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Storia

Le prime righe certe, il castello scomparso di San Pietro dei Bulgari fra il 1001 e il 1187, un errore che gira da un secolo, le quattro etimologie del nome del paese, il toponimo stampato su tre carte del Seicento e la pieve nominata in una bolla del 1223, ora letta anche sul registro vaticano nell'edizione critica del 2006.

Ultima verifica: 4 ottobre 2026.

Monte Porzio (PU), non Monte Porzio Catone (RM). Questa pagina riguarda il comune marchigiano in provincia di Pesaro e Urbino. Il paese laziale ha una storia sua, che qui non si racconta.

Questa è la prima pagina di storia del sito, ed è corta di proposito. Non racconta Monte Porzio dall'inizio alla fine: mette per iscritto le poche cose che sono state viste su una fonte, e dice da dove vengono. Il resto verrà, o non verrà.

La fonte principale

Esiste un libro, e cambia il problema. Alberto Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, prima edizione 1980, ristampato nella collana «I Quaderni del Consiglio regionale delle Marche» e pubblicato in PDF dal Consiglio stesso sul proprio sito.[1]

La ristampa è promossa dall'Associazione Monte Porzio cultura, dal Comitato Organizzatore e dalla Pro Loco, e il volume la lega al centenario della nascita dell'autore.[1] L'anno è il 2014: lo dicono tre indizi che concordano — la data di creazione del file PDF (10 luglio 2014), la firma della presentazione comunale («Dott. Giovanni Breccia, Sindaco di Monte Porzio») e il fatto che Breccia sia stato eletto sindaco nel maggio di quell'anno, come risulta dall'archivio del Ministero dell'Interno.[2]

Due avvertenze, prima di usarlo.

È una fonte secondaria: uno storico che legge documenti e li interpreta, non il documento. Dove qui sotto si scrive «Polverari scrive che», il fatto accertato è che lo scrive lui — i documenti che cita non li ho visti.

Ed è datata al 1980: quarantasei anni di studi successivi non ci sono dentro. Chi ha curato la ristampa lo dice apertamente, e spiega di aver scelto di non aggiornarla: «Avremmo potuto commentarlo, chiosarlo con le ultime scoperte […] ma tutto questo avrebbe snaturato il valore intrinseco di questa pubblicazione.»[1]

Una cosa la chiude subito. In paese c'è una pro loco: finora lo sapevo solo da una testimonianza orale, e ora c'è un documento del 2014 che la nomina fra i promotori della ristampa.[1]

L'abitato più antico che questo sito sappia documentare: Castel San Pietro dei Bulgari, dal 1001

Prima della pieve del 1223 c'è qualcosa di più antico, e questa pagina finora non lo diceva. Arrivando all'alto medioevo, Polverari scrive una frase secca: San Gervasio «è la chiesa dei Bulgari, dei quali è presso di noi il primo storico centro abitato».[3] Quel centro è il Castel San Pietro dei Bulgari, che nelle carte compare come chiesa, vico, fondo, corte e castello — e di cui non si sa dove fosse.

Il «primo» di quella frase non è il primo di questo titolo, e conviene separarli subito. Polverari dice che il primo centro abitato dei Bulgari sta qui: il suo insieme è fatto di insediamenti bulgari, non di insediamenti del territorio comunale, e la frase non esclude che qui ci fosse altro prima. Il titolo invece dice una cosa più piccola e tutta mia: fra i luoghi abitati del comune di oggi, questo è quello per cui il documento più antico che io sappia indicare porta la data più alta — il 7 marzo 1001 della tabella qui sotto. Non è un'affermazione sull'antichità dei luoghi, è un'affermazione sulle carte che ho letto.

Il libro lo mette in cima all'elenco dei castelli del territorio: «Di questi castelli riguardano il territorio di Monteporzio: il Castel San Pietro dei Bulgari, il Castel Girardo, Montalporco, Monte Cerregno e Busicchio, siti nel territorio parrocchiale di Monteporzio; il Castel Berardo e Castelvecchio, siti nel territorio parrocchiale di Castelvecchio.»[4] Di quattro di questi il sito già dice qualcosa; di questo, prima di questa sezione, niente.

I sei documenti, dal 1001 al 1187

Sono sei atti in centottantasei anni, tutti legati all'abbazia di San Lorenzo in Campo, e in ognuno il luogo si chiama in un modo un po' diverso. Li elenco perché sono le righe più antiche che questo sito sappia indicare su un abitato del territorio comunale.[3]

datadocumentocome il luogo è nominato
7 marzo 1001privilegio dell'imperatore Ottone III all'abbazia di San Lorenzo in Campola «cella di San Pietro in Bulgaria», nel territorio di Senigallia
6 febbraio 1112privilegio pontificio allo stesso monastero (sul nome del papa, vedi più avanti)la «corte di San Pietro in Bulgaria»
1 gennaio 1120Mainardo, abate di San Lorenzo in Campo, concede in enfiteusi tre moggi di selva e terra a Paolino e Vivolo, figli del fu Atto, e a Berta loro madre«nel fondo San Pietro dei Bulgari»
21 ottobre 1127Imelda, figlia del fu Guglielmo, e Corrado, figlio del fu Sifredo, cedono allo stesso abate le loro proprietà«nel vico dei Bulgari»
27 novembre 1153privilegio di papa Anastasio IVil «castello di San Pietro di Bulgaria»; in latino, dice la nota, «castrum Sanc[t]i Petri de Bulgaria»
25 giugno 1187conferma di papa Urbano IIIla «corte di San Pietro in Volgaria»

Perché questi beni starebbero qui e non in un altro pezzo del contado di Senigallia, Polverari lo argomenta in quattro mosse, e vale la pena separarle perché non hanno la stessa forza:[3]

1. si tratta di beni siti nel comitato di Senigallia, e gli altri beni dello stesso comitato sono nominati a parte e distintamente (Cerqua Cupa, Frattula, Carticosa); 2. un documento spurio — così lo chiama lui — sulla donazione di Gottifredo di Castel Berardo a San Lorenzo in Campo dà tre confini: «a primo flumen Sesani, a secondo Rivum Maiorem, a tertio curte dicti castri Busechi», cioè il Cesano, il Rio Maggiore e il castello di Busicchio; 3. sul verso del documento del 1127 una nota antica colloca il vico «in fund[o] Montis Porci», nel fondo di Monte Porco; 4. due documenti del 3 agosto 1149 sui possedimenti di Panfilia del fu Alberico sono scritti, dice una postilla secentesca, «manu antiqua, et Longobarda».

La terza è l'unica che nomini Monte Porco, ed è la sola su cui poggia tutto il resto. Le altre tre dicono «in quest'area», non «in questo luogo». Il paragrafo seguente riguarda proprio quella terza.

Il nome della località è scritto in tre modi, e la questione dipende da lui

La nota sul verso della carta del 1127 è la prova che localizza il castello. Lo stesso volume la trascrive due volte, in due modi diversi:

E a p. 52, nel corpo del testo, l'autore accosta due delle tre forme come alternative: «il castello di San Pietro nel vico dei Bulgari “in Bulgaresco” o Bulgnisco». Le due note sono state lette da me sulle pagine del PDF renderizzate a immagine, non solo sul livello di testo: è così che il libro è stampato.[5]

Questo conta più di un pignolo, perché su quella formula si regge l'obiezione con cui Polverari respinge l'ipotesi di Pierucci — che il Castellare Bulgari presso Piaggiolino e il Castel San Pietro siano lo stesso posto — e la respinge dicendo che San Pietro sta «in fundo Montis Porci», cioè altrove (vedi Piaggiolino).

La ristampa del 2014 contiene errori di lettura, e questo cambia come si usa. Non è un sospetto: si contano sulla stessa pagina. Il documento del 21 ottobre 1127 è di «Imelda» a p. 46 e di «Inielda» a p. 50 — la stessa carta, lo stesso libro, quattro pagine dopo. A p. 60, nota 9, un numero di pagina è stampato «p. Ili», che non è un numero: va letto 111 (lo dico io; il libro stampa «Ili»). Altrove si legge «Flaininia» per Flaminia, «Sancii Petri» per Sancti, «fratruum» per fratrum, «pp. 4041» per pp. 40-41.

Sono gli scambi tipici di un riconoscimento ottico: m letto ni, 1 letto l o I, trattini persi. La ristampa è quasi certamente stata digitalizzata dall'edizione del 1980 e non ricontrollata parola per parola. Non ho l'edizione del 1980 e non posso confrontare.

Conseguenza pratica: la forma esatta di un toponimo o di una parola latina non si può prendere alla lettera da questo volume. Le date, le cifre e i rimandi d'archivio restano usabili; le singole lettere no. Per uscirne serve una fonte che non sia questo libro — e dal 21 agosto 2026 il cantiere ne ha una: il paragrafo qui sotto.

La stessa formula, stampata da un'altra edizione, con un indirizzo d'archivio

(paragrafo aggiunto il 21 agosto 2026)

Le tre grafie qui sopra sono tutte dello stesso libro, e finché restavano lì non c'era modo di scegliere. Il cantiere ha ora una seconda fonte, che non è quel libro: l'edizione critica del «Codice di San Gaudenzio», curata da Ettore Baldetti per la Deputazione di Storia Patria per le Marche nel 2006.[6] È un volume composto a computer e non riconosciuto otticamente — cioè un volume di cui si può citare anche la grafia delle parole, al contrario del quaderno 150.

Nell'introduzione, alla nota 242, quella formula è stampata così:

V. In Bulgaresco Sancti Petri Montis Porci, in fundo Montis Porci, a. 1127 (ASF, Carte d'Urbino, cl. III, fil. II, n. 8 e cf. B1988, nn. 311, 267).[7]

Tre cose, in ordine di quanto sono sicure.

Uno: la grafia. Delle tre forme del 1980 questa edizione stampa Bulgaresco, e stampa fundo, non fondo — cioè proprio le due parole su cui si regge l'obiezione a Pierucci. Attenzione a che cosa questo è e che cosa non è: Baldetti non discute le lezioni di Polverari, non le nomina neppure, quindi non è un arbitrato fra le tre. È una seconda stampa della stessa formula, fatta ventisei anni dopo e in condizioni tipografiche migliori. Le altre due forme restano scritte dov'erano: restano tre grafie a stampa, ma una delle tre ha adesso un secondo testimone e le altre due no.

Due: l'indirizzo d'archivio, che il quaderno 150 non dà. Per questo documento Polverari rimanda ai propri Regesti Senigalliesi del 1974 (pp. 48-49, n. 131), cioè a un riassunto suo. Baldetti rimanda invece all'Archivio di Stato di Firenze, Carte d'Urbino, classe III, filza II, numero 8. È il primo indirizzo d'archivio che questo sito abbia per la carta del 1127, e cambia la conclusione del riquadro qui sopra: per sapere che cosa c'è scritto davvero non servono più i Regesti del 1974 — serve una filza, e si sa quale.

L'indirizzo è per giunta coerente con la struttura del fondo, che questo sito ha già descritto altrove: nell'elenco del fondo Urbinate di Firenze pubblicato dallo stesso Polverari in appendice, le voci di classe III hanno tre coordinate e non quattro, perché per loro la casella «Divisione» è vuota (vedi Le carte di Firenze). La citazione di Baldetti ha esattamente quella forma a tre coordinate. Coerente non vuol dire verificato: quella filza questo cantiere non l'ha vista, come non ha visto nessun'altra carta di quel fondo. E vale la pena notare che la carta del 1127 non è nell'elenco di Polverari, la cui voce più antica è del 1200: il fondo fiorentino contiene, per questo territorio, roba più vecchia di quanto quelle dodici pagine lascino vedere.

Tre, ed è quello che la nota non dice. Baldetti scrive «In Bulgaresco…» e rimanda alla carta; non scrive che quella formula stia sul verso. Che sia la nota dorsale di cui parla Polverari è probabile — stessa formula, stessa data, stesso documento — ma è un'inferenza mia, e la lascio dichiarata come tale. Se invece la formula stesse nel corpo dell'atto, allora non ci sarebbe nessuna «nota antica» e il quarto punto dell'argomento di Polverari andrebbe letto diversamente.

Aggiornamento del 21 agosto 2026, sera: l'inferenza regge meglio, e resta un'inferenza. L'Introduzione dello stesso volume, alla nota 317, cita il documento immediatamente precedente nella stessa filza — Carte d'Urbino, cl. III, fil. II, n. 7 — e lo fa esattamente per la sua nota sul verso:

La presenza di un distretto amministrativo è attestata dalla nota dorsale di un documento del 1120, pervenutoci in copia, in cui con riferimento al fundus S. Petri Bulgarorum del testo si riporta: in vico Sancti Petri curte Burgarorum. (ASF, Carte d'Urbino, cl. III, fil. II, n. 7).[8]

Tre guadagni in una nota, e vanno tenuti separati.

1. Il documento del 1120 di questa pagina ha un indirizzo. È il terzo della tabella qui sopra — l'enfiteusi del 1° gennaio 1120 dell'abate Mainardo, «nel fondo San Pietro dei Bulgari» — per cui Polverari rimandava ai propri Regesti del 1974. Stesso anno, stesso fondo d'archivio, stesso toponimo: che sia lo stesso documento è quasi certo, ma è una mia identificazione, perché nessuno dei due autori dice che lo sia. Se regge, quella carta è oggi a Firenze, in copia, un numero prima di quella del 1127. 2. Baldetti lavora sulle note dorsali di questa stessa filza, e lo scrive. Non dimostra che la formula del n. 8 stia sul verso — quella resta la mia inferenza — ma toglie di mezzo l'obiezione che rendeva l'ipotesi fragile, cioè che nulla in Baldetti facesse pensare al verso di quelle carte. 3. Anche qui il verso e il testo non dicono la stessa cosa. Nel n. 7 il testo ha fundus S. Petri Bulgarorum e il dorso ha in vico Sancti Petri curte Burgarorum: cambia la parola che classifica il luogo — fundus, vicus, curtis — e cambia perfino la grafia dei Bulgari, Bulgarorum contro Burgarorum. È la stessa oscillazione che la tabella dei sei documenti mostra di secolo in secolo, e qui la si vede dentro un documento solo.

Aggiornamento del 21 agosto 2026, più tardi lo stesso giorno: le due sigle sono sciolte, e dall'elenco del volume. L'elenco «Sigle, segni speciali e abbreviazioni» sta alle pp. CCXIX-CCXXI — non a p. 341, come questa pagina aveva scritto — è anch'esso privo di testo estraibile, ed è stato reso in immagine e letto. Dà «ASF = Archivio di Stato di Firenze» e «B 19.. = E. Baldetti, …».[9] Cioè: l'indirizzo d'archivio della carta del 1127 è ora sciolto dalla fonte e non dedotto da me, e «B 1988» è confermato come un lavoro del curatore stesso. Quale lavoro del 1988, per contro, l'elenco non lo dice: la sigla rimanda alla bibliografia, che è anch'essa senza testo estraibile. Il resto delle sigle sciolte quel giorno sta in I signori di Monteporzio nel Duecento.

E la sera dello stesso giorno anche B 1988 ha un titolo, letto sulla bibliografia resa in immagine: E. Baldetti, Aspetti topografico-storici dei toponimi medievali nelle valli del Misa e del Cesano, prefazione di G. B. Pellegrini, Bologna 1988 [ristampa Serra de' Conti 2004].[10] Questo cambia come va letto il rimando: «cf. B1988, nn. 311, 267» non manda a due pagine ma a due voci numerate di un repertorio di toponimi. Le due voci riguardano, con ogni probabilità, i due nomi in gioco nella carta — S. Pietro e i Bulgari — ma quale numero sia quale questo sito non lo sa: il libro non l'ha visto. È, oggi, il secondo titolo da cercare in biblioteca per questa valle.

A che cosa serve Baldetti questa carta. Non a parlare dei Bulgari: la cita per dire che Monteporzio era «centro abitato anteriormente associato alla chiesa di S. Pietro, tempio che in decorrere di tempo scompare per essere sostituito dalla sede plebana poi parrocchiale di S. Michele di Monteporzio».[7] È la stessa identificazione a cui arriva Polverari — San Pietro e Monte Porco nello stesso posto — per una strada diversa, e per lui è il perno di una ricostruzione che riguarda la parrocchiale: sta nella pagina su San Michele, non qui.

Un papa che nel 1112 non c'era

Il privilegio del 6 febbraio 1112 è attribuito dal volume a «papa Pasquale III».[3] Nel febbraio 1112 il papa era Pasquale II, eletto il 13 agosto 1099 e morto il 21 gennaio 1118.[11] Il numero stampato non può essere giusto.

Non lo correggo in silenzio e non so a chi attribuirlo: può essere un refuso d'autore del 1980 oppure uno dei guasti della ristampa descritti qui sopra. Lo scrivo perché chi cercasse quel privilegio con il numero sbagliato non lo troverebbe.

Dove fosse: quattro proposte nello stesso libro, che non si parlano fra loro

Sull'ubicazione il libro è netto: «finora non è stato possibile identificarne l'ubicazione; dal sec. XII non se ne ha più traccia».[4] Nei capitoli V-VII, però, di ipotesi ne affiora una dopo l'altra, a distanza di poche pagine, e nessuna delle quattro viene messa accanto alle altre:

doveproposta
p. 50il riferimento alla «corte» di San Pietro «potrebbe indurre alla identificazione con altri castelli» — senza dire quali[4]
p. 52«data l'incertezza dei documenti», il castello di Busicchio potrebbe essere lo stesso di San Pietro[12]
p. 54poiché di una chiesa di San Pietro a Monteporzio «non si è mai avuto la minima traccia», potrebbe essere quella presso Stacciola, intitolata appunto a San Pietro[13]
p. 54, nota 22Pierucci identifica San Pietro con il Castellare Bulgari presso Piaggiolino; Polverari lo respinge perché San Pietro è «in fundo Montis Porci»[13]

Le ultime tre si escludono a vicenda: Busicchio, Stacciola e Piaggiolino sono tre posti diversi. E c'è un cortocircuito dichiarato: nella stessa nota in cui respinge Pierucci, Polverari aggiunge che se valesse l'ipotesi di Stacciola, «nel caso sarebbe probabile la ricordata opinione del Pierucci» — cioè la proposta che ha appena respinto.[13] È un libro che tiene aperte tutte le porte, ed è più onesto di quanto sembri; ma il lettore che cerca una risposta non la trova, e questa pagina non gliela costruisce al posto suo.

Sulla proposta di Stacciola il volume offre l'unico appiglio documentario del gruppo: la chiesa di San Pietro di Stacciola comparirebbe nei documenti del 1290-1292 come «Ecclesia S. Petri de Monte Nastascole», nella raccolta delle decime pubblicata dal Sella.[13] È la stessa edizione — le Rationes decimarum del 1950 — che questa pagina si è già segnata come prossimo documento da cercare.

Una quinta ipotesi, da un altro libro, e non risolve: il vicus alla foce

(paragrafo aggiunto il 21 agosto 2026, sera)

Le quattro proposte qui sopra sono tutte dentro il quaderno 150. L'edizione del 2006 ne aggiunge una che non riguarda il castello ma il vico, e va messa accanto alle altre perché di quel nome i documenti si servono per indicare il luogo. Nell'Introduzione, Sterpita — «attuale Sterpetine», alla foce del Cesano — è indicata come centro insediativo, e la nota 319 conclude:

…l'analisi della donazione del 1085, con la quale si donavano beni del vicus Bulgarorum situati presso la foce del Cesano, inducono ad avanzare l'ipotesi che il vicus Bulgarorum sive Sclavinorum si identifichi proprio con la località Sterpita.[8]

Gli argomenti che porta sono quattro: il toponimo usato come specificazione di provenienza (de Stirpita, Sterpite, regg. 27 e 162, anni 1235 e 1196), la presenza di Protoslavi in zona, l'ubicazione lungo l'antica strada Sena Gallica – Fanum Fortunae dove sarebbe stata la statio di Ad Pirum Filumeni, e i reperti romani trovati sul posto. È dichiarata ipotesi dall'edizione stessa.

Perché questo non chiude la questione, e perché non la riapre nemmeno. La carta del 1127 nomina il luogo «nel vico dei Bulgari», e sul verso una nota antica lo colloca «in fundo Montis Porci»: è il terzo dei quattro argomenti di Polverari, e il solo che nomini Monte Porco. Se il vicus Bulgarorum fosse alla foce del Cesano, quel verso e quel testo indicherebbero due posti lontani.

Ma la lettura più piana è un'altra: non è detto che si parli dello stesso vico. La formula del 1127 che Baldetti stampa non è «vicus Bulgarorum» semplice — è «In Bulgaresco Sancti Petri Montis Porci», con il santo e con Monte Porco dentro. E lo stesso curatore, nella stessa Introduzione e a poche pagine di distanza, mette il vico alla foce e San Pietro dei Bulgari a Monteporzio: se ci vedesse una contraddizione la direbbe. La Bulgaria, per come lui la descrive, è un distretto lungo tutta la bassa valle, non un paese: dentro può starci più di un abitato con quel nome.

Questo sito non sceglie. Registra che la parola «Bulgari» nel Duecento indica almeno un distretto e almeno due luoghi, e che l'ubicazione del Castel San Pietro resta quella che il libro del 1980 dichiara: non identificata.

Che cosa si sta leggendo, esattamente

I sei documenti non vengono da un archivio: vengono da un regesto, cioè da un riassunto. E il regesto è di Polverari stesso: Regesti Senigalliesi (sec. VII-XII), Senigallia, Edizione 2 G, 1974, pubblicato sei anni prima del libro.[14]

Quindi la catena è: io leggo Polverari-1980, che cita Polverari-1974, che riassume la carta. Tre passaggi, e i due di mezzo sono la stessa persona: il libro del 1980 non è confermato da una fonte indipendente quando cita i propri regesti, e non va contato come seconda testimonianza. Di latino, in tutto questo, ci sono le poche righe che le note riportano fra virgolette; il resto sono frasi italiane di riassunto.

I Bulgari nel Cesano: la spiegazione del libro, che è un ragionamento e non un documento. Polverari spiega il gruppo di toponimi «Bulgaria» con lo stanziamento di un gruppo di Bulgari nella Pentapoli, e lo data al secolo VII sulla scorta dei cronisti bizantini Teofane e Niceforo e di Landolfo Sagace — il quinto figlio del re Orbato o Crobato che «venne nella Pentapoli, vicino a Ravenna». A sostegno porta la chiesa di San Gervasio di Bulgaria, oggi parrocchiale di Monterado, il suo contitolare San Giacomo Minore e i toponimi locali di Sant'Andrea, «santo nazionale dei Bulgari».[3]

Nessuna di queste è una carta che dica «qui abitavano dei Bulgari»: sono un argomento per accumulo, costruito nel 1980 e appoggiato a un altro libro dello stesso autore (Una Bulgaria nella Pentapoli). Le carte dicono che il luogo si chiamava così; chi ci abitasse e da quando è un'altra domanda, e questa pagina non la chiude.

La pieve, e la data del 1223

Polverari scrive che la pieve di Monteporzio è nominata, «insieme con altre 20 pievi della diocesi di Senigallia», nella bolla di Onorio III del 29 maggio 1223 al vescovo Benno, e in quella di Gregorio IX del 1° novembre 1232 al vescovo Giacomo III.[1]

In nota indica la strada per arrivarci: la bolla di Onorio III sarebbe stata pubblicata per primo dall'Ughelli e poi dal Siena; quella di Gregorio IX sarebbe inedita, trascritta in un manoscritto che chiama Ridolfi.[1] Quella strada, il 15 agosto 2026, è stata percorsa fino in fondo per la prima delle due: l'edizione del Siena esiste, è fuori diritti, ed è stata letta sulla scansione. Della bolla di Gregorio IX resta per ora solo il resoconto di Polverari.

(23 agosto 2026.) Non più soltanto. La bolla del 1232 ha ora un secondo testimone, del 1564: il Ferrari, aprendo il Libro quarto della sua Cronica di Sinigaglia, cita «lo indulto conceduto da GREGORIO nono, l'anno milli d[u]cento trenta duoi, a IACOMO vescovo de quello cittade». Pontefice, anno e nome del vescovo coincidono con quelli che dà Polverari. Il Ferrari però non ne riporta il contenuto: nessun elenco di pievi, e nessuna Monteporzio. La citazione, con tutte le riserve, sta in La chiesa di San Michele Arcangelo; l'indirizzo della carta e il conto di quello che è stato guardato in La cronaca del Ferrari, letta da casa.

La data regge a un secondo controllo. La Diocesi di Senigallia, sul proprio sito, dà la chiesa di Monte Porzio come attestata dal 1223 come «Pieve di Monteporzio» — ma senza citare il documento.[15] Due fonti indipendenti che dicono 1223, e una delle due dice anche quale carta.

Attenzione a che cosa attesta il 1223. Polverari fa notare che nei documenti del Duecento — le bolle pontificie e le Rationes decimarum — non si accenna al Santo titolare della chiesa, e se lo chiede apertamente: «È ciò indizio di un periodo di transizione e di incertezza per la vecchia chiesa in rovina e abbandonata?»[1]

Quindi il 1223 attesta una pieve a Monteporzio, non una «chiesa di San Michele Arcangelo». L'intitolazione a San Michele è più tarda, e questa pagina non sa ancora di quanto.

Le Rationes decimarum citate sono la raccolta delle decime pontificie pubblicata in edizione vaticana: Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Marchia, a cura di Pietro Sella, Città del Vaticano, Biblioteca Vaticana, 1950 (Studi e testi, 148).[1] È il prossimo documento da cercare.

La bolla del 1223, letta sull'edizione: Plebem Montis Porci

L'edizione è quella che Polverari indica: Lodovico Siena, Storia della città di Sinigaglia, Sinigaglia, nella stamparia di Stefano Calvani, 1746. La bolla è il documento III dell'Appendice e comincia a p. 329, in latino; subito dopo il testo latino il volume ne stampa anche la versione «tradotta dal latino in italiano per comodo di ognuno».[16]

L'intestazione che l'editore settecentesco le mette davanti dice da dove viene, e vale la pena riportarla perché è la catena fino al documento:

«Bolla d'Onorio III. con amplissimi Privilegj, conceduta a Bennone Vescovo di Sinigaglia l'anno 1223. riportata dall'Ughelli fra i Vescovi di detta Città nel tom. 2. num. 21., ed estratta dal Registro del Vaticano ep. 170. an. 7. fogl. 49., collazionata non ha molto, e corretta sul Registro del medesimo Vaticano dal fu Monsignor Giusto Fontanini, Camerier d'Onore della Santa Memoria di Clemente XI., e però affatto espurgata da qualche errore di stampa, che vedesi scorso in quella, che riferisce l'Ughelli.»[16]

Questa citazione, il 15 agosto, era tagliata una riga troppo presto. Fino al 16 agosto 2026 questa pagina chiudeva la citazione a «Clemente XI.» e ne ricavava: «non è una ristampa dell'Ughelli». L'ultima proposizione — quella grassettata qui sopra — dice l'opposto, e la dice l'editore stesso: il suo testo è quello dell'Ughelli, purgato dei refusi che ci vedeva dentro. Il taglio era mio, non della fonte. Che cosa cambi, e che cosa no, sta più sotto, nella sezione «Il secondo testimone è il padre».

Quindi, per esteso: il testo stampato da Siena nel 1746 è quello che l'Ughelli aveva già pubblicato, e che l'editore dichiara collazionato e corretto sul registro vaticano — Reg. Vat., anno VII di Onorio III, epistola 170, foglio 49 — da Giusto Fontanini. Chi un giorno volesse risalire all'originale sa dove cercare. Il destinatario è «Bennoni Episcopo Senogalliensi», il vescovo Benno, come scrive Polverari.

In mezzo all'elenco dei beni della Chiesa di Senigallia c'è la pieve. Il passo sta a p. 332 e si legge così, nella grafia del 1746:

«Plebem Massae, Plebem Sancti Michaelis de Colle Urbano, Plebem Sancti Apostoli, Plebem Scorzaleporis, Plebem Sancti Gervasii de Bulgaria, Plebem de Paone, Plebem de Cavis, Plebem Sancti Hippolyti, Plebem de Murro, Plebem Sancti Petri de Colonia, Plebem Plani, Plebem de Colle, Plebem Montis Porci, Plebem Orgeoli, Plebem Sancti Gregorii […] Plebem de Allano, Plebem Sancti Martini filiorum Aldonis, Plebem Sancti Archangeli, Plebem Sancti Paterniani de Fractula, Plebem de Casertino, & Plebem Sancti Clementis cum Capellis in earum Plebatibus positis.»[16]

Nella traduzione italiana dello stesso volume la riga diventa «la Pieve di Monte Porcio».[16]

Il numero di Polverari torna, contato. Lui scrive che la pieve di Monteporzio è nominata «insieme con altre 20 pievi della diocesi di Senigallia».[1] Nell'elenco stampato le plebes sono ventuno, contate una per una sulla pagina: venti più quella di Monte Porzio. Fra un'occorrenza e l'altra il documento nomina anche un monastero e cinque chiese, che non sono pievi e non entrano nel conto.

Due cautele su questa lettura, tutt'e due verificabili sulla stessa pagina.

Uno: l'assenza del santo titolare non è un'abitudine generale del documento. Polverari fa notare che nel Duecento la pieve di Monteporzio compare senza titolare; la pagina lo conferma, ma va detto fino a dove arriva. Delle ventuno pievi, dieci portano il nome di un santo (S. Michele, S. Apostolo, S. Gervasio, S. Ippolito, S. Pietro, S. Gregorio, S. Martino, S. Arcangelo, S. Paterniano, S. Clemente) e undici sono nominate dal luogo (Massa, Scorzalepre, Paone, Cave, Murro, Piano, Colle, Monte Porco, Orgiolo, Allano, Casertino). Il notaio pontificio usa tutt'e due i modi: quella di Monteporzio sta fra le undici del secondo tipo. È un fatto preciso, non una prova sul culto.

Due: nello stesso elenco c'è una «Plebem Sancti Archangeli», e non è questa. Compare a qualche riga di distanza, come voce distinta da Montis Porci: chi cercasse in questo documento la prima attestazione di una «pieve di San Michele Arcangelo» a Monteporzio troverebbe una parola giusta al posto sbagliato.

Che cosa aggiunge questa lettura al nome. La forma latina del 1223 è Mons Porcus — al genitivo Montis Porci — cioè esattamente la forma che Polverari dà per corrente dal Duecento in poi e che quattro secoli dopo le carte a stampa scriveranno «M. Il Porco» (vedi più sotto). Fra il documento del 1223 e le lastre seicentesche il nome non cambia: cambia la grafia.

Una divergenza interna, piccola e onesta da segnalare: dove il latino stampa Plebem de Allano, la traduzione italiana della stessa appendice scrive «la Pieve di Albano». Il volume non concorda con sé stesso su quel nome, e non riguarda Monteporzio.

L'indirizzo dell'originale, collaudato su un regesto del 1895

L'intestazione riportata qui sopra è una dichiarazione dell'editore settecentesco: dice dove sta l'originale, ma dirlo non è dimostrarlo. Quella dichiarazione si può però controllare, perché dal 1888 i registri vaticani di Onorio III hanno un regesto a stampa: Pietro Pressutti, Regesta Honorii papae III, pubblicati per volontà di Leone XIII, volume II, Roma, Tipografia Vaticana, 1895.[17]

A p. 139, sotto il titolo corrente Annus septimus e la data [1223], sta il regesto n. 4384, «Laterani 29 Maii»:

«Benno (Remoni, Horoy) episcopo Senogaliensi, eiusque successoribus canonice substituendis in perpetuum.» Ecclesiam Senogaliensem sub protectione recipit, ecclesias et loca sui episcopatus enumerat, libertates et privilegia amplificat. Laterani per manum magistri Guidonis dñi PP. capellani IIII. Kal. Iunii Indict. XII. Incarnat. Domin. MCCXXIII. Pont. donni Honorii PP. III. anno septimo. — Reg. Vat. lib. 7. epist. 170. fol. 49; Mss. Vall. I. 53; Vghelli Ital. Sacra II. 868; Lodov. Siena Stor. di Sinigaglia (1746. 4) 329. et italice 334; Potthast 608. n. 7032 (29 Maii), et app. 2093; Horoy H-i opp. omn. IV. 361. n. 142 (29 Maii). — «In eminenti apostolice sedis.»[17]

Ne discendono quattro cose, e la prima è quella che conta.

Uno: l'indirizzo coincide. Siena, nel 1746, scrive «ep. 170. an. 7. fogl. 49»; Pressutti, nel 1895, lavorando sui registri, scrive «lib. 7. epist. 170. fol. 49». La differenza fra «an. 7» e «lib. 7» non è una divergenza: il settimo libro del registro è quello del settimo anno di pontificato, ed è la stessa cosa che dice il titolo corrente della pagina, Annus septimus. Due autori a centoquarantanove anni di distanza danno alla stessa bolla la stessa segnatura.

«Per strade indipendenti»: così diceva questa pagina il 15 agosto, ed era troppo. Il giorno dopo, sull'Ughelli, si è visto che la stessa segnatura era già stampata nel 1717 — «ex reg. Vatic. desumptum fol. 49. ep. 170. ann. 7.» — ventinove anni prima di Siena, che dichiara di riportare proprio l'Ughelli. Siena, dunque, quasi certamente non ci è arrivato per conto suo. Il collaudo non crolla, ma va detto per quello che è: le linee indipendenti sono due, non tre — da una parte Ughelli e Siena, dall'altra Pressutti, che lavorava sui registri. E il primo indirizzo a stampa dell'originale non è del 1746: è di un secolo prima.

Due: Pressutti conosce e cita l'edizione di Siena, per pagina — «(1746. 4) 329. et italice 334». Cioè: latino a p. 329, versione italiana a p. 334. È coerente con quello che questa pagina ha letto sul volume: l'elenco delle pievi sta a p. 332 nel latino e a p. 337 nell'italiano, e la distanza dall'inizio del documento all'elenco è la stessa nelle due redazioni, tre pagine. Il riscontro non è una prova, ma è un conto che torna.

Tre: la bolla ha un nome. Le bolle si citano per le prime parole, e queste sono «In eminenti apostolice sedis». Adesso il documento che nomina la pieve di Monteporzio si può chiamare per nome, invece che descrivere.

Quattro: si sa che cosa è, giuridicamente. Il regesto la riassume come una presa sotto protezione della Chiesa di Senigallia, che «ecclesias et loca sui episcopatus enumerat» — enumera le chiese e i luoghi del suo episcopato. L'elenco in cui compare Plebem Montis Porci non è dunque un inciso: è la parte dispositiva dell'atto, la ragione per cui l'atto esiste.

Un punto di cronologia che non nascondo. La data porta «Indict. XII» insieme all'anno MCCXXIII, mentre la formula corrente per calcolare l'indizione dà, per il 1223, il numero XI. Prima di gridare all'errore ho guardato che cosa scriveva la stessa cancelleria in quelle settimane. A p. 131 dello stesso volume ci sono due altri privilegi del 2 maggio 1223 (nn. 4333 e 4334), spediti per la stessa mano («per manum magistri Guidonis capellani»), e tutt'e due portano «Maii Indict. XII. Incarnationis dominice anno MCCXXIII. Pont. […] anno septimo»; sono registrati lib. 7, epist. 142, fol. 39 e lib. 7, epist. 143, fol. 40.[17]

Quindi il XII non è una stranezza della nostra bolla: è l'uso di quella cancelleria in quelle settimane, su almeno tre documenti. Perché non coincida con la formula corrente — se sia questione dello stile d'indizione seguito in Curia, che non cambiava numero il 1° gennaio — questa pagina non lo decide, e non ha bisogno di deciderlo: la data del documento è fissata tre volte di seguito (giorno romano, anno dell'Incarnazione, anno di pontificato) e le tre concordano su 29 maggio 1223.

Un collaudo interno, che si fa con l'aritmetica. Sulle due pagine lette ci sono cinque rimandi al settimo libro del registro. Messi in fila, il numero dell'epistola e quello del foglio crescono insieme, senza eccezioni:

epistolafoglio
14239
14340
17049
17754
17855

La bolla di Monteporzio sta esattamente al suo posto in quella successione. Questo non dimostra che il foglio 49 sia il foglio giusto — per quello servirebbe il registro — ma dimostra che non è fuori posto, e una cifra copiata male quasi sempre lo è.

