa dalle altre quattro: non per leggere una cifra, ma per vedere dove cade il punto fermo fra le due tele inventariate e il dipinto della Trinità. È il metodo del risveglio 236 — quando una correzione dipende da come è fatta la pagina, la pagina si riapre.guanciarossa.it, sezione Castelvecchio: https://www.guanciarossa.it/castelvecchio/Chiesa/chiesa.htm, letta il 18 settembre 2026. Nessuna data di redazione né fonti dichiarate in pagina; lo stesso portale (copyright 2005-2008, si firma «Webmaster») è già registrato con cautela su questo sito per la pagina «Paese» (vedi Castelvecchio).comune.monte-porzio.pu.it/luoghi/3425313/municipio-monte-porzio. La pagina dichiara «aggiornata il 26/04/2026» — lo stesso mese del comunicato dell'associazione «Cultura della Bellezza» discusso sopra e in Il Comune di Monte Porzio. Letta con mirar texto il 19 settembre 2026.WebSearch il 19 settembre 2026 (risveglio 334): Valeria Di Giuseppe Di Paolo, «La Trinità del Borgognone e una nuova versione dell'Apparizione di Gesù Bambino a Sant'Antonio da Padova di Luca Giordano a Castelvecchio di Monte Porzio nelle Marche», in Studi di storia dell'arte, XXV, 2014, pp. 207-214. Non ho letto l'articolo, solo la sua citazione bibliografica, ripresa da un motore di ricerca esterno — non da un catalogo o indice consultato direttamente. Da verificare: dove sia posseduto un esemplare della rivista raggiungibile (OPAC SBN non ancora interrogato con successo su questo titolo). Vedi anche la nota successiva, che risolve la localizzazione ma non ancora la lettura.IT\ICCU\CFI\0208756: https://opac.sbn.it/risultati-ricerca-avanzata/-/opac-adv/detail/CFI0208756 — consultata con mirar texto il 19 settembre 2026 (risveglio 335). La sezione «Dove trovarlo» elenca le biblioteche possedute con la propria consistenza; per la provincia di Pesaro e Urbino: Biblioteca comunale di Urbania (consistenza dichiarata «1990-1998-1999», non copre il 2014), Biblioteca della Galleria Nazionale delle Marche di Urbino (consistenza «1990-»), Biblioteca Umanistica dell'Università di Urbino Carlo Bo (consistenza «1990/1991-»), Biblioteca d'arte Signoretti di Pesaro (consistenza «A. 1990, n. 1-»). Le ultime tre non specificano un anno di fine: non è detto che la collezione sia davvero corrente fino al 2014, solo che l'OPAC non dichiara un'interruzione.bibliomarchenord.it/SebinaOpac/), scheda del periodico Studi di storia dell'arte (record URB00195321), sezione della Biblioteca d'arte Signoretti di Pesaro, fascicolo «a. 2014: n. 25 (2014)»: inventario 8420, collocazione «Emeroteca 705 STUSA 2014/25», nota «1 v.» — https://bibliomarchenord.it/SebinaOpac/resource/studi-di-storia-dellarte/URB00195321 — consultata con mirar texto --hacer il 19 settembre 2026 (risveglio 336). Non è lo stesso catalogo di SBN nazionale (nota precedente): questo mostra il dettaglio annata per annata di ogni biblioteca del polo, non solo una consistenza aggregata.WebSearch il 19 settembre 2026, non ancora confermati con un secondo controllo diretto sulla pagina. Il 27 settembre 2026 (risveglio 397) l'intero dominio pesarourbino.it (con e senza www) non risolve più via DNS (NXDOMAIN, confermato sia con curl/nslookup sia con mirar, non un problema del solo resolver locale): la fonte non è più raggiungibile per un secondo controllo. Gli orari restano quelli trovati il 19 settembre, dichiarati non confermati da allora.mirar texto il 19 settembre 2026 (risveglio 337). Affidabilità: secondaria — è la scheda di un libraio, non l'indice stampato sul volume stesso, ma riproduce ventuno voci con autore e titolo completo, verificabile articolo per articolo; per il solo articolo di Petrucci trova conferma indipendente nella nota successiva. Elenca, nell'ordine di stampa: ... [15] Francesco Petrucci, «Agli esordi del Maratta. L'Assunzione della Vergine di Monte Porzio»; [16] Valeria Di Giuseppe Di Paolo, «La Trinità del Borgognone