Una carta topografica settecentesca, un'iscrizione sotto l'orologio e due mappe catastali del 1825: la forma dell'abitato prima che diventasse quella di oggi — e una tavola del libro che non è il documento che sembra.
Ultima verifica: 4 ottobre 2026.
Le altre pagine di questo sito dicono chi comandava e di che cosa si viveva. Questa prova a dire una cosa ancora diversa: che forma aveva il paese, prima che avesse quella di adesso — dove passavano le strade, dove stava la gente, che cosa c'era nella piazza.
Anche qui la fonte è quasi sempre una sola: Alberto Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, 1980.[1] È secondaria, ha quarantasei anni, e in questa pagina descrive per lo più immagini — una carta topografica e due mappe catastali — che il libro riproduce e che io non ho visto. Leggo la descrizione di chi le ha guardate. Dove il libro virgoletta una scritta che sta dentro la carta, la riporto come citazione; tutto il resto è il suo racconto, non il mio.
Una precisazione che ho potuto aggiungere solo dopo aver guardato le tavole stampate nel volume, ed è una precisazione in peggio: la figura del castello che il libro riproduce non è la carta settecentesca, è una ricostruzione moderna. Il perché sta più sotto, nella sezione «La figura stampata nel libro non è quella carta».
Polverari segnala una carta topografica disegnata nel Settecento e ritrovata «nel palazzo dell'amministrazione di Terni (ex palazzo del duca)», intitolata «DISEGNO DEL CASTELLO DI MONTE PORTIO». La definisce «fondamentale per lo studio sullo sviluppo del centro storico», e la riproduce nel libro.[1]
Il libretto del santuario del 2000 ripete la stessa notizia — stesso palazzo di Terni, stesso titolo, stesso giudizio — e ci aggiunge una data che in Polverari non c'è: la carta sarebbe «disegnata nel 1700».[2] Va presa per quello che è. Quel libretto dichiara di dipendere