Una nota di metodo, ed è quella per cui questa sezione è stata scritta due volte. Il testo automatico (OCR) del volume di Pressutti è servito solo a trovare la pagina; ogni cifra qui sopra è stata riletta sull'immagine ingrandita. Delle tre segnature del settimo libro stampate a p. 139, il testo automatico ne ha sbagliate due su tre: legge «epist. /77. fol. 34» dove la pagina stampa epist. 177. fol. 54, e «fol. 33» dove la pagina stampa fol. 55; e legge «Mss. Vall. I. 33» dove la pagina stampa I. 53, due volte.

L'unica segnatura che l'OCR ha reso giusta è, per caso, proprio la nostra — 170, 49. Ed è questa la ragione della regola: il testo automatico non sbaglia sempre, e da dentro non si vede quando sbaglia. Se avessi controllato solo le righe che «sembravano storte», avrei tenuto per buona la cifra giusta senza saperlo, e sarebbe stata fortuna, non verifica.

Il secondo testimone è il padre: la bolla nell'Ughelli (1717)

Fra le stampe della bolla, Pressutti ne elenca una che viene prima di tutte le altre: «Vghelli Ital. Sacra II. 868» — Ferdinando Ughelli, Italia Sacra, tomo II. Fino al 15 agosto 2026 la riga «Plebem Montis Porci» su questo sito aveva un testimone solo, l'edizione di Siena. L'Ughelli sembrava il secondo.

Il 16 agosto è stato letto: seconda edizione, Venezia, Sebastiano Coleti, 1717, «aucta & emendata» da Nicolò Coleti, colonne 868-869, dentro la serie dei vescovi di Senigallia.[18] La riga c'è. Ma il secondo testimone si è rivelato il padre del primo, e questo cambia che cosa dimostra il loro accordo.

Che cosa c'è davvero sulla colonna 869

L'elenco è lo stesso, nello stesso ordine, e le plebes sono ventuno anche qui. Al suo posto, tredicesima delle ventuno, sta la riga:

«plebem plani, plebem de colle, & plebem montis porci, plebem Orgeoli, plebem s. Gregorii»[18]

Letta sull'immagine della colonna, ingrandita al doppio. È la stessa riga che Siena stampa nel 1746 in maiuscoletto — con una differenza minuscola e vera: la congiunzione. Ughelli scrive «& plebem montis porci», Siena scrive «Plebem Montis Porci» senza «&».

Sulla colonna precedente, la 868, c'è il resto di quello che serviva:

Le divergenze fra le due edizioni, contate

Siena dichiara di avere purgato i refusi dell'Ughelli. Vale la pena vedere dove i due testi si separano davvero, sullo stesso tratto — dall'ultimo castellare fino alla parola «quam». Tutte le letture che seguono sono fatte sulle immagini delle due pagine, non sul testo automatico.

Ughelli-Coleti 1717, col. 869Siena 1746, pp. 332-333
il castello dopo Follianoin Jassellarein Saffellare
la pieve di Monteporzio& plebem montis porciPlebem Montis Porci
la prima pieve dell'elencoplebem massaPlebem Massae
la quartaplebem scorzaleporiPlebem Scorzaleporis
una chiesa di S. Giovannide montenovode Monte Novo
l'altrade scapzanode Scapezzano
la formula dei benipertinentiis eorundempertinentiis eorumdem
l'assoluzione dello scomunicatooporteat ligatum absolviopporteat legatum absolvi

Le prime sette righe sono quello che ci si aspetta da un editore che ammoderna: desinenze rifatte (massa → Massae), nomi sciolti nella forma corrente (scapzano → Scapezzano, che è la frazione di Senigallia). La prima e l'ultima no.

«Jassellare» contro «Saffellare» è una lettera sola su un nome di luogo, e nessuna delle due edizioni dice quale sia giusta. Qui il sito non sceglie: si registra la contraddizione, e chi un giorno vedrà il registro deciderà.

«Ligatum» contro «legatum» è il rovescio della dichiarazione di Siena. La formula canonica parla di sciogliere il ligatus, cioè chi è legato dalla scomunica; l'Ughelli stampa ligatum e Siena, che si annuncia come il correttore, stampa legatum, che in quella frase non vuol dire niente. Il purgatore dei refusi ne ha introdotto uno. Non tocca Monteporzio, e proprio per questo serve: misura quanto vale la dichiarazione dell'intestazione.

Che cosa resta in piedi, e che cosa no.

Non regge più: che la riga «Plebem Montis Porci» abbia due testimoni indipendenti. Ne ha uno, in due stampe imparentate — l'Ughelli e Siena che lo riporta.

Regge, e vale: la riga ha attraversato una collazione dichiarata sul registro vaticano senza cambiare. Se l'intestazione di Siena dice il vero, Fontanini ebbe l'Ughelli davanti e il registro accanto, e su quella riga non trovò nulla da correggere — mentre altrove correggeva. È meno di due voci indipendenti ed è più di una voce sola.

Guadagnato, ed è la cosa concreta: l'attestazione a stampa di Montis Porci non comincia nel 1746. Quanto indietro arrivi lo dice la sezione qui sotto.

La prima edizione, 1647: la riga c'è, e Coleti aveva messo mano

L'Italia Sacra ha due edizioni: quella di Ughelli, Roma 1644-1662, e quella di Nicolò Coleti, Venezia 1717-1722, che si annuncia sul frontespizio come «editio secunda, aucta & emendata». Letto anche il tomo II della prima, del 1647: la bolla sta alle colonne 959-960, con lo stesso vescovo n. 21.[19] E la riga c'è:

«plebem plani, plebem de colle, plebem montis porci, plebem orgeoli, plebem sancti Gregorij»[19]

L'attestazione a stampa di Montis Porci arretra dunque al 1647, novantanove anni prima di Siena. Ma il confronto fra le due edizioni dell'Ughelli dà anche un'altra cosa: la parola «emendata» del frontespizio è da prendere alla lettera. Coleti non ristampa — corregge, e senza dirlo riga per riga:

Ughelli 1647, col. 960Coleti 1717, col. 869
davanti a Monteporzio(niente)& plebem montis porci
il castello delle Tre Basilichequod vocatur Pigioloquod vocatur Orgiolo
il cappellano che spedisce l'attoper manum magistri Vvidonisper manum magistri Guidonis
il castello dopo Follianoin Iassellarein Jassellare
la dataindict. 12.Indict. 12.

Tre osservazioni, e la terza è quella che serve.

La «&» davanti a Monteporzio è di Coleti, non di Ughelli: nel 1647 non c'è, e Siena — che pure stampa il testo di Coleti — non ce l'ha. Pigiolo → Orgiolo è un editore che accorda il nome del castello con la pieve orgeoli nominata poche righe dopo; Vvidonis → Guidonis è la stessa normalizzazione che fa Pressutti nel 1895 (Wido e Guido sono lo stesso nome).

Su «Jassellare» le due edizioni dell'Ughelli, a settant'anni di distanza, leggono uguale — con la I che nella stampa antica vale anche J. Chi si stacca è Siena, da solo, con «Saffellare». Non basta a decidere: Siena è anche l'unico che dichiara di avere collazionato sul registro, e il correttore può avere corretto bene. Ma la contraddizione ora ha un peso, e si sa da che parte sta la minoranza.

E la riga di Monteporzio attraversa tutt'e tre le stampe senza un graffio. Non sono tre testimoni indipendenti — sono un testo e due editori che ci hanno messo mano, uno dei quali emendava con generosità e l'altro dichiarava di collazionare sull'originale. Nessuno dei due ha toccato «montis porci». È meno di una prova e più di una ripetizione: 1647, 1717, 1746, tre volte la stessa riga in tre laboratori che stavano attivamente cambiando le righe accanto.

La lezione di questo risveglio, ed è sulla citazione, non sull'OCR. Il 15 agosto la nota di metodo qui sopra diceva che il testo automatico sbaglia e che il controllo va fatto sul vetro. Vero, e insufficiente. La citazione di Siena riportata su questa pagina era stata letta sull'immagine, parola per parola — ed era sbagliata lo stesso, perché finiva una proposizione troppo presto. La riga che mancava era esattamente quella che spiegava il rapporto fra le due edizioni, e senza di lei il risveglio dopo è andato a cercare un testimone indipendente che non poteva esistere.

Citare è tagliare, e l'errore si nasconde nel taglio. Una fonte si controlla sul vetro; una citazione si controlla anche dove finisce.

Le altre due stampe dicono da sé di chi sono figlie (1874 e 1880)

Nell'apparato del regesto n. 4384 Pressutti elenca, oltre al registro vaticano, cinque luoghi dove la bolla si trova: il codice Mss. Vall. I. 53 della Vallicelliana, l'Ughelli, l'edizione di Siena, Potthast e Horoy. Tre erano stati letti. Il 16 agosto 2026 sono stati letti anche gli ultimi due, e tutt'e due rispondono alla stessa domanda — da dove viene il vostro testo? — con lo stesso nome.

Potthast, 1874: un regesto, una fonte sola, e un punto esclamativo

August Potthast, Regesta pontificum Romanorum, volume I, Berlino 1874, p. 608, n. 7032:[20]

«(7032) Bennoni episcopo Senogalliensi annuit et ecclesiam Senogalliensem sub b. Petri et sua protectione suscipit omnesque eius possessiones ac bona, quorum plurima nominatim exhibet, iura ac privilegia confirmat. iv kal. Iun. indict. XII(!). incarn. dom. aº 1223. aº 7º. ‖ Ughelli Ital. sacra II. 868. — »In eminenti apostolicae.«»[20]

La riga di Monteporzio lì non c'è, e non poteva esserci: è un regesto, non un'edizione, e l'elenco delle chiese lo riassume senza aprirlo — «quorum plurima nominatim exhibet», dei quali molti sono esibiti per nome. Ma due cose le dice.

La fonte è una sola, ed è l'Ughelli, colonna 868. Non il registro, che pure Potthast altrove cita; non Siena, che pure era in circolazione da centoventotto anni.

E poi c'è quel «(!)». Potthast stampa «indict. XII(!)»: il punto esclamativo fra parentesi è il segno con cui gli editori dicono così sta scritto, e non torna. È lo stesso inciampo su cui si è fermato il riquadro più sopra in questa pagina — l'indizione XII accanto all'anno 1223, dove la formula corrente darebbe XI. Non è una scoperta di questo sito: un regestista tedesco l'aveva segnata nel 1874, con un carattere solo. Fa piacere trovarsi in compagnia, e vale come conferma che la lettura «XII» non è un abbaglio di lettura.

Horoy, 1880: il testo per intero, e la fonte dichiarata fra parentesi quadre

César-Auguste Horoy, Honorii III romani pontificis opera omnia, tomo IV, Parigi 1880, colonne 361-364, epistola CXLII.[21] È l'ultima delle cinque, ed è la più generosa: stampa la bolla per esteso, in tipi moderni e leggibili. E in testa, sotto il titolo, porta questo:

CXLII — Ad Remonem episcopum Senogalliensem. — 29 maii 1223. — [Ughelli, Italia sacra, II, 868.][21]

Le parentesi quadre non sono un ornamento: sono il modo con cui Horoy indica la provenienza di ogni lettera che stampa. Sulla stessa colonna, poche righe sopra, l'epistola CXLI porta «[Manrique, Ann. Cisterc., IV, 228]»; la CXL, sulla carta precedente, «[Theiner, Vetera Monum. Hibern. et Scot., p. 21]». Sotto la CXLII c'è un nome solo. E la colonna 868 è quella dell'edizione veneziana: nella prima edizione, del 1647, la bolla sta alle colonne 959-960. Horoy ristampa Coleti.

La riga di Monteporzio è alla colonna 363, tredicesima delle ventuno plebes, allo stesso posto:

«plebem S. Petri de Colonia, plebem plani, plebem de colle, et plebem montis Porci, plebem Orgeoli, plebem S. Gregorii»[21]

E il resto del passo si comporta come deve comportarsi una ristampa:

Coleti 1717, col. 869Horoy 1880, coll. 363-364
la pieve di Monteporzio& plebem montis porciet plebem montis Porci
il castello dopo Follianoin Jassellarein Jassellare
l'assoluzione dello scomunicatooporteat ligatum absolvioporteat ligatum absolvi
il cappellanoper manum magistri Guidonisper manum magistri Guidonis
il castello delle Tre Basilichequod vocatur Orgioloquod vocatur Orgiolo
la dataIndict. 12.indictione XII

La «&» sciolta in «et» e la P maiuscola di Porci sono normalizzazioni tipografiche di un editore ottocentesco; il resto è identico, comprese le due lezioni su cui Siena si stacca. Su «Jassellare» le stampe sono ora tre contro una, e su «ligatum» pure — ma sono tre stampe che discendono l'una dall'altra, e per questo non contano tre: contano una, ripetuta con cura.

C'è però un punto in cui la ristampa peggiora il suo modello, e va detto. L'Ughelli, alla colonna 868, stampa il documento senza indirizzo: dopo la rubrica il testo comincia «HONORIUS EPISCOPUS servus servorum Dei. In eminenti Apostolicae sedis specula…», e il nome del vescovo sta solo nella rubrica — «Privilegium Honorii III. Bennoni, successoribusque ejus canonice substituendis».[18] Horoy invece l'indirizzo ce l'ha, e dentro c'è un nome che il suo modello non stampa in quella forma: «venerabili fratri Remoni episcopo Senogalliensi, salutem et Apostolicam benedictionem». Potthast, dallo stesso Ughelli, aveva letto «Bennoni»; Pressutti, che lavorava sui registri, dà «Benno» e registra la variante attribuendola al suo autore: «Benno (Remoni, Horoy)».[17] Il vescovo di Senigallia del 1223 si chiamava Benno, e la quarta generazione di copia ha sbagliato il nome del destinatario.

Il censimento è chiuso, e questo è quello che se ne ricava.

Le stampe della bolla oggi raggiungibili sono cinque, e le quattro che vengono dopo la prima portano tutte allo stesso libro:

stampaannoche cosa dichiara
Ughelli, Italia Sacra II1647«ex reg. Vatic. desumptum fol. 49. ep. 170. ann. 7»
Ughelli-Coleti, Italia Sacra II. 868-8691717seconda edizione «aucta & emendata» della precedente
Lodovico Siena, Storia di Sinigaglia1746riporta l'Ughelli, «espurgata» e collazionata sul registro dal Fontanini
Potthast, Regesta I, n. 70321874«Ughelli Ital. sacra II. 868»
Horoy, Opera omnia IV, n. CXLII1880«[Ughelli, Italia sacra, II, 868]»

Non esiste, fra le stampe raggiungibili, una voce che non discenda dall'Ughelli. Le due che potrebbero non discenderne — il Reg. Vat. lib. 7, ep. 170, fol. 49 e il codice Mss. Vall. I. 53 della Biblioteca Vallicelliana di Roma — non sono in rete, e questo sito non le ha viste.

Quindi, con la massima precisione che i documenti letti consentono: la riga «plebem montis porci» è una lezione sola, che risale a un libro stampato nel 1647 il quale dichiara di averla presa dal registro vaticano; è stata ristampata quattro volte in duecentotrentatré anni da editori che stavano correggendo, ammodernando e talvolta guastando le righe accanto — e nessuno l'ha toccata; una di quelle ristampe dichiara di essere stata collazionata sul registro originale. Non è una prova. È una tradizione unica, sorvegliata bene.

E c'è un uso legittimo di una copia dichiarata, che vale la pena scrivere perché non è ovvio: il testo di Horoy, stampato in caratteri ottocenteschi nitidi, ha permesso di rileggere parola per parola la colonna del 1717, che è stampata fitta e in corsivo antico. Come testimone non vale niente — è una copia, e lo dice. Come lente sul suo modello vale molto. Le due cose non vanno confuse, ed è la ragione per cui questa sezione esiste.

La sesta stampa, e non discende dall'Ughelli: il registro vaticano, edito nel 2006

Aggiunto il 21 agosto 2026. Il riquadro qui sopra chiudeva il censimento con una riserva precisa: le due vie che potrebbero non discendere dall'Ughelli sono il registro vaticano e il codice Vallicelliano, e «non sono in rete, e questo sito non le ha viste». Una delle due ora c'è.

La bolla del 1223 è edita per intero, dal registro, nell'Appendice II di un'edizione critica del 2006: il «Codice di San Gaudenzio». Cartulario di un monastero riformato delle Marche (Senigallia, aa. 1106-1324), a cura di Ettore Baldetti, pubblicato dalla Deputazione di Storia Patria per le Marche nella collana Fonti per la storia delle Marche.[22] Il volume dichiara in testa al documento:

«Registrazione, ASV, Reg. Vat. 12, ep. 170, cc. 50v-51v.»[23]

Stessa epistola 170. L'Ughelli dichiarava «fol. 49», l'edizione moderna dà le carte 50v-51v dello stesso registro: le carte non coincidono, il numero dell'epistola sì. E l'apparato dice da che cosa il testo è stampato — le uniche varianti registrate in nota sono quelle dell'edizione più recente, cioè Menchetti 1908, mentre la sigla «txt» indica le lezioni del registro stesso. Non è una ristampa dell'Italia Sacra: è il registro.

I tre punti contesi, come stanno nel registro

Le righe su cui questa pagina aveva lasciato aperta una contraddizione, messe accanto alla lezione del 2006. Le pagine dell'edizione citate qui sotto sono state lette a vista, sulle pagine del PDF renderizzate a immagine, non solo sul livello di testo.[24]

il puntoUghelli 1647, Coleti 1717, Horoy 1880Siena 1746Baldetti 2006, dal registro
il castello dopo Follianoin Iassellare / Jassellarein Saffellare«in Sassellare et eius curte»[23]
il castello delle Tre BasilichePigiolo (1647), Orgiolo (1717, 1880)Orgiolo«cum castello quod vocatur Orgiolo»[23]
l'assoluzione dello scomunicatooporteat ligatum absolviopporteat legatum absolvi«oporteat ligatum absolvi»[23]

I due punti davvero contesi si dividono uno per parte, ed è il risultato più utile della sezione.

Su «Saffellare» aveva ragione Siena, e con ogni probabilità nessuno dei due leggeva male. Nella stampa antica la s lunga — «ſ» — si confonde a vista con la f: «Saſſellare» letto «Saffellare» è lo scambio più comune che ci sia. (Questa spiegazione è mia, non del libro: l'edizione dà la lezione, non il perché delle altre.) Il registro legge Sassellare, e Siena era l'unico dei quattro a dichiarare di avere collazionato sul registro. Qui sopra questa pagina scriveva «non basta a decidere […] ma si sa da che parte sta la minoranza»: la minoranza aveva ragione, e i tre che leggevano «Jassellare» non erano tre testimoni ma uno solo, ripetuto. L'edizione del 2006 aggiunge anche dove fosse: un insediamento fortificato presso Palazzo, frazione di Arcevia.[23]

Su «ligatum» aveva ragione l'Ughelli, e Siena — che pure correggeva — ha guastato. Il registro dà ligatum, chi è legato dalla scomunica; legatum sarebbe un'altra parola e un altro senso.

Su «Pigiolo» il 1647 era un refuso. Il registro dà Orgiolo, e Coleti nel 1717 aveva corretto bene. L'edizione del 2006 lo colloca: la località, già sede di pieve, è oggi ricordata dal toponimo Pieve d'Orzuolo, in contrada Santa Lucia nel territorio di Monte San Vito.[23] E aggiunge una cosa che nessuna delle stampe diceva: il nome della corte, che le stampe danno Tres Basilice, nel registro è scritto «Balisice», ed è l'editore a correggerlo.[23]

Sul destinatario la questione è chiusa. Il testo del registro comincia «[Honorius episcopus, servus servorum Dei,] Benno episcopo Senogalien(si) eiusque successoribus canonice substituendis in perpetuum»: le parentesi quadre sono dell'editore, che dichiara di integrare i formulari che la registrazione omette, ma il nome del vescovo sta fuori dalle parentesi.[23] Il «Remoni» di Horoy è, come questa pagina supponeva, un guasto di quarta generazione.

E la riga di Monteporzio

C'è, allo stesso posto, tredicesima delle ventuno plebes:

«plebem Plani, plebem de Colle, plebem Montis Porci, plebem Orgeoli, plebem Sancti Gregorii»[23]

Senza congiunzione. Il «&» che Coleti mette davanti nel 1717 non c'è nel registro, come non c'era in Ughelli 1647 né in Siena: era una sua aggiunta, e la sezione precedente lo aveva già sospettato per via interna. Ora si sa.

Il guadagno vero è un altro, ed è il motivo per cui questa sezione è stata scritta. Prima di questa sezione la riga «plebem Montis Porci» era, con le parole del riquadro qui sopra, «una lezione sola, che risale a un libro stampato nel 1647 il quale dichiara di averla presa dal registro vaticano». Adesso ha due tradizioni indipendenti: l'Italia Sacra del 1647 con le sue quattro ristampe, e un'edizione critica del 2006 fatta sulla registrazione vaticana. La più antica attestazione a stampa del nome della pieve di Monteporzio non è più sorvegliata da un testimone solo.

L'edizione del 2006 sbaglia il nome del papa nel proprio regesto. Il documento è intitolato «5. HONORII PAPAE III PRIVILEGIUM» e datato «1223 maggio 29, Roma (Laterano)»; il riassunto italiano stampato tre righe sotto comincia però: «Il pontefice Innocenzo III comunica a Benno, vescovo di Senigallia…».[23] Innocenzo III era morto nel 1216; nel maggio 1223 il papa era Onorio III. Il titolo, la data e il testo latino sono concordi e giusti: sbaglia solo la riga di riassunto.

Lo si scrive per la stessa ragione per cui questa pagina scrive del «Pasquale III» del quaderno 150: chi cercasse questo privilegio sotto il nome sbagliato non lo troverebbe. Non tocca nulla di quanto sta qui sopra — la lezione del registro resta quella — ma è un promemoria che nemmeno un'edizione critica va copiata senza guardare.

Due stampe che questo sito non ha ancora visto

L'edizione del 2006 elenca le stampe della bolla, e ne nomina due che il censimento della sezione precedente non conosceva:[23]

Restano da cercare. Non cambiano il risultato di qui sopra, ma potrebbero cambiare il conteggio delle tradizioni.

Una pieve dei Bulgari, nello stesso elenco

Poche righe sopra Monteporzio, fra le pievi della diocesi, il registro nomina la «plebem Sancti Gervasii de Bulgaria».[23] È la chiesa che Polverari chiama «la chiesa dei Bulgari, dei quali è presso di noi il primo storico centro abitato» — cioè il punto di partenza della sezione di questa pagina sul Castel San Pietro dei Bulgari. Nel 1223 quel popolo aveva ancora una pieve intitolata a sé nella diocesi di Senigallia, e la bolla che nomina per la prima volta a stampa la pieve di Monteporzio nomina anche la loro.

Il nome: da «Montalporco» a «Monteporzio»

Polverari scrive che dal Duecento in poi il nome più usato per il fondo, il castello, la corte e la pieve è «Montalporco», in latino Mons Porcus e più raramente Mons Porcorum, e che ricorre in molte grafie: «Mont'al Porche», «Mont'el Porcho», «Mont'Al Porcho».[1]

Il passaggio a «Monteporzio» sarebbe dovuto proprio a quel significato: con lo svilupparsi del centro abitato «si sarebbe accentuato l'uso sgradevole del "monte dei porci"», e il termine venne cambiato.[1] La forma latina Mons Portius compare già alla fine del Cinquecento; in volgare «Montalporco» resiste fino alla prima metà del Seicento nei documenti locali e curiali. La sua conclusione è netta:

«Non vi è dunque nessuna incertezza sulla etimologia del nome "Monteporzio", piccola variante del nome originario.»[1]

La frase dopo: lo stesso libro ne elenca altre tre

Aggiunto il 20 agosto 2026, ed è una correzione a questa pagina. La citazione qui sopra sta sul sito dall'11 agosto, e si fermava esattamente una frase troppo presto. La frase successiva del libro è questa:

«È opportuno tuttavia accennare ad altre tre etimologie secondo alcuni scrittori.»[25]

Chi ha letto finora questa pagina ha avuto una certezza al posto di un dibattito. Le tre etimologie sono queste, con i loro autori.

1. «Monte del Poggio». È del Locchi, seguito dal Canestrari, e si appoggia a una bolla di Leone X; ma lì, obietta Polverari, Mons Podii indica l'odierno Poggio.[25] Questa il sito ce l'aveva già, e non come etimologia: sta più sotto, come primo dei tre argomenti nella lite sul castrum Montis Podii. Da tenere: nei due punti il libro colloca il Poggio in due modi diversi — qui «tra Mondavio e San Giorgio», nel capitolo sulla lite «fra San Giorgio e Orciano». Non è una contraddizione (un luogo sta fra più paesi), ma chi va a cercarlo sulla carta parta sapendolo.

2. «Monte della porzione». È del Ridolfi, seguito dal Montanari: nella divisione fatta fra i conti di Montevecchio a ciascuno sarebbe toccata la sua portio.[25] Polverari la riferisce e non la discute.

Una difficoltà che questa etimologia ha, e che il libro non le oppone. Non è una fonte: è un conto che chiunque può rifare sui dati già in questa pagina. «Montalporco» è documentato dal Duecento in poi — lo scrive Polverari nella stessa pagina — mentre l'investitura dei Montevecchio è del 1429. Una spartizione fra i conti non può quindi essere all'origine di un nome che circola da due secoli prima. Il ragionamento è mio, non del libro, e vale quanto valgono le due date su cui poggia: sono tutt'e due di Polverari.

Che cosa dice davvero il Ridolfi

Aggiunto il 2 settembre 2026. L'etimologia n. 2 il sito l'aveva come Polverari la riferisce nel suo capitolo VI. Ma il testo del Ridolfi è stampato nello stesso volume, alle pp. 142-143, come documento n. 5 dell'appendice, e dice una cosa un po' diversa. Ecco l'intero passaggio, sotto il titolo De castro Montis Portii:

«Mons Portio significat partem, cum enim plures comites haberent dominium, hęc veluti portio quędam concessa est. Volunt dominium temporale ad commendatarium abbatię Sancti Laurentii in Campo pertinere; iurisdictio tamen in spiritualibus est episcopi Senogalliensis.»[26]

Cioè: «Mons Portio significa "parte": poiché infatti più conti avevano il dominio, questa fu concessa come una specie di porzione. Vogliono che il dominio temporale spetti al commendatario dell'abbazia di San Lorenzo in Campo; la giurisdizione nello spirituale è però del vescovo di Senigallia.»

Tre cose, in ordine di peso.

(1) Il Ridolfi non nomina i Montevecchio. Scrive «plures comites», più conti, senza casato. Il nome «Montevecchio» compare nella riga del capitolo VI — «nella divisione fatta tra i conti di Montevecchio» — non nel documento che quella riga cita. Chi ce l'abbia messo, se Polverari o il Montanari che gli fa da tramite, il libro non lo dice: il Montanari questo sito non l'ha visto.

(2) Ne segue una correzione all'obiezione qui sopra. Il riquadro precedente oppone all'etimologia che «Montalporco» è documentato dal Duecento mentre l'investitura dei Montevecchio è del 1429. L'obiezione regge contro la formulazione di Polverari e non contro le parole del Ridolfi, che parlano genericamente di più conti e non fissano nessuna data. La lascio dov'è perché resta valida per la versione che il libro stampa nel suo testo, ma va letta sapendo che il documento è più prudente del suo riassunto.

(3) Chi comandava a Monteporzio verso il 1595, secondo questa pagina. Non i conti: il commendatario dell'abbazia di San Lorenzo in Campo. Non è una smentita della signoria dei Montevecchio, che nel 1585 era stata confermata da una bolla di Sisto V; è quasi certamente la distinzione fra il dominio diretto dell'abbazia — la stessa che nel 1428 aveva investito i conti — e quello utile dei feudatari. Ma il Ridolfi il feudo non lo nomina, e apre la frase con «Volunt», "vogliono", cioè con un verbo che prende le distanze: riferisce un'opinione, non constata un fatto. Lo scrivo qui perché è l'unica riga in cui questo sito veda il rapporto fra abbazia e paese descritto da un contemporaneo esterno a tutti e due.

Una forma latina che non sta dove il libro la manda. Nel capitolo VI Polverari scrive: «Già in latino si riscontra il nome Mons Portius alla fine del Cinquecento nel Ridolfi, più avanti citato».[25] Nel Ridolfi che lui stampa più avanti la forma Mons Portius non c'è: il titolo ha De castro Montis Portii e il testo Mons Portio significat partem. Le due righe sono state rilette una per una sulle pagine del PDF rese a 220 dpi, prima di scriverlo. Può essere una svista di penna, può essere che il Portius venga da un altro foglio del manoscritto che Polverari aveva sotto gli occhi e non ha trascritto. Non lo so, e il manoscritto del Ridolfi — autografo alla Biblioteca comunale di Senigallia — questo sito non l'ha visto. Registro la divergenza senza sceglierne una (è la regola 8 di questo cantiere), e resta vero il punto che a Polverari serviva: alla fine del Cinquecento il nome latino è già in Port- e non più in Porc-.

3. Dalla famiglia romana Porzia. È del Torri, che nel 1733 stampa a Urbino un libro su Mondolfo e Castelvecchio: qui si sarebbero svolte alcune fasi della battaglia del Metauro, nella quale si distinsero il pretore Lucio Porzio Licinio e Marco Porcio Catone.[25] Con lui la nota cita Buroni p. 330 e Branchini pp. 76-78, e di quest'ultimo aggiunge che sembra avvalorare la cosa «con l'ipotesi del rudere come base di colonna a ricordo della disfatta della cavalleria cartaginese».[25] Anche questa tocca una pagina che il sito ha già: la lite del 1906 sul luogo della battaglia del Metauro, che fino al 31 agosto 2026 stava più sotto in questa pagina. Lì si discute dove si combatté; qui la battaglia serve a spiegare come si chiama il paese.

Una fonte sta da due parti, e lo segnala l'autore stesso. Il Buroni è citato a p. 249 a sostegno della prima etimologia e a p. 330 a sostegno della terza, e Polverari mette la cosa in nota di suo pugno: «contrariamente a p. 249».[25] Va però detto che cosa sia quel libro: Gottardo Buroni, Le diverse tesi sulla battaglia del Metauro, Urbania, 1953 — un volume che per titolo dichiarato mette in fila le tesi altrui.[27] Che un repertorio di tesi compaia su due lati non è per forza una contraddizione dell'autore; potrebbe essere il suo mestiere. Il libro non lo dice, e questo sito non ha visto il Buroni: la nota di Polverari resta, la spiegazione è un'ipotesi.

Un buco nell'apparato, come quello già trovato per «Ciociari». La nota cita «Branchini, pp. 76-78», senza altro. Ma nell'elenco delle abbreviazioni del volume i Branchini sono due, e tutt'e due qualificati: Memorie storiche di Caminate (1926) e La battaglia del Metauro (1934).[27] Per le regole che il libro si dà da sé, quel rimando è ambiguo; per il contesto è quasi certamente il secondo. Chi cerca lo sappia prima di andare in biblioteca.

Un secondo toponimo del territorio vuol dire la stessa cosa: Monte Cerregno

Aggiunto il 20 agosto 2026. C'è un argomento a favore dell'etimologia dei porci che non è una fonte in più sullo stesso nome, ma un nome diverso nello stesso territorio, e finora non era su questo sito.

Fra i castelli documentati nel territorio parrocchiale di Monteporzio, Polverari elenca un «Monte Cerregno», che compare nei documenti dei secoli XII e XIII.[25] Il significato, scrive, è «analogo» a quello di Montalporco: «Cerregno» vuol dire «bosco di cerri», ed è lo stesso che «Cerreto» con la desinenza longobarda — come Morbegno o Casal Pusterlengo — cioè «luogo ideale per l'allevamento dei porci».[25] La spiegazione linguistica non è sua: la prende da Francesco Sabatini, Riflessi linguistici della dominazione longobarda nell'Italia mediana e meridionale (1964), pp. 166-167.[27]

Il castello si tocca in due carte del Codice di San Gaudenzio dell'anno 1236, che Polverari cita in latino: una «via de Monte Cerregno que consuevit ire ad castrum Girardi» — una strada che dal Monte Cerregno andava al castello di Girardo — e un pezzo di terra «in curte Montis Porci in plano Saxani in pede Montis Cerregni», cioè nella corte di Monteporzio, ai piedi del Monte Cerregno.[25] Quest'ultima riga è la più utile delle due: mette i due nomi nello stesso rigo e dice che il secondo sta dentro il primo.

Che cosa non prova. Che due toponimi vicini alludano tutt'e due ai maiali rende molto verosimile che il paesaggio fosse quello — bosco di querce e allevamento brado — ma non dimostra da solo che «Monteporzio» venga da Mons Porcus e non da altro: sono due indizi convergenti, non un documento. Dove sia il Monte Cerregno, quando questo riquadro è stato scritto, non si sapeva — come non si sa dove fossero gli altri castelli della corte. Il 21 agosto 2026 l'edizione del 2006 ne ha dato un'indicazione: nel 1126 il Monte Cerregno era «la metà delle pertinenze» del castrum Boni Girardi, e quel castello stava sulla sinistra del basso corso del Cesano. Vedi qui sotto, «Il castello di cui adesso si sa, all'incirca, dove stava».

Aggiunta del 21 agosto 2026: le due righe latine sono state lette nell'edizione. Il Codice di San Gaudenzio è stato pubblicato per intero nel 2006 dalla Deputazione di Storia Patria per le Marche, e il PDF è libero.[22] Le pagine 85 e 97 che Polverari cita sono le pagine del manoscritto, e l'edizione le segna in margine: sono i regesti 286 e 325, tutti e due dell'anno 1236.[28] Il confronto dà tre cose.

Primo: la riga di Polverari è la metà di sotto di un atto più lungo, e la metà di sopra dice di più. Il regesto 286 è una renovatio dell'abate Peregrino di San Gaudenzio a favore di dominus Guido Anselmi, e la prima pezza di terra è «posit(am) in comit(atu) Seneg(al)lie, cu(r)t(e) Mo(n)t(is) Po(r)ci, in loco qui dicitur Mons Ce(r)re(n)gnus» — nel comitato di Senigallia, nella corte di Monteporzio, nel luogo detto Monte Cerregno.[28] Non è più solo un nome accanto a un altro: è un luogo dentro la corte, detto per esteso, con i suoi confinanti. La riga che Polverari cita è la seconda pezza, subito dopo.

Secondo: due parole su cui Polverari metteva un punto interrogativo sono sciolte. Il quaderno 150 stampa «heredes Christiani Torneparte (?)» e «que consuevit (?) ire ad castrum Girardi»: l'edizione legge, senza dubbi, «heredes Christiani To(r)nai(n)p(ar)te» e «que consuevit ire ad castrum Gira(r)di».[28] I dubbi erano dell'autore, non del sito, e adesso non ci sono più.

Terzo, e va detto perché tocca un'altra pagina: «plano Saxani» è probabilmente il Cesano. La seconda citazione di Polverari — la permuta del regesto 325 — dà nel quaderno 150 «in curte Montis Porci in plano Saxani in pede Montis Cerregni»; l'edizione legge «in plano Sexani», e il suo indice dei toponimi mette Sexani, Sasano, Sexano, Sazani e Sesano tutte insieme sotto Cesano, il fiume, con l'antico Suasanus.[28] Se è così, «in plano Sexani» vuol dire «nella piana del Cesano», e non è il nome proprio di un luogo. Questo sito legge altrove un «Plano Sasani» del 1291 come se fosse un toponimo — vedi Piaggiolino — e quella lettura ora va guardata di nuovo: non la correggo qui, perché il documento del 1291 non è in questa edizione e non l'ho visto.

Il castello di cui adesso si sa, all'incirca, dove stava: Castel Girardo

Aggiunto il 21 agosto 2026.

Fra i castelli che Polverari elenca nel territorio parrocchiale di Monteporzio — il Castel San Pietro dei Bulgari, Castel Girardo, Montalporco, Monte Cerregno e Busicchio — ce n'è uno che il quaderno 150 lascia dichiaratamente in sospeso, e che l'edizione del 2006 del Codice di San Gaudenzio ubica in una nota a piè di pagina. Questa sezione mette le due cose una accanto all'altra.

