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Il giorno in cui il paese cambiò Stato

Domenica 16 settembre 1860, alle cinque del pomeriggio, la popolazione di Monteporzio si raduna nella sala maggiore del palazzo municipale. Lo stemma pontificio era già stato tolto due giorni prima. Il verbale di quella riunione e quello gemello di Castelvecchio sono trascritti per intero in un libro del 1980: qui sono letti riga per riga.

Ultima verifica: 3 ottobre 2026.

Monte Porzio (PU), non Monte Porzio Catone (RM). Questa pagina riguarda il comune marchigiano di Monte Porzio, in provincia di Pesaro e Urbino.

Fin qui, su questo sito, il 1860 di Monte Porzio era fatto di due date prese da fuori: il 14 settembre, quando l'esercito di Cialdini si accampò da qualche parte fra Senigallia e Mondolfo, e il 22 dicembre, quando a Torino un decreto di due articoli mise il comune dentro la provincia di Pesaro e Urbino. Stanno tutte e due in Il Comune di Monte Porzio, e nessuna delle due fonti nomina il paese: servivano a datare, non a raccontare.

Fra quelle due date c'è un pomeriggio in cui il paese fece qualcosa da sé, e ne scrisse il verbale. Quel verbale esiste, ed è trascritto per intero — insieme al suo gemello di Castelvecchio — nell'Appendice dei documenti del volume di Alberto Polverari, alle pp. 179-181.[1] Sono i documenti n. 11, dall'archivio comunale di Monteporzio, cartella 9.[1] Gli originali non li ho visti: quello che segue è la lettura della trascrizione a stampa, ricontrollata sull'immagine della pagina.

Che cosa dice l'atto

Comincia con l'intestazione del sovrano nuovo, quando il sovrano nuovo non aveva ancora nessun titolo su queste colline:

«In nome di Sua Maestà Vittorio Emanuele II Re d'Italia.

Monteporzio oggi giorno di Domenica 16 Settembre 1860 - ore cinque pomeridiane».[1]

Poi il racconto di quello che era già successo — ed è la parte che sul sito non c'era:

«La Popolazione del Comune di Monte Porzio avendo veduto con compiacenza che l'attuale Rappresentanza Municipale trovatasi libera di esprimere il voto pubblico, aveva spontaneamente fatto deporre sino da due giorni avanti lo Stemma Pontificio ed innalzato sopra una finestra della Casa Municipale la Bandiera Nazionale Italiana, ha desiderato, perché nulla rimanesse dei vecchi ordini, già caduti, di nominare una nuova Rappresentanza Municipale Provvisoria, la quale assumesse le redini della pubblica amministrazione ed aderisse altresì alla tanto sospirata annessione al glorioso Regno dell'inclito Re Sabaudo, le di cui armi vittoriose erano di già entrate in questa nostra Provincia».[1]

Quindi la riunione:

«È a quest'effetto che oggi all'ora sudetta la Popolazione di (...) si è in massa presentata nella sala maggiore del Palazzo Municipale per dare il proprio voto che ha espresso nei termini seguenti: Desiderarne che alla testa del Municipio per prendere le redini della pubblica amministrazione e per secondare le viste della Giunta Provvisoria di Governo istituita in Mondavio siano chiamati i Signori».[1]

Il «(...)» è nella trascrizione a stampa: lì l'atto ripeteva il nome del luogo, e l'editore lo ha abbreviato perché è il punto in cui i due documenti divergono.

Seguono i nomi — sei in tutto, tre per paese, stampati su due colonne affiancate:[1]

per Monteporzioper Castelvecchio
Conte Francesco di Montevecchio1 Magini Francesco
Domenico Paolini2 Montanari Odoardo
Michele Cattalani3 Bronzini Èrcole

(La numerazione e l'accento su «Èrcole» sono nella stampa; i nomi di Monteporzio sono senza numeri, quelli di Castelvecchio con.)

E la chiusura:

«i quali essendosi trovati presenti ed avendo dichiarato di accettare, siccome accettano di buon grado l'onorevole incarico sopradetto prendendo la denominazione di Commissione Provvisoria Municipale, non che di aderire pienamente al provvido Governo che va ad inaugurarsi sotto il glorioso nome dell'encomiato Monarca, sono stati immediatamente insediati ed hanno preso possesso del loro officio col pubblico plauso.

Viva Vittorio Emanuele II Re d'Italia

Viva l'Italia unita.

Dopo di che sonosi firmati come appresso, ordinando che un tale atto venisse subito portato a cognizione dell'eccellentissima Giunta di Governo residente in Mondavio.