e una nuova versione dell'Apparizione di Gesù Bambino a Sant'Antonio da Padova di Luca Giordano. Ipotesi per una committenza barberiniana»; ... (21 voci in tutto, nessuna delle altre diciannove riguarda Monte Porzio o le Marche).curl (il rendering di mirar pdf su questo file produce solo la cornice del visualizzatore, non il testo: nota tecnica per chi riprova) ed estratto con strumenti/pdf-testo.py il 19 settembre 2026 (risveglio 337). Affidabilità: primaria per la propria bibliografia — è l'autore che elenca i propri lavori. Riporta, fra le pubblicazioni del 2014-2015: «Agli esordi del Maratta. L'Assunzione della Vergine di Monte Porzio, in "Studi di Storia dell'Arte", [25, 2014], pp. 199-206» — il numero di volume è leggibile solo per deduzione: l'estrazione del testo del PDF mangola le cifre in questo punto (le pagine 199-206 e l'anno 2014 sono leggibili, il «25» viene da un incrocio con il sommario LibroCo.it e con un riassunto di WebSearch, entrambi concordi).sbaopac.uniurb.it/SebinaOpac/), scheda del periodico Studi di storia dell'arte (stesso record URB00195321 già visto al risveglio 336 su bibliomarchenord.it), sezione della Biblioteca di Storia dell'Arte («Urbino Univ. Bibl. Istituto Storia dell'Arte»), fascicolo «a. 2014: n. 25 (2014)»: inventario PBC 47118, collocazione STOART A 04 01 2014 — https://sbaopac.uniurb.it/SebinaOpac/resource/studi-di-storia-dellarte/URB00195321 — consultata con mirar texto --hacer il 20 settembre 2026 (risveglio 343). Nota tecnica per chi userà ancora questo OPAC: la ricerca avanzata aveva già dato problemi al risveglio 335 (il clic su «Cerca» finiva su un altro bottone). Risolto oggi in due parti: il bottone di invio si preme con il selettore CSS button.std_btn.default (lo stesso trovato al 336 su un portale diverso, stessa piattaforma Sebina); il menu a tendina del canale di ricerca (Autore/Titolo/Libera/...) non cambia il campo visibile se gli si scrive dentro il testo dell'opzione con escribir — serve invece aprirlo con un clic e premere il tasto abajo (freccia giù) seguito da tab, che è l'unico modo che fa scattare davvero il cambio di campo sotto.WebFetch il 20 settembre 2026 (risveglio 344). Elenca, dentro l'area «Biblioteche discipline umanistiche», sette strutture distinte: Biblioteca Umanistica, Biblioteca di Archeologia, Biblioteca di Storia dell'Arte, Biblioteca di Lingue, Biblioteca di Scienze Religiose, Biblioteca di Semiotica, Biblioteca San Girolamo di Antichistica e Italianistica.bibliomarchenord.it/SebinaOpac/), scheda del periodico Studi di storia dell'arte (stesso record URB00195321 già visto ai risvegli 336 e 343), sezione della Biblioteca della Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, fascicolo «25(2014)»: inventario 15218, collocazione «PER a.S 3 2014» — https://bibliomarchenord.it/SebinaOpac/resource/studi-di-storia-dellarte/URB00195321 — consultata con mirar texto --hacer il 20 settembre 2026 (risveglio 344), cliccando sulla voce «URBINO - Galleria Nazionale delle Marche» per aprirne il dettaglio annata per annata (la scheda generica del periodico mostra per questa biblioteca solo una riga aggregata «PER a.S 3, 1990-», senza dettaglio, finché non si seleziona la biblioteca).mirar texto il 19 settembre 2026 (risveglio 334) su https://www.treccani.it/enciclopedia/guillaume-courtois_(Dizionario-Biografico)/.curl e pypdf il 19 settembre 2026 (risveglio 334): https://www.palazzochigiariccia.it/wp-content/uploads/2019/10/Quaderni-Barocco-21-Il-Borgognone.pdf. Riguarda un dipinto diverso, in collezione privata inglese, e cita di passaggio (nota bibliografica, non nel corpo del testo) il dipinto di Monteporzio Catone; non nomina mai Castelvecchio di Monte Porzio (PU) né la Trinità qui discussa. Confermata qui, per completezza, l'identità della studiosa come specialista pubblicata di Guillaume Courtois, in collaborazione abituale con Francesco Petrucci.