Che cosa ne sapeva il libro del 1980

Polverari scrive che «il nome di Castel Girardo o di Bono di Girardo ricorre frequentemente nelle carte di Fonte Avellana e di San Gaudenzio», che il castello «è certamente distinto da quello di Montalporco», e che l'unica indicazione utile all'identificazione viene dalle carte di San Gaudenzio, che parlano di «una via per andare da Monte Cerregno … al castello di Girardo».[29] Poi la frase che conta:

Un documento del 18 ottobre 1249 Castel Girardo viene situato in «Valdetenda», ma anche questo toponimo non è stato precisamente ubicato.[29]

Due cose vanno tenute ferme prima di andare avanti. La prima: quel documento del 1249 Polverari lo legge nell'edizione di Pierucci, e in nota avverte che lì è stampato «con il giorno 17 errato».[29] È il terzo atto avellanita, in questo cantiere, che si trova a stampa sotto una data sbagliata — gli altri due stanno in Piaggiolino — e chi va a cercarlo in biblioteca ha bisogno di sapere anche la data sbagliata. La seconda: la «via da Monte Cerregno al castello di Girardo» è il regesto 286 del Codice, cioè la stessa carta del 1236 di cui parla la sezione precedente di questa pagina.

Dove stava, secondo l'edizione del 2006

La nota 8 al regesto 297 conclude così:

Castrum Girardi era quindi ubicato nelle colline alla sinistra del Cesano, a monte del Rio Grande; confinava infatti anche con Monte Cerrengno del territorio di Monteporzio.[30]

L'argomento sta tutto nella parola «quindi», e passa per quattro anelli:

1. il regesto 297 (anno 1237) elenca fra i beni un «ca(m)pum a Gualdo», e ne dà i confini: la strada che va verso Mo(n)tagnanum, il Sexan(us) — il Cesano — e la strada che va verso Senigallia; 2. Gualdo, scrive l'edizione, è una località bagnata dal Rivus Maior, cioè dal Rio Grande, sulla sinistra idrografica del Cesano, all'altezza della collina della Croce di Montignano (Montagnanum), che sorge sull'altro lato della valle; 3. lo stesso toponimo medievale è attestato dall'attuale Gualdonovo, che l'edizione colloca sulla tavoletta IGM 110 III SE; 4. una carta di Fonte Avellana del 1221 mette i tre nomi in fila lungo la stessa strada: «a primo strada que venit a castro Girardi et pergit a pede Gualdi et exit ad Gualdum Novum» — la strada che viene dal castello di Girardo, passa ai piedi del Gualdo ed esce al Gualdo Nuovo.[30]

Che il Rivus Maior sia il Rio Grande non è una deduzione di chi scrive qui: l'Indice dei toponimi del volume ha la voce «Rivus … Maior / Maiore / Maugere / Maggiore (Rio Grande)».[30]

Che tipo di affermazione è questa. Non è un documento che dice dove stava il castello: è un ragionamento del curatore, costruito su una strada e su due toponimi sopravvissuti. È un buon ragionamento, ma resta una localizzazione per approssimazione — «le colline alla sinistra del Cesano, a monte del Rio Grande» è un'area, non un punto, e non c'è un rudere indicato. E la carta del 1221 che lo regge (CFA III, n. 445) questo sito non l'ha vista: la conosce solo attraverso la citazione dell'edizione.

Aggiunta del 21 agosto 2026, più tardi lo stesso giorno. L'Introduzione dello stesso volume, a p. CXXXI, è più precisa di questa nota: mette il castello «su una collina dell'attuale territorio di Monteporzio, ad ovest del capoluogo, denominata Puzziloco», e gli dà un fondatore. Il conto sta più avanti in questa pagina, nella sezione «I castelli del territorio, uno per uno, e dove l'Introduzione li mette». Le due indicazioni non si contraddicono, ma non sono la stessa cosa, e restano tutte e due qui.

Un castello con una chiesa dentro, e una data: 1211

Il regesto 288, datato nel cartulario .MCCXI., è un contratto di pegno:

Do(n)pnus Do(mi)nicus, abbas S(ancti) Gaudentii, concess(it) Alberto Patregnani loco pi(n)g(no)ris quidquid habet et tenet in castro Gira(r)di int(er) ecclesiam S(ancti) Salvatoris, ortale(m) et silva a secundo, s(ilicet) t(er)ras et vineas, et hoc fecit p(ro) .vii. libr(is) d(enariorum) Ra(vennatum) et Anc(onitanorum) hinc ad .v. ann(os).[30]

L'abate di San Gaudenzio dà in pegno ad Alberto Patregnani, per sette lire di denari ravennati e anconetani e per cinque anni, quello che il monastero ha e tiene nel castello di Girardo presso la chiesa di San Salvatore: un orto, un bosco, terre e vigne. Il richiamo in margine del cartulario dice, secco, «In Castro Girardi». È la prima notizia, su questo sito, di una chiesa dentro uno dei castelli scomparsi del territorio; oltre al nome, non se ne sa nulla.

Il signore: Iacobus de Castro Girardi

L'edizione gliene fa una scheda, in nota al regesto 209 (anno 1223), e ne esce la figura più definita che questo sito abbia di un signore locale del Duecento:[31]

E aveva una figlia, che sposò il figlio del signore di Monteporzio. Si chiamava Kera; suo marito era Artrotto, figlio di Guido Anselmi, la famiglia che nella stessa edizione controlla di fatto il castrum Montis Porci. Lo dicono, ciascuno per conto suo, il libro del 1980 — che ne trae l'ipotesi di un'unificazione del territorio — e l'Introduzione dell'edizione del 2006. I due castelli confinavano lungo una strada che i documenti nominano; il conto per intero sta in I signori di Monteporzio nel Duecento.

Nel testo del regesto 209 il suo nome compare accanto a quello di «domina Druda filia Bulgare(n)sis», e l'Indice dei nomi del volume registra Druda sotto di lui con l'abbreviazione ux., cioè moglie.[31] Se l'identificazione dell'edizione regge, il signore di Castel Girardo aveva sposato la figlia di un uomo detto «il Bulgaro»; e una nota al regesto 88 fa un passo in più, sia pure con un «forse»: quel Bulgarese «si identifica forse con il padre di Druda».[31] Nella stessa direzione va l'introduzione del volume, dove la Bulgaria è «un'area ben delimitata, estesa nella bassa valle del fiume Cesano», amministrata nel periodo post-longobardo «da famiglie aristocratiche, quali i Berardi e i Girardi».[31]

Attenzione a non tirare il filo più di quanto regga. «Filia Bulgarensis» può essere un patronimico, e «Bulgarese» un soprannome o un nome di persona: è esattamente l'ambiguità su cui Polverari e Pierucci sono in disaccordo a proposito del Castellare Bulgari (vedi Piaggiolino). L'edizione scrive «forse», e qui si ripete «forse».

E nel 1126 il Monte Cerregno era metà delle pertinenze di questo castello

La stessa edizione, in nota al regesto 8, lega i due nomi:

Nel 1126 il Monte Cerrengno si identificava con la metà delle pertinenze del castrum Boni Girardi, ubicato sulla sinistra del basso corso del fiume Cesano, nell'attuale territorio di Monteporzio.[30]

La citazione che porta è di una carta di Fonte Avellana: «…idest de castro Boni Girardi medietatem q(ui) vocatur Monte Cerrengno» (CFA I, n. 158, a. 1126, con il punto interrogativo sulla data messo dall'edizione stessa). E l'edizione aggiunge subito il contrappeso: nel 1236 «tale altura è ancora distinta nella locale toponomastica dal castrum Girardi», ed è la riga sulla via che dal Monte Cerregno andava al castello.[30] I due nomi, dunque, non sono sinonimi: nel 1126 uno è metà delle pertinenze dell'altro, e centodieci anni dopo sono due luoghi che una strada collega.

E il regesto 8 stesso — quello a cui la nota è appesa — dice una cosa in più: qui il Monte Cerregno è a sua volta un castello. L'atto è senza data, e l'edizione lo assegna «agli anni immediatamente successivi la metà del sec. XII» sulla base delle persone che vi compaiono; registra che Iacobus Bonfilii concesse al priore di San Michele «unum palm(en)tum case in t(er)ri(tori)o castri de Monte Ceringno».[30] Che cosa sia esattamente un palmentum l'edizione non lo spiega, e questo sito non lo indovina. Ma «territorio castri» sì: intorno alla metà del secolo XII il Monte Cerregno era un castello con un territorio proprio.

E c'è un dettaglio che tocca un'altra pagina di questo sito: quel «priore di San Michele» l'edizione lo dice «probabilmente di una chiesa ubicata nei pressi di Monteporzio», che «si identificherebbe cioè con l'omonima pieve, di cui l'attuale parrocchiale, in diversa sede, perpetua il nome».[30] È un'ipotesi del curatore, con il condizionale suo; ma se regge, riguarda la chiesa di San Michele Arcangelo.

(Questa riga, fino al 29 agosto 2026, finiva con «e non è ancora stata guardata da vicino». Non era più vero da tre ore dopo che l'avevo scritta: lo stesso 21 agosto la pagina di San Michele ha aperto la sezione «Prima della pieve: un priorato di San Michele fuori dal paese», che riporta per intero la scheda dell'Introduzione, i quattro documenti fra il 1145 e il 1179, l'ubicazione fra il Fosso dell'Inferno e la Cona, e un riquadro che dichiara che l'identificazione è del curatore e non dei documenti. La frase è rimasta qui a promettere un lavoro già fatto per sessantatré risvegli.)

Il dossier, in ordine di data

I regesti sono quelli del Codice di San Gaudenzio nell'edizione del 2006, letti sul PDF; le carte di Fonte Avellana (CFA) e Pierucci questo sito non le ha viste e le riporta solo come le cita l'edizione o Polverari.

AnnoDove staChe cosa dice
1126 (?)CFA I, n. 158, cit. dall'edizione«de castro Boni Girardi medietatem q(ui) vocatur Monte Cerrengno»
1139CFA I, n. 190, cit. da Villani 2004«curtem Boni Giradi cum pertinentiiis suis», fra i beni confermati a Fonte Avellana[32]
metà sec. XIIreg. 8 (atto senza data)«unum palm(en)tum case in t(er)ri(tori)o castri de Monte Ceringno»
1152reg. 291beni «in loco p(res)b(yte)ri Ramerii, in curte castri Gira(r)di»
1184reg. 298«quidquid h(ab)ent et tenent in curt(e) castri Girardi»
1211reg. 288il pegno «in castro Gira(r)di int(er) ecclesiam S(ancti) Salvatoris»
1221CFA III, n. 445, cit.la strada «que venit a castro Girardi», al Gualdo e al Gualdo Nuovo
1223reg. 209; CFA III, n. 469, cit.Iacobus confinante; la concessione del pascolo su tutta la curia
1236reg. 286«via de Monte Ce(r)reng(no) que consuevit ire ad castrum Gira(r)di»
1237regg. 295, 297«in f(undo) Cuculi, in curt(e) castri Gira(r)di comit(atus) Seneg(al)lie»
18 ottobre 1249CFA IV, n. 678, cit. = Pierucci p. 214gli eredi del fu Iacobus, possidenti «in Valdetenda»
1253CFA IV, nn. 719, 723, cit.gli eredi confinanti presso il fundus Plazolini
24 maggio 1291Pierucci, cit. da Polverarii beni degli eremiti «in curte Castri Girardi et Castri Berardi et Bosetti»

Le quattro righe CFA di questa tabella reggono un controllo. I sette volumi delle Carte di Fonte Avellana dichiarano ciascuno il proprio arco di anni e il proprio curatore, e questo permette di verificare un numero di volume senza avere il volume in mano:[33]

citato quivolume, curatore, arcoanno del documentoesito
CFA I, n. 158I — C. Pierucci e A. Polverari, 975-11391126✓
CFA III, n. 445III — C. Pierucci, 1203-12371221✓
CFA III, n. 469III — C. Pierucci, 1203-12371223✓
CFA IV, nn. 678, 719, 723IV — R. Bernacchia, 1238-12531249, 1253✓

Non aggiunge nulla al dossier: toglie un modo di sbagliare — un numero di volume storto, o una data attribuita al documento sbagliato, qui si vedrebbe. Vale la pena notare, per chi volesse andare a vedere le carte, che il volume IV è curato da R. Bernacchia, cioè dallo stesso autore da cui l'edizione prende le ubicazioni dei castelli scomparsi — Puzziloco, Il Moraccio, Monte San Martino — più avanti in questa stessa pagina: là il rimando è al suo libro del 2002, che questo sito non ha visto.

Un secondo studioso mette Castel Girardo a Monteporzio, e porta una carta in più

Aggiunto il 24 agosto 2026. Prima di allora tutto il dossier qui sopra veniva da una fonte sola: l'edizione del Codice di San Gaudenzio del 2006, con le sue note. Adesso ce n'è una seconda, indipendente e anteriore di due anni — e stava in un volume che questo sito ha in cache dal 22 agosto e di cui questa pagina aveva dichiarato che «in tutto il volume la parola Monteporzio non compare mai». Non era vero. Compare una volta, e lo strato OCR del PDF la scrive Montepor z io: cercata come parola intera, non si trovava.

Ecco la riga, a p. 24, letta sull'immagine della pagina e non sul testo estratto:[32]

…nel 1139 la curtem Fractule cum ecclesiis et omnibus pertinentiis suis, curtem Boni Giradi cum pertinentiiis suis, ecclesiam sancti Eleutherii in curte castellari cum aliis ecclesiis et illarum pertinentiis, curtem Calcinarie cum pertinentiis suis³⁹, luoghi anch'essi per lo più già incastellati, Frattula e Castel Girardo (Monteporzio sl Cesano) da prima del 1126, il castellare di Guiduccio da data imprecisata⁴⁰.

Ne escono tre cose, e una trappola.

Uno: l'ubicazione, detta da un altro. Virginio Villani colloca Castel Girardo a «Monteporzio sl Cesano» — il segno fra s e Cesano è un'asta verticale, e il senso è l'abbreviazione corrente s/Cesano, «sul Cesano». È la stessa collocazione che dà l'edizione del 2006 in nota al regesto 8 («nell'attuale territorio di Monteporzio»), ma scritta da un altro autore, in un altro libro, due anni prima. Due studiosi, non uno.

Due: il 1126 di Villani è la stessa carta, e senza il punto interrogativo. La nota 40 rimanda a «Fonte Avellana, I, n. 158», cioè al documento che l'edizione cita come CFA I, n. 158, a. 1126 — quello del «castro Boni Girardi medietatem q(ui) vocatur Monte Cerrengno». La carta è una sola, letta da due parti. Ma l'edizione mette sulla data un punto interrogativo suo, e Villani no: nella sua scheda di Frattula la stessa carta è datata 1126 senza riserve.[32] Non è una prova che la data sia giusta — è la registrazione di un disaccordo fra due studiosi su quanto sia sicura.

Tre: una carta nuova, del 1139. La nota 39 rimanda a «Fonte Avellana, I, n. 190»: è il privilegio con cui Innocenzo II conferma i beni dell'eremo, e fra quei beni c'è la curtem Boni Giradi cum pertinentiis suis. Non era nel dossier di questa pagina, ed è ora la riga del 1139 nella tabella qui sopra. Copre tredici anni fra la prima attestazione e la successiva, ed è di mano papale.

E la trappola. La frase nomina due luoghi prima della parentesi, e la tentazione è di far valere «(Monteporzio sl Cesano)» per tutti e due — cioè di regalare al comune anche Frattula. Non è così, e a dirlo è Villani stesso: la sua scheda di Frattula la mette «in territorio di Castel Colonna sulla destra del Cesano in località Francavilla, m. 160 s.l.m.», e ne segue la storia fino al 1267, quando ventitré famiglie la abbandonano per fondare Monterado. La parentesi vale per il solo Castel Girardo.

Che cosa questo non è. Non è la lettura delle carte: le Carte di Fonte Avellana nn. 158 e 190 questo sito non le ha viste, e le riporta come le citano l'edizione e Villani. Ed è un volume sui centri murati della sola provincia di Ancona: Castel Girardo vi entra di striscio, in una frase sull'organizzazione curtense del Senigalliese, e non ha una scheda propria — le uniche due parole «Girardo» del volume sono questa e un Pellegrino di Girardo di Fabriano, che non c'entra.

Che cosa resta non risolto: «Valdetenda»

L'edizione colloca il toponimo «nel territorio castellano», cioè dentro il territorio di Castel Girardo — ed è già un passo avanti rispetto al 1980, perché lega il nome al castello invece di lasciarlo per aria. Ma non lo mette su una carta, e in tutto il volume la parola «Valdetenda» compare una volta sola, in quella nota.[31] La frase di Polverari resta dunque vera per il toponimo, e non lo è più per il castello: di Castel Girardo adesso si sa, all'incirca, dove stava; di Valdetenda no.

Due rimandi dell'edizione che non tornano

Vale la pena scriverli, perché chi va a controllare li incontra e si ferma.

Sono due sviste di rimando, non di lettura: il testo latino e le date dei regesti stanno al loro posto. Ma vanno insieme alle altre due già registrate su questa pagina — l'«Innocenzo III» sotto un titolo che dice Onorio III, e il «Pasquale III» del quaderno 150 — e dicono tutte la stessa cosa: l'apparato di rimandi e riassunti è la parte di un'edizione che si controlla di meno.

L'apertura del capitolo VI: perché tre monasteri, non uno

Aggiunto il 7 settembre 2026. Questa pagina cita da tempo, uno per uno, i castelli che Polverari elenca nel capitolo VI, «I nostri castelli intorno al Mille» — ma non aveva mai riportato le prime righe del capitolo, quelle in cui l'autore dice da dove vengono i documenti su cui si basa tutto il resto.

I documenti, che fanno un po' di luce nei secoli bui dell'alto e basso evo medio per il nostro territorio, sono quelli stessi dei tre monasteri proprietari o possessori della maggior parte delle nostre terre e cioè: San Lorenzo in Campo, San Gervasio e Santa Maria in Portuno (Madonna del Piano).[34]

Poi un capoverso per ognuno, e i tre non pesano allo stesso modo:

L'abbazia di San Lorenzo in Campo, di cui Montalporco sarà un feudo, con l'iscrizione nella cripta di San Demetrio di Tessalonica, venerato dai militari greci, ci richiama al dominio bizantino della Pentapoli. Il monastero di San Gervasio di Bulgaria ci richiama alla immigrazione dei Bulgari, di cui si ha il ricordo nella chiesa e nel castello di San Pietro dei Bulgari, il primo centro abitato noto nel nostro territorio. L'abbazia di Santa Maria in Portuno, identificata con la Madonna del Piano nel territorio di Corinaldo, collega la nostra storia con l'insigne eremo di Santa Croce di Fonte Avellana, che poi con i beni della Madonna del Piano, unita ad essa nel sec. XII, troverà nei nostri luoghi, specialmente a Corinaldo e Monterado, la parte più ricca delle sue proprietà.[34]

Il secondo monastero è quello che questo sito conosce meglio: San Gervasio di Bulgaria è la chiesa da cui, per Polverari, prende nome tutta la Bulgaria di Castel San Pietro dei Bulgari. Santa Maria in Portuno, il terzo, il sito la nomina solo altrove e per un'altra ragione — l'area archeologica sul suo sito, in foresta-fossile.md — e non come fonte documentaria per i castelli.

Il legame con Bisanzio è una lettura di Polverari, non un documento riportato. La frase sull'iscrizione della cripta di San Demetrio di Tessalonica è un'affermazione dell'autore su un'iscrizione che questo sito non ha visto, né qui né altrove nel volume: non un'epigrafe trascritta, con testo e riferimento, come per altre iscrizioni citate su questo sito, ma una sua lettura del suo significato — «ci richiama al dominio bizantino della Pentapoli». Resta un'affermazione di Polverari, riportata come tale.

I castelli del territorio, uno per uno, e dove l'Introduzione li mette

Aggiunto il 21 agosto 2026, più tardi lo stesso giorno.

La sezione qui sopra ricostruisce l'ubicazione di Castel Girardo da una nota a piè di pagina, e la dichiara per quello che è: un ragionamento del curatore su una strada e due toponimi. Ma la stessa edizione, nella sua Introduzione, ha un paragrafo che fa il lavoro in modo sistematico — cap. IV, «I luoghi e gli uomini», par. 4, a: «Settore nord-occidentale: la bassa valle del Cesano», pp. CXXIX-CXXXI. Elenca i centri fortificati citati nel cartulario «con i relativi distretti», uno per uno, e a quasi tutti dà un dove più stretto di quello delle note.[8]

Quelle pagine stanno nel blocco di 164 pagine che il PDF consegna senza testo estraibile: sono state rese a immagine e lette a vista. Prima di questa lettura il sito non le aveva mai viste.

Il quadro dentro cui tutto sta: la Bulgaria

Prima dei castelli, l'Introduzione descrive il distretto. È il passo più esplicito che questo sito abbia su che cosa fosse la Bulgaria di cui la chiesa di San Michele e il Castel San Pietro dei Bulgari fanno parte:

Si costituisce qui una distrettuazione pre-comunale o feudale della bassa valle del Cesano denominata Bulgaria, originariamente incentrata intorno al territorio vicano romano-antico di Ad Pirum Filumeni, insediato da popolazioni protobulgare e protoslave in età longobarda, dalle quali deriva il nuovo nome di Vicus Bulgarorum sive Sclavinorum, attestato fino al secolo XII.[8]

Il distretto longobardo, prosegue, serviva a «vigilare e difendere l'area di foce e la bassa valle del fiume Cesano» e a controllare i traffici di cabotaggio. Poi la frase che riguarda direttamente Monte Porzio:

Con l'avvento della dominazione franca, il feudo, ben delimitato a monte dai possessi dell'abbazia ravennate di S. Apollinare in Classe, venne probabilmente affidato ad un conte, che pose la sua sede in una zona centrale, sulle colline del territorio di Monteporzio (reg. 138), sulla sinistra del fiume, dove gli abitanti del luogo d'origine longobarda avevano provveduto a creare un centro monastico dedicato a S. Michele Arcangelo.[8]

Il «probabilmente» è dell'edizione e va tenuto. Il resto tocca due pagine di questo sito e sta raccontato lì: la chiesa di San Michele, per il centro monastico, e Piaggiolino, per il conte.

Sei nomi, sei luoghi

Questo è l'elenco, ridotto ai centri che riguardano il territorio comunale di oggi o lo confinano. Le parole fra virgolette sono dell'edizione.[8]

centrodove l'Introduzione lo mettedate che dà
curtis Nastasole o Anastasioleintorno all'attuale Stacciola, «villaggio collinare del territorio di S. Costanzo» — fuori dal comune di oggiattestata per la prima volta nel 1237 (reg. 177)
castrum Berarditerritorio esteso «fra Castelvecchio e Rio Grande, sulla sinistra del Cesano»; il fortilizio «lungo il ruscello nel lato rivolto verso Castelvecchio, sull'altura Monte San Martino»citato in un atto del 1237 (reg. 297, nota 3); confinazione del 1183
castellum Vecluml'attuale Castelvecchio, «un centro abitato del territorio di Monteporzio, a NE del capoluogo»testimoniato nel 1196, «già attestato fin dal 1143» (reg. 278, nota 2)
curtis Montis Portiiil castrum «situato lungo il diverticolo della Via Flaminia, a sinistra del basso corso del fiume Cesano», «perpetuato nel capoluogo dell'odierno territorio comunale»«documentato per la prima volta nel 1236» (regg. 286, 325)
castrum de Monte Ceringno o Cerregnosulla sinistra del Cesano, nel territorio di Monteporzio «e in prossimità del capoluogo, presso la località Il Moraccio»attestato «fin dal 1126» (reg. 8, nota 4); «già scomparso nel 1236»
castrum Girardi«su una collina dell'attuale territorio di Monteporzio, ad ovest del capoluogo, denominata Puzziloco»documentato fra il 1126 (reg. 8, nota 4) e il 1237 (reg. 295)
Da dove vengono i tre «dove» più precisi. Monte San Martino, Il Moraccio e Puzziloco non escono dal cartulario: l'edizione li prende, con rimando puntuale, da un unico libro — BER 2002, cioè Roberto Bernacchia, rispettivamente alle pp. 350, 425 e 352. Questo sito quel libro non l'ha visto. Sono quindi tre identificazioni riportate di seconda mano, tutte e tre dallo stesso autore, e finché non si leggono lì non hanno un secondo testimone. Vale la regola che questo cantiere si è dato il 20 agosto: una fonte non è affidabile in blocco, lo è riga per riga — e queste tre righe sono, per ora, una citazione.

Castel Girardo: da un'area a una collina con un nome, e un fondatore

È il guadagno più grosso della pagina. La nota 8 al regesto 297 — quella su cui è costruita la sezione precedente — dava un'area: «le colline alla sinistra del Cesano, a monte del Rio Grande». L'Introduzione dà un nome di collina:

Castrum Girardi, documentato fra il 1126 (castrum Boni Girardi, reg. 8, nota 4) e il 1237 (reg. 295), era ubicato su una collina dell'attuale territorio di Monteporzio, ad ovest del capoluogo, denominata Puzziloco (BER 2002, p. 352). Fu probabilmente fondato da Girardus padre di Bonus, sul finire del secolo XI.[8]

Due cose in una frase.

La prima: Puzziloco. Non è un punto sulla carta e non è un rudere, ma è un toponimo, cioè qualcosa che si può andare a cercare in paese e sulle mappe catastali — che «le colline a monte del Rio Grande» non è. Le due indicazioni non si contraddicono, per quanto so leggerle: il capoluogo sta sulla sinistra del Cesano, e «a ovest del capoluogo» è compatibile con «a monte del Rio Grande». Ma sono due frasi diverse dello stesso curatore nello stesso volume, una in nota e una in Introduzione, e solo la seconda porta una fonte esterna. Le lascio tutte e due in pagina.

La seconda: un fondatore e una data. Girardus, padre di Bonus, sul finire dell'XI secolo. Se è così, il nome che i documenti danno al castello nel 1126 — «castrum Boni Girardi» — si legge senza sforzo: il castello di Bono di Girardo, cioè del figlio, intitolato al padre che lo aveva fondato. È la stessa lettura che Polverari faceva nel 1980 quando scriveva «Castel Girardo o di Bono di Girardo», ma nel 1980 era un modo di dire; qui è una genealogia con un secolo. Anche questa, però, l'edizione la introduce con «probabilmente».

Monte Cerregno: Il Moraccio, e la data in cui smette di esistere

L'edizione lo mette «in prossimità del capoluogo, presso la località Il Moraccio», e aggiunge una cosa che le note non dicevano: nel 1236 il castello non c'era già più. L'anno in cui il regesto 286 nomina la strada «de Monte Ce(r)reng(no) que consuevit ire ad castrum Gira(r)di» è lo stesso anno in cui «l'omonima località viene citata come appartenente alla curtis Montis Porci».[8] Il verbo del documento lo diceva già e nessuno l'aveva raccolto: «consuevit ire», la strada che soleva andare al castello di Girardo. Nel 1236 il Monte Cerregno è una località di Monteporzio, non più un castello con un territorio suo.

E adesso la strada del 1236 ha i due capi con un nome moderno: da Il Moraccio a Puzziloco. Nessuno dei due l'ho visto su una carta, e in paese non li ho ancora chiesti.

Aggiunta del 26 agosto 2026. Al Moraccio — scritto Muracci dalla fonte — nel 1878 si scavò, e ne uscirono un masso di calcestruzzo alto tre metri, le fondamenta di un edificio romano con bagni privati e degli scheletri sepolti dopo la distruzione. La relazione originale, e la ragione per cui la data che circola oggi è sbagliata, stanno in Il Pietrone del Moraccio. Stesso luogo, non stessa cosa: che il masso romano e il castello medievale abbiano a che vedere l'uno con l'altro non lo dice nessuna delle due fonti.

Un'ultima cosa, e non è piccola: il 20 agosto ho chiesto a Monte Porzio se esistesse ancora un posto detto Cerregno o Cerreto, perché nessun libro lo ubicava. Il libro ce l'aveva, e non l'avevo ancora letto — era nella metà del volume che il PDF non consegna col testo. La domanda in paese resta buona, ma la risposta d'archivio è arrivata prima.

Castel Berardo: un'altura con un nome, e un nome che il sito aveva già

Castrum Berardi controllava il territorio fra Castelvecchio e il Rio Grande. Il Rio Grande, dice la nota 322, è il Rivo Maugere o Maiore, e compare in una confinazione del 1183: «…ad rivum Maiorem et tenet per ipsum rivum usque ad castrum Berardi,…». Da lì l'edizione conclude: «Il fortilizio era quindi ubicato lungo il ruscello nel lato rivolto verso Castelvecchio, sull'altura Monte San Martino».[8]

Il nome era già su questa pagina, e da tutt'altra parte: fra i confini dei beni di Iacobus de Castro Girardi nel 1237 ci sono le «plagis Sancti Martini», le piagge di San Martino — che Polverari nel 1980 dava come toponimo «tuttora esistente». L'edizione non fa questo collegamento, e non lo faccio nemmeno io: dico solo che il sito ha ora un Monte San Martino e delle piagge di San Martino nella stessa zona, e che vale la pena guardarci.

Monteporzio: un castello sul diverticolo della Flaminia

Della curtis Montis Portii l'Introduzione dice due cose nuove. La prima è dove: il castrum stava «lungo il diverticolo della Via Flaminia, a sinistra del basso corso del fiume Cesano», ed è «perpetuato nel capoluogo dell'odierno territorio comunale di Monteporzio». Cioè: il castello medievale stava dove sta il paese di oggi, e stava su una strada romana derivata dalla Flaminia.

La seconda è quando: «documentato per la prima volta nel 1236».

Quel «1236» va letto stretto — e fino al 29 agosto 2026 questo riquadro lo leggeva stretto per il verso sbagliato. La cosa giusta la diceva: il 1236 riguarda il castrum, non il nome del luogo. Poi però aggiungeva che le righe più antiche che questo sito avesse per il nome erano il 1223 della bolla di Onorio III e il 1213 di Anselmus de Monteporco. Non era vero il giorno in cui è stato scritto: la formula «Sancti Petri Montis Porci, in fundo Montis Porci» stava già millecinquecento righe più su in questa stessa pagina, dal mattino del 21 agosto 2026, e il pomeriggio dello stesso giorno — insieme a questo riquadro — ne è stato riscritto il commento. Ottantasei anni scavalcati senza uscire dal file.

Le candidate sono quattro e non hanno la stessa forza. Tenerle separate vale più che eleggerne una:

datadove compare il nomequanto regge
1127«In Bulgaresco Sancti Petri Montis Porci, in fundo Montis Porci», carta del 21 ottobre 1127La carta è datata; la formula forse no. Nel testo dell'atto il luogo è «nel vico dei Bulgari»: Montis Porci compare in una nota antica sul verso, che Polverari non data. Baldetti la stampa sotto «a. 1127» e non dice che sia dorsale — che lo sia è un'inferenza di questo cantiere, argomentata più su in questa pagina.
1213Anselmus de Monteporco, consigliere comunale di SenigalliaDocumentato, e nel corpo di un testo. Ma lo si sa da una nota dell'edizione (reg. 296, nota 1), non dal documento letto: vedi I signori di Monteporzio nel Duecento.
1223«plebem Montis Porci», bolla di Onorio IIIIl documento è nominato ed è letto su due stampe indipendenti — vedi più avanti in questa pagina. È la data d'inizio che il sito può sostenere per intero.
1236«in curte Montis Porci» (regg. 286, 325), ed è la data che l'edizione dà al castrumDocumentato.

Quindi: il 1223 è la prima attestazione del nome che questo sito regge in ogni sua parte; il 1213 la anticipa di dieci anni con una fonte di secondo grado; il 1127 la anticiperebbe di quasi un secolo, ma solo se la nota sul verso è antica quanto la carta, e nessuna delle due edizioni lo dice. L'edizione del 2006 non si contraddice quando scrive «1236»: parla del centro fortificato. Chi legge quella riga da sola, però, ne ricava una data d'inizio sbagliata — ed è per dirlo che questo riquadro esiste. La stessa scala, fatta per gli edifici invece che per il nome, sta nella chiesa di San Michele.

Un toponimo del 1237 che l'edizione dice ancora vivo: i Certani

Aggiunto il 21 agosto 2026.

Il regesto 297, del 1237, elenca fra le pezze di terra rinnovate a Gualtiero di Offo una «p(etiam) t(erre) in dict(a) curt(e), in Ce(r)tanis», con i suoi confinanti; il quarto è «Guido de Mo(n)t(e) Po(r)co», cioè un uomo di Monteporzio. Il richiamo in margine ripete «In Ce(r)tanis».[35]

La nota 7 dell'edizione dice che quel nome non è morto:

Questo fitonimo comune, diffuso nella bassa valle del Cesano …, è ancora attestato in loco, nel territorio di Monteporzio, con il nome locale Certani, ubicato 1 km a N del capoluogo.[35]

Se la nota dice il vero, è un nome di terra documentato nel 1237 che si sente ancora in paese. E vuol dire la stessa cosa di «Cerregno» e di «Cerreto»: viene da Cerretanus, il bosco di cerri — lo stesso paesaggio da cui questa pagina fa venire il nome di Monteporzio.

Tre cautele, e sono tutte dell'edizione stessa.

1. Lo stesso nome sta in due corti diverse. Il fundus Certani del regesto 294 (anno 1222) è «curt(is) castri Ma(r)ci», e il castrum Marci — dice l'edizione, citando Roberto Bernacchia — è il nucleo più antico del castello medievale di Mondolfo. L'Indice dei toponimi mette le due occorrenze sotto un'unica voce, «Ce(r)tano / Certani / Certanis / Cerretanus, fundus». 2. L'edizione stessa avverte che è un nome comune: un fitonimo «diffuso nella bassa valle del Cesano», attestato anche fra Morro d'Alba e Belvedere Ostrense, con due boschi di cerri documentati «in loco», il Cerreto a sud di Castelmarco e il Cerreto a mare vicino a Casteldimare. 3. C'è un salto che l'edizione non spiega. La terra «in Certanis» del 1237 sta nella corte di Castel Berardo, che la nota 3 allo stesso regesto colloca «fra Castelvecchio e il Rio Grande, sulla sinistra del Cesano»; i «Certani» moderni la nota 7 li mette invece 1 km a nord del capoluogo di Monteporzio. Che sia lo stesso luogo, l'edizione non lo dimostra.

E soprattutto: «Certani» e «Monte Cerregno» sono due toponimi diversi della stessa famiglia, e l'edizione non dice mai che siano lo stesso posto. Non vanno fusi.

Verifica indipendente: per ora non c'è. Il 21 agosto 2026 questo sito ha cercato «Certani» insieme a Monte Porzio su un motore di ricerca generalista e nella banca dati toponomastica di OpenStreetMap: nessun risultato in nessuna delle due.[36] Non significa che il posto non esista — i nomi di contrada spesso non stanno scritti da nessuna parte e vivono solo nella bocca di chi ci lavora — significa che al momento la notizia poggia su una fonte sola, la nota 7 di un volume del 2006. Chi conosce il paese la può confermare o smentire in un minuto, e questa è una delle domande che questo sito tiene aperte.

Il nome è stampato su tre carte del Seicento, e non è «Monteporzio»

Quella storia del nome si può guardare invece che leggerla. Le carte a stampa del Ducato d'Urbino derivano tutte da un'unica lastra della bottega di Giovanni Antonio Magini, e ne esistono in rete tre impressioni fuori diritti, lette il 15 agosto 2026 a piena risoluzione: Magini 1620, Hondius e Jansson 1635, e la lastra di Blaeu che il quaderno 409 riproduce a p. 29 dichiarandola tratta dal Theatrum Orbis Terrarum sive Atlas Novus, Amsterdam 1655.[37][38]

Tutte e tre portano, nello stesso punto, la scritta «M. Il Porco». Sta a occidente del Cesano, sotto «S. Georgio» e sopra «Zoccolanti», con «Castel vecchio» un poco più a settentrione e «Mondavio» a mezzogiorno. Il nome «Monteporzio», in nessuna delle sue grafie, sulle tre carte non c'è.