La Commissione Municipale Provvisoria».[1]

«Sonosi firmati come appresso», ma le firme non sono trascritte: sotto la formula finale, nel libro, non c'è nessun nome. Chi ha firmato quel foglio, e come si scriveva, lo sa solo la cartella 9 dell'archivio comunale.

Due giorni prima

L'atto data un fatto che non è l'atto: lo stemma pontificio tolto dalla facciata e il tricolore messo sopra una finestra del municipio «sino da due giorni avanti». Per Monteporzio, che vota il 16 settembre, due giorni avanti è il 14 settembre 1860.

È lo stesso giorno in cui, secondo lo studio di T. Zampetti-Biocca già citato in Il Comune di Monte Porzio, «il giorno 14, l'esercito del Cialdini s'accampò tra Senigallia e Mondolfo». L'accostamento è mio, e va preso per quello che è: le due fonti non si nominano a vicenda, il comune non confina né con Senigallia né con Mondolfo (i suoi cinque vicini stanno in Dove finisce il comune), e l'atto non dice perché lo stemma fu tolto quel giorno e non un altro. Dice però una cosa che va nella stessa direzione, e la dice da sé: le armi del Re erano «di già entrate in questa nostra Provincia».

C'è un dettaglio che questa aritmetica lascia aperto. L'editore avverte che i due documenti sono identici salvo il luogo, il giorno e l'ora: se «sino da due giorni avanti» sta anche nell'atto di Castelvecchio, che vota il 17, allora lì lo stemma sarebbe caduto il 15, un giorno dopo. Formula ripetuta o due date diverse, dal libro non si decide.

Il conte che presiede l'annessione

Il primo nome della lista di Monteporzio è Conte Francesco di Montevecchio: cioè un membro della famiglia che aveva tenuto questo territorio in feudo dal 1428, e che l'aveva perso con Napoleone. Cinquantasei anni dopo la fine del feudo, un Montevecchio è alla testa della commissione che porta il paese nel Regno d'Italia — e non solo qui: lo stesso capitolo dice che «nella Giunta Provvisoria di Governo del circondario di Mondavio è membro anche Montevecchio conte Francesco».[2] La stessa Giunta di Mondavio alle cui «viste» l'atto dichiara di volersi conformare.

Quale Francesco sia, fra i molti della famiglia, il libro non lo dice: la pagina dei conti di Montevecchio segue la successione feudale fino al 1804 e non oltre, e di conti Francesco, nel volume, ce n'è più d'uno. La continuità in sé, però, il libro la afferma per tutta la famiglia: dopo la fine del feudo i Montevecchio restano in paese «spesso alla carica principale del comune; inoltre sempre qualcuno di essi è nel consiglio» — è la frase da cui parte Il generale morto in Crimea.

Un candidato c'è, ed è già su questo sito. L'inventario parrocchiale del 1918, trascritto nello stesso volume, dice che alla morte del conte Antonio — quello che era presidente del Consiglio comunale di Monteporzio e morì in carica nel 1810 — «i figli Conte Francesco, Rinaldo e Rodolfo» rifiutarono l'eredità.[3] Quel Rodolfo è, quasi di sicuro, il generale morto in Crimea nel 1855; e allora il Francesco della lista sarebbe suo fratello, sui sessant'anni nel 1860, di una famiglia che nel 1899 aveva ancora in paese la figlia di lui, la contessa Teresa. È un'ipotesi mia, e la lascio tale: il libro non collega mai i due passi, non dà date di nascita né di morte per quel Francesco, e non esclude che il conte del 1860 sia un altro. Il ragionamento — con i suoi limiti — sta per esteso nella pagina del generale.

Sopra la Giunta di Mondavio c'è un solo altro nome, e il libro lo dà in una riga secca: «Luigi Tanari è il Commissario Regio per la provincia di Urbino e Pesaro».[2] È tutta la gerarchia che l'atto e il suo capitolo lasciano vedere: la popolazione radunata nella sala maggiore, tre uomini nominati sul posto, una Giunta Provvisoria di Governo a Mondavio, un Commissario Regio per la provincia, e in cima l'intestazione al Re.

Nella stessa nota, l'autore segnala che in una relazione del Comitato nazionale di Fano, letta in Assemblea il 28 febbraio 1861, «si nota tra i benemeriti il conte Annibale di Montevecchio».[2] È un secondo nome della famiglia nelle carte del 1860-61, e non è quello dell'atto.

Gli altri cinque nomi hanno un seguito documentato in un caso solo: Montanari Odoardo, di Castelvecchio, è anche il primo sindaco del comune unito, dal 1861 — identificazione discussa, con le sue cautele, in Chi ha amministrato il paese.

Dove i due atti non sono identici

L'intestazione del documento dice: i due atti, «distinti per il comune di Monteporzio ed il "comune" di Castelvecchio, sono identici, ad eccezione del luogo del giorno e dell'ora».[1] Le virgolette intorno al secondo comune sono dell'editore, e sono la stessa cosa che dice altrove: quegli atti «sono gli ultimi a testimoniare l'autonomia di Castelvecchio» (la storia di quel paese sta in Castelvecchio).

Ma la trascrizione stessa, con le sue parentesi, registra cinque punti di divergenza, e due non rientrano in «luogo, giorno e ora»:

Nel documento di MonteporzioNel documento di Castelvecchio
«Monteporzio oggi giorno di Domenica 16 Settembre 1860 - ore cinque pomeridiane»«Castelvecchio oggi giorno di Lunedì 1860 - ore 9 antimeridiane»
«La Popolazione del Comune di Monte Porzio»«Castelvecchio»
tre nomitre nomi diversi
«col pubblico plauso»«coll'unanime plauso»
«dell'eccellentissima Giunta di Governo»«dell'eccellentissima Giunta provvisoria di Governo»

Sono differenze da poco, e proprio per questo istruttive: due copie della stessa formula, scritte a un giorno di distanza in due paesi che stavano per diventare uno solo, e già non coincidono parola per parola. È il tipo di scarto che si vede solo quando un editore trascrive tutti e due i testi invece di riassumerne uno.

Nella variante di Castelvecchio manca il numero del giorno: la trascrizione dà «oggi giorno di Lunedì 1860», senza il «17 Settembre» che pure sarebbe la differenza principale fra i due atti. Che la data sia il 17 settembre lo si sa dal corpo del libro, non da questa riga.[2]

Una verifica che non costa niente

I giorni della settimana tornano. Il 16 settembre 1860 fu una domenica e il 17 un lunedì, esattamente come scrivono i due atti. È un controllo debole — un falsario attento lo passerebbe — ma è indipendente dal libro, e su una trascrizione ottocentesca copiata a stampa nel 1980 e poi ristampata nel 2014 elimina almeno la possibilità di un numero sbagliato per distrazione lungo la catena delle copie.

Otto giorni prima: la notte di Pergola

L'annessione formale, avverte l'autore, «era stata preceduta [...] dalla rivolta di Pergola del giorno 8 settembre», quando «coperti dall'oscurità della notte, giungevano a Pergola, secondo i piani prestabiliti, i patrioti dei centri minori».[2] Segue un elenco, che vale la pena di dare per intero perché misura la partecipazione dei paesi della zona:

UominiDaCapitanati da
52S. LorenzoMarco Monti
14MondavioBernardino Ferri
18CastelvecchioGondisalvo Vitali
25Montenovo e BarbaraTaddeo Montanari
70Corinaldo e MondolfoCesare Cesarmi e Lodovichetti Temistocle
100JesiGaspare Leone

Sono 279 uomini. La riga di Castelvecchio era già su questo sito; l'elenco intero no, ed è quello a dare la misura: da Castelvecchio partirono più uomini che da Mondavio, che di quel circondario era il capoluogo, e più che da ogni altro centro dell'elenco tranne San Lorenzo, Corinaldo-Mondolfo e Jesi. Quanti abitanti avesse allora Castelvecchio non lo so con una fonte del 1860: dieci anni dopo, al censimento del 1871, il solo abitato ne contava 656 (la serie completa è in Castelvecchio).

Monteporzio in questo elenco non c'è. L'elenco è quello dei «centri minori» riportato da una fonte del primo Novecento che non ho letto, e un'assenza in una lista non è una prova di assenza sul posto; ma la lista nomina Castelvecchio e non nomina il capoluogo, e questo va scritto così com'è.

Il mese che non torna

Il capitolo si apre citando una relazione del Comitato nazionale di Fano:

«La mattina del 16 (giugno 1860) Fano per prima, Pergola e Fossombrone subito con lei, e nel giro di 24 ore Senigallia, Urbino, Cagli, e quante terre e castella ha la Provincia abbattevano gli stemmi papali e salutavano il tricolore, acclamando Vittorio Emanuele».[2]

Il «(giugno 1860)» è in corsivo dentro la citazione: è un'aggiunta dell'editore, non della fonte citata. E non sta in piedi con il contesto in cui è messo: il capitolo si intitola «Dai 16, 17 settembre 1860 al presente», la frase serve a dire che fra «quelle terre e castella» ci sono Monteporzio e Castelvecchio, e i due atti che ne seguono sono di settembre. O la parentesi è un lapsus per settembre, o la citazione riguarda un fatto diverso di tre mesi prima e allora non prova quello per cui è addotta.