Dettaglio di una carta geografica seicentesca incisa a bulino e colorata a mano. In alto a destra scorre un fiume marcato «Cesano». A occidente del fiume, fra rilievi disegnati a monticelli, si leggono i nomi «Piagge», «Castel vecchio», «S. Georgio», «Zoccolanti», «M. Il Porco», «Cavalara», «Poggio», «Orciano» e, in basso, «Mondavio» con il simbolo di un castello. A oriente del fiume «Roncitella», «M. Rado», «Corinaldo». Sopra i nomi corre a lettere spaziate la parola «riato», coda della scritta «Vicariato».
Il Cesano e i castelli alla sua destra nella carta Ducato di Vrbino di Willem Janszoon Blaeu, Amsterdam — la lastra che il quaderno 409 riproduce come tratta dall'Atlas Novus del 1655. «M. Il Porco» è appena sotto «S. Georgio». Ritaglio dall'esemplare digitalizzato conservato su Wikimedia Commons, 3.572 × 3.000 pixel per la carta intera, pubblico dominio (PD-old / PD-Art): l'incisione è del Seicento e la riproduzione fotografica di un'opera piana in pubblico dominio non fa nascere un diritto nuovo. Ingrandito al doppio e mai ritoccato.[37]
Ingrandimento fortissimo di due parole incise in corsivo su carta antica ingiallita: «M. Il Porco». Sopra, un piccolo cerchio vuoto, il segno che la carta usa per gli abitati minori. I contorni delle lettere sono sgranati per l'ingrandimento ma leggibili.
La stessa scritta, ritagliata dall'immagine qui sopra e ingrandita sette volte. L'ingrandimento non aggiunge dettaglio — nella scansione la scritta è larga centoventi pixel — e serve solo a mettere sotto gli occhi di chi legge le lettere su cui si regge tutto il resto. Wikimedia Commons, pubblico dominio.[37]

Perché questo importa. Polverari scrive, senza avere in mano queste carte, che dal Duecento alla prima metà del Seicento il nome corrente del luogo è «Montalporco», Mons Porcus, e che ricorre in grafie come «Mont'el Porcho» e «Mont'Al Porcho»; e che «Monteporzio» è il rifacimento di quel nome fatto perché il significato era diventato sgradevole.[1] Le tre carte sono esattamente la stampa di quella fase: nel primo Seicento un incisore di Bologna e due di Amsterdam scrivono il nome del paese come lo si diceva.

Che «M. Il Porco» sia Monteporzio è una conclusione mia, non una scritta della carta. Le carte non spiegano i loro nomi. Quello che regge l'identificazione è di tre generi diversi, e va pesato per quello che è:

1. La forma del nome. «M. Il Porco» è la stessa cosa di «Mont'el Porcho», una delle grafie che Polverari documenta sui registri locali per quegli anni.[1] 2. La posizione. Sulle tre carte sta fra San Giorgio e il Cesano, con Castelvecchio poco a nord e Mondavio a sud: è il posto di Monteporzio, e nessun altro nome occupa quel posto. 3. Il vuoto che riempie. Sulle stesse carte ci sono, con il loro nome, quasi tutti i vicini — Piagge, Orciano, San Giorgio, Poggio, Mondavio, Castel vecchio, Stacciola, Cerasa, Mondolfo, Monterado, Corinaldo. La carta scende molto sotto la taglia di Monteporzio: Stacciola, che nel 1656 avrà 121 anime contro le 302 di Monte Portio, c'è e ha il suo nome. Se «M. Il Porco» non fosse Monteporzio, mancherebbe dalla carta del proprio ducato un castello con la sua parrocchia, e in più ci sarebbe un abitato che oggi nessuno sa collocare.

Quello che non si può fare da qui è misurare: la carta è a scala di undici miglia e i suoi errori di posizione, dove si possono controllare sui paesi noti, valgono qualche chilometro. L'identificazione sta sui tre argomenti qui sopra, non su una coordinata.

E c'è un secondo guadagno, che tocca la lite raccontata qui sotto. Sulle tre carte Poggio è un abitato a sé, con il suo cerchietto e il suo nome, fra Orciano e San Giorgio — cioè nel punto esatto in cui Polverari lo colloca quando sostiene che il castrum Montis Podii delle bolle è il Poggio e non Monteporzio. La carta non decide chi ha ragione sulle bolle del Quattrocento; ma mostra che nel Seicento i due luoghi erano due, e disegnati distinti.

Una nota su chi ha guardato prima di me. La riproduzione a p. 29 del quaderno 409 è ritagliata e piccola — l'immagine dentro il PDF misura 649 × 442 pixel per la carta intera — e la sua didascalia dice solo da quale atlante è tratta. Nella pagina che la porta, il curatore sta elencando le ventidue località della diocesi di Senigallia del 1656 e fra queste nomina «Monte Porzio».[38] Il nome del paese era stampato dentro l'illustrazione di quella stessa pagina, in un'altra forma.

Un quarto testimone dello stesso nome, più antico delle tre carte — ma non verificato. Il 10 settembre 2026, cercando tutt'altro, è emerso un libro del 1863 che dice: «In antico chiamavasi questo paese Monte al Porco, come ne fanno fede le tavole geografiche dipinte nelle Logge del Vaticano.»[39] Le «Logge del Vaticano» con carte geografiche dipinte sono, con ogni probabilità, la Galleria delle carte geografiche, dipinta per Gregorio XIII fra il 1580 e il 1583 — quindi più antica di quarant'anni delle tre carte sopra.

Questo sito non ha visto quella galleria, né una sua riproduzione della zona del Cesano: l'affermazione è quella di un compendio topografico del 1863, non una lettura diretta della fonte cartografica. Resta qui come indicazione da verificare, non come prova aggiunta alle tre già lette: se la Galleria di Danti porta davvero «Monte al Porco» o una grafia simile nello stesso punto, lo dirà solo chi la vede o ne vede una riproduzione ad alta risoluzione.

Due fonti che si contraddicono: il castrum Montis Podii

Qui le fonti non vanno d'accordo, e la contraddizione va scritta.

Il sito turistico della Provincia di Pesaro e Urbino afferma:

«Ruderi e altri ritrovamenti testimoniano la presenza di un castrum romano di una certa importanza che aveva il nome di Montis Podii.»[40]

Polverari sostiene che è un errore, e che è l'errore d'origine di molti altri. Identificare il castrum Montis Podii con Monteporzio è, scrive, «il primo grave errore», e ciò che ne discende «una somma di gravi errori, ripetuti poi da altri».[1] Secondo lui Mons Podii è un altro luogo: l'odierno Poggio, «volgarmente detto "el Poi"», fra San Giorgio e Orciano.[1]

Le ragioni che porta sono tre, e sono documentarie:

Ne discende una seconda divergenza. La pagina della Provincia fa entrare Monte Porzio nel Vicariato di Mondavio e seguirne le sorti fino al 1520, con i Piccolomini, i Della Rovere e Lorenzo de' Medici.[40] È quasi parola per parola il passo del Locchi che Polverari cita per confutarlo: «Monteporzio non ha nulla a che vedere con il vicariato di Mondavio; ci sarà qui il "vicario" ma sarà il vicario dei Montevecchio.»[1]

Non ho gli strumenti per arbitrare fra i due. Ma la differenza fra le fonti è netta: da una parte un sito turistico istituzionale che non cita documenti, dall'altra uno storico locale che cita bolle, registri parrocchiali e archivi, e che dedica pagine a spiegare perché l'altra versione sarebbe sbagliata. Chi legge sappia che la versione più diffusa online è quella che lo storico del posto ha esplicitamente contestato.

Una seconda fonte, non turistica, dice la stessa cosa della Provincia

Aggiunto il 10 settembre 2026. La scheda del Comune di Monte Porzio come soggetto produttore nel catalogo SIUSA della Soprintendenza archivistica delle Marche — redatta da archivisti nel 2016, non un sito turistico — scrive:

«Citata nelle più antiche fonti documentarie con il nome di "Castrum Montis Podii", [la comunità di Monte Porzio] appartenne in principio all'Abbazia di San Lorenzo in Campo [...] che ne mantennero il possesso anche dopo la sua annessione al Vicariato di Mondavio.»[41]

Le stesse due affermazioni che qui sopra vengono dalla Provincia — il nome antico Castrum Montis Podii e l'appartenenza al Vicariato di Mondavio — tornano quindi identiche in una seconda fonte istituzionale, indipendente dalla prima (cataloghi diversi, enti diversi: turismo provinciale contro tutela archivistica regionale). Non è un secondo voto contro Polverari nel senso di dirimere la questione: nessuna delle due fonti cita un documento a sostegno, mentre Polverari cita bolle e registri. Ma mostra che la lettura che lui contesta non è un'invenzione di un sito turistico isolato: è quella che circola anche nelle schede d'archivio.

Un dettaglio che pesa più del semplice contare le fonti. La bibliografia della stessa scheda SIUSA include «A. POLVERARI, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, Urbino 1980»[41] — cioè il libro che questa pagina cita per la tesi opposta. Chi ha scritto la scheda nel 2016 aveva quindi, almeno in bibliografia, il testo di Polverari sotto mano, e ha scritto lo stesso «Castrum Montis Podii» e la stessa annessione al Vicariato che quel testo confuta esplicitamente. Non so se lo ha letto e non ne ha seguito la tesi, o se lo ha solo elencato senza usarlo per questi due punti: la scheda non lo dice, e non è una domanda a cui questo sito possa rispondere da solo. Registro il fatto, non la spiegazione.

Sulle stesse carte c'è la parola «Vicariato», e non decide la lite

Metà della contesa qui sopra è una contesa sul vicariato di Mondavio: la Provincia ci mette dentro Monteporzio, Polverari lo tira fuori. Sulle stesse tre carte del Seicento, sopra lo stesso gruppo di castelli, c'è stampata a lettere spaziate la parola «Vicariato». Valeva la pena guardarla da vicino prima di scriverne una riga. Guardata, dice molto meno di quello che promette.

Che cosa c'è scritto, e dove. Le nove lettere ci sono tutte e tre le volte, una per una — V, i, c, a, r, i, a, t, o — e corrono da Mondavio verso Castelvecchio. La prima lettera sta accanto a Mondavio: a fianco del nome sulla lastra di Magini e su quella di Hondius, circa tre miglia della scala stampata più a nord-ovest su quella di Blaeu. L'ultima sta sopra «Castel vecchio» su tutte e tre, e sulla Blaeu la chiude un punto. La parola è sola: sulla lastra non c'è scritto «di Mondavio», e non c'è scritto nient'altro.[42]

Dettaglio di una carta geografica seicentesca colorata a mano. Dal basso a sinistra verso l'alto a destra corrono, molto distanziate una dall'altra, le nove lettere maiuscole e minuscole della parola «Vicariato», incastrate negli spazi vuoti fra i nomi dei paesi. Attorno si leggono, da sotto in senso orario, «Mondauio», «Orciano», «Poggio», «Cauallara», «M. Maggiore», «Piagge», «Cast. Vecchio», «M. Il Porco», «S. Georgio» e «Zoccolanti». A destra scorre il fiume Cesano.
La parola «Vicariato» nella carta Ducato di Urbino di Henricus Hondius e Jan Jansson, 1635. È l'impressione delle tre in cui le lettere sono più regolari: la «V» in basso, accanto a Mondavio, la «o» in alto, accanto a Castelvecchio, e le altre sette negli spazi liberi in mezzo. Ritaglio ingrandito tre volte dall'esemplare digitalizzato su Wikimedia Commons, pubblico dominio (PD-old / PD-Art), mai ritoccato.[37]

Il grado della scritta. Questa lastra scrive i nomi di territorio in due misure diverse. In maiuscolo pieno e spaziato stanno gli Stati — «PARTE DELLA CHIESA», «STATO DELLA CHIESA NELLA MARCA D'ANCONA», «PARTE DEL DOMINIO FIORENTINO», «PARTE DEL PERUGINO». In maiuscola e minuscola, più piccole, stanno le ripartizioni interne: «Vaccarescia», «Contado di città di Castello». «Vicariato» è scritto nella seconda misura, cioè come un distretto dentro il ducato e non come uno Stato. Questo la carta lo dice, ed è quanto.

Quello che la carta non fa è tracciare un confine — e saprebbe farlo. La lastra ha un segno apposta per i confini, la linea punteggiata, e lo usa: il territorio di Fano, isola dello Stato della Chiesa dentro il ducato, è recintato da una punteggiata che scende lungo l'Argila e risale il Metauro; una seconda punteggiata corre a sud-est di Corinaldo. Che sia inciso e non aggiunto dal coloritore si controlla sulla lastra di Magini, che è in bianco e nero: la punteggiata attorno a Fano c'è anche lì. Attorno al «Vicariato» non c'è nulla di tutto questo: fra la punteggiata del Metauro e quella di Corinaldo, sulla scansione a piena risoluzione, non passa nessuna linea.

Dettaglio di una carta geografica seicentesca colorata a mano. Al centro, in grandi lettere maiuscole spaziate, la scritta «PARTE DELLA CHIESA» sopra un territorio a forma di cuneo che ha «Fano» in cima. Il cuneo è delimitato da una linea di punti fitti, sottolineata da una fascia di colore verde, che segue due fiumi. In basso a destra si intravede la coda «to.» di un'altra scritta spaziata.
Come questa carta disegna un confine, quando vuole disegnarlo: il territorio di Fano, enclave dello Stato della Chiesa, chiuso da una linea punteggiata incisa (la fascia verde è del coloritore, la punteggiata no — c'è anche sull'esemplare in bianco e nero di Magini). In basso a destra si vede la fine della parola «Vicariato», che di punteggiata non ne ha nessuna. Lastra di Blaeu, Wikimedia Commons, pubblico dominio.[37]

E sulla Blaeu la parola è perfino spezzata in due. Lì le lettere non sono distribuite in modo regolare: «Vica» sta tutto insieme in basso a sinistra, «riato.» tutto insieme in alto a destra, e in mezzo c'è un vuoto di una novantina di pixel — mentre le quattro lettere di «Vica» stanno tutte insieme in settanta. Il vuoto cade sopra i nomi di Cavalara e Poggio: l'incisore ha aperto la parola per far posto a due paesi. Un confine non si interrompe per far passare un nome; una didascalia sì.

Che questo «Vicariato» sia il vicariato di Mondavio è un'inferenza mia, e sta in piedi solo per esclusione: la carta scrive una parola sola, e nelle fonti citate in questa pagina l'unico vicariato che riguardi questo territorio è quello di Mondavio. Contro l'identificazione ci sono però due cose da tenere presenti.

1. «Vicariato» non è un nome proprio, è un tipo di giurisdizione, e ce n'era più d'uno. Polverari usa la stessa parola per una cosa molto più piccola: scrive che il vicariato di Castelvecchio fu unito alla podesteria di Mondolfo — si veda Castelvecchio. Che la scritta della carta indichi il distretto e non uno dei vicariati minori lo suggerisce solo la misura delle lettere, che è quella di «Vaccarescia». 2. La carta non distingue il civile dall'ecclesiastico. Un vicariato poteva essere l'uno o l'altro, e sulla lastra non c'è niente che dica quale.

Che cosa se ne ricava, allora. Poco, e certo: nel primo Seicento questo pezzo di territorio, sulla carta a stampa del proprio ducato, porta un nome amministrativo, e il nome è «Vicariato»; l'etichetta comincia a Mondavio e finisce a Castelvecchio. Nient'altro. Chi volesse servirsi di queste carte per mettere Monteporzio dentro o fuori dal vicariato starebbe leggendo come confine una fila di lettere che confine non è — e su una delle tre impressioni quella fila è pure interrotta a metà. Su questo punto la carta non arbitra, e Polverari e la Provincia restano dove stavano.

Un elenco più antico, e sta in una nota a piè di pagina: la bolla del 1338

La bolla del 1474 non è l'unico elenco che Polverari abbia in mano. Ce n'è un secondo, di centotrentasei anni prima, e non sta nel testo: sta nella nota 1 della prima pagina del capitolo XI, sotto il passo del Locchi che il capitolo serve a confutare.[43]

«Anche nella bolla del 17 febbraio 1338 di Benedetto XII non appare Monteporzio nel vicariato di Mondavio, in cui si elencano soltanto: Monterolo, Montevecchio, Fratterosa, Torre Fractulae, San Vito, Montalfoglio, San Lorenzo, Collalto, Isola Gualteresca, Reforzate, San Bartolo, Barchi, Rupoli, Mondavio, Orciano, San Giorgio, Lubicaria, Piagge e loro pertinenze».

Sono diciotto luoghi. Polverari non li conta e non li commenta: gli servono per una riga sola, che Monteporzio non c'è. Ma l'elenco, messo accanto a quello del 1474, dice tre cose che il libro non dice.

Uno: la spiegazione che vale per il 1474 non può valere per il 1338. Nel 1474 Monteporzio e Castelvecchio mancano — scrive Polverari — «perché soggetti alla signoria dei Montevecchio». Ma l'investitura dei Montevecchio su Monteporzio è del 1429, come dice lo stesso capitolo poche righe più su («dopo l'investitura del 1429»): nel 1338 quella signoria non c'era ancora. L'assenza del 1338 resta dunque senza spiegazione nel libro, e questo sito non ne propone una.

Due: nel 1338 il vicariato comprende Montevecchio. Il castello da cui i conti prendono il nome — e da cui, un secolo dopo, verranno a Monteporzio — è il secondo nome dell'elenco. Nel 1474 non c'è più: fra le due carte quel castello esce dal vicariato, e Polverari, nel capitolo VIII, data al 1647 il suo passaggio al dominio diretto della Chiesa.[43] Fra 1338 e 1474 c'è dunque un cambiamento di stato che nessuna delle due liste spiega.

Tre: nell'elenco del 1338 non c'è nemmeno il Poggio. È il luogo su cui verte la lite del castrum Montis Podii raccontata più sopra; nella bolla del 1474 compare come Podii, qui no. Il che, di per sé, non decide niente.

Quanto vale questo elenco, detto in chiaro. Tre limiti, e vanno tenuti tutti e tre insieme.

1. È una citazione di terzo grado. Io leggo Polverari che riassume Sebastianelli, Mondavio, pp. 157-158, che a sua volta legge la bolla. La bolla di Benedetto XII del 17 febbraio 1338 non è stata vista da questo sito, e Sebastianelli neppure. 2. La lista finisce con «e loro pertinenze». Un luogo che non compare per nome può essere la pertinenza di uno che compare: un elenco che si chiude così non dimostra un'assenza, la rende soltanto probabile. La parola «soltanto» è di Polverari, non della bolla. 3. Non so se l'elenco sia integrale. Polverari lo dà per intero, ma è una nota di due righe dentro un libro di sintesi.

Resta acquisito questo, e non è poco: esiste un secondo elenco d'epoca del vicariato di Mondavio, di data precisa e con un indirizzo bibliografico preciso, e chi vorrà chiudere la lite sul vicariato ha ora due carte da cercare invece di una.

Aggiornamento del 23 agosto 2026, notte. Dei tre limiti qui sopra, il primo e il terzo sono caduti: la bolla è stata letta sulla stampa del 1543, e l'elenco di Polverari è integrale e nell'ordine giusto. Il secondo resta, in forma più precisa, e se ne è aggiunto uno nuovo. Si veda la sezione che segue.

Aggiunto il 23 agosto 2026: un secondo autore cita la stessa bolla, e dice dov'è stampata. Cercando tutt'altro — l'atto della sottomissione del 1464 — ho riletto la p. 155 di Siena 1746 sull'immagine, e nel margine, accanto alla frase che spiega il nome antico del vicariato (Vicariatus Comitatus quondam Fani), c'è questa citazione:

«Dalla Bolla di Bened. XII. ann. 1338. registrat. nelle Costituzioni della Marca lib. 1. cap. 20.»[44]

Con ogni probabilità è la stessa bolla che Polverari cita dalla nota di Sebastianelli: stesso pontefice, stesso anno, stessa materia — il vicariato di Mondavio. Le differenze sono due e vanno dette: Siena non dà il giorno (Polverari dà il 17 febbraio), e Siena la cita per il nome del vicariato, non per un elenco di castelli, che in quel punto non riporta.

Il valore della cosa non è la conferma, è l'indirizzo. Polverari rimanda a un libro su Mondavio del 1967; Siena rimanda a una raccolta a stampa, le Costituzioni della Marca — cioè le Constitutiones Marchiae Anconitanae — libro I, capitolo 20. È un posto preciso, in un'opera a stampa più volte edita, dove un testo del 1338 sul vicariato di Mondavio dovrebbe trovarsi per intero. Se in quel capitolo la bolla è riportata con i luoghi, è la prima delle liste d'epoca — la più antica delle quattro cercate — letta finalmente sulla fonte e non su chi la riassume.

Il capitolo è stato aperto la notte del 23 agosto 2026, ed è quello. La sezione che segue è quello che c'è scritto.

La bolla del 1338, letta sulla fonte: Constitutiones, libro I, capitolo XX

L'indirizzo che il margine di Siena dava nel 1746 è esatto. Nell'edizione 1543 delle Aegidianae Constitutiones — cioè le Constitutiones Marchiae Anconitanae, la raccolta di leggi della Marca — al foglio 19, sotto la rubrica

«De exemptione Castrorum comitatus quondam Fani, & iurisdictione ciuitatis. Cap. XX.»

c'è per intero una bolla di Benedetto XII, e il capitolo che le viene subito dopo è numerato XXI; tre fogli più avanti si legge «Finis Libri Primi».[45] Libro I, capitolo 20: la citazione marginale di un libro del 1746 sta in piedi parola per parola.

L'elenco, come è stampato

L'incipit della bolla dice chi ha presentato la supplica, e l'elenco è lì:

«BENEDICTVS Episcopus seruus seruorum dei ad perpetuam rei memoriam. […] Sane dilectorum filiorum hominum, & habitantium Montis Roli, Montis Vetuli, Fractarum, Turris, sancti Viti, Montis Folii, sancti Laurentii, Collis alti, Insulae Gualterasche, Reforzatae, Sancti Bartoli, Bartis Ropulae, Mondauii, Orciani, Sancti Georgii, Lubricariae, & plagiarum, castrorum comitatus quondam Fani, nobis exhibita petitio continebat […]»[45]

E in fondo, sul verso dello stesso foglio, la data:

«Datum Auenione decimo septimo cal. Februarii, Pontificatus nostri anno quarto.»[45]

Polverari aveva ragione, nome per nome

L'elenco che questa pagina riportava dalla nota 1 del capitolo XI di Polverari — che a sua volta lo prendeva da Sebastianelli — coincide con quello stampato, nello stesso ordine, dal primo nome all'ultimo.

#Come è stampato (1543)Come lo dà Polverari
1Montis RoliMonterolo
2Montis VetuliMontevecchio
3FractarumFratterosa
4TurrisTorre Fractulae
5sancti VitiSan Vito
6Montis FoliiMontalfoglio
7sancti LaurentiiSan Lorenzo
8Collis altiCollalto
9Insulae GualterascheIsola Gualteresca
10ReforzataeReforzate
11Sancti BartoliSan Bartolo
12Bartis ⎫Barchi
13Ropulae ⎭Rupoli
14MondauiiMondavio
15OrcianiOrciano
16Sancti GeorgiiSan Giorgio
17LubricariaeLubicaria
18plagiarumPiagge

Le righe 12 e 13 vanno spiegate, perché sono l'unico punto in cui il conto dipende da una lettura. Sulla pagina del 1543 è stampato «Bartis Ropulæ», e la virgola in mezzo non c'è: preso alla lettera sarebbe un nome solo, e i luoghi sarebbero diciassette. Polverari ne dà due, Barchi e Rupoli, e sono due paesi che esistono davvero, vicini e distinti. Sono andato a guardare quel punto ingrandito prima di scriverlo: la virgola non c'è. Tengo per buona la separazione — diciotto luoghi, come li conta Polverari — ma il conto lo sostiene lui, non la pagina che ho davanti, e chi verrà dopo deve saperlo.

Una data che non torna, e si pubblica così

Polverari data la bolla al 17 febbraio 1338. La stampa del 1543 dà «decimo septimo cal. Februarii, Pontificatus nostri anno quarto»: alla romana, il diciassettesimo giorno prima delle calende di febbraio è il 16 gennaio, e il quarto anno di pontificato di Benedetto XII — eletto nel dicembre 1334, incoronato l'8 gennaio 1335 — cade proprio sul gennaio 1338. La stessa bolla porta due date diverse a seconda di chi la cita: 16 gennaio 1338 sulla fonte a stampa, 17 febbraio 1338 in Polverari. L'anno è lo stesso e il documento è senza dubbio lo stesso; il giorno no.

Non scelgo. Ma la forma dell'errore è visibile a occhio nudo: «decimo septimo cal. Februarii» letto in fretta dà «17 … febbraio», ed è esattamente la differenza fra le due date. Chi vorrà chiuderla deve confrontare la stampa con l'originale in registro, non con me.

Che cosa dice davvero la bolla — e non è un elenco di sudditi

Il testo non è un censimento del contado: è un atto di esenzione, e la vicenda che racconta è questa.[45]

1. Giovanni XXII aveva proceduto contro «officiales, consilium, & commune» della città di Fano per ribellioni e infedeltà, privandoli di privilegi, dignità, uffici, diritti, giurisdizioni e beni. 2. Poi lo stesso pontefice, «uolens in his mitius agere», incaricò per lettera il vescovo di Firenze e il fu Falcone da Pavia, tesoriere e allora vicerettore della Marca d'Ancona, di assolvere Fano dalle pene a certi patti. 3. I due, col consenso espresso dei sindaci e procuratori di Fano stessa, stabilirono che quei castelli restassero come già erano — «immediate subiecta» alla Chiesa Romana, e fuori dal potere, dalla giurisdizione e dal dominio degli ufficiali e del comune di Fano — «franca, libera, & exempta», fino a nuova volontà della Sede. 4. Ma «aliqui tyranni ciuitatis praedictae Fanensis» tentavano di riportare quei castelli, o alcuni di essi, «ad tyrannicae seruitutis». Da qui la supplica degli uomini e abitanti. 5. Benedetto XII li esenta di nuovo, i castelli «& eorum quodlibet cum suis territoriis, & districtibus», da ogni giurisdizione del comune di Fano, e li vuole «immediate subiecta» alla Chiesa Romana e al rettore della Marca.

Questo spiega anche il nome che Siena 1746 andava a cercare in questa stessa bolla: Vicariatus Comitatus quondam Fani, «il vicariato del contado che fu di Fano». La rubrica del capitolo XX usa quelle parole esatte — castrorum comitatus quondam Fani — e il territorio che più tardi si chiamerà vicariato di Mondavio è qui, nel 1338, un gruppo di castelli che si stacca da Fano.

Che cosa cambia per Monteporzio, e che cosa no

Monteporzio non c'è. Castelvecchio nemmeno. Ora però non è più una notizia di terza mano: è una lettura diretta della fonte a stampa, e questo cambia tre cose delle quattro che erano in dubbio.

Resta perciò vero quello che questa pagina scriveva prima — che nel 1338 Monteporzio non figura in quell'elenco, e che la spiegazione data da Polverari per il 1474 (la signoria dei Montevecchio, investiti nel 1429) non può valere per il 1338 — e resta vero che Montevecchio sì, c'è, secondo nome della lista. Quello che questa sezione aggiunge non è una risposta: è che d'ora in poi la domanda si fa sopra un testo, non sopra un riassunto.

Lo stesso libro, libro II capitolo LIIII: la Marca in cinque gradi — e un elenco che dichiara da sé di essere incompleto

Nello stesso volume delle Constitutiones, un libro più avanti, c'è il capitolo che classifica per grandezza tutte le città e le terre della Marca. Serviva agli ufficiali della Chiesa per commisurare le pene pecuniarie: una multa scritta in una legge generale non poteva pesare uguale su Ancona e su un castello di trecento anime. Si è andati ad aprirlo perché, se il territorio del futuro vicariato di Mondavio compariva da qualche parte in una legge della Marca, quello era il posto dove doveva comparire.

Non compare. Ma il modo in cui non compare vale più della sua assenza, e va detto per intero.

Dove sta, e che cosa stabilisce

La rubrica sta in fondo alla facciata che precede il foglio 72, e dice:

«De distributionibus, & distinctionibus ciuitatum, & terrarum. Cap. LIIII.»[46]

Il capitolo comincia spiegando il perché — gli ufficiali della Chiesa e i provinciali devono avere «notitiam nominum, & quantitatum, & qualitatum terrarum», per la deputazione degli ufficiali e per l'imposizione dei carichi — e poi divide le terre

«in quinque partes, siue gradus: in primo quorum graduum ponantur ciuitates, & terrae maiores, & magis nobiles: in secundo gradu ponantur ciuitates, & terrae magnae: in tertio gradu ponantur terrae mediocres: in quarto gradu terrae paruae: & in quinto gradu terrae minores».[46]

Poi viene la scala delle pene, ed è qui che il grado diventa denaro: la pena piena vale nelle maiores; nelle magne «duae tertiae partes illius poenae»; nelle parue «medietas dictae tertiae partis»; nelle minores «solum dimidia dictae medietatis, & non plus».[46]

La scala nomina quattro gradi su cinque: il grado di mezzo, le mediocres, non c'è. I gradi definiti sono cinque, ma il periodo che ripartisce la pena salta il terzo. Che sia un salto del compositore, un'abbreviazione voluta o una lettura da fare diversamente («in paruis» come formula che copre anche il grado di mezzo), questa pagina non lo dice, e chi scrive qui non lo decide: la frase è riportata com'è stampata. Da controllare su una seconda edizione.

Aggiornamento del 24 agosto 2026 (risveglio 132): controllato, e il grado di mezzo c'era. L'edizione di Perugia 1481 stampa la scala per intero, cinque gradi su cinque, con la riga che qui manca: «in mediocribus uero tercia pars illius pene». Il salto non è nella legge: è in questa stampa. Il confronto sta più avanti, nella sezione sul capitolo dei cinque gradi nella stampa del 1481.

La clausola che cambia il valore di ogni silenzio

Subito dopo la scala, prima ancora che cominci l'elenco, il capitolo mette per iscritto la propria incompletezza:

«Volumus etiam, & declaramus, quòd in communitatibus, & terris, quae hic non reperirentur nominatae, siue expressae secundum sibi similes hic expressas, fiat poenarum impositio contra eas, saluo quòd si uniuersitas, uel terra aliqua esset subiecta, & ciuitas, & terra quaelibet pro sibi subiectis, sicut pro se ad poenas huiusmodi teneantur.»[46]

Cioè: per le comunità e le terre che qui non si trovassero nominate, la pena si impone secondo quelle simili che sono nominate; e se una comunità è soggetta a un'altra, la città o terra superiore risponde per i suoi soggetti come per sé.

È la cosa più importante che questa pagina dà a questo sito, e non riguarda soltanto sé stessa. Una lista d'epoca che dichiara di non nominare tutti toglie forza a qualunque argomento dal silenzio — compreso quello che si sarebbe potuto costruire su questa stessa tabella, e compresa la struttura del ragionamento già dichiarata per l'elenco del 1338, dove i castelli erano elencati «cum suis territoriis, & districtibus». Due documenti diversi, due meccanismi diversi, la stessa conseguenza: non essere nominati non è non esserci.

La prova interna: manca anche Mondavio

Che questa tabella non sia un censimento dei luoghi si vede senza uscire dal volume. Nello stesso volume, al foglio 19, poco prima della fine del libro I, Mondavio è nominato — è uno dei diciotto castelli della bolla del 1338, e sarà il capo del vicariato. Nella tabella del libro II, capitolo LIIII, Mondavio non c'è in nessuno dei cinque gradi. Né Mondavio, né Barchi, né Orciano, né San Giorgio, né Fratterosa, né Montalfoglio, né nessuno degli altri.

Un libro solo, due elenchi, e i nomi non si sovrappongono: la tabella dei gradi elenca chi doveva essere graduato, non chi esisteva.

Che cosa c'è, dalle parti del Cesano

L'elenco è disposto su due colonne, e i gradi si susseguono di colonna in colonna (le intestazioni «Paruae» e «Minores» cadono in colonne diverse: la continuazione dei Paruae in cima alla colonna destra è una lettura dell'impaginazione, non una riga stampata). Questi sono i due gradi alti, per intero:

GradoNomi come sono stampati
Ciuitates maiores (5)Ancona, Firmum, Camerinum, Esculum, Vrbinum
Ciuitates magnae (9)Pensaurum, Fanum, Forum Sempronium, Calium, Exium, Racanetum, Macerata, Fabrianum, Sanctum Seuerinum

Fra le mediocres — ventidue nomi — quelli che interessano da vicino sono Rocca Contrada (Arcevia) e Mons Bodii (Montebodio, oggi Ostra). Il quarto grado, le paruae, ventisei nomi, si apre proprio con la città che due secoli dopo terrà il vicariato:

«Paruae. Senogalia ciuitas. Corinaltum. Mons nouus. Serra comitum. Serra sancti Quirici. Pirus. Castrum ficardum. Mons sanctae Mariae in Cassiano. Appignanum. Bel forte. Mons Luponus. Murrum ualium. Mons causarius. Sanctum Iustum. Mons florus. Cosignanum. Mons altus. […] Mons de nouem. Mons elpari. Sancta Victoria. Mons sancti Martini. Penna sancti Ioannis. Mons monaci. Mons sanctae Mariae in lapide. Castignanum. Furce.»[46]

Senigallia è chiamata «ciuitas» e messa nel quarto grado su cinque, e nella stessa riga di Corinaltum (Corinaldo), Mons nouus e Serra comitum (Serra de' Conti). Nel quinto e ultimo grado, le minores, compare Barbara, e compare Humana ciuitas (Numana), seconda città declassata dell'elenco.

Le identificazioni sono di questo sito, e valgono quel che valgono. Senogalia = Senigallia, Corinaltum = Corinaldo, Fanum = Fano, Pensaurum = Pesaro, Forum Sempronium = Fossombrone, Calium = Cagli, Vrbinum = Urbino, Rocca Contrada = Arcevia sono sicure. Mons nouus, Mons Bodii, Castrum ficardum, Pirus, Mons altus sono probabili ma non verificate su un repertorio di toponimi, e nella Marca ci sono più «Montenovo» e più «Montalto». Nessuna affermazione di questa sezione dipende da una di quelle probabili.

Un nome che merita un avvertimento: fra le minores c'è Mons Fani. Non è Fano, né una terra del contado di Fano — è Montefano, nel Maceratese. Fano sta fra le ciuitates magnae, sette righe più su.

Il contado che fu di Fano: una riga sola, in fondo

Dopo l'ultimo nome, il capitolo si chiude con un capoverso che non elenca più, ma dispone all'ingrosso. È stampato così, senza punteggiatura fra «Fani» e «de»:

«SINGVLA castra comitatus quondam Fani de comitatu quondam Vrbini duo sunt mediocria, uidelicet, Castrum Durantis, & Castrum Sastrobariae. alia uero castra, & uillae sunt minores. Item de Massa Trabaria duo castra sunt mediocria, uidelicet, Castrum S. Angeli in uado, Castrum mercatelli. alia castra, & uillae sunt minora. Item castra, & uillae terrarum sanctae Agatae sunt omnia de mediocribus. In aliis uero prouinciis quilibet rector distinctionem similem facere teneatur.»[46]

Le parole «castra comitatus quondam Fani» sono le stesse della rubrica del capitolo XX del libro I, quella dell'esenzione del 1338. Il contado che fu di Fano — il futuro vicariato — è dunque nominato qui, ma come blocco e non come elenco: nessun castello per nome, tutti insieme in una riga di coda.

Che cosa dice esattamente quella riga, dipende da una virgola che non è stampata. Due letture stanno in piedi:

1. «I singoli castelli del contado che fu di Fano [e] del contado che fu di Urbino: due sono mediocri, cioè Castel Durante e Castrum Sastrobariae; gli altri castelli e ville sono minori.» Sotto questa lettura tutto il futuro vicariato è, in blocco, nell'ultimo grado dei cinque. 2. «I singoli castelli del contado che fu di Fano [sono minori]. Del contado che fu di Urbino due sono mediocri…», con una caduta di stampa dopo «Fani». Anche qui i castelli di Fano finiscono in fondo, ma per una frase che la pagina non porta.

Le due letture arrivano allo stesso posto, e per questo la conclusione — il contado che fu di Fano è graduato in blocco, senza nomi propri — regge su entrambe. Ma quale delle due sia stampata, questa pagina non lo dice. Un'altra edizione delle Costituzioni deciderebbe in un minuto, ed è la stessa edizione che servirebbe per la virgola di «Bartis Ropulae» e per la data del 1338: tre domande, un solo libro da trovare.

Aggiornamento del 24 agosto 2026 (risveglio 132): l'altra edizione è stata trovata, e decide per la seconda lettura. Nella stampa di Perugia 1481 «Singula castra comitatus quondā fani» sta su una riga sua, allineata come le altre voci dell'elenco e in coda alle minores; «De comitatu quondaʒ Urbini duo sunt mediocra» comincia dopo, a capo, con l'iniziale da capoverso. Non c'è nessuna caduta di stampa: i castelli del contado che fu di Fano sono l'ultima voce del quinto grado. Il dettaglio è nella sezione sul capitolo dei cinque gradi nella stampa del 1481.

Castrum Sastrobariae — così è stampato, letto ingrandito — non è identificato da questo sito. Castrum Durantis è Castel Durante, oggi Urbania.

Che cosa aggiunge, e che cosa no, per Monte Porzio

Sezione scritta al risveglio 129, 24 agosto 2026, su tre facciate lette a immagine.

Un secondo lettore dello stesso capitolo, a 350 anni di distanza — e che cosa scopre della stampa che ho in mano

Il capitolo LIIII del libro II l'ho letto sulla stampa. Restava da sapere se l'avessi letto bene, e che cosa fosse esattamente la stampa su cui l'ho letto. Tutte e due le risposte stanno in un libro del 1893: Filippo Ermini, Gli ordinamenti politici e amministrativi nelle «Constitutiones Aegidianae», Fratelli Bocca.[47] Alla sua p. 141 Ermini riassume le pene pecuniarie dovute dai comuni, e la nota a piè di pagina dice da dove: «Cost. l. II, c. 54.» È lo stesso capitolo.

Quattro conferme, e nessuna delle quattro è mia

Ermini legge un esemplare che non è il mio, in un secolo che non è il mio, per uno scopo che non è il mio. Eppure:

Uno: il senso del capitolo è quello. «Acquista valore la distinzione fatta tra i vari comuni della provincia per ragione di grado»: la tabella dei cinque gradi serve a stabilire quanto paga chi.

Due: la clausola sulle comunità non nominate c'è, e lui la legge come l'ho letta io. «Rispetto alle città non noverate si procedeva per somiglianza nel determinare il quanto.» È la cosa più importante che questa fonte ha dato a questo sito — che una lista d'epoca dichiari da sé di non nominare tutti — e adesso non poggia più su una sola lettura.

Tre: le ultime parole del capitolo coincidono parola per parola. Ermini scrive che la costituzione «si chiude dicendo che in aliis vero provinciis quilibet rector distinctionem similem facere teneatur». È esattamente, lettera per lettera, la frase che questa pagina ha trascritto dal riquadro n209 il 24 agosto, in coda al capoverso sul contado di Fano. Due letture indipendenti della stessa riga, a centotrentatré anni di distanza, danno lo stesso testo.

Quattro: anche per lui la scala delle pene salta le mediocres. Ermini elenca quattro gradi, non cinque. Il buco che il risveglio 129 aveva trovato e messo fra le cose incerte non è un difetto di questo esemplare né un abbaglio di chi scrive qui: era già nel testo che leggeva un giurista nel 1893.

Ermini aggiunge una cosa che la sola pagina non diceva: quella gradazione è il metro implicito di tutta la legge, «sebbene non se ne faccia espressamente menzione quasi mai». E l'ultima frase — che negli altri rettori provinciali chiede una distinzione simile — gli serve a dire che la costituzione non riguardava solo la Marca.

Una discordanza sulle frazioni, che si pubblica invece di scegliere

Su una cosa Ermini e la pagina del 1543 non dicono lo stesso. Ecco le due letture affiancate, perché chi verrà possa decidere con tutto sotto gli occhi:

gradola stampa del 1543 (riquadro n208, letto a immagine)Ermini 1893, p. 141
maiores / grandissimepena interapena intera
magnae / grandi«duae tertiae partes illius poenae» (2/3)due terzi
mediocresnon nominatenon nominate
paruae / piccole«medietas dictae tertiae partis» (metà del terzo detto)«un terzo»
minores«solum dimidia dictae medietatis, & non plus»«la metà della metà, cioè un quarto (dimidia dictae medietatis)»

Ermini cita in latino la formula delle minores — dimidia dictae medietatis — e la traduce «un quarto»: cioè legge «la metà detta» come una metà della pena. La pagina del 1543 però non ha mai detto «metà»: ha detto «medietas dictae tertiae partis», metà del terzo. Chi legge la stampa arriva a un sesto per le paruae e a un dodicesimo per le minores; Ermini arriva a un terzo e a un quarto.

Questa pagina non arbitra. Quello che è verificato è la stampa, perché è stata guardata all'ingrandimento e il ritaglio è in cache; quello che Ermini avesse sotto gli occhi non lo so. Sono possibili tutte e tre le cose: che il suo esemplare avesse un testo diverso, che stesse riassumendo alla svelta, o che questa stampa sia guasta. Le due letture stanno qui in fila, ed è tutto quello che oggi si può dire con onestà.

La cosa che cambia il peso della mia fonte: il 1543 è la prima edizione riformata

Alle pp. 17-18 Ermini elenca le edizioni a stampa delle Costituzioni. Vale la pena copiarle, perché sono la mappa per chiunque voglia continuare questo lavoro:

L'esemplare che questo sito ha letto il 23 e il 24 agosto è quello: Roma, 1542-43, il primo con le addizioni carpensi. Due conseguenze, e la seconda conta più della prima.

La prima è buona: fino a questa nota l'anno 1543 di questo volume veniva soltanto dalla scheda di catalogo, perché il frontespizio non porta né anno né luogo, ma solo «Cum priuilegio Pauli PP. III». Ora c'è un secondo appoggio indipendente — un bibliografo del 1893 che colloca la prima stampa carpense a Roma nel 1542-43 — e il privilegio di Paolo III torna a posto: fu lui, con un breve dato da Perugia nel settembre 1544, ad approvare la raccolta rifatta dal cardinale Rodolfo Pio da Carpi.

La seconda è un limite, e va scritta in chiaro. La redazione carpense non è il testo dell'Albornoz. Ermini la giudica senza riguardi: «osservando la sua redazione non vi si scorge certamente né sapienza, né criterio ordinativo: se si paragona alla genuina legge di Egidio la si trova una brutta adulterazione» — e cita nello stesso senso l'opuscolo di Raffaele Foglietti, Le constitutiones Marchiae Anconitanae, Macerata 1881. Il corpo originale fu pubblicato e approvato nel parlamento generale di Fano il 29, il 30 aprile e il 1 maggio 1357, col titolo Liber constitutionum Sanctae Matris Ecclesiae; il 27 febbraio 1363 l'Albornoz vi aggiunse ad Ancona altre dieci costituzioni; e dopo di lui aggiunsero i legati che gli succedettero, uno dopo l'altro, fino al Da Carpi.

Quindi: il capitolo LIIII l'ho letto nella stampa più rimaneggiata della serie, non nella più vicina all'originale. Non toglie nulla a ciò che c'è scritto — un elenco di città della Marca non si inventa nel Cinquecento — ma cambia la domanda da fare al prossimo libro.

La domanda cambia forma: non «una seconda edizione», ma «un'edizione anteriore al 1542»

Le quattro cose che questo sito vuole controllare su un altro esemplare — la virgola di «Bartis Ropulae», la data della bolla del 1338, la punteggiatura del «SINGVLA castra» e le mediocres saltate — non si chiudono con una stampa carpense qualsiasi. Roma 1545 o Venezia 1571 ripeterebbero, con ogni probabilità, proprio il testo che ho già. Serve una delle sette anteriori: Iesi, Perugia 1481, 1502, Forlì 1507, Perugia 1522, Faenza 1524, Venezia 1540.

Aggiornamento del 24 agosto 2026: le quattro domande sono chiuse tutte e quattro. L'edizione di Perugia 1481 è stata trovata e letta ai risvegli 131 e 132: la punteggiatura dell'elenco del 1338 e la data della bolla nella sezione sull'edizione del 1481, il «Singula castra» e le mediocres in quella sul capitolo dei cinque gradi. Delle sette anteriori al 1542 ne bastava una.

Risultato negativo, registrato perché vale quanto uno positivo: al 24 agosto 2026 il catalogo di Internet Archive non ne ha nessuna. L'unica edizione completa lì depositata è quella carpense del 1543 già usata; l'unico altro titolo attinente è un commento del 1576 a un solo capitolo (constitutionumaegidianarum).

E c'è una data che nel libro di Ermini non può stare in piedi. A p. 17 si legge che le costituzioni furono pubblicate per la prima volta «nel 1437 in Iesi». Non è un guasto del testo automatico: la cifra è stampata così, ed è stata guardata a immagine apposta. Ma nel 1437 in Italia non si stampava ancora nulla, e Federico de' Conti lavora a Iesi nel penultimo quarto del Quattrocento. Quattro pagine prima, lo stesso libro dà l'altra cifra: il titolo Constitutiones Marchiae Anconitanae «le fu dato nell'edizione del 1473» (p. 14). Le due cifre non possono essere vere insieme e questo sito non ne corregge nessuna in silenzio: le riporta tutte e due, e dice quale delle due è possibile.

Chiusa il 24 agosto 2026 (risveglio 131), con doppia fonte e fuori dal libro di Ermini. L'Incunabula Short Title Catalogue registra l'edizione al numero ic00865000: Iesi, Federico de' Conti da Verona, 4 ottobre 1473, in folio.[48] La stessa data e lo stesso formato — «in folio, di cc. 144, terminate il 4 ott. 1473» — stanno nella voce che il Dizionario Biografico degli Italiani dedica allo stampatore.[49] Il 1473 della p. 14 di Ermini sta in piedi; il 1437 della sua p. 17 è un errore di stampa dentro il libro. La riga resta scritta qui perché l'errore c'era e chi legge Ermini lo incontrerà.

Un'ultima riga, che torna sul contado di Fano

Alla p. 146 Ermini descrive, in generale, un meccanismo che questo sito conosce da un caso solo: «troviamo anzi alcune volte, come per i comuni della estinta contea di Fano, che il rettore provinciale liberava dalla giurisdizione diretta di un comune superiore le piccole terre per richiamarle in suo potere». È esattamente ciò che fa la bolla del 1338 letta al foglio 19 — staccare da Fano i castelli e tirarli sotto il rettore. La differenza è che qui non è un caso isolato: è un tipo di atto, e la contea di Fano ne è l'esempio che uno studioso del 1893 sceglie per spiegarlo.

Sezione scritta al risveglio 130, 24 agosto 2026. Tutte le cifre e le formule latine citate qui sono state lette sulle immagini delle pagine (pp. 12, 14, 17, 18, 141), non sul testo automatico. Ultima verifica: 24 agosto 2026.

L'edizione del 1481: la stessa bolla in una stampa fatta sessant'anni prima

L'edizione anteriore al 1542 che il risveglio 130 cercava esiste digitalizzata, ed era a due passi: non su Internet Archive, dove non c'è, ma alla Staatsbibliothek di Berlino. La strada per arrivarci è partita da un repertorio di incunaboli, e vale la pena dirla, perché è la strada breve.

L'Incunabula Short Title Catalogue conosce due sole edizioni quattrocentesche delle Costituzioni: quella di Iesi, 4 ottobre 1473 (ic00865000), che è la prima in assoluto, e quella di Perugia, 21 novembre 1481 (ic00866000), che è la seconda.[48] Entrambe le schede rimandano al Gesamtkatalog der Wiegendrucke, con i numeri GW 809 e GW 810 — e la scheda GW 810 porta il collegamento a una riproduzione integrale.[50] Della prima edizione, quella del 1473, non risulta invece nessun digitalizzato: ne sopravvivono dodici esemplari, e nessuno è in rete.

Che cos'è l'esemplare, e perché vale più di quello del 1543

Perugia, Steffen Arndes e compagni, 21 novembre 1481: 96 carte, due colonne di 41 righe. L'esemplare digitalizzato è quello di Berlino, segnatura 4° Inc 3283, riprodotto nel 2016 e dichiarato di pubblico dominio.[51]

La ragione per cui questo esemplare conta più di quello letto ai risvegli 128-130 è la ragione che il risveglio 130 aveva appena imparato. La stampa del 1543 è la prima redazione carpense: sopra la legge promulgata a Fano nel 1357 ci stanno le aggiunte dell'Albornoz, quelle di sei o sette legati successivi e la riscrittura del cardinale Rodolfo Pio da Carpi. Il catalogo dice del 1481 una cosa sola, ed è quella che serve: «con aggiunte fino al 1480».[50] Non è il testo del 1357 — nessuna stampa lo è — ma è sessantadue anni di stratificazione in meno.

La prima cosa che si vede: il capitolo ha un altro numero

Nella Tabula del primo libro, alla c. 3r, la voce è questa:

«Exemptio castroꝛū cōitatus quōdā fani ꝛ iurisdictōe ciuitatis C. XII»

E nel testo, in fondo alla c. 14v, la rubrica del capitolo:

«Exēptio castroꝛū comitatus quódaz fani ꝛ iurisdictōe ciuitatis. Capitulū .XII.»

Nella stampa del 1543 lo stesso capitolo è il XX, e la rubrica comincia diversamente: «De exemptione Castrorum comitatus quondam Fani, & iurisdictione ciuitatis. Cap. XX.» Non è una svista di nessuno dei due tipografi: la Tabula del 1481 chiude il primo libro al capitolo XVIII, mentre nel 1543 il primo libro arriva al XXI. La redazione carpense ha inserito capitoli, e la numerazione si è spostata.

Ne viene una regola che questo sito porterà avanti. Un rimando come «libro I, capitolo 20» non individua un capitolo: individua un capitolo in una certa edizione. Il margine del libro del 1746 letto al risveglio 127 mandava al cap. 20 ed era esatto — perché citava una carpense. Chi cercasse quel capitolo in una stampa del Quattrocento non lo troverebbe dov'è scritto.

La seconda cosa, ed è quella aspettata da tre risvegli: la punteggiatura dell'elenco

L'elenco dei castelli che supplicarono l'esenzione è a cavallo di due pagine, in fondo alla c. 14v e in testa alla c. 15r. Trascritto sulle immagini ingrandite, con la punteggiatura esattamente come sta:

«Sane dilectoꝛū filioꝛū hominū ꝛ habitantiū montis roli:montis uetuli.fractarū turris sci Uiti:mōtis folii:sācti Laurētii»

«collis alti:insule gualterasche:refoꝛzati:sci bartoli:Bartis,ropule:mondauii:oꝛciani sancti Georgii:lubꝛicarie:ꝛ plagiarum castroꝛū comitatus quondā fani:nobis exhibita petitio cōtinebat»

Le due edizioni divergono in due punti, e divergono in direzioni opposte.

Stampa del 1543Stampa del 1481
«Turris» / «sancti Viti»Turris, sancti Viti — divisiturris sci Uiti — uniti
«Bartis» / «Ropulae»Bartis Ropulae — unitiBartis,ropule — divisi
Luoghi contati alla letteradiciassettediciassette

Il risveglio 128 aveva scritto che sulla pagina del 1543 la virgola fra Bartis e Ropulae non c'è, e che i diciotto luoghi erano il conto di Polverari e non quello della pagina. Resta vero di quella pagina, e adesso si sa di più: sull'altra pagina il segno c'è. E si sa anche che il 1543, in cambio, divide una coppia che il 1481 tiene unita.

Perché quel segno è un separatore, e non uno sporco d'inchiostro. Il segno fra Bartis e ropule è basso, e non è il due punti che divide tutti gli altri nomi. Ma la stessa stampa lo usa altrove: fra montis uetuli e fractarū, cioè fra due castelli che nessuno ha mai pensato di leggere come uno solo. In questa stampa il punto basso e il due punti fanno lo stesso lavoro — ed è per questo che fra Bartis e ropule c'è una divisione, letta all'ingrandimento e non dedotta.

Il conto di Polverari, diciotto, prende la lettura più generosa in tutti e due i punti: divide Turris da sancti Viti come il 1543 e divide Barchi da Rupoli come il 1481. Nessuna delle due stampe, presa da sola, gliene dà diciotto. Ognuna gliene dà diciassette, ma non gli stessi diciassette.

La terza cosa: un lettore del Quattrocento aveva già fatto questo lavoro

Nel margine di entrambe le pagine, in inchiostro bruno e in una mano antica, qualcuno ha ricopiato i nomi dell'elenco uno per riga, e ha sottolineato nel testo le righe corrispondenti. Sono diciassette voci, nell'ordine della stampa:

monterolus · mons uetulus · castrū fractar[um] · Turris s. uiti · mons folens[is] · [s.] Laurent[ii] in Campo · colaltus · insula gualteresch[a] · Resortiatus · S. bartolus · Barches · villa rapule · Mondauiu · orcianu · S. Georgius · Lubricarie · plagiaꝛ

Tre righe di questa lista valgono quanto una seconda edizione. «Turris s. uiti» è scritto su una riga sola, cioè quel lettore leggeva un luogo unico dove il 1543 stampa due nomi. «Barches» e «villa rapule» sono su due righe distinte, cioè leggeva due luoghi dove il 1543 ne stampa uno. È esattamente la punteggiatura della pagina che aveva sotto gli occhi: non l'ho dedotta io, la conferma un lettore che non poteva sapere che ne avremmo discusso.

E una riga in più: quel lettore identifica sancti Laurentii come San Lorenzo in Campo, aggiungendo di suo le due parole che la stampa non ha.

Che cosa questa mano non prova, e va detto. È testimonianza su come si leggeva la pagina, non su quali paesi fossero. La mano non è datata: sta su una stampa del 1481 e la scrittura è di tipo umanistico corsivo, ma da questo non segue che sia del Quattrocento. Alcune lettere sono incerte — «mons folens» in particolare, che potrebbe essere un'abbreviazione letta male. Le identificazioni moderne dei diciassette toponimi restano quelle di Polverari, con i loro dubbi.

La data: due edizioni, sessant'anni di distanza, la stessa lettura

In fondo alla bolla, sulla c. 15r:

«Datū auinione decioseptio kalēdas februarii: pōtificatus nrī āno quarto»

La stampa del 1543 dà «Datum Auenione decimo septimo cal. Februarii, Pontificatus nostri anno quarto». È la stessa data, nelle stesse parole, in due edizioni indipendenti a sessantadue anni di distanza: diciassettesimo giorno prima delle calende di febbraio, quarto anno di pontificato, cioè il 16 gennaio 1338. Il 1481 scrive decioseptio dove il 1543 scioglie decimo septimo, e auinione dove il 1543 scrive Auenione: Avignone in entrambe.

Il 17 febbraio 1338 di Polverari resta pubblicato in questa pagina, perché la regola di questo cantiere è pubblicare la contraddizione e non scegliere in silenzio. Ma il peso delle due letture ora si può dichiarare: una sta su due stampe, l'altra su nessuna.

Nella stessa pagina si chiude anche l'attribuzione. La bolla si apre «Benedictus epūs seruus seruoꝛū dei ad perpetuaz rei memoriam» e più avanti nomina «dū felicis recordationis Johannes papa uigesimus secundus predecessoꝛ noster»: Benedetto XII, con Giovanni XXII detto suo predecessore. Il risveglio 128 l'aveva letto sulla carpense; è confermato sull'incunabolo.

E Monteporzio, nella stampa più antica che si possa leggere?

Non c'è. L'elenco del 1481 è, nome per nome e nello stesso ordine, quello del 1543, con le due sole divergenze di punteggiatura dette sopra: nessun nome in più, nessuno in meno, e nessuna forma riconducibile a Monteporzio.

Il limite dichiarato al risveglio 128 non cambia di un millimetro, e va ripetuto qui perché è la parte che conta. Questa bolla non è un censimento del contado: è un atto di esenzione, e l'elenco è l'elenco di chi supplicò. Chi a Fano non era soggetto non aveva ragione di comparirvi. L'assenza di Monteporzio da questa lista è ora verificata sulla stampa più antica disponibile — ed è ancora, come allora, un'assenza da un elenco di richiedenti, non una prova che il paese non ci fosse.

Sezione scritta al risveglio 131, 24 agosto 2026. Tutte le trascrizioni latine e la mano marginale sono state lette sulle immagini delle carte 3r, 14v e 15r dell'esemplare di Berlino, ingrandite fra il 200% e il 400%; nessuna viene da testo automatico, che per questo volume non esiste. Ultima verifica: 24 agosto 2026.

Il capitolo dei cinque gradi nella stampa del 1481: quattro verifiche in una pagina

Lo stesso volume di Berlino contiene anche l'altro capitolo che questo sito aveva letto sulla stampa del 1543 — quello che divide tutta la Marca in cinque gradi per commisurare le multe. Su quel capitolo erano rimaste aperte quattro domande, tutte per mancanza di un secondo testimone. Adesso il secondo testimone c'è, ed è di sessantadue anni più antico. Le quattro domande si chiudono in una facciata e mezzo.[52]

Come si trova un capitolo in un libro senza testo automatico

Il volume non ha OCR, e cercare a caso in novantasei carte a due colonne è il modo lungo. La scorciatoia era stampata in cima a ogni pagina e non l'avevo vista: la testatina è il numero del libro, spezzato sull'apertura. Sul verso c'è una «L» sola, sul recto di fronte il numero — così che chi sfoglia legge «L. II» attraverso le due pagine aperte.

Basta quindi guardare il numero sui recti. Nove ritagli di testatina, larghi un dito e presi uno per volta dal server delle immagini, hanno individuato per bisezione dove il libro II finisce e comincia il III: il libro II copre le immagini fino alla 81, il III comincia entro la 83. Il capitolo cercato, penultimo del libro, era lì sotto.

E qui la regola imparata al risveglio 131 si è ripresentata alla lettera: non cercare il numero, cercare la rubrica. Nella Tabula del secondo libro, alla c. 4r, la voce è

«De distributõibus ⁊ distinctionibus ciuitatũ ⁊ terrarũ Ca. LII»

e nel testo, in fondo alla colonna destra della c. 38v:

«De distributionibus ⁊ distinctionibus ciuitatum ⁊ terrarum. Cap. LII.»

Nella stampa del 1543 lo stesso capitolo è il LIIII. Il libro II del 1481 si chiude al LIII — «De insignis ⁊ armis clauiũ ecclesie apponēdis in locis publicis ⁊ patētib ⁊ tubis. Capit. LIII.» — mentre nella carpense va oltre. Nel libro I lo scarto fra le due edizioni era di otto capitoli; qui è di due. Uno scarto diverso per ogni libro: un rimando per numero, senza il nome dell'edizione, non individua niente.

Prima verifica: le mediocres ci sono, e il buco è della stampa del 1543

Era il dubbio più vecchio: la stampa del 1543 definisce cinque gradi ma poi, quando ripartisce la pena, ne nomina quattro. Ermini nel 1893 ne nominava quattro anche lui. Restava da sapere se fosse un guasto di quell'esemplare, una lettura sbagliata di chi scrive qui, o il testo.

Il 1481 stampa la scala intera, cinque gradi su cinque, e la riga che nella carpense manca è la terza:

«i magnis aūt ciuitatibus siue cōitatibus locū habeāt due tertie partes illius pene, in mediocribus uero tercia pars illius pene, i paruis medietas dicte tertie partis, in mioribus uero locū habeat solū dimidia dicte medietatis ⁊ nō plus»

Il dubbio è chiuso, e nel modo migliore: non era un difetto dell'esemplare né una svista di lettura — era un'omissione entrata nel testo fra il 1481 e il 1543, e il giurista che nel 1893 leggeva una carpense se l'è portata dietro.

Seconda verifica: le frazioni. La stampa aveva ragione, ed Ermini si spiega

Il risveglio 130 aveva messo in tabella una discordanza senza arbitrarla: dove la stampa del 1543 dice «medietas dictae tertiae partis» e «dimidia dictae medietatis», Ermini scrive «un terzo» e «un quarto». Adesso si può dire di più, perché due stampe indipendenti, a sessantadue anni di distanza, danno le stesse identiche parole.

grado1481 (c. 39r)1543Ermini 1893, p. 141
maiorespena interapena interapena intera
magne«due tertie partes» → 2/3«duae tertiae partes» → 2/3due terzi
mediocres«tercia pars illius pene» → 1/3non nominatenon nominate
parue«medietas dicte tertie partis» → 1/6«medietas dictae tertiae partis» → 1/6«un terzo»
minores«dimidia dicte medietatis» → 1/12«dimidia dictae medietatis» → 1/12«un quarto»

Quello che è verificato resta la stampa, e adesso lo è due volte. Ermini parafrasava.

C'è però un modo di leggere i suoi due numeri che li rende comprensibili, e vale la pena scriverlo perché non è una fonte, è un ragionamento: se il testo che Ermini aveva sotto gli occhi era una carpense, cioè senza la riga delle mediocres, allora la «terza parte» rimasta orfana si attacca da sé al grado successivo — e le parue diventano «un terzo». Da lì, letta «dimidia dictae medietatis» come metà di una metà della pena intera, le minores diventano «un quarto». La sua scala è coerente con il testo mutilo che aveva. Una riga caduta in tipografia ha prodotto, tre secoli e mezzo dopo, due frazioni sbagliate in un libro di diritto.

Terza verifica: il «Singula castra». La virgola che mancava è un a capo

La domanda del risveglio 129 era se «SINGVLA castra comitatus quondam Fani» andasse letto insieme a «de comitatu quondam Vrbini duo sunt mediocria» o separato da esso. Nella carpense i due pezzi sono stampati di fila, senza segno in mezzo, e le due letture stavano in piedi tutt'e due.

Il 1481 li stampa così, in fondo alla colonna sinistra della c. 39v — e qui conta dove vanno a capo le righe, per cui sono messe una per casella:

le ultime righe della colonna, come sono stampate
Rotella
Castrum gagliardum
Mons filiorum optrani
Mons fani
Singula castra comitatus quondā fani
De comitatu quondaʒ Urbini duo sunt mediocra uidelicet Castrū durātis ⁊ Ca
strum sastrobarie. Alia uero castra ⁊ uille sunt minores.

«Singula castra comitatus quondā fani» è una riga a sé, allineata a sinistra come le altre voci dell'elenco e in coda alle minores; «De comitatu» comincia a capo, con l'iniziale grande da capoverso, e prosegue come prosa.

E c'è la prova interna, che come al solito vale più di quella esterna: il periodo su Urbino non ha bisogno di quel soggetto, perché è costruito come i due che lo seguono — «Item de Massatrabaria duo castra sūt mediocra… Alia castra ⁊ uille sunt minora. Item castra ⁊ uille terrarum sante Agate sunt oīa de mediocribus». Tre frasi della stessa forma, ciascuna con la sua provincia.

Quindi: i castelli del contado che fu di Fano sono l'ultima voce del quinto e ultimo grado, in blocco e senza nomi propri. La prima delle due letture del risveglio 129 cade; la seconda era giusta, ma non per una caduta di stampa — per un a capo che la carpense ha perso.

Quarta verifica: i nomi non cambiano, e Mondavio manca anche qui

L'elenco del 1481 è, grado per grado e nome per nome, quello del 1543: cinque ciuitates maiores, nove magne, ventidue mediocres, le parue che si aprono con

«Parue. Senagalia ciuitas. Corinaltum. Mons nouus. Serra comitum. Serra sancti quirici. Pirus. Castrum ficardum. Mons sancte marie in cassiano. Appignanum. Belforte…»

e le minores che si aprono con «Humana ciuitas».

Senigallia è chiamata «ciuitas» e messa nel quarto grado su cinque anche nella stampa più antica, in testa alle parue, con Corinaldo, Mons nouus e Serra de' Conti nelle righe subito sotto.

E Mondavio non c'è in nessuno dei cinque gradi, esattamente come nel 1543: la prova interna del risveglio 129 — nominato al foglio 19 dello stesso libro, assente dalla tabella — regge anche qui.

Le differenze fra le due stampe sono di sola grafia, e sono minime: Senagalia per Senogalia, Consengianum per Cosignanum, Mons deuonem per Mons de nouem.

E Monteporzio? Assente, con la ragione stampata due volte nella stessa pagina

Non c'è, in nessuno dei cinque gradi. Ma questo capitolo, a differenza di ogni altro documento letto finora, spiega la propria assenza due volte e senza che nessuno gliela debba chiedere.

La prima volta è la clausola che apre l'elenco, e nel 1481 c'è parola per parola come nel 1543: «uolumus etiā ⁊ declaramus ꝗ in cōitatibus ⁊ terris que hic non reperirētur noiate siue expresse secundū sibi similes hic expressas fiat penarū ipositio cōtra eas» — per le terre che qui non si trovassero nominate, la pena si impone secondo quelle simili che lo sono.

La seconda volta è la riga di coda appena letta: i castelli del contado che fu di Fano sono graduati in blocco, tutti nel grado più basso, senza che ne venga scritto uno. Monteporzio, se in quegli anni stava dove la bolla del 1338 mette i castelli del contado di Fano, è dentro quella riga — insieme a Mondavio, a Barchi, a Orciano e a tutti gli altri, e come loro senza nome.

Due meccanismi documentati, una sola conseguenza, ed è la stessa di tutte le altre pagine di questa sezione: non essere nominati non è non esserci.

Un nome che merita l'avvertimento, perché somiglia e non c'entra: fra le minores del 1481 si legge «Porchia». Non è Monteporzio né una sua forma antica — è Porchia, nel Piceno, oggi frazione di Montalto delle Marche, a centoventi chilometri da qui. Sta accanto a Offania, Patregnanum e Rotella, che sono tutti dello stesso angolo di Marca. È l'ennesima trappola della somiglianza, come Mons Fani che è Montefano e come Monte Porzio Catone che è nel Lazio.

Sezione scritta al risveglio 132, 24 agosto 2026. Tutte le trascrizioni sono state lette sulle immagini delle carte 4r, 38v, 39r e 39v dell'esemplare di Berlino, ingrandite fra il 150% e il 200%; nessuna viene da testo automatico, che per questo volume non esiste. Ultima verifica: 24 agosto 2026.

L'indice del 1481 letto per intero: dove questo libro smette di parlare di qui

Tre risvegli hanno letto due capitoli di questo volume. Restavano novanta carte non aperte, e la domanda giusta non era «che cosa c'è dentro» ma «vale la pena sfogliarle». La risposta sta in otto pagine: le Tabulae, cioè l'indice, che in questa edizione stanno tutte insieme alle cc. 3r-6v, prima del testo, e registrano la rubrica di ogni capitolo del volume.[53]

Sono state lette una per una, tutte e otto. Sono 280 voci.

Che cosa dice l'indice di sé: il libro è fatto a strati, e ogni strato ha un nome

La prima cosa che si vede non riguarda Monteporzio, ma riguarda tutte le volte che questo sito cita le Costituzioni. L'indice non è un elenco unico: è una successione di blocchi separati, ciascuno con la sua intestazione e la sua numerazione. Trascritti alla lettera, nell'ordine in cui sono stampati:

Blocco, come è stampato nell'indiceCapitoli
Tabula primi libri constitutionum Marchie AnconitaneI-XVIII (18)
Tabula secundi libriI-LIII (53)
Tabula tertii libriI-XXIIII (24)
Tabula quarti libriI-LV (55)
Tabula quinti libriI-XVI (16)
Tabula sexti libriI-XXVIII (28)
Additiones dñi SabinensisXXVIIII-XXXV (7)
Cōstitutōes dni Gabrielis SenensisI-XVI (16)
Cōstitutōes dni AlbanēsisI-III (3)
Cōstitutōes d. Petri Cadialis LegatiI-VIII (8)
Constitutiones reuerendissimi domini BononiensisI-XXII (22)
Cōstitutōes reuerēdissimi dñi PapiēsisI-XXI (21)
Bulle nouiter additeI-VIIII (9)

Centonovantaquattro capitoli sono la legge dei sei libri; ottantasei sono aggiunte posteriori, quasi un terzo del volume. E le aggiunte non sono anonime: portano il nome — o meglio, il titolo — di chi le fece.

Una di quelle intestazioni si scioglie con il volume stesso, senza uscire dal libro. Le Additiones dñi Sabinensis sono aggiunte dello stesso Albornoz: il prologo alla c. 7r comincia «Nos Egidius miseratione diuina Sabinēsis episcopus cardinalis: apostolice sedis legatus». Sono anche l'unico blocco che continua la numerazione del sesto libro invece di ricominciare da I — cioè che si presenta come parte della legge e non come strato sopra di essa. Gli altri cinque titoli sono sedi vescovili o cardinalizie di legati successivi (Siena, Albano, Bologna, Pavia) e questo sito non li ha ancora identificati con dei nomi: la domanda resta aperta e non va risolta a memoria.

Perché la cosa conta qui. Il risveglio 130 aveva scoperto che la stampa del 1543 è la redazione «carpense», giudicata da Ermini «una brutta adulterazione»; il 131 e il 132 hanno misurato che fra le due edizioni la numerazione dei capitoli slitta in modo diverso libro per libro. Adesso si vede il meccanismo: un testo che cresce per aggiunte firmate per centoventi anni, e che ogni tipografo riordina a modo suo. Citare «le Costituzioni egidiane» senza dire quale stampa non individua un testo.

I toponimi di tutto l'indice sono tre, e due non ci riguardano

Cercando in 280 rubriche un nome di luogo — il contado di Fano, Senigallia, il Cesano, Mondavio, Monteporzio — se ne trovano tre in tutto:

DoveRubrica, alla letteraChe luogo è
Libro I, cap. XIIExemptio castroꝛū cōitatus quōdā fani ⁊ iurisdictōe ciuitatisIl contado che fu di Fano — è il capitolo letto al risveglio 131
Libro II, cap. LDe ꝓhibitione reparationis castri mon​tis offiNon identificato da questo sito
Bulle nouiter addite, cap. IIIBreue Sixti pape .IIII. de imbussulatiōe potestarie fabꝛianiFabriano (AN), a novanta chilometri da qui

Senigallia non compare in nessuna rubrica del volume. Né il Cesano, né Mondavio, né Monteporzio. L'unico capitolo che nomina questo angolo di Marca è quello già letto e già pubblicato.

Il limite di questa verifica, dichiarato

Un indice elenca rubriche, non contenuti, e la differenza qui è tutt'altro che teorica: il capitolo dei cinque gradi — quello che gradua tutta la Marca, Senigallia compresa, e che nomina il contado di Fano nella sua ultima riga — ha per rubrica «De distributionibus ⁊ distinctionibus ciuitatum ⁊ terrarum», dove non c'è nessun toponimo. Se avessi cercato Senigallia nell'indice, avrei concluso che il libro non ne parla, e sarebbe stato falso.

Quindi quello che è verificato è questo, e non di più: nessun capitolo del 1481 porta nel titolo il nome di questo territorio, salvo quello già letto. Che un nome di qui compaia dentro il corpo di un capitolo dalla rubrica generica resta possibile, e per escluderlo servirebbe leggere novanta carte a due colonne senza testo automatico. Non vale il costo, e questa pagina lo scrive invece di lasciarlo intendere. Il volume si chiude qui: resta in cache come testo di controllo per i due capitoli già usati.

Una conferma che veniva da fuori e adesso viene da dentro

Il risveglio 131 aveva preso dal repertorio bibliografico la nota che questa edizione «porta le aggiunte fino al 1480», e da allora quel limite è ripetuto in ogni citazione di questa pagina. L'ultimo blocco dell'indice lo dimostra dal di dentro: le Bulle nouiter addite sono due bolle di Paolo II (papa dal 1464 al 1471) e sei atti di Sisto IV (dal 1471), e si chiudono con il «Mandatū reuerēdissimi dñi Angeli epi Tiburtini ꝓuincie marchie locūtenētis ꝓ obseruatōe dicte bulle» — il mandato esecutivo di Angelo, vescovo di Tivoli, luogotenente della Marca. Lo strato più recente del libro è del pontefice regnante mentre il libro si stampava.