Non decido: la relazione di Alessandrini non l'ho letta, e senza l'originale non si sa se il mese ci fosse o no. Lo segnalo perché chiunque legga quella pagina ci inciampa, e perché è precisamente il punto in cui il libro salda una fonte generale sulla provincia al caso di questo paese.

E il capitolo prima dà un'altra data ancora

(aggiunto il 2 settembre 2026.) Il capitolo XIII, quello che chiude la serie degli amministratori pontifici, si congeda dal 1860 con questa frase:

Al 6 agosto 1860 con l'annessione al Regno d'Italia si avrà la Giunta Provvisoria di Governo, come si vedrà nel capitolo seguente.[4]

Il capitolo seguente è quello letto in questa pagina, e dice 16 e 17 settembre. Il rimando è esplicito e non si ritrova: non sono due fatti diversi messi vicini, è la stessa frase che rinvia a sé stessa. Il numero è stato riletto sull'immagine della p. 110 resa a 220 punti per pollice prima di scriverlo. Non scelgo fra le due date; la discussione, con le tre osservazioni che si possono fare, sta in La strada che il paese non voleva, che è la pagina nata da quel capitolo.

Tradizione orale / da verificare — e cose non risolte

Che cosa questa pagina non dice

Note

  1. Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, cit.,[3] Appendice dei documenti, n. 11, «1860 settembre 16, 17, Monteporzio e Castelvecchio. Annessione di Monte Porzio e di Castelvecchio al Regno d'Italia», pp. 179-181 della numerazione a stampa (pp. 171-173 del PDF). Fonte dichiarata dall'editore: Archivio comunale di Monteporzio, cartella 9. Letto il 2 settembre 2026 sul testo estratto dal PDF in cache e ricontrollato sull'immagine delle pp. 180 e 181 resa a 220 dpi (sources/cache/q150-doc11-001.png e -002.png): il testo estratto vi combacia parola per parola, comprese l'impaginazione dei sei nomi su due colonne, l'accento di «Bronzini Èrcole» e l'assenza del numero del giorno nella variante di Castelvecchio.
  2. Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, cit.,[3] capitolo XIV, «Nel Regno e nella Repubblica d'Italia unita (Dai 16, 17 settembre 1860 al presente)», p. 115 e nota 1 della stessa pagina. Letto il 2 settembre 2026 sul testo estratto e ricontrollato sull'immagine della p. 115 resa a 220 dpi (sources/cache/q150-p115.png), da cui vengono la citazione di Alessandrini con la parentesi «giugno 1860», la menzione del conte Annibale, l'elenco dei patrioti di Pergola e la frase su Luigi Tanari «Commissario Regio per la provincia di Urbino e Pesaro». La nota rimanda a Alessandrini, II, p. 65, doc. n. 55 (Relazione del Comitato nazionale di Fano, letta nell'Assemblea il 28 febbraio 1861) e p. 70, e a Sebastianelli, Il patriottismo Pergolese, p. 67: nessuno dei due è stato visto.
  3. Alberto Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, Ancona, Consiglio regionale delle Marche, 2014 (ristampa dell'edizione di Urbino, 1980), «Quaderni del Consiglio regionale delle Marche» n. 150: https://www.consiglio.marche.it/informazione_e_comunicazione/pubblicazioni/quaderni/pdf/150.pdf Sulle cautele d'uso di questa fonte — secondaria, del 1980, non indipendente dal proprio oggetto — si veda Storia. Copia digitale in sources/cache/quaderno-150-consiglio-marche.pdf, dal risveglio 3.
  4. Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, cit.,[3] capitolo XIII, «Da Napoleone fino a Vittorio Emanuele II (Anni 1797-1860)», p. 110 della numerazione a stampa (p. 104 del PDF). Letto il 2 settembre 2026 sul testo estratto dal PDF in cache e ricontrollato sull'immagine della p. 110 resa a 220 dpi (sources/cache/q150-cXIII-p104.png), da cui è stata riletta la data «6 agosto 1860». Il capitolo è letto per intero in La strada che il paese non voleva.