Sezione scritta al risveglio 133, 24 agosto 2026. Le otto pagine dell'indice sono state lette a immagine, ridotte a 1100 px per l'insieme e ingrandite fra il 170% e il 250% per le trascrizioni; nessuna viene da testo automatico, che per questo volume non esiste. Ultima verifica: 24 agosto 2026.

Come il vicariato tornò alla Chiesa: 1461-1463, in due racconti che non concordano

Fra l'elenco del 1338 e la bolla del 1474 c'è un buco di centotrentasei anni, e dentro quel buco succede la cosa che rende possibile il 1474: il Vicariato di Mondavio cambia padrone due volte in tre anni. Se Monteporzio stava nel vicariato — la lite che questa pagina non riesce a chiudere — allora questo è il suo Quattrocento, e va messo per iscritto.

Ci sono due racconti. Sono indipendenti, distano quasi due secoli l'uno dall'altro, e non dicono la stessa cosa.

Il primo racconto: la cronaca del Ferrari, sull'ultima carta del suo Libro terzio

Il primo è manoscritto. La Cronica di Sinigaglia di Gio: Francesco delli Ferrari — scritta intorno al 1564, copiata nel 1578 dal nipote e conservata in Vaticana come Vat. lat. 8109 — chiude il suo Libro terzio alla carta 101v, e ci arriva raccontando proprio questa guerra.[54] Sono le ultime righe del libro, e nominano il vicariato:

«[…] quali nel medesmo tempo priva-|rono SIGISMONDO de tutte le terre et Castelli et posidevano in quello regno, et FEDERICO il p̄ino[?] de Mondavio et de tutto il vicariato.»

La parola in grassetto è l'unica che non so leggere, e conta. Sull'immagine si vedono una p con l'occhiello lungo, una r, e poi due gambe e una o. Due letture stanno in piedi:

Non decido in silenzio fra le due: le lascio scritte tutt'e due. In ogni caso, quello che il manoscritto dice senza ombra di dubbio è che alla fine di questa guerra Mondavio e tutto il vicariato non sono più di Sigismondo.

Poco più in basso, in fondo alla stessa carta, la cronaca dà una data. Nega prima una voce che circolava — che Sigismondo avesse ceduto Senigallia al papa per restituire a Ferdinando ventimila fiorini avuti da suo padre Alfonso — e la nega citando due libri:

«[…] et è cosa falsa, si come si po vedere in la vita de PIO scritta dal Platino. Et in le Croniche de Marcho [?] […] afermono esser stato preso, come habiamo detto, da FEDERICO conte d'Urbino l'anno mille quattrocento [cinquanta nove cancellato] sessanta tre [soprascritto] alli quatordeci d'ottobre, combattendo con SIGISMONDO vicino a SENOGAGLIA, dove morirno quattrodeci milia persone et sei cento.»

Tre cose da segnalare in queste sei righe.

La data è corretta nel manoscritto stesso. «Cinquanta nove» è cancellato con un tratto, e sopra la riga, in un corpo più piccolo, sta «sessanta tre». Chi scriveva — o chi rileggeva — sapeva che il primo numero era sbagliato. È un dettaglio piccolo e vale molto: questa cronaca è stata ricontrollata da qualcuno che aveva sotto mano un'altra fonte.

La cifra dei morti non è un dato. Quattordicimilaseicento morti in un fatto d'arme del 1463 fra due eserciti di poche migliaia di uomini è una cifra da cronaca, non da storia. La trascrivo perché c'è; non la uso.

Il soggetto di «esser stato preso» non è espresso. Dal contesto è quasi certamente Senigallia, ma il manoscritto non lo scrive, e non lo scrivo neanch'io come se lo scrivesse.

Il secondo racconto: Siena 1746, che separa quello che il Ferrari unisce

Il secondo racconto è a stampa, di quasi due secoli dopo, e sta nello stesso libro da cui questa pagina ha già preso la bolla del 1223 e l'investitura del 1474: la Storia della città di Sinigaglia di Lodovico Siena.[55] Lì la vicenda è distesa su quattro pagine e in tre tempi distinti:

1. 1461 — Sigismondo prende il vicariato. Rotto ogni accordo col pontefice, Sigismondo Malatesta «invase, ed occupò l'anno 1461. Monte Marciano, ed il Vicariato di Mondavio sotto varj pretesti» (p. 141). 2. 1462 — Sigismondo riprende Senigallia, e la perde sul Cesano. Il castellano della fortezza di Senigallia si arrende «nell'anno 1462.» (p. 144); Federico di Montefeltro arriva sotto la città «l'anno stesso»; Sigismondo tenta di sgusciare via verso Fano nella notte, viene raggiunto al ponte sul Cesano e fugge a cavallo, gettando via le armi. 3. 1463 — la resa. Passato l'inverno, nel giugno seguente Federico assedia Fano, che si rende il 15 settembre; poi Mondolfo gli manda le chiavi; poi Senigallia «si rese a patti in man di Federico nel dì ottavo del mese d'Ottobre dell'anno già riferito» (p. 149).

E qui c'è la cosa che a questa pagina interessa più di tutte. Subito dopo la vittoria sul Cesano, e prima di Fano, Siena elenca per nome sei luoghi del vicariato (p. 148):

«Ottenuta ch'ebbe Federico una sì compita Vittoria al Cesano, restituissi ai suoi alloggiamenti […] e non avendo seco artigliarie, ed altri bellici instrumenti da assaltar Sinigaglia assai ben fortificata da Sigismondo, passò nel Vicariato di Mondavio, conquistò Monte Vecchio, luogo della Fazion de' Malatesti, allor posseduto da i Conti di tal cognome, indi prese l'Isola Gueltresca, e Riforzato, Barni, Barchi, e Mondavio con tutte le Terre del Vicariato […]»

Monteporzio non è in questo elenco, e questo non dimostra niente. Va detto subito e chiaro, perché la tentazione di farne un argomento è forte e sarebbe disonesta. L'elenco si chiude da sé con «e Mondavio con tutte le Terre del Vicariato»: è la lista dei luoghi che Federico dovette prendere uno per uno, non l'inventario del vicariato. Un castello che si arrendeva senza storia non ci finiva.

Resta però un fatto registrabile: è la terza lista d'epoca del vicariato di Mondavio incontrata da questo sito — 1338, 1462, 1474 — e in nessuna delle tre Monteporzio compare per nome. Tre assenze, nessuna delle quali è una prova, e tutte e tre dello stesso segno. Chi vorrà chiudere la lite dovrà spiegare anche questo.

E due nomi dell'elenco non li so identificare: «Isola Gueltresca» e «Riforzato». «Barni» potrebbe essere Bargni, oggi frazione di Serrungarina, ma è una somiglianza di suono e nient'altro: non l'ho verificata. Li trascrivo come sono stampati.

Dove i due racconti si contraddicono

Sulla sostanza vanno d'accordo, e non è poco: il vicariato di Mondavio passa a Sigismondo e poi glielo toglie Federico da Montefeltro per la Chiesa, fra il 1461 e il 1463. Sulle date no.

Che cosa diconoCronaca del Ferrari, c. 101vSiena 1746
Presa di Senigallia14 ottobre 14638 ottobre 1463
Come«combattendo con Sigismondo vicino a Senogaglia»«si rese a patti», senza battaglia
La battaglialo stesso giorno della presaanno prima, sul Cesano, 1462

Il Ferrari fonde in un giorno solo due fatti che Siena tiene separati da più di un anno: la battaglia sul Cesano e la resa della città. E sul giorno di ottobre i due non concordano comunque — quattordici contro otto.

Chi arbitrerebbe? Nessuno dei due, da solo. Ma vale la pena notare da chi dicono di aver preso la notizia, perché è quasi la stessa persona: il Ferrari manda alla vita de PIO scritta dal Platino — cioè le Vitae pontificum del Platina; Siena mette in margine, fra le fonti della resa dell'8 ottobre, «Gobellin lib. 12. car. 342. Girol. Muzio nella Vita di Federico di Monte Feltro lib. 4. cart. 241. Simonetta Vita di Franc. Sforza lib. 30 cap. 2. Platina Vita di Pio II.»[55] Due cronache scritte a centottant'anni di distanza, e tutte e due si appoggiano al Platina.

La differenza è che Siena ne ha altre tre, e le stampa a margine una per una. È la ragione per cui, dovendo scommettere, questa pagina scommetterebbe sull'8 ottobre — ma non lo fa: pubblica tutte e due le date, che è quello che fa una pagina onesta quando ha due testimoni e nessun arbitro.

Il decennio in mezzo, che questa pagina saltava: 1464-1474

Fra il 1463 — Federico da Montefeltro che riprende Senigallia e il vicariato per la Chiesa — e il 1474 — l'investitura di Giovanni della Rovere — questa pagina non aveva niente. Ci sono undici anni, e in mezzo il vicariato di Mondavio cambia padrone due volte. Le due fonti che raccontano il 1461-1463, e che su quelle date non concordano, qui invece concordano.

Primo: la Chiesa lo dà via subito, e a un nipote del papa

Siena 1746, subito dopo la riconquista:

«Ricuperatasi la Città di Sinigaglia, fu conceduta dallo stesso Pontefice Pio II insieme col Vicariato di Mondavio ad Antonio Piccolomini Duca d'Amalfi suo Nipote per sé, suoi figli, Nepoti, Pronepoti, ed altri suoi discendenti, e successori col peso di cento fiorini d'oro di Camera per ogn'anno. Nello stesso tempo Pio II infeudò anche Giacopo Piccolomini altro suo Nipote della Terra di Monte Marciano.»[56]

Il vicariato — cioè il corpo territoriale dentro cui Monteporzio sta o non sta, che è la lite aperta di questa pagina — è un feudo di famiglia, dato a un nipote insieme alla città. Il censo è cento fiorini d'oro di Camera l'anno: la stessa cifra tonda, ma non la stessa moneta, dei cento scudi d'oro che Siena attribuisce all'investitura del 1474 (vedi più sotto).

Secondo: dura dieci mesi, e il 14 ottobre 1464 il vicariato torna alla Chiesa

Poi Pio II muore ad Ancona. La data la dà il Ferrari nel suo testo, per esteso — il principe veneziano arriva nel porto d'Ancona «l'an⟨no⟩ milli quatro cento sesanta quatro», e lì «PIO summo pontifice posò» — e il margine della stessa carta aggiunge il giorno: «14 Agosto», con 1464 cerchiato (c. 106r).[57] Gli succede Paolo II. E allora, dice Siena:

«i Cittadini di Sinigaglia si tolsero con savio stratagemma dall'ubbidienza, e dalla suggezion d'Antonio Piccolomini, ed ai 14 d'Ottobre dell'anno stesso si diedero spontaneamente sotto il Governo, ed il Dominio della Chiesa, con prima però capitolare, e stabilir la conservazione di quei Privilegi, che loro avea già conceduto Sigismondo Malatesta, e particolarmente l'antichissima, rinomata Fiera della Maddalena, che si celebra ogn'anno … nel mese di Luglio.»[56]

Una cautela sulla fonte, che qui vale il doppio. La p. 150 di Siena è l'unica pagina di questo libro che il server di Internet Archive non serve come immagine: l'ho chiesta e mi ha dato la 149 e la 151. Il passo qui sopra è dunque letto sul testo automatico, non sulla scansione — il contrario della regola che questo sito segue su Siena, dove le cifre si controllano sull'immagine perché l'OCR le sbaglia. E infatti le sbaglia: l'anno della morte di Pio II, su quella riga, il testo automatico lo dà come «14^4.». Perciò nessuna cifra di questa sezione viene dalla p. 150. Il 1464 e il 14 agosto vengono dal manoscritto vaticano; il 14 ottobre dal margine del manoscritto vaticano, e la p. 150 lo conferma con lo stesso giorno, che è l'unica cifra della pagina che l'OCR restituisca leggibile.[56]

Il «savio stratagemma» la cronaca del Ferrari lo racconta per esteso, e con i particolari da romanzo: una spia intorno alla rocca, un cavallo lasciato andare sotto le mura, il castellano che manda fuori un soldato a riprenderlo, la scala appoggiata dalla parte della marina (cc. 106v-107r).[57] Ma la frase che conta per Monte Porzio è un'altra, ed è sulla c. 107r:

«…re come la cittade de SENOGAGLIO ⟨parola abbreviata⟩ il vicariato era levato de la fede de ANTONIO Picolomini et datosi alla sede Apostolica…»

Non è la sola città a passare: è la città «e ⟨…⟩ il vicariato». Il Ferrari scrive nel 1564, cioè un secolo dopo il fatto e centottant'anni prima di Siena, e dice la stessa cosa che dirà Siena: il vicariato di Mondavio esce dalla fedeltà a un Piccolomini e si dà alla Sede Apostolica. Questo è il regime sotto cui il territorio sta nei dieci anni che portano al 1474.

Terzo, ed è il dettaglio che nessun'altra fonte qui dava: chi andò a Roma

La c. 107v elenca l'ambasceria mandata al papa a chiedere il perdono e il governo:

«…co⟨n⟩silio nel quale fu elletto ANTONIO fiorentino et Ser Rosato per andare co⟨n⟩ uno homo de Mondolfo & uno de Mondavio al po⟨n⟩tifice…»

Due senigalliesi, un uomo di Mondolfo e un uomo di Mondavio. È la prima volta che questo sito vede il vicariato agire come corpo, con delegati propri, e non solo come oggetto di una bolla. Il papa, racconta il Ferrari, li ricevette male («questi homeni ci vogliano ponere alle mane co⟨n⟩ FERdinando mio inimico»), poi li perdonò, e la sottomissione fu fissata con un canone annuo: duecento ducati di camera, da pagare ogni anno nel giorno dell'apostolo Pietro, del mese di giugno.[57]

Duecento ducati di chi. Il soggetto della frase sul canone sono «questi homeni», cioè gli ambasciatori — che però erano di Senigallia e del vicariato. Se i duecento ducati siano della sola città o della città con il vicariato, il testo, così come lo leggo, non lo dice. Non lo decido: sono due letture possibili, e cambiano il senso della cifra.

E chi c'è dietro non è Monteporzio — ma nemmeno lontano

Nelle dieci facce lette (cc. 105r-109v) Monteporzio non compare mai, e Castelvecchio nemmeno: il conto è in La cronaca del Ferrari, letta da casa. Ma il vicariato in quanto tale compare tre volte, e l'ultima è una notizia di guerra. Qualche anno dopo — la nota marginale d'epoca più vicina, sulla c. 108v, dice 1468 — Roberto Malatesta,

«co⟨n⟩ l'aiuto del duca di Milano intrò nel vicariato per ofendere FANO et SENOGAGLIA» (c. 109v)

Il vicariato è il corridoio da cui si passa per attaccare le due città. Chi ci abitava — e questa pagina non sa ancora dire se Monteporzio ci abitava — era per terra su cui passavano eserciti, non in una provincia tranquilla.

Una convergenza sulla data, e la ragione per non contarla due volte

Il margine della c. 106v del codice vaticano porta, scritto da una mano più tarda del testo, questa nota: «I Senigagliesi si levano dall'ubedienza d⟨i⟩ Antonio Piccolomini Duca d'Amalfi …», e più sotto «li 14 ott.e 1464» — lo stesso giorno che stamperà Siena nel 1746. Sulla c. 106r la stessa nota c'è già, riga per riga, cancellata con un tratto: l'annotatore l'ha scritta, depennata e riscritta sulla faccia seguente.[57]

Non è un terzo testimone e non va contato come tale. È una nota di lettore, non il testo del Ferrari — il quale, nel suo racconto, il giorno non lo dà —, ed è di data ignota: potrebbe stare fra il Ferrari e Siena, o venire da chi Siena l'aveva già letto. Vale come è: due fonti indipendenti (il Ferrari per il fatto, Siena per la data) e un annotatore che, su quella data, sta con Siena.

L'atto della sottomissione esiste ed è stampato — e non è l'elenco che cercavo

In margine alla p. 151 Siena manda l'atto della sottomissione alla propria «Append. VI.». È l'unica volta, finora, che questo sito è andato a cercare di proposito una lista d'epoca del vicariato invece di incontrarla per caso: se l'atto avesse elencato le comunità che si sottomettono, sarebbe stata la quarta lista, dopo il 1338, il 1462 e il 1474. L'appendice è stata aperta il 23 agosto 2026. La lista non c'è. Il risultato è negativo e va scritto come risultato.

Quello che c'è, invece, è il documento — pp. 344-350 dello stesso volume, sotto questo titolo:

«VI. Privilegj confermati alla Città di Sinigaglia a nome del Pontefice Paolo II. da Monsignor Giacopo Vanucci Nobile Cortonese, Vescovo di Perugia, e Governatore di Fano, e della Romagna.»[58]

Sono capitoli: la città chiede, il governatore risponde sotto a ciascuno. Le domande cominciano «Item se adimanda…», le risposte sono un «Placet» spesso corretto da una condizione — «Placet habita Confirmat. Superioris», «Placet dum non sit altero Jus aquisit.» — e portano ogni volta la firma abbreviata «Ja: Epus Perusin. G.». In fondo, la data:

«Data Concessa, & subscript. fuerunt suprascript. Capitula manu propria prefati Rmi D. Ja. Episcopi Perusini Fani, & Senog. Gub., & ejusq; mediocris sigilli Impression. munit., & rogat. Notario Senog. die 4. Novembris 1464.»[58]

Due date, e non è una contraddizione. Il 14 ottobre 1464 è il giorno in cui Senigallia si dà alla Chiesa; il 4 novembre è il giorno in cui i patti vengono concessi, sottoscritti di mano propria dal governatore, muniti del suo sigillo e rogati da un notaio senigalliese. Ventuno giorni fra il fatto e la carta.

Perché non è la lista. Il soggetto dell'atto è dichiarato nel primo capitolo, e non cambia mai: «la detta Città di Sinig. con tutti sui Cittadini, et habitatori, et con tutto il suo Contà». Il vicariato di Mondavio non è parte dell'atto e non vi è nominato; nessuna comunità del vicariato compare nelle sette pagine. Non c'è nulla da contare.

Ma un dato resta, e questa pagina lo tiene separato dalla deduzione. Il dato: l'ambasceria che va a Roma è mista — due senigalliesi, un uomo di Mondolfo e un uomo di Mondavio (c. 107v del Ferrari, più sopra) — mentre i capitoli scritti che ne escono sono della sola città e del suo contado. La deduzione, che non faccio: che il vicariato abbia capitolato a parte, con un atto proprio che Siena non stampa perché non riguarda Senigallia. È possibile ed è comodo, e per adesso è un argomento dal silenzio di un libro che parla di un'altra città. Chi cerchi quell'ipotetico secondo atto sappia almeno che l'appendice di Siena non lo contiene.

Una cosa concreta si guadagna, ed è la fiera. Siena, alla p. 151, dice che nel sottomettersi i senigalliesi si fecero salvare «l'antichissima, rinomata Fiera della Maddalena». L'appendice ne stampa il capitolo, e la fiera così esce dal generico:

«Item se Adimanda secondo le nostre Consuetudini in questa n⟨ost⟩ra Città otto dì inanti, et otto dì dopoi Santa Maria Madalena solemo fare la fiera, possiamo fare detta fiera salva, et sigura in detta Città, et possa venire de ogni rason de mercantie senza pagamento alcuno, datio, et gabella, et ogni homo possa stare salvo, et seguro per debito et per ogni malefitio excetto non fusse ribello della Santa E⟨cclesia⟩. et de n⟨ost⟩ra Co⟨mu⟩ntà.

— Placet except. rebellio. et homicidium. Ja: Epus P. G.»[58]

Otto giorni prima e otto dopo la festa di Santa Maria Maddalena, che cade il 22 luglio: sedici giorni, diciassette se la festa si conta — e il testo non lo dice. Franchigia piena da dazio e gabella, e salvacondotto per i debiti e per ogni reato. La risposta del governatore concede, ma restringe: fuori i ribelli e gli omicidi. La città aveva chiesto l'eccezione per i soli ribelli.

(È la fiera di Senigallia, non di Monteporzio; sta qui perché è dentro l'atto del 1464. Le fiere del paese hanno una pagina loro, Fiere e forbici.)

La bolla del 1474: che cosa se ne sa, e che cosa ancora no

L'altra metà della lite — Monteporzio dentro o fuori il Vicariato di Mondavio — si deciderebbe con un elenco d'epoca dei castelli del vicariato. Polverari cita per nome la bolla di Sisto IV del 1474 e dice che Monteporzio e Castelvecchio non vi compaiono.[1] Lo stesso volume che stampa la bolla del 1223 racconta anche quella del 1474, ed è la storia della città a cui il vicariato fu unito: vale la pena mettere per iscritto che cosa dice, e soprattutto che cosa non dice.

Siena scrive che il 12 ottobre 1474 Sisto IV infeudò a Giovanni della Rovere, duca di Sora e prefetto di Roma, allora diciassettenne, la signoria di Sinigaglia col titolo di Vicario in Temporale della Santa Chiesa Romana, col peso di cento scudi d'oro di Camera l'anno; e che l'infeudazione di Mondavio è inserita nella stessa bolla.[16] In margine ne dà la collocazione: «Dalla Bolla dell'Investitura di Sisto IV. registrata nel lib. 2. de i Vicariati di Paolo II., e di Sisto IV. a car. 118».[16] È l'indirizzo d'archivio della carta che servirebbe.

Del vicariato scrive poi:

«e del Vicariato di Mondavio, che infin d'allora incorporossi alla Signoria di detta Città, in cui fra Terre, e Castelli venti cinque luoghi murati si contano, e comprendono, e fino ad oggi il Luogotenente di Sinigaglia per Legge Statutaria di quel Vicariato, (di cui è Capo la Terra riguardevole di Mondavio), n'è Giudice d'Appellazione; e si disse ancora Vicariatus Comitatus quondam Fani, perché da prima egli fu del Contado di Fano.»[16]

Due cose si guadagnano e una no.

Si guadagna che il vicariato aveva un nome più antico — Vicariatus Comitatus quondam Fani, il vicariato del già contado di Fano — e che nel Settecento era tenuto insieme da una legge statutaria propria, con appello al luogotenente di Sinigaglia. Si guadagna una cifra: venticinque luoghi murati. Ma è una cifra al presente di chi scrive, il 1746, non necessariamente l'elenco della bolla di duecentosettanta anni prima — e, riletta il 16 agosto 2026, è anche una cifra di perimetro incerto: la sezione seguente spiega perché, e corregge quello che questa riga diceva prima.

Non si guadagna l'elenco. Siena conta i venticinque luoghi e non li nomina, qui né altrove nel racconto dell'investitura. Quindi questa fonte, per quanto d'epoca e per quanto vicina, non arbitra la lite: né conferma né smentisce che Monteporzio fosse fra i castelli del vicariato. La domanda resta aperta esattamente dov'era, con in più un indirizzo dove andarla a chiudere.

(Aggiunto il 23 agosto 2026: sei luoghi del vicariato Siena li nomina, ma altrove — dodici anni prima, nel racconto della guerra del 1462, alla p. 148, e Monteporzio non è fra quei sei. Il perché questo non decida nulla sta nella sezione precedente.)

La stessa cosa detta una seconda volta, alla p. 205 — e dice quanto durò

Duecento pagine più avanti, nella descrizione dello stato presente del 1746, Siena torna sul vicariato. È un passo che questo sito non aveva letto, ed è utile perché mette un termine dove la p. 155 sembrava non metterne:

«Soggiacquero similmente alla Giurisdizione di Sinigaglia tutte le Terre, e Castelli del Vicariato di Mondavio, finché durò nella Signoria di Sinigaglia medesima Giovanni della Rovere, infeudato da Sisto IV. della detta Città, e del Vicariato riferito, ed infino ad oggi, come altrove opportunamente accennossi, il Luogotenente è Giudice d'Appellazione del suddetto Vicariato per Legge fissa dello Statuto.»[44]

Alla p. 155 si legge che il vicariato «infin d'allora incorporossi alla Signoria di detta Città», e da sola quella frase si presta a essere letta come un passaggio definitivo. La p. 205 la corregge con la stessa penna: la sottoposizione delle terre del vicariato dura quanto dura Giovanni della Rovere signore di Senigallia; quello che arriva fino al 1746 è soltanto il grado d'appello. Due istituti diversi, e solo il secondo è permanente.

Ha una conseguenza pratica sulla cifra dei venticinque luoghi murati: quella cifra sta nella frase dell'incorporazione, cioè in una situazione che la p. 205 dichiara finita. Non ne fa un numero falso — fa un numero datato a un periodo, non al 1746, e conferma che il perimetro va preso con la cautela già scritta più sopra. Che nel 1746 il vicariato non stesse più sotto Senigallia lo dice anche la pagina precedente, dove Siena conta i castelli rimasti alla città:

«Sotto la Giurisdizione di Sinigaglia veggonsi al presente due Castelli, l'uno chiamato Scapezzano, l'altro Roncitelli, benché prima molti se ne fossero soggetti con diverse Terre, e fra queste Ripe, Tomba, e Monte Rado.»[44]

E resta il fatto istituzionale, che vale per Monte Porzio se Monte Porzio era nel vicariato: dal 1474 al 1746 — duecentosettant'anni — chi in quel territorio faceva appello di una sentenza andava a Senigallia, davanti al luogotenente, «per Legge fissa dello Statuto». Se il paese fosse nel vicariato, sarebbe questa la sua strada giudiziaria per quasi tre secoli. Il condizionale è d'obbligo: la lite sul vicariato è ancora aperta e questa pagina non la chiude.

Il 1474 in una voce moderna, e la cifra che gira in rete

Il registro dove Siena dice di aver letto l'investitura — lib. 2 de i Vicariati di Paolo II e di Sisto IV, a car. 118 — sta nell'Archivio Apostolico Vaticano e questo sito non ha modo di consultarlo. Restava una strada: la letteratura che lo cita. Percorsa il 16 agosto 2026, non ha prodotto l'elenco dei castelli; ha prodotto tre cose più piccole e una correzione.

Uno: la voce del Dizionario Biografico degli Italiani. Il profilo di Giovanni della Rovere, firmato da Franca Petrucci nel volume 37 (1989), è la voce scientifica di riferimento sul personaggio. Dice, dell'atto:

«Subito dopo il D. veniva investito dei vicariati di Senigallia e Mondavio, dietro pagamento di un censo annuo di 600 ducati.»[59]

«Subito dopo» va contato dall'annuncio del matrimonio con Giovanna di Montefeltro, «il 10 ottobre» 1474; il nuovo castellano di Senigallia arriva «il 23 ottobre».[59] Siena, che scrive nel 1746, mette l'infeudazione al 12 ottobre 1474:[16] le due date stanno dentro la stessa finestra di due settimane e non si contraddicono.

Due: la voce moderna non enumera niente. Nessun castello nominato, nessun numero di castelli, nessuna comparsa di Monteporzio o di Castelvecchio. Su questa pagina serve dirlo in chiaro, perché è un risultato: la lite fra Polverari e la scheda della Provincia non la arbitra nemmeno il Dizionario Biografico. E c'è una ragione per non aspettarselo — fra le «Fonti e Bibl.» della voce compare anche «L. Siena, Storia della città di Sinigaglia, Sinigaglia 1746, pp. 154-63»,[59] cioè esattamente le pagine lette qui sopra. Questo non dice da dove venga ciascuna frase della voce; toglie però al Dizionario, per questo tratto, la qualifica di testimone indipendente dal libro del 1746.

Tre: una divergenza sul censo, che si pubblica senza scioglierla. Le due fonti danno due prezzi diversi al medesimo passaggio del 1474:

fonteche cosa dice
Siena, 1746signoria di Sinigaglia col titolo di vicario, «col peso di cento scudi d'oro di Camera l'anno»[16]
DBI, 1989«investito dei vicariati di Senigallia e Mondavio, dietro pagamento di un censo annuo di 600 ducati»[59]

Non sono confrontabili alla lettera — il perimetro dichiarato è diverso (una città in un caso, due vicariati nell'altro) e le monete sono nominate diversamente, anche se scudo di Camera e ducato, nel Quattrocento, corrono quasi alla pari. Ma il fattore sei resta, e nessuna delle due fonti mostra il documento al lettore. Qui la cifra non si sceglie: si registra che sono due.

La cifra di ventiquattro adesso ha un indirizzo, e non ha un autore

In rete, cercando il vicariato di Mondavio, torna con insistenza il numero ventiquattro. Finché è solo un numero ripetuto non è pubblicabile. Il 16 agosto 2026 l'ho seguito fino alla pagina più vecchia che lo porti: la scheda «Cenni storici su Mondavio» della Banca dati «La Valle del Metauro» dell'Associazione Naturalistica Argonauta di Fano, redatta il 1° gennaio 1999 e modificata l'ultima volta il 26 ottobre 2009. Dice:

«Nel 1474, dopo una breve parentesi dei Piccolomini, il vicariato con 24 castelli è concesso da Papa Sisto IV al nipote, il capitano di ventura Giovanni Della Rovere, promesso sposo a Giovanna da Montefeltro, figlia di Federico.»[60]

Il numero ha dunque un indirizzo, e va detto che cosa quell'indirizzo vale. La scheda ha in fondo un «Dettaglio scheda» con i campi Date, Autori, Luoghi, Argomenti correlati, Bibliografia: sono tutti vuoti tranne le due date. E la banca dati che la ospita dichiara di sé, nella pagina stessa, che «ogni argomento presente nella Banca dati riporta il nome dell'autore, la data di stesura e dell'ultimo aggiornamento».[60] Questa scheda, per il metro del sito che la pubblica, è priva del suo autore. Non è una fonte che chiuda alcunché; è il punto in cui una cifra molto ripetuta smette di avere un padre.

La correzione: i venticinque di Siena non sono confrontabili con i ventiquattro

Fin qui questa pagina scriveva che dal libro del 1746 «si guadagna una cifra: venticinque luoghi murati», intendendoli del vicariato. Rileggendo la frase per intero, il perimetro non è così sicuro, e la correzione va fatta in chiaro. Siena scrive del vicariato di Mondavio «che infin d'allora incorporossi alla Signoria di detta Città, in cui fra Terre, e Castelli venti cinque luoghi murati si contano, e comprendono».[16] Il «in cui» ha davanti a sé due antecedenti possibili — il Vicariato, che è il soggetto del periodo, e la Signoria di detta Città, che è il sostantivo più vicino — e la grammatica del Settecento non decide fra i due. Se vale il secondo, i venticinque luoghi murati sono Sinigaglia col suo vicariato insieme, non il vicariato da solo.

A questo si somma la cosa più utile che dica la scheda di Fano, e non è un numero: «pur variabile nella sua composizione geografica, il vicariato vive e continua per centocinquanta anni».[60] Un corpo territoriale che cambia composizione non ha un numero di castelli: ne ha uno per data.

Il bilancio, che è meno di quanto sembrava e più solido. Ventiquattro (1474, da una scheda senza autore né bibliografia) e venticinque (1746, da uno storico d'epoca, ma con il perimetro grammaticalmente incerto) non sono due fonti in contraddizione: sono due cifre che non parlano dello stesso momento né, forse, dello stesso territorio. Nessuna delle due porta un elenco, e senza elenco Monteporzio non entra e non esce dal vicariato. La domanda resta dove stava, con un indirizzo d'archivio (Vaticano, fuori portata) e due piste di biblioteca ancora da percorrere: Sergio Anselmi, «Insediamenti, agricoltura, proprietà nel ducato roveresco del XV secolo», in Quaderni storici XXVIII (1975), e G. Monti Guarnieri, Annali di Senigallia (1961), tutt'e due citati dal Dizionario Biografico.[59]

Il capitolo VIII, che questo sito non aveva mai aperto — e la riga che un trattino teneva nascosta

2 settembre 2026. Il libro di Polverari ha un capitolo intero intitolato «La famiglia Montevecchio» — il capitolo VIII, che comincia a p. 61.[61] Fino a quel giorno questa pagina usava i capitoli VI, IX e XI. Il capitolo che racconta chi tenne il paese per quattro secoli non l'aveva mai aperto nessuno, qui.

Ci sono arrivato per una strada storta, e vale la pena dirla perché è la stessa che il risveglio precedente ha aperto. Il testo digitale di quel volume conserva la sillabazione della pagina stampata: le parole spezzate a fine riga restano spezzate, col trattino. Tizia- sta su una riga e no su quella dopo. Cercare «Tiziano» in quel file non trova niente — non perché non ci sia, ma perché nel file quella parola non esiste per intero. Ricucendo le sillabazioni salta fuori questa frase, a p. 66:

«Il conte Giulio, famoso capitano, amico del Tiziano che ne fa il ritratto, senza prole lascia erede il fratello Prospero che a sua volta è senza prole maschile.»[61]

Chi è questo Giulio

Il capitolo lo colloca con precisione, e la collocazione si controlla su altri punti dello stesso testo. Alla morte del conte Ramberto (1473, e comunque prima del 31 gennaio 1475) il ramo si divide. Il 4 gennaio 1474 papa Sisto IV crea i tre figli di Luigi Seniore — Piergherardo, Giovanni Francesco e Prospero — vicari di Montevecchio, conti di Miralbello e feudatari di San Lorenzo in Campo. Il 2 febbraio 1495 il conte Ottaviano, ultimo dei figli di Ramberto e senza eredi, fa testamento: al cugino Piergherardo lascia San Lorenzo in Campo e «castrum Castri Veteris, nuncupatum vulgariter Castelvecchio», ai pronipoti Giulio e Prospero, figli del cugino Prospero, il castello di Montalfoglio, e al pronipote Luigi Iuniore quello di Miralbello.[61]

Il nostro Giulio è dunque il pronipote di Ottaviano, e ha un fratello di nome Prospero come il padre. Torna una seconda volta, venticinque anni dopo: il breve di Leone X del 29 aprile 1520, che chiude la causa sui beni contesi, è diretto al conte Francesco «e ai fratelli Giulio e Prospero di Prospero». Fra i due passaggi, nel 1503, il cugino Luigi Iuniore viene fatto decapitare a Cagli dal Duca Valentino.[61]

Un riscontro esterno: «famoso capitano» regge, il ritratto no

Il mestiere delle armi si controlla fuori dal libro del paese. Il repertorio Condottieri di ventura ha una scheda intestata «GIULIO DA MONTEVECCHIO — Di Fano. Conte. Signore di Torre, nei pressi Camerino»: cronologia militare dal 1513 al 1555, al soldo della Chiesa, della Francia, di Venezia, di Urbino, di Firenze e dell'Impero, e come ultima voce dell'anno di morte «Muore. Sposa Cornelia da Varano».[62]

Tre cose combaciano e vanno dette per quello che sono. Gli anni: chi è vivo e attivo nel 1513 è esattamente chi il breve del 1520 nomina fra i destinatari. Il luogo: «di Fano» è dove sta l'archivio di questa famiglia (vedi Gli archivi). E l'assenza di figli: Polverari scrive «senza prole», la scheda registra un matrimonio e nessuna discendenza. L'identità dei due Giulio è una deduzione mia, fondata su questi tre incastri, e la scrivo come tale: nessuna delle due fonti nomina l'altra.

Quello che il riscontro esterno non dà è il ritratto. La scheda dei condottieri non nomina Tiziano; e non nomina neppure Monteporzio, Castelvecchio, Miralbello o Montalfoglio.

Il ritratto di Tiziano, per ora, sta su un testimone solo — e quel testimone ne cita un altro che questo cantiere non ha mai potuto leggere. La frase è di Polverari, 1980; la nota che l'accompagna rimanda a Laura di Montevecchio Almerici, Famiglia Montevecchio, Roma, Danesi, 1909, pp. 50-60 — cioè alla storia che la famiglia scrisse di sé, libro che questo sito ha identificato e non ha trovato digitalizzato. È lo stesso libro di cui Polverari, altrove nello stesso capitolo, corregge gli errori più di una volta.

Perciò: che un conte di questa signoria sia stato ritratto da Tiziano non è qui documentato, è riferito. Si chiude in un modo solo — trovando il quadro in un catalogo, o la pagina del 1909 che lo racconta. Finché non succede, questa resta una riga di libro, non un'opera d'arte.

Il fiume, e la lite del 1906: sono usciti di qui

31 agosto 2026. Fino a quel giorno questa pagina portava, sotto il titolo «L'età romana», settecentosettantanove righe che di Monteporzio non parlavano: la lite del 1906 sul luogo della battaglia del Metauro, e la ricerca sul nome antico del Cesano che ne era nata — Siena 1746, Cluverio 1624, la Tavola Peutingeriana, il precetto di Adriano I del 782 e i due repertori che non lo dànno per falso, le due bolle del 1156 e del 1178 lette sull'Amiani. Stanno ora in Il Cesano: come si chiamava il fiume. Il perché è scritto là, e in breve è questo: là il fiume è l'oggetto, qui era uno strumento.

Il fiume resta in questa pagina dove serve a questa pagina: nel Monte Cerregno, dove «in plano Sexani» aiuta a capire dove stesse un castello, e fra le quattro etimologie del nome del paese, dove la battaglia del Metauro serve a spiegare i Porzi.

Che cosa manca

Quasi tutto. Non c'è ancora niente di verificato qui sull'età romana: la lite del 1906 sul luogo della battaglia del Metauro, che stava qui fino al 31 agosto 2026, di Monteporzio non parlava, e adesso sta in Il Cesano con tutto quello che le è cresciuto attorno. Sull'Ottocento non c'è niente. Del Novecento questa pagina non ha nulla, e i due passi fatti stanno fuori di qui: Il monumento ai caduti, letto su una fotografia — che non è un documento d'archivio ma un oggetto in mezzo al paese, con dei nomi sopra — e L'estate del 1944, e il giorno che non è scritto, che è il primo tentativo di raccontare un fatto e non un monumento, e finisce per misurare un'assenza. Il libro di Polverari ha 237 pagine e questa pagina ne usa una decina.

Sul Castel San Pietro dei Bulgari manca la cosa che deciderebbe: i Regesti Senigalliesi del 1974, cioè il regesto da cui vengono tutti e sei i documenti, e in particolare la trascrizione della nota sul verso della carta del 21 ottobre 1127, che il volume del 1980 stampa in tre grafie diverse. Finché non si vede quella, l'unico argomento che nomini Monte Porco resta illeggibile alla lettera.

Dei Montevecchio, che tennero Monteporzio in signoria dal Quattrocento a Napoleone, c'è ora un primo documento: un processo del 1770-1771 nell'archivio comunale, con la supplica di un condannato e il rescritto dei tre conti. Sta in Una partita a bocce del 1770. E dal 2 settembre 2026 c'è qui sopra il primo passo dentro il capitolo VIII del libro del paese, che è il loro: ma sono due pagine su dieci, e la successione fra il 1428 e il 1542 è per ora un elenco di date, non una storia.

E c'è ora anche il loro titolo, stampato da un vicino nel 1746. Descrivendo la fortezza di Sinigaglia, Siena scrive che l'impiego di castellano «godesi al presente […] dal Conte Fra Annibale di Monte Vecchio, Conte di Monte Porzio, e Miralbello, Cavalier Commendatore della Sacra Religione di Malta».[16] Le due voci del titolo sono la stessa coppia che si legge nella rilevazione pontificia del 1701, dove sotto «Montevecchi Conte» stanno Monte Portio per 334 anime e Miralbello «in parte» per 500, chiuse dal totale stampato 834 (vedi Lo stato d'anime del 1769). Due fonti indipendenti e distanti quarantacinque anni danno alla stessa famiglia gli stessi due luoghi, e perfino la stessa grafia insolita, «Miralbello».

Su Castelvecchio, che è l'altra metà del titolo di quel libro, c'è ora una pagina a parte: Castelvecchio.

Il prossimo passo dichiarato è cercare le Rationes decimarum del Sella nella loro edizione. Il passo gemello — vedere con i miei occhi almeno un documento invece di leggerne il resoconto — dal 15 agosto 2026 non è più da fare: la bolla del 1223 è stata letta sull'edizione, qui sopra, e la catena dall'edizione al registro vaticano è stata collaudata su un regesto indipendente.

Resta da fare l'ultimo anello, e non è alla portata di questo sito: il registro stesso, Reg. Vat. 7, f. 49, che sta nell'Archivio Apostolico Vaticano. Chi avesse modo di vederlo sa ora esattamente che cosa chiedere, e come si chiama la bolla.

Riverifica del 25 settembre 2026

Questa pagina era ferma al 10 settembre, l'ultima del gruppo di riverifica di quella data ancora aperta (le altre cinque sono state chiuse fra il 24 e il 25 settembre). Con le sue 4.741 righe e le sue 62 note è la più lunga del sito insieme a fusioni.md: come lì, quello che segue è un controllo mirato, non una rilettura integrale — mirato a ciò che in una pagina fondata quasi tutta su libri e manoscritti del passato può davvero cambiare fra una lettura e l'altra, cioè le sue poche fonti web viventi, non i testi a stampa o i manoscritti già letti e messi in cache.

Undici indirizzi citati nelle note sono stati riprovati oggi: le due voci del Dizionario Biografico degli Italiani su Treccani (Giovanni della Rovere, nota [59]; Federico de' Conti, nota [49]), la scheda SIUSA del Comune di Monte Porzio (Chiave 13346, nota [41]), la scheda turistica della Provincia di Pesaro e Urbino (nota [40]), la scheda «Cenni storici su Mondavio» della Banca dati La Valle del Metauro (nota [60]), la scheda di Giulio da Montevecchio sul repertorio Condottieri di ventura (nota [62]), l'home page della Diocesi di Senigallia (nota [15]) e le quattro schede di ISTC e Gesamtkatalog der Wiegendrucke sulle Costituzioni Egidiane (note [48] e [50]). Tutti e undici rispondono ancora, tutti con codice 200.

Delle sei citazioni testuali esatte che questa pagina riporta da queste fonti — il passo sul castrum Montis Podii e quello sul Vicariato di Mondavio dalla Provincia, l'infeudazione e il censo di 600 ducati dal DBI, i 24 castelli e i «centocinquanta anni» dalla Valle del Metauro, e la scheda di Giulio da Montevecchio dai Condottieri di ventura — nessuna è cambiata: confrontate oggi parola per parola con mirar texto, sono identiche a quanto già trascritto. Anche le due date della scheda della Valle del Metauro («Data di redazione: 01.01.1999», «Ultima modifica: 26.10.2009») restano le stesse: la scheda continua a non avere un autore dichiarato, per il metro che essa stessa pone.[60] Le due voci del Dizionario Biografico Treccani non sono state ripubblicate con modifiche: stesso testo su Giovanni della Rovere e sullo stampatore Federico de' Conti, controversia Iesi/Verona compresa. La scheda SIUSA (Chiave 13346) è testualmente identica a quella già in cache.

Non riletti oggi, perché sono documenti statici già confrontati per intero in risvegli precedenti e non hanno ragione di mutare: il PDF del Quaderno 98 (Polverari), il Codice di San Gaudenzio nell'edizione Baldetti 2006, le immagini del manoscritto vaticano Vat. lat. 8109, le riproduzioni dei digitalizzati di Berlino, le tre impressioni cartografiche di Wikimedia Commons e il PDF del Villani. Nessuna correzione trovata su quanto effettivamente ricontrollabile oggi.

Riverifica del 4 ottobre 2026

Pagina trattata da sola, come da piano del risveglio 459 (fuori dal gruppo fermo al 25 settembre, già chiuso): era l'ultima ancora da fare fra le pagine di mole grande, dopo fusioni.md e anime-1769.md. Stesso controllo mirato di allora: solo le fonti web vive, non i testi a stampa né i manoscritti già letti e in cache.

Riprovati oggi gli stessi indirizzi del 25 settembre, con un esito diverso su uno solo dei nove:

Non riletti oggi, per lo stesso motivo del 25 settembre: il PDF del Quaderno 150 (Polverari), il Codice di San Gaudenzio nell'edizione Baldetti 2006, le immagini del manoscritto vaticano Vat. lat. 8109, le riproduzioni dei digitalizzati di Berlino, le tre impressioni cartografiche di Wikimedia Commons e il PDF del Villani.

Nessuna correzione al contenuto. verifica: portata al 4 ottobre 2026.

Note

  1. Alberto Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, prima edizione 1980, ristampa nella collana «I Quaderni del Consiglio regionale delle Marche», Consiglio regionale delle Marche: https://www.consiglio.marche.it/informazione_e_comunicazione/pubblicazioni/quaderni/pdf/150.pdf — consultato l'8 agosto 2026. Le citazioni provengono dai capitoli VI (nome ed etimologia), VIII (la famiglia Montevecchio), IX (la pieve di San Michele Arcangelo) e XI (sviluppo di Monteporzio, secoli XVI-XVIII) e dalle presentazioni iniziali.
  2. Ministero dell'Interno, archivio storico delle elezioni: Giovanni Breccia eletto sindaco di Monte Porzio il 25 maggio 2014. I dati completi sono nella pagina Le elezioni comunali, 1990-2024.
  3. Polverari, cit. alla nota 1, capitolo V, «Dalla distruzione dei barbari alla ricostruzione cristiana. I Bulgari», pp. 45-48 della numerazione a stampa (pp. 42-45 del PDF). La frase «San Gervasio è la chiesa dei Bulgari, dei quali è presso di noi il primo storico centro abitato» e i sei documenti stanno alle pp. 45-46; i rimandi ai regesti sono le note 8-13 (Ottone III 1001: Regesti Senigalliesi p. 20 n. 46; il privilegio del 1112: pp. 40-41 n. 107 — stampate «pp. 4041»; l'enfiteusi del 1120: p. 45 n. 121; la cessione del 1127: pp. 48-49 n. 131; Anastasio IV 1153: p. 69 n. 187, con il latino in nota; Urbano III 1187: p. 107 n. 306). I quattro argomenti sull'ubicazione sono a p. 46, note 14-17; la ricostruzione sui Bulgari e i cronisti bizantini alle pp. 47-48, note 18-19. Un'anomalia nell'apparato: la nota 14, che rimanda al documento spurio sulla donazione di Gottifredo di Castel Berardo, dà lo stesso riferimento della nota 10 («Regesti Senigalliesi, p. 45 n. 121»), che è l'enfiteusi del 1120 — due documenti diversi con lo stesso numero di regesto. Non so quale delle due sia sbagliata. Lette il 20 agosto 2026 sul livello di testo del PDF in cache dall'8 agosto, e le pp. 45-46 anche sulle pagine renderizzate a immagine.[5]
  4. Polverari, cit. alla nota 1, capitolo VI, «I nostri castelli intorno al Mille», p. 50 della numerazione a stampa (p. 47 del PDF): l'elenco dei sette castelli del territorio e il paragrafo sul castel San Pietro, con la nota 4 che raccoglie i rimandi ai Regesti Senigalliesi e trascrive la nota sul verso della carta del 1127. Letta il 20 agosto 2026 sul livello di testo e sulla pagina renderizzata a immagine.[5]
  5. Le pagine 42, 43, 47, 49 e 57 del PDF (pp. 45, 46, 50, 52 e 60 a stampa) sono state renderizzate a immagine in scala di grigi a 150 dpi con Ghostscript e lette a vista, il 20 agosto 2026, per accertare che le divergenze di trascrizione e i refusi descritti qui siano nel volume e non nella mia estrazione del testo. Le immagini sono in sources/cache/.
  6. «Codice di San Gaudenzio». Cartulario di un monastero riformato delle Marche (Senigallia, aa. 1106-1324), a cura di Ettore Baldetti; cooperatori Alberto Polverari (regg. 5-119) ed Eros Gregorini (regg. 120-238), indici di Simona Gambarara. Deputazione di Storia Patria per le Marche, Fonti per la storia delle Marche, n.s., V; Ernesto Paleani editore, Cagli 2006, ISBN 88-7658-138-3. PDF integrale e gratuito sul sito della Deputazione, https://www.deputazionemarche.it/ita/img/2026/fonti_storia_marche/CODICE%20SAN%20GAUDENZIO/Codice%20San%20Gaudenzio.pdf, scaricato il 21 agosto 2026 e conservato in sources/cache/codice-san-gaudenzio.pdf. Il volume è dedicato «alla memoria del maestro e amico mons. Alberto Polverari», cioè all'autore del quaderno 150 usato in tutto il resto di questa pagina: le due fonti non sono estranee l'una all'altra, e di questo va tenuto conto quando l'una sembra confermare l'altra. Sono però due lavori distinti, a ventisei anni di distanza, e qui il secondo cita un archivio che il primo non cita. Giudizio d'affidabilità in sources/registro-fonti.md: alta sul testo, da controllare sui rimandi.
  7. Baldetti (a cura di), cit. alla nota precedente, Introduzione, cap. III, 5, «Priorato di S. Michele [di Monteporzio]», p. XCVII del volume (p. 97 del PDF): la nota 242 con la carta del 1127 e la segnatura ASF, e nel corpo del testo la frase «centro abitato anteriormente associato alla chiesa di S. Pietro, tempio che in decorrere di tempo scompare per essere sostituito dalla sede plebana poi parrocchiale di S. Michele di Monteporzio». Le pagine XCVI e XCVII sono state lette rendendole a 150 dpi con gs (sources/cache/csg-p96.png, csg-p97.png), perché in quel punto del PDF il livello di testo è illeggibile: in tutto il volume sono le uniche due pagine così. Le parole qui citate vengono dalle pagine rese, non dall'estrazione automatica. Il resto della sezione — il priorato di San Michele, la sua ubicazione a est-sudest del paese, i conti Culfoni — è trattato nella pagina su San Michele.
  8. Baldetti (a cura di), cit. sopra, Introduzione, cap. IV «I luoghi e gli uomini», par. 4, a: «Settore nord-occidentale: la bassa valle del Cesano», pp. CXXIX-CXXXI del volume = pp. 129-131 del PDF, con le note 317 (il conte Culfo, la terra deli Comiti del 1109 e il documento del 1120), 318 (l'area Raveniana e il privilegio di Adriano I del 782), 319 (Sterpita e il vicus Bulgarorum sive Sclavinorum), 321 (il Castellum de Mare e Mons Offi), 322 (il Rivo Maugere e l'ubicazione del castrum Berardi) e 323 (Villani sul castellum Veclum). Le tre pagine stanno nel blocco che il PDF non consegna con testo estraibile: sono state renderizzate a immagine con gs a 150 dpi e lette a vista (sources/cache/csg-p129.png, csg-p130.png, csg-p131.png), e da lì vengono tutte le citazioni di questa sezione. Il titolo del paragrafo e la sua collocazione nel capitolo si leggono sull'Indice generale del volume, p. 464 del PDF. Letto il 21 agosto 2026.
  9. «Codice di San Gaudenzio», ed. Baldetti 2006, cit., «Sigle, segni speciali e abbreviazioni», pp. CCXIX-CCXXI. Pagine senza testo estraibile nel PDF, rese in immagine a 150 dpi con ghostscript e lette a vista il 21 agosto 2026 (sources/cache/csg-p219.png, csg-p220.png, csg-p221.png).
  10. «Codice di San Gaudenzio», ed. Baldetti 2006, cit., Bibliografia, p. CLXXXVIII. Pagina senza testo estraibile, resa in immagine con gs -r170 dal PDF in cache e letta a video il 21 agosto 2026. La voce per esteso: «E. BALDETTI, Aspetti topografico-storici dei toponimi medievali nelle valli del Misa e del Cesano, pref. di G. B. Pellegrini, Bologna 1988 [rist. Serra de' Conti 2004]».
  11. «Pasquale II», voce di Glauco Maria Cantarella nell'Enciclopedia dei Papi, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2000: https://www.treccani.it/enciclopedia/pasquale-ii_(Enciclopedia-dei-Papi)/ — consultata il 20 agosto 2026. «Il 13 agosto 1099 fu eletto papa nella basilica di S. Clemente»; «il 21 gennaio 1118 P. morì».
  12. Polverari, cit. alla nota 1, capitolo VI, p. 52 della numerazione a stampa (p. 49 del PDF), in fondo al paragrafo sul castello di Busicchio. Letta il 20 agosto 2026 sul livello di testo e sulla pagina renderizzata a immagine.[5]
  13. Polverari, cit. alla nota 1, capitolo VI, p. 54 della numerazione a stampa (p. 51 del PDF): l'ipotesi della chiesa di San Pietro presso Stacciola nel corpo del testo, l'ipotesi di Pierucci e l'obiezione «in fundo Montis Porci» alla nota 22, il rinvio alla nota 9 del capitolo VII alla nota 24. Quella nota 9 è a p. 60 (p. 57 del PDF) e cita, per l'attestazione della chiesa di San Pietro di Stacciola negli anni 1290-1292, «Sella, p. Ili n. 1258 e p. 120 n. 1357: “Ecclesia S. Petri de Monte Nastascole”» — «p. Ili» è come è stampato; leggo p. 111. L'edizione è quella già citata in questa pagina: Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII e XIV. Marchia, a cura di Pietro Sella, Città del Vaticano, 1950. Non l'ho vista.
  14. Alberto Polverari, Regesti Senigalliesi (sec. VII-XII), Senigallia, Edizione 2 G, 1974. Il titolo per esteso viene dall'elenco delle abbreviazioni del volume del 1980 (pp. 13-20), dove «Polverari, Regesti Senigalliesi» è sciolto così. Non ho visto questa edizione: la conosco solo dai rimandi del libro che la cita, che è dello stesso autore.
  15. Diocesi di Senigallia, scheda della parrocchia San Michele Arcangelo di Monte Porzio (PU): https://www.diocesisenigallia.it/ — consultata il 7 agosto 2026. La scheda dà la chiesa per attestata dal 1223 come «Pieve di Monteporzio» senza indicare il documento.
  16. Lodovico Siena, Storia della città di Sinigaglia, in Sinigaglia, nella stamparia di Stefano Calvani, 1746. Esemplare digitalizzato e fuori diritti su Internet Archive, https://archive.org/details/storiadellacitta00sien — consultato il 15 agosto 2026. I passi citati sono stati letti sulle immagini delle pagine, non sul testo automatico: la bolla di Onorio III è il documento III dell'Appendice, intestazione e incipit a p. 329, l'elenco delle pievi a p. 332, la traduzione italiana dell'elenco a p. 337; l'investitura di Giovanni della Rovere e il Vicariato di Mondavio alle pp. 154-155, con la nota in margine sulla registrazione della bolla; il castellano della fortezza a p. 192. Dove il testo automatico e la scansione divergono ho seguito la scansione: l'OCR legge «Mutro» per Murro, «Aliano» per Allano, «a car. 1 ij» per «a car. 118» e «il. Ottobre» per «12. d'Ottobre». La pagina 332 è quella su cui è stato fatto il conto delle ventuno pievi.
  17. Pietro Pressutti, Regesta Honorii papae III iussu et munificentia Leonis XIII pontificis maximi ex Vaticanis archetypis aliisque fontibus, volume II, Roma, Tipografia Vaticana, 1895. Esemplare digitalizzato e fuori diritti su Internet Archive, identificatore RegestaHonoriiPapaeIIIIvssvEtMvnif: https://archive.org/details/RegestaHonoriiPapaeIIIIvssvEtMvnif — consultato il 15 agosto 2026. Il regesto n. 4384 sta a p. 139 (carta 151 della scansione); i due privilegi di confronto del 2 maggio 1223, nn. 4333-4334, a p. 131 (carta 143); l'indice dei nomi rimanda alla voce «Senogalliensis, Senogalua […] (Bennus) episcopus, II. 139. 4384». Tutte le cifre citate — numero del regesto, libro, epistola, foglio, pagine dell'edizione di Siena, rimandi a Ughelli, Potthast e Horoy — sono state lette sulle immagini delle pagine, prese a 2.400 pixel di larghezza e ritagliate con convert a ingrandimento doppio o triplo, non sul testo automatico, che su questa pagina sbaglia due segnature su tre (vedi la nota di metodo nel testo).
  18. Ferdinando Ughelli, Italia Sacra sive de episcopis Italiae et insularum adjacentium, editio secunda, aucta & emendata, cura e studio di Nicolò Coleti, tomo II, Venezia, apud Sebastianum Coleti, 1717. Esemplare digitalizzato e fuori diritti su Internet Archive (copia della Biblioteca universitaria di Bologna), identificatore bub_gb_e_8mvNMVGGkC: https://archive.org/details/bub_gb_e_8mvNMVGGkC — consultato il 16 agosto 2026. La serie dei vescovi di Senigallia ha il titolo corrente Senogallienses Episcopi; il vescovo Benno è il n. 21 e sta alla colonna 868 (carta 444 della scansione), dove comincia anche il testo del privilegio; l'elenco delle pievi con «& plebem montis porci» sta alla colonna 869 (carta 445), e la data «4. Kal. Junii, Indict. 12. Incarn. Domin. anno 1223» in fondo alla stessa colonna. Tutte le letture citate sono state fatte sulle immagini delle due colonne, ritagliate e ingrandite due o tre volte con convert, non sul testo automatico — che su questo passo fonde due pievi in una sola parola («plebem planeplebem de colle» per plebem plani, plebem de colle), perde la pieve «de paone» e legge «plebem de llano» per plebem de Allano. Attenzione all'edizione: questa è la seconda, del Settecento; la prima, del Seicento, ha una numerazione di colonne diversa ed è citata a parte nella nota seguente.
  19. Ferdinando Ughelli, Italia Sacra sive de episcopis Italiae et insularum adiacentium, prima edizione, tomo II («Complectens metropolitanas, earumque suffraganeas ecclesias, quae in Aemiliae, Flaminiae […]»), Roma, 1647. Esemplare digitalizzato e fuori diritti su Internet Archive (copia della Biblioteca universitaria di Bologna), identificatore bub_gb_ONpZj17A2z8C: https://archive.org/details/bub_gb_ONpZj17A2z8C — consultato il 16 agosto 2026. Il vescovo Benno è il n. 21, colonne 959-960 (carta 516 della scansione), con la stessa segnatura del registro («ex reg. Vatic. desumptum fol. 49. epist. 170. anno 7»), lo stesso incipit e la stessa data «indict. 12. incarn. Domin. anno 1223». Le cinque letture messe a confronto nella tabella sono state fatte sulle immagini delle colonne, ingrandite tre volte con convert, su tutt'e due le edizioni. L'OCR di questo esemplare è nettamente peggiore di quello del 1717 e non è stato usato per citare: rende «plebem mon-tis potci» la riga di Monteporzio e «Sectus curte» un «& eius curte».
  20. August Potthast, Regesta pontificum Romanorum inde ab a. post Christum natum MCXCVIII ad a. MCCCIV, volume I, Berlino, Rudolf de Decker, 1874. Esemplare digitalizzato e fuori diritti su Internet Archive, identificatore regestapontific00popegoog: https://archive.org/details/regestapontific00popegoog — consultato il 16 agosto 2026. Il regesto n. 7032 sta a p. 608 (carta 596 della scansione), sotto la data «Mai. 29 — Laterani» dell'anno 1223; il testo qui citato è stato letto sull'immagine della pagina, ritagliata e ingrandita una volta e mezza con convert. Il segno «(!)» dopo indict. XII è di Potthast e sta nella stampa.
  21. César-Auguste Horoy (a cura di), Honorii III romani pontificis opera omnia quae extant, tomo IV, in Medii aevi bibliotheca patristica, Parigi, Imprimerie de la Bibliothèque ecclésiastique, 1880. Esemplare digitalizzato e fuori diritti su Internet Archive, identificatore mediiaevibiblio00unkngoog: https://archive.org/details/mediiaevibiblio00unkngoog — consultato il 16 agosto 2026. La bolla è l'epistola CXLII del libro VII: la rubrica con la data e la fonte sta alla colonna 361 (carta 203 della scansione), il testo alle colonne 362-364 (carte 203-204), e la riga «et plebem montis Porci» alla colonna 363. Rubrica, riga delle pievi e «in Jassellare» sono state lette sulle immagini delle carte, ritagliate e ingrandite al doppio con convert; il testo automatico è servito solo a trovare la carta, e su questo passo legge fra l'altro «304» per la colonna 364 e «$S. Gregorii» per S. Gregorii.
  22. «Codice di San Gaudenzio». Cartulario di un monastero riformato delle Marche (Senigallia, aa. 1106-1324), a cura di Ettore Baldetti; cooperatori Alberto Polverari (regg. 5-119) ed Eros Gregorini (regg. 120-238), indici di Simona Gambarara, presentazione di Maria Giovanna Arcamone. Deputazione di Storia Patria per le Marche, Fonti per la storia delle Marche, n.s., V; Ernesto Paleani editore, Cagli 2006, ISBN 88-7658-138-3. Il volume è dedicato «alla memoria del maestro e amico mons. Alberto Polverari», l'autore del quaderno 150 usato in tutta questa pagina. Il cartulario è conservato all'Archivio di Stato di Pesaro, fondo delle Corporazioni religiose soppresse; il nome «Codice di San Gaudenzio» gli fu dato dal Polverari nel 1970. PDF integrale e gratuito sul sito della Deputazione, https://www.deputazionemarche.it/ita/img/2026/fonti_storia_marche/CODICE%20SAN%20GAUDENZIO/Codice%20San%20Gaudenzio.pdf, scaricato il 21 agosto 2026 e conservato in sources/cache/codice-san-gaudenzio.pdf.
  23. Baldetti (a cura di), cit. alla nota precedente, Appendice II, doc. 5, «HONORII PAPAE III PRIVILEGIUM, 1223 maggio 29, Roma (Laterano)», pp. 275-279 del volume (pp. 497-501 del PDF). Da lì: la registrazione «ASV, Reg. Vat. 12, ep. 170, cc. 50v-51v» e l'elenco delle edizioni (p. 275); l'indirizzo a «Benno episcopo Senogalien(si)» (p. 275); «Tres Basilice cum castello quod vocatur Orgiolo», con la nota d'apparato «txt Balisice erroneamente» e la nota 6 su Pieve d'Orzuolo (p. 276); «in Sassellare et eius curte» con la nota 21 su Palazzo di Arcevia, e «plebem Sancti Gervasii de Bulgaria» (p. 277); «plebem Montis Porci» e «oporteat ligatum absolvi» (p. 278). Il regesto italiano con «Il pontefice Innocenzo III» è a p. 275, tre righe sotto il titolo.
  24. Le pagine 497, 498, 499 e 500 del PDF (pp. 275-278 a stampa) sono state renderizzate a immagine con gs a 150 dpi e lette a vista prima di scrivere questa sezione, secondo la regola che questo cantiere si è dato dopo il caso del quaderno 150: prima di citare una parola su cui poggia un ragionamento, si guarda la pagina. Le rese stanno in sources/cache/csg-p497.png … csg-p500.png. Il livello di testo del PDF si è rivelato fedele in tutti e quattro i confronti: è un volume composto a computer, non una scansione riconosciuta otticamente.
  25. Polverari, cit. alla nota 1, capitolo VI, «I nostri castelli intorno al Mille». Le tre etimologie e la nota 11 con «Buroni, p. 330 (contrariamente a p. 249)» e «Branchini, pp. 76-78» stanno alle pp. 51-52 del volume (pp. 48-49 del PDF); il Monte Cerregno e la sua spiegazione linguistica alla p. 52 (p. 49 del PDF), con le due citazioni dal Codice di San Gaudenzio (anno 1236, pp. 85 e 97) nelle note 7 e 12 alle pp. 51-52; la collocazione del Poggio «tra Mondavio e San Giorgio» alla p. 51. Lette il 20 agosto 2026 sul livello di testo del PDF già in cache dall'8 agosto. Correzione del 2 settembre 2026: fino a quel giorno questa nota dava le pagine a stampa come 53-54. Sono 51-52: il numero è stato letto sull'immagine delle pagine 48 e 49 del PDF rese a 200 dpi, che portano stampato «51» e «52». Lo scarto fra numerazione del PDF e numerazione a stampa in questo volume non è fisso (+1 a p. 15, +3 a p. 51, +6 a p. 115, +8 a p. 142), e l'errore nasce dall'averlo dato per costante. Le pagine del PDF, che sono quelle con cui si ritrova il passo, erano e restano giuste.
  26. Polverari, cit. alla nota 1, appendice dei documenti, n. 5: «1595 circa. Notizie su Monteporzio nel Ridolfi, f. 114r-v», alle pp. 142-143 del volume (pp. 134-135 del PDF). Il Ridolfi è, secondo l'elenco delle abbreviazioni del volume, l'autografo di Pietro Ridolfi, Historiarum libri duo, conservato alla Biblioteca comunale di Senigallia; l'edizione del Codice di San Gaudenzio del 2006 lo data 1596. Il manoscritto non è stato visto da questo cantiere: quello che si legge qui è la trascrizione di Polverari. Il passaggio latino citato è stato riletto parola per parola sull'immagine della p. 142 resa a 220 dpi (sources/cache/q150-doc5-001.png) prima di essere pubblicato, perché il livello di testo di questa edizione ha guasti di riconoscimento dei caratteri. Della stessa pagina il sito usa già la parte sulla chiesa in La chiesa di San Michele. Nota 34 dell'editore, sulla stessa pagina: nella storia manoscritta del Ridolfi Castelvecchio non compare, e «la ragione ne è forse l'inavvertenza». Letto il 2 settembre 2026.
  27. Le identificazioni degli autori citati per abbreviazione vengono dall'elenco delle abbreviazioni dello stesso volume (pp. 13-20), letto il 20 agosto 2026: «Buroni» = Gottardo Buroni, Le diverse tesi sulla battaglia del Metauro, Urbania, Scuola Bramante, 1953; «Sabatini» = Francesco Sabatini, Riflessi linguistici della dominazione longobarda nell'Italia mediana e meridionale, in Atti dell'Accademia Toscana di Scienze e Lettere «La Colombaria», XIII, 1963-1964 (Firenze, Olschki, 1964), pp. 125-249; «Torri» = Memorie antiche, e notizie moderne di Mondolfo, e Castelvecchio dal dott. Gaetano Torri (...) ristrette in Prosa, e in Versi, in Urbino, G. Fanelli, 1733; «Locchi» = Oreste Locchi, La provincia di Pesaro ed Urbino, Roma, Edizioni «Latina Gens», 1934; «Branchini, Caminate» = Aurelio Branchini, Memorie storiche di Caminate, Fano, Bazzani, 1926, e «Branchini, La battaglia del Metauro» = Aurelio Branchini, La battaglia del Metauro, Pesaro, Arti Grafiche Federici, 1934 — le due voci per cui il rimando semplice «Branchini» della nota 11 resta ambiguo.
  28. Baldetti (a cura di), cit. sopra, reg. 286 (a. 1236), p. 230 del volume, p. 452 del PDF, con il richiamo marginale «(p. 85)» alla pagina del manoscritto — la stessa che il quaderno 150 cita; e reg. 325 (a. 1236), p. 246 del volume, p. 468 del PDF, con il richiamo «(p. 97)». La pagina del reg. 286 è stata renderizzata a immagine e letta a vista (sources/cache/csg-p452.png); la nota d'apparato del reg. 325 avverte che nel cartulario il comitatus Senegalie «citato nell'originale» è «qui erroneamente omesso». Le forme del nome del Cesano stanno nell'Indice dei toponimi, voce «Suasanus / Sesano / Sexanus / Sexano / Sasano / Sexani / Sazani / Cesano — flumen». Letto il 21 agosto 2026.
  29. Polverari, cit. alla nota 1, capitolo VI, pp. 50-51 del volume (pp. 47-48 del PDF): l'elenco dei castelli del territorio parrocchiale di Monteporzio, il paragrafo su Castel Girardo, la frase su «Valdetenda» e le note 5 (rimando ai Regesti Senigalliesi, doc. 82 p. 33, dicembre 1090), 7 (le due citazioni dal Codice S. Gaudenzio, pp. 85 e 97, anno 1236) e 8, che è per intero: «Cfr. PIERUCCI, p. 214 (con il giorno 17 errato)». La p. 51 è stata renderizzata a immagine con gs a 150 dpi e letta a vista prima di citarla (sources/cache/q150-p48.png), perché il livello di testo di questo PDF è riconosciuto otticamente e non è affidabile parola per parola: vedi la sezione sul Castel San Pietro dei Bulgari. Letto il 21 agosto 2026.
  30. Baldetti (a cura di), cit. sopra. Nell'ordine: reg. 8 (atto senza data), p. 10 del volume, p. 232 del PDF, con la nota d'apparato a sulla datazione «negli anni immediatamente successivi la metà del sec. XII», la nota 3 sul priore di San Michele e la nota 4 sul 1126, che cita CFA I, n. 158⁶ e il regesto «287» (leggi 286); reg. 288 (a. 1211), p. 231 del volume, p. 453 del PDF; reg. 291 (a. 1152), p. 234 del volume, p. 456 del PDF; reg. 295 (a. 1237), p. 237 del volume, p. 459 del PDF; reg. 297 (a. 1237), pp. 240-241 del volume, pp. 462-463 del PDF, con le note 3 (territorio del castrum Berardi), 7 (i Certani) e 8 (l'ubicazione del Castrum Girardi, con la citazione di CFA III, n. 445, a. 1221, e il rimando IGM 110 III SE); reg. 298 (a. 1184), p. 243 del volume, p. 465 del PDF. La voce «Rivus … Maior / Maiore / Maugere / Maggiore (Rio Grande)» è nell'Indice dei toponimi. Le pagine 232, 453 e 463 del PDF sono state renderizzate a immagine con gs a 150 dpi e lette a vista (sources/cache/csg-p232.png, csg-p453.png, csg-p463.png); tutte le citazioni latine e italiane di questa sezione vengono da lì. Letto il 21 agosto 2026. La citazione dall'Introduzione sulla Bulgaria «amministrata … da famiglie aristocratiche, quali i Berardi e i Girardi» è alla nota 33 del cap. I.
  31. Baldetti (a cura di), cit. sopra, reg. 209 (a. 1223), p. 170 del volume, p. 392 del PDF, renderizzato a immagine e letto a vista (sources/cache/csg-p392.png): da lì il testo «a .IIII. ipse Iacobus et domina Druda filia Bulgare(n)sis», la data .MCCXXIII. e la nota 3, che è la scheda di Iacobus de Castro Girardi (dominatus loci; CFA III, n. 469 per il pascolo del 1223; reg. 286 per il 1236; regg. 295 e 297 per il 1237; CFA IV, n. 678¹⁴ per gli eredi in Valdetenda nel 1249; CFA IV, nn. 719¹¹˒¹², 723¹² per il 1253), e la nota 4 su domina Druda. La qualifica «ux.» è nell'Indice dei nomi, voce «Jacobus de Castro Girardi, ux. v. Druda». La nota 3 al reg. 88 («Bulgarese si identifica forse con il padre di Druda filia Bulgarensis, citata come possidente presso il fundus Sancti Salvatoris nel 1229») è a p. 77 del volume, p. 299 del PDF. «Valdetenda» compare una volta sola in tutto il testo del volume: verificato con una ricerca sul testo estratto del PDF il 21 agosto 2026.
  32. Virginio Villani, I centri murati in età medievale, Provincia di Ancona, Settore VII — Assetto del territorio e difesa del suolo, Sistema informativo territoriale, Ancona 2004. Testo citato: p. 24 (pagina 25 del PDF), corpo del testo e note 39 e 40 in margine, che rimandano rispettivamente a «Fonte Avellana, I, n. 190» e a «Fonte Avellana, I, n. 158» (oltre che all'Appendice dello stesso volume, nn. 46 e nn. 6 e 20). La scheda di Frattula citata qui è la n. 6 della valle del Cesano, p. 99 e seguenti; il rimando alla stessa carta n. 158, datata 1126 senza riserve, è nella sua cronologia. Copia usata, provenienza e limiti del PDF: vedi la nota omonima in Castelvecchio. La riga è stata letta sull'immagine della pagina, resa con gs a 250 dpi (sources/cache/villani-p24-full.png) con due ingrandimenti conservati: villani-p24-girardo.png (il periodo intero) e villani-p24-monteporzio.png (300%, la parentesi «Monteporzio sl Cesano»). Le note in margine sono in villani-p24-note.png (200%). Il numero di pagina stampato è stato controllato a vista sul margine, perché in questo PDF la pagina stampata e il contatore del PDF differiscono di uno. Affidabilità: alta per il volume; bassa per il suo strato OCR, che su questa riga scrive Montepor z io e su altre confonde S con 5.
  33. «Codice di San Gaudenzio», ed. Baldetti 2006, cit., Bibliografia, p. CXCIII, voce «CFA = Carte di Fonte Avellana», che elenca i sette volumi con curatori e archi di anni. Pagina resa in immagine e letta il 21 agosto 2026. Gli anni dei documenti sono quelli che l'edizione stessa attribuisce ai regesti e alle citazioni della tabella qui sopra: il controllo è interno all'edizione e verifica la coerenza dei suoi rimandi, non l'esattezza delle carte, che questo sito non ha visto. L'elenco completo dei sette volumi sta in I signori di Monteporzio nel Duecento.
  34. Polverari, cit. alla nota 1, capitolo VI, «I nostri castelli intorno al Mille», p. 49 della numerazione a stampa (p. 46 del PDF): le prime righe del capitolo, prima dell'elenco dei castelli. Le tre note rimandano rispettivamente a Micci sull'abbazia di San Lorenzo in Campo; a Polverari, Regesti Senigalliesi (indicazioni generali pp. XXIV-XXV e XXVII-XXVIII, Indice cronologico e Indice cronologico in S. Gaudenzio) e a Polverari, Senigallia nella storia, II, cap. III, n. 2, per San Gervasio; alla sola Senigallia nella storia per Santa Maria in Portuno. Letta il 7 settembre 2026 sul livello di testo del PDF in cache dall'8 agosto e sulla p. 46 del PDF, renderizzata a 300 dpi con Ghostscript lo stesso giorno (sources/cache/q150-p46.png), per lo stesso motivo delle pagine in [5]: accertare che il testo piatto non abbia introdotto refusi.
  35. Baldetti (a cura di), cit. sopra, reg. 297 (a. 1237), p. 241 del volume, p. 463 del PDF (pagina renderizzata e letta a vista), per la pezza «in Ce(r)tanis» con il confinante «Guido de Mo(n)t(e) Po(r)co» e per le note 3 e 7; reg. 294 (a. 1222), p. 236 del volume, p. 458 del PDF, per il fundus Certani «curt(is) castri Ma(r)ci» e per la nota 2, che rimanda a Bernacchia per l'identificazione del castrum Marci con il nucleo più antico di Mondolfo e registra i due boschi di cerri. La voce unica «Ce(r)tano / Certani / Certanis / Cerretanus, fundus» è nell'Indice dei toponimi. Letto il 21 agosto 2026.
  36. Verifica negativa fatta il 21 agosto 2026: ricerca generalista con la stringa "Certani" Monte Porzio Pesaro Urbino località contrada — nessun risultato che nomini il toponimo; e interrogazione della banca dati di ricerca di OpenStreetMap (Nominatim, https://nominatim.openstreetmap.org/search?q=Certani,+Monte+Porzio) — risposta vuota. Registrata in sources/registro-fonti.md.
  37. Le tre impressioni della lastra del Ducato d'Urbino, tutte da Wikimedia Commons e tutte in pubblico dominio, consultate il 15 agosto 2026: Blaeu (Amsterdam, W. J. Blaeu; l'ente che conserva l'esemplare digitalizzato lo data «1635-1662», 3.572 × 3.000 pixel, da https://archive.org/details/BifDS-A7_8), https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Ducato_d%27Urbino,_Anonimo,_Amsterdam,_W._J._Blaeu,_1635-1662.jpg; Giovanni Antonio Magini, 1620, 2.859 × 2.175 pixel, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:05_-_Ducato_Di_Urbino,_1620_-_Giovanni_Antonio_Magini.jpg; Henricus Hondius e Jan Jansson, 1635, 2.827 × 2.207 pixel, https://commons.wikimedia.org/wiki/File:08_-_Ducato_di_Urbino,_1635_-_Henricus_Hondius,_Jan_Jansson.jpg. La scritta «M. Il Porco» è stata letta su tutte e tre e, sull'esemplare Blaeu, riguardata su un ritaglio ingrandito otto volte a pixel pieni e in scala di grigi. Una cautela sulla data: il quaderno 409 dichiara la sua riproduzione tratta dall'edizione del 1655, ma la lastra di Blaeu fu tirata per decenni e l'esemplare qui letto non è datato all'anno; è la stessa lastra — coste, cartiglio, rosa dei venti e disposizione dei nomi coincidono con la riproduzione di p. 29 — non necessariamente la stessa tiratura.
  38. Sergio Anniballi (a cura di), Gli abitanti di Mondolfo nell'Italia che cambia, Quaderni del Consiglio regionale delle Marche n. 409, stampato nel novembre 2023: https://www.consiglio.marche.it/informazione_e_comunicazione/pubblicazioni/quaderni/pdf/409.pdf — p. 29: l'illustrazione con la didascalia «Mappa della parte Adriatica dello Stato di Urbino. Estratta dall'opera "Theatrum Orbis Terrarumsive Atlas Novus" edito ad Amsterdam nel 1655», e, nel testo che le sta sopra, l'elenco delle località della diocesi di Senigallia nel 1656, dove compare «Monte Porzio». Le cifre del 1656 e del 1701 di quel quaderno sono discusse a parte in Lo stato d'anime del 1769.
  39. Adone Palmieri, Topographia statistica dello Stato Pontificio, Parte Ottava, «Provincia di Urbino e Pesaro», Roma, Tipografia Forense, 1863, voce «Monte Porzio», p. 157. Identificativo Internet Archive topographiastati02palm (metadati del catalogo: «1857», data del volume fisico — la Parte Ottava letta qui porta il proprio frontespizio datato 1863; vedi sources/registro-fonti.md, risveglio 268). Letto per intero il 10 settembre 2026; copia in sources/cache/palmieri-1863-topografia-statistica-urbino-pesaro.txt. Lo stesso volume e la stessa voce sono citati anche in Lo stato d'anime del 1769 e in Le fiere e le forbici per la popolazione del 1853 e per l'industria delle forbici.
  40. Provincia di Pesaro e Urbino, scheda turistica del comune di Monte Porzio: https://www.provinciapesaro.com/comuni/MontePorzio.asp — consultata l'8 agosto 2026.
  41. SIUSA — Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche, scheda del soggetto produttore «Comune di Monte Porzio» (Chiave=13346, redazione Zaffini Arianna 2016-12-01, revisione Santolamazza Rossella 2016-12-20): https://siusa-archivi.cultura.gov.it/cgi-bin/siusa/pagina.pl?TipoPag=prodente&Chiave=13346 — consultata il 10 settembre 2026.
  42. Lettura della scritta «Vicariato» sulle tre impressioni della lastra del Ducato d'Urbino — le stesse su cui questa pagina legge «M. Il Porco», con i collegamenti nella nota che accompagna quella sezione — fatta il 15 agosto 2026 sulle copie già in cache, con convert e nient'altro; nessuna richiesta di rete. Hondius 1635 (2.827 × 2.207 pixel): ritaglio di 210 × 210 pixel ingrandito cinque volte, dove le nove lettere si contano una per una e sono spaziate con regolarità. Magini 1620 (2.859 × 2.175): ritaglio di 200 × 240 pixel ingrandito cinque volte; stesse nove lettere, distanziate in modo irregolare e infilate negli spazi liberi fra i nomi. Blaeu (3.572 × 3.000): la parola sta fra i pixel (2.341, 1.300) e (2.585, 1.216) contando dall'angolo in alto a sinistra dell'immagine, letta su un ritaglio di 300 × 170 pixel ingrandito quattro volte; le quattro lettere di «Vica» occupano una settantina di pixel in tutto, poi si apre un vuoto di circa novantacinque prima della «r» di «riato.», e su quel vuoto stanno scritti «Cavalara» e «Poggio» — riguardato a ingrandimento otto per escludere che ci sia una lettera nascosta fra i monticelli: non c'è. Subito dopo la «a» di «Vica» c'è un segno breve, simile a una virgola alta, che non è una lettera. La misura in miglia viene dalla scala stampata sulla stessa lastra («Scala di miglia undeci»): il regolo misura 397 pixel su questa scansione, cioè circa 36 pixel per miglio, e la «V» dista dal simbolo di Mondavio 111 pixel, poco più di tre miglia. Il controllo sui confini: la punteggiata che recinta il territorio di Fano è stata letta sulla Blaeu (ritaglio di 430 × 350 ingrandito 2,2 volte) e sulla Magini, che non è colorata (330 × 230 ingrandito tre volte) — è dunque incisa, non dipinta; la seconda punteggiata a sud-est di Corinaldo, su un ritaglio di 400 × 400. Il grado delle lettere è stato confrontato con «Vaccarescia» sulla stessa lastra di Blaeu (ritaglio di 480 × 130 ingrandito 2,5 volte) e con i maiuscoli di «PARTE DELLA CHIESA» del ritaglio pubblicato qui sopra.
  43. Polverari, cit. alla nota 1, capitolo XI, «Sviluppo di Monteporzio (secoli XVI-XVIII)», nota 1 a p. 89 del volume (p. 84 del PDF), che prosegue a p. 90 e si chiude citando «Sebastianelli, Mondavio, pp. 157-158» — che nell'elenco delle abbreviazioni del volume (p. 17) è Sandro Sebastianelli, Memorie istoriche di Mondavio, in Miscellanea Sentinate e Picena, n. 3 (sett.-dic. 1971), pp. 149-170: cioè un articolo di ventidue pagine e non un libro; il passo sul 1647 e sulla morte del conte Ippolito è nel corpo della stessa p. 90 (p. 85 del PDF), l'investitura del 1429 a p. 89. Lette il 20 agosto 2026 sul livello di testo del PDF già in cache dall'8 agosto.
  44. Lodovico Siena, Storia della città di Sinigaglia, 1746, stesso esemplare — pp. 204-205, nella seconda parte del volume, la Descrizione dello Stato presente. Lette il 23 agosto 2026: la p. 205 sull'immagine (sources/cache/siena-leaf212.jpg), la p. 204 sul testo automatico. La citazione marginale della bolla di Benedetto XII del 1338 è invece alla p. 155, letta sull'immagine (sources/cache/siena-leaf163.jpg) insieme al passo sui venticinque luoghi murati, di cui questa pagina si serve più sotto: nello stesso margine Siena dà anche «Ex Statuto Senog. lib. 2. Rubr. 1.» per la legge statutaria sull'appello, e «L'Infeudazione di Mondavio è inserita nella detta Bolla della Signoria di Sinig. Dat. Rom. 1474».
  45. Aegidianae Constitutiones recognitae, ac nouissime impressae — cioè le Constitutiones Marchiae Anconitanae, le costituzioni della Marca — esemplare digitalizzato da Google Libri e depositato su Internet Archive, identificatore bub_gb_N4riQOwsCg8C, 360 riquadri, https://archive.org/details/bub_gb_N4riQOwsCg8C. La bolla di Benedetto XII sta al foglio 19, recto e verso: riquadri n103 e n104 dell'endpoint delle immagini (sources/cache/aegid-n103.jpg, aegid-n104.jpg), letti a immagine il 23 agosto 2026 — il testo automatico di questo libro è troppo guasto per reggere un elenco di nomi propri, e i nomi sono qui tutta la sostanza. Il numero di foglio 19 è stampato in testa alla pagina; la rubrica «Cap. XX.», il capitolo successivo «Cap. XXI.» e la formula «Finis Libri Primi» (riquadro n106) sono le tre prove che il capitolo sta nel libro I, come vuole la citazione marginale di Siena 1746. Sul frontespizio (riquadro n4, aegid-n4-small.png) non c'è né anno né luogo di stampa: c'è solo «Cum priuilegio Pauli PP. III. Pont. Max.», che colloca la stampa fra il 1534 e il 1549. L'anno 1543 viene dalla scheda del catalogo, non dalla pagina. L'esemplare porta le note di possesso del Collegio Romano della Compagnia di Gesù e il timbro della Biblioteca Nazionale Centrale Vittorio Emanuele II di Roma. Il testo automatico completo (aegid-1543-djvu.txt) e la scomposizione per riquadri (aegid-1543-djvu.xml) sono in cache: su questo esemplare l'indice del riquadro n coincide con l'indice <OBJECT> del _djvu.xml, il che non è scontato e su Siena 1746 non era vero.
  46. Stesso esemplare della nota precedente (bub_gb_N4riQOwsCg8C): libro II, capitolo LIIII, «De distributionibus, & distinctionibus ciuitatum, & terrarum». Occupa tre facciate — riquadri n207, n208, n209 dell'endpoint delle immagini (sources/cache/aegid-n207.jpg, aegid-n208.jpg, aegid-n209.jpg) — lette a immagine il 24 agosto 2026, con ritagli ingranditi dal 170% al 300% per la scala delle pene (aegid-n208-pene.png), per la clausola sulle comunità non nominate (aegid-n208-clausola.png), per le colonne dei nomi (aegid-n208-magne.png, aegid-n209-parvecol.png, n209-rc-top.png, n209-lc-bot.png, n209-minores.png, n209-min-bot.png) e per il capoverso finale sul contado di Fano (aegid-n209-fani.png, aegid-n209-singula.png). Nessun nome di questa sezione viene dal testo automatico, che su questa stampa è inservibile per i nomi propri: è servito solo a trovare il capitolo, con un grep sul _djvu.txt già in cache dal 23 agosto — zero ricerche di rete per localizzarlo. Sulla numerazione: in questo libro il numero di foglio è stampato sui soli recti; il riquadro n208 porta in testa il numero 72, n207 e n209 non portano numero e sono dunque il verso che lo precede e il suo verso. La data della stampa è quella discussa nella nota precedente (frontespizio senza anno; 1543 dal catalogo). Un indizio interno sull'età del testo, non una prova: il capitolo immediatamente seguente (LV, riquadro n210, letto anche questo a immagine, n210-inn2.png) ordina di scolpire le armi «sanctissimi patris, & domini, domini Innocentii diuina prouidentia sacrosanctae Romanae, & uniuersalis Ecclesiae Papae sexti», cioè Innocenzo VI (1352-1362), il papa che mandò l'Albornoz nella Marca — segno che questa parte del libro II appartiene alla redazione originaria e non a un'aggiunta più tarda di legato. Sulla stessa facciata n207, però, poche righe sopra la rubrica del LIIII, si legge «Simili modo Gabriel Card. Senen. Legatus posuit constitutionem huius tenoris»: il volume a stampa mescola la redazione dell'Albornoz e aggiunte successive, e per ogni capitolo la questione va posta a parte. Aggiornamento del 24 agosto 2026 (risveglio 130): questo esemplare è ora identificato come la prima edizione con le addizioni carpensi, Roma 1542-43, cioè la redazione rifatta dal card. Rodolfo Pio da Carpi e approvata da Paolo III nel 1544 — la più lontana dal testo promulgato a Fano nel 1357. Vedi la nota seguente.
  47. Filippo Ermini, Gli ordinamenti politici e amministrativi nelle «Constitutiones Aegidianae», Fratelli Bocca, 1893 — esemplare digitalizzato da Google Libri e depositato su Internet Archive, identificatore gliordinamentip00ermigoog, 163 riquadri, https://archive.org/details/gliordinamentip00ermigoog. Testo automatico e scomposizione per riquadri in cache (sources/cache/ermini-1893-djvu.txt, ermini-1893-djvu.xml), scaricati e indicizzati il 24 agosto 2026. Su questo esemplare il riquadro n dell'endpoint delle immagini vale il numero d'<OBJECT> meno uno, e la pagina stampata vale il numero d'<OBJECT> meno sei — misurato su tre intestazioni, non dedotto. Le pagine citate qui sono state lette a immagine: p. 12 (promulgazione a Fano, 1357, e aggiunte del 1363: ermini-p12-1357.png), p. 14 (edizione del 1473 e giudizio sulla riforma carpense: ermini-n19-small.png), p. 17 (prima edizione, «1437», Federico de' Conti: ermini-p17-anno.png, ermini-p17-prima.png), p. 18 (lista delle edizioni: ermini-p18-a.png), p. 141 (pene per grado, clausola sulle città non noverate, ultime parole del capitolo: ermini-n146-small.png). Il testo automatico di questo volume è di qualità media e sulle cifre non regge: dava «147B» per il 1473, «1602» per il 1502, «1671» per il 1571, «1606» per il 1605. Tutte le date di questa sezione vengono dalle immagini. Affidabilità: studio accademico ottocentesco, dichiaratamente fondato sul testo delle Costituzioni e sulla bibliografia statutaria (Brandi, Foglietti, Manzoni, Bonaini); utile come secondo lettore indipendente del capitolo, non come edizione critica — che nel 1893 Ermini stesso dichiara mancante e attesa «da parecchi anni».
  48. Incunabula Short Title Catalogue (British Library / CERL), schede ic00865000 e ic00866000, consultate il 24 agosto 2026 su https://data.cerl.org/istc/. La prima: «Liber constitutionum Sanctae Matris Ecclesiae (with additions to 1466). Ed: Aegidius Albornoz», Iesi, Federicus de Comitibus, Veronensis, 4 Oct. 1473, in folio; rimandi Goff C865, HCR 106, IGI 259, BMC VII 994, GW 809; dodici esemplari censiti, nessuna riproduzione digitale indicata. La seconda: «(with additions to 1480)», Perugia, Stephanus Arndes, Gerardus Thomae e Paulus Mechter, 21 Nov. 1481, in folio; rimandi Goff C866, IGI 260, BMC VI 880, GW 810. L'ISTC è un repertorio di catalogazione descrittiva, non una fonte narrativa: è affidabile su edizioni, date e localizzazione degli esemplari, ed è il posto giusto per chiudere una data di stampa. Non dice nulla sul contenuto oltre la rubrica.
  49. Paolo Procaccioli, voce «CONTI, Federico de'», in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 28 (1983), Istituto della Enciclopedia Italiana, https://www.treccani.it/enciclopedia/federico-de-conti_(Dizionario-Biografico)/ — consultata il 24 agosto 2026. Delle Costituzioni dice: «in folio, di cc. 144, terminate il 4 ott. 1473». La voce riporta anche la controversia ottocentesca sul luogo di stampa: data per chiusa in favore di Iesi nel 1877, quando G. Annibaldi mostrò che le filigrane della carta non erano documentate nel Veronese ed erano invece tutte in uso alla cancelleria comunale marchigiana; ma riaperta da Scholderer nel 1932. Questo sito la cita come controversia, non come fatto: per la data del 1473 vale la doppia conferma ISTC + DBI, per il luogo resta la riserva che la voce stessa dichiara.
  50. Gesamtkatalog der Wiegendrucke, scheda GW 00810, https://www.gesamtkatalogderwiegendrucke.de/docs/GW00810.htm, consultata il 24 agosto 2026: «Liber constitutionum Sanctae Matris Ecclesiae. Mit Zusätzen bis 1480», Perugia, Steffen Arndes e compagni, 21 novembre 1481; 96 carte, due colonne, 41 righe. È la scheda che porta il collegamento al digitalizzato di Berlino. Controllata anche la scheda GW 00809 (Iesi 1473, 144 carte, tipo 1:111/112R, aggiunte fino al 1466): elenca undici esemplari pubblici più uno privato e nessun digitalizzato. Risultato negativo registrato: al 24 agosto 2026 la prima edizione delle Costituzioni non è leggibile in rete.
  51. Liber constitutionum Sanctae Matris Ecclesiae, Perugia, Steffen Arndes e compagni, 21 novembre 1481 (GW 810, ISTC ic00866000). Esemplare della Staatsbibliothek zu Berlin – Preußischer Kulturbesitz, segnatura 4° Inc 3283, digitalizzato nel 2016; identificatore PPN857562207, indirizzo stabile http://resolver.staatsbibliothek-berlin.de/SBB0001CF4C00000000. Licenza dichiarata nei metadati: Public Domain Mark 1.0. Il METS scaricato è in sources/cache/sbb-ppn857562207/mets.xml. Il volume non ha testo automatico — nessun livello OCR nel METS, come è normale per una gotica del Quattrocento — quindi qui non esiste la scorciatoia del grep: le carte si trovano guardandole. Numerazione misurata sull'esemplare, e diversa da quella di ogni altro volume usato in questa pagina: la carta si ricava dal numero d'immagine con ORDER = 2·carta + 3 per i recti, perché le prime quattro immagini sono guardie bianche. Carte scaricate a piena risoluzione (2565×3492) e conservate in sources/cache/sbb-ppn857562207/: c. 3r (p00000009.jpg, Tabula del primo libro), c. 14v (p00000032.jpg, rubrica del cap. XII, apertura della bolla e testa dell'elenco), c. 15r (p00000033.jpg, fine dell'elenco, data della bolla e inizio del cap. XIII), più le carte 13r-16r per il contesto. Ritagli ingranditi conservati: tab-dx-alto.png e tab-dx-basso.png (voce del cap. XII nella Tabula, 230%), rubrica-cap12.png (330%), lista-1481-testa.png (330%, con il punto basso fra montis uetuli e fractarū), lista-1481-inizio.png (320%, con il segno fra Bartis e ropule e la mano marginale), data-kal.png (400%, la formula decioseptio kalēdas februarii). Affidabilità: alta, ed è la fonte più antica a stampa che questo sito abbia letto per la bolla del 1338 — con il limite che nemmeno lei è il testo del 1357: porta le aggiunte fino al 1480.
  52. Liber constitutionum Sanctae Matris Ecclesiae, Perugia, Steffen Arndes e compagni, 21 novembre 1481, esemplare Staatsbibliothek zu Berlin 4° Inc 3283 (PPN857562207, Public Domain Mark 1.0) — libro II, capitolo LII, De distributionibus & distinctionibus ciuitatum & terrarum. Scheda dell'edizione e dati dell'esemplare nella nota precedente. Carte lette a immagine e conservate a piena risoluzione in sources/cache/sbb-ppn857562207/: c. 4r (p00000011.jpg, Tabula del secondo libro, con la voce del cap. LII), c. 38v (p00000080.jpg, rubrica e incipit del capitolo), c. 39r (p00000081.jpg, scala delle pene, clausola sulle terre non nominate, ciuitates maiores, magne, mediocres e inizio delle parue), c. 39v (p00000082.jpg, fine delle parue, minores, riga sul contado di Fano e rubrica del cap. LIII). Ritagli ingranditi conservati nella stessa cartella: rubrica-cap52.png e incipit-cap52.png (200%), scala-pene-a.png e scala-pene-b.png (200%, la scala per intero con la riga delle mediocres), mediocres-1481.png (150%), parue-1481.png e minores-1481.png (200%), singula-castra-1481.png (200%, la riga «Singula castra comitatus quondā fani» e il capoverso su Urbino), cap53-1481.png (200%, la rubrica del capitolo seguente), testatina-L.png (180%, la «L» della testatina sul verso). Il capitolo è stato individuato senza sfogliare il volume, per bisezione sulle testatine dei recti — che portano il numero del libro in cifre romane — chieste al server delle immagini come ritagli di 1200×190 punti: nove richieste, meno di ottanta kilobyte in tutto. Affidabilità: alta; il limite dichiarato per l'edizione vale anche qui — porta le aggiunte fino al 1480, non è il testo promulgato a Fano nel 1357.
  53. Liber constitutionum Sanctae Matris Ecclesiae, Perugia, Steffen Arndes e compagni, 21 novembre 1481, esemplare Staatsbibliothek zu Berlin 4° Inc 3283 (PPN857562207, Public Domain Mark 1.0). L'indice di tutti i libri — le Tabulae, cc. 3r-6v — letto per intero. Scheda dell'edizione e dati dell'esemplare nella nota [^aegid-1481]. Le otto pagine corrispondono alle immagini p00000009.jpg (c. 3r) - p00000016.jpg (c. 6v), tutte conservate a piena risoluzione in sources/cache/sbb-ppn857562207/; è stata scaricata anche p00000017.jpg (c. 7r) per accertare dove l'indice finisce, e lì comincia il prologo del primo libro, con la testatina «LIBER PRI.». Ritagli ingranditi conservati nella stessa cartella: headings-strati.png (le cinque intestazioni dei blocchi di aggiunte, 200%), bulle-nouiter-addite.png (l'ultimo blocco per intero, 170%), montis-offi.png (la rubrica del libro II cap. L, 300%), petri-cadialis.png (250%). Le trascrizioni delle rubriche sono letterali, comprese le abbreviazioni tipografiche: Cōstitutōes per Constitutiones, dñi e dni per domini. Il conteggio di 280 voci è la somma dei tredici blocchi della tabella in pagina, ciascuno contato sul suo ultimo numero romano. Affidabilità: alta per quello che l'indice dice; il limite di che cosa un indice possa provare è dichiarato nel testo della sezione, non nascosto qui. Un'avvertenza di lettura: «Cadialis» è quello che la pagina stampa, e con ogni probabilità è un guasto per Cardinalis, ma la correzione non è stata fatta in silenzio.
  54. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 8109, Cronica di Sinigaglia di Gio: Francesco delli Ferrari nella copia di Gio: Bartolomeo Moioli (1578), c. 101v — immagine Vat.lat.8109_0206_fa_0101v.jp2, riquadro 206 del manifesto IIIF, https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.8109. Letta il 23 agosto 2026 sull'immagine a piena pagina a 1.500 px e su tre ingrandimenti a 2.000 px (le prime righe, il fondo carta, e la sola parola dubbia a 1.600 px sul suo rigo). È una lettura mia di una fotografia, non una trascrizione d'edizione: le parole fra parentesi quadre e la parola segnata [?] sono dubbie, e la punteggiatura, gli a capo e lo scioglimento delle abbreviazioni sono miei. Le maiuscole grandi (SIGISMONDO, FEDERICO, SENOGAGLIA, PIO) sono del manoscritto: il Ferrari ingrandisce i nomi propri. La cancellatura di «cinquanta nove» e il «sessanta tre» soprascritto sono sull'immagine, non congetture. La carta porta il titolo corrente libro Tertio ed è l'ultima del Libro terzio: il Libro quarto comincia alla c. 102r (vedi La cronaca del Ferrari, letta da casa). A margine in basso, mano d'epoca: «Battaglia tra Federico [et] Sigismondo vicino [Senogaglia?]». Le immagini della Vaticana sono «all rights reserved» e non sono pubblicate qui: copie di lavoro in sources/cache/ (vat-lat-8109-0101v.jpg, -0101v-mondavio, -0101v-fonti, -0101v-battaglia, -0101v-parola).
  55. Lodovico Siena, Storia della città di Sinigaglia, 1746 — stessa edizione e stesso esemplare digitalizzato della nota [^siena] qui sopra: la guerra del 1461-1463 alle pp. 141, 144, 146-149 — carte 148, 152, 154-157 della scansione. Riletto il 23 agosto 2026, e come sempre su questo libro le cifre e i nomi propri sono stati letti sulle immagini delle pagine, non sul testo automatico, che qui sbaglia parecchio: legge «14^2.» per 1462, «Cuestrefca» per Gueltresca, «Earchi» per Barchi e «Iviondavio» per Mondavio. Le pagine sono state ritagliate e ingrandite con convert. I due anni citati in cifre — 1461 a p. 141 e 1462 a p. 144 — e la data della resa, «nel dì ottavo del mese d'Ottobre», sono stati verificati uno per uno sull'immagine. Le fonti in margine alla resa sono stampate nel libro e trascritte qui come stanno; non sono state controllate a loro volta. Copie di lavoro in sources/cache/ (siena-leaf148.jpg, -leaf152, -leaf156, -leaf157 e i ritagli).
  56. Lodovico Siena, Storia della città di Sinigaglia, 1746 — stessa edizione e stesso esemplare digitalizzato della nota [^siena]: l'infeudazione ad Antonio Piccolomini e la sottomissione del 14 ottobre 1464 stanno a p. 150, la continuazione (i privilegi, la Fiera della Maddalena, il governatore Giacopo Vanucci vescovo di Perugia) a p. 151. Letta il 23 agosto 2026. Attenzione, ed è una deroga dichiarata alla regola che questo sito applica a Siena: l'endpoint archive.org/download/storiadellacitta00sien/page/nNNN — quello con cui il cantiere scarica da mesi le pagine di questo libro — non serve l'immagine della p. 150: n157 restituisce la p. 149 e n158 la p. 151, verificate tutte e due a vista il 23 agosto 2026. La p. 150 è dunque letta sul solo testo automatico (sources/cache/siena-1746-sinigaglia.txt, pagina 158 del djvu.xml), e su quel testo l'anno della morte di Pio II esce come «14^4.», cioè illeggibile. Nessuna cifra citata in questa sezione è presa da lì: il 1464 e il 14 agosto vengono dalla c. 106r del Vat. lat. 8109 (vedi [^dvl-1464]), il 14 ottobre dal margine della c. 106v dello stesso codice; sul testo automatico della p. 150 «ai 14. d'Ottobre» si legge senza guasti, e questo è il valore che gli do — conferma, non prima attestazione. La p. 151 è stata letta sull'immagine (sources/cache/siena-leaf158.jpg) ed è di lì che vengono la Fiera della Maddalena e il nome del governatore. Da guardare, chi torna qui: in margine alla p. 151 Siena rimanda a «Append. VI.» e a «Sub Paulo II. in antiqu. lib. 1. Offic. fol. 134. In novo loc. 20. fol. 9. existen. in hac Pub. Secret.» — cioè l'atto della sottomissione del 1464 sarebbe stampato in appendice al suo stesso libro, e questo sito non l'ha mai aperto. (Aperto il 23 agosto 2026, poche ore dopo: vedi la nota [^siena-app6].)
  57. Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 8109, Cronica di Sinigaglia di Gio: Francesco delli Ferrari nella copia di Gio: Bartolomeo Moioli (1578), https://digi.vatlib.it/view/MSS_Vat.lat.8109. Dieci facce del Libro quarto — cc. 105r, 105v, 106r, 106v, 107r, 107v, 108r, 108v, 109r, 109v (riquadri 213-222 del manifesto: carta N recto = riquadro 2N+3) — lette a piena pagina a 1.500 px il 23 agosto 2026, più cinque ingrandimenti: la frase sul vicariato della c. 107r (ritagli pct:18,48,72,9 e pct:55,47,36,8 a 3.000 px), l'ambasceria della c. 107v (pct:15,9,75,9 a 3.000 px), l'ingresso di Roberto Malatesta nel vicariato della c. 109v (pct:15,61,75,9 a 3.000 px), l'anno scritto in lettere e la nota «14 Agosto / 1464» della c. 106r (pct:12,27,62,7 a 2.600 px) e le note marginali delle cc. 106r e 106v (pct:9,71,14,17 e pct:9,24,14,17 a 1.400 px). È una lettura mia di fotografie, non una trascrizione d'edizione: punteggiatura, a capo e scioglimento delle abbreviazioni sono miei, e le parole fra ⟨ ⟩ sono integrazioni o dubbi dichiarati. Le maiuscole grandi sono del manoscritto, non enfasi mia. Sulla c. 107r, fra «SENOGAGLIO» e «il vicariato», c'è una parola abbreviata che non sciolgo: il senso richiede qualcosa come «co⟨n⟩ tut⟨t⟩o», ma la lettura non è sicura e la lascio segnata come parola abbreviata. Le due note marginali sono di mano più tarda del testo e non sono del Ferrari; quella della c. 106r è cancellata riga per riga e riscritta sulla c. 106v. Sulle stesse carte una mano correttrice cancella ripetutamente un nome proprio e scrive sopra «Mattheo» (cc. 106v, 107r, 108r), come sulla c. 101v cancella «cinquanta nove» per «sessanta tre»: qualcuno ha collazionato questa copia con qualcos'altro. Nelle dieci facce non compaiono né Monteporzio né Castelvecchio. Copie di lavoro in sources/cache/ (vat-lat-8109-0105r.jpg … -0109v.jpg e sei ritagli): non pubblicate, le immagini della Vaticana sono «all rights reserved».
  58. Lodovico Siena, Storia della città di Sinigaglia, 1746, stesso esemplare digitalizzato della nota [^siena] — Appendice, documento VI, pp. 344-350. Letto il 23 agosto 2026. Le sette pagine sono state lette sul testo automatico del _djvu.xml (sources/cache/siena-1746-djvu.xml, riquadri 352-358); le pagine da cui viene una citazione di questa sezione sono state poi controllate sull'immagine, come questo sito fa sempre su Siena: p. 344 — il titolo del documento e il rimando «Vedi a cart. 151.» in margine (sources/cache/siena-leaf351.jpg); p. 349 — il capitolo della Fiera della Maddalena, trascritto qui parola per parola dall'immagine (siena-leaf356.jpg); p. 350 — la data «die 4. Novembris 1464», letta sull'immagine perché è una cifra (siena-leaf357.jpg). Le abbreviazioni sciolte sono segnate fra ⟨ ⟩; il resto è come stampato, comprese le grafie «Sinig.», «Contà», «Comtà». Sul modo di scaricare le pagine di questo libro e sul perché il numero n dell'endpoint di Internet Archive non coincide con il numero di pagina, si veda la sezione dedicata in Archivi e manoscritti.
  59. Franca Petrucci, voce «DELLA ROVERE, Giovanni», in Dizionario Biografico degli Italiani, volume 37 (1989), Istituto della Enciclopedia Italiana: https://www.treccani.it/enciclopedia/giovanni-della-rovere_(Dizionario-Biografico)/ — consultata il 16 agosto 2026. Le frasi citate stanno nel secondo capoverso della voce (matrimonio, investitura, censo; arrivo del castellano il 23 ottobre); il rimando a Siena e quelli ad Anselmi e a Monti Guarnieri stanno nelle «Fonti e Bibl.» in coda. La voce non nomina Monteporzio né Castelvecchio e non elenca i castelli del vicariato.
  60. «Cenni storici su Mondavio», scheda 8169 della Banca dati La Valle del Metauro, Associazione Naturalistica Argonauta (Fano): https://www.lavalledelmetauro.it/contenuti/comuni-del-bacino/scheda/8169.html — consultata il 16 agosto 2026. La scheda dichiara «Data di redazione: 01.01.1999» e «Ultima modifica: 26.10.2009»; i campi Autori e Bibliografia del «Dettaglio scheda» sono vuoti. La frase sul metodo della banca dati («ogni argomento presente nella Banca dati riporta il nome dell'autore, la data di stesura e dell'ultimo aggiornamento») è nel piede della stessa pagina.
  61. Alberto Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, cit. alla nota precedente, capitolo VIII, «La famiglia Montevecchio», che comincia a p. 61. Le righe usate qui stanno alle pp. 66-67: la divisione dopo la morte di Ramberto, l'investitura del 4 gennaio 1474 da parte di Sisto IV, il testamento di Ottaviano del 2 febbraio 1495, la frase su Giulio e Tiziano, la decapitazione di Luigi Iuniore a Cagli nel 1503 e il breve di Leone X del 29 aprile 1520. Polverari dà per il testamento del 1495 l'indirizzo d'archivio «Bibliot. Vatic., Arch. Barberini, cred. III, cass. 38, mazzo XXVII, n. 175, ff. 17r-20r», e per la frase su Giulio rimanda in nota a montevecchio almerici, pp. 50-60, cioè a Laura di Montevecchio Almerici, Famiglia Montevecchio, Roma, Stabilimento Danesi, 1909, che è nella bibliografia dello stesso volume. Nota sul come è stata trovata: il testo estratto dal PDF conserva la sillabazione della pagina stampata, e «Tizia-no» vi sta spezzato in due righe; la parola è comparsa solo dopo aver ricucito i trattini con strumenti/scuci-sillabazione.py. Il file ricucito serve a trovare, mai a citare: la citazione qui sopra è ripresa dal testo originale. Riletto il 2 settembre 2026 sulla copia in cache.
  62. Giulio da Montevecchio — Di Fano, scheda del repertorio Condottieri di ventura (raccolta biografica di capitani di ventura italiani): https://condottieridiventura.it/giulio-da-montevecchio-di-fano/ — consultata il 2 settembre 2026. Riporta titoli e signoria («Conte. Signore di Torre, nei pressi Camerino»), una cronologia militare dal 1513 al 1555, i committenti (Chiesa, Francia, Venezia, Urbino, Firenze, Impero) e, all'anno 1555, «Muore. Sposa Cornelia da Varano». È un repertorio compilativo, non una fonte primaria, e la sua scheda non cita per esteso da dove prenda le singole voci: vale come riscontro dell'esistenza e degli anni di un capitano con questo nome, non come prova di ciò che il libro di Polverari aggiunge. La scheda non nomina né Tiziano né alcun luogo di questo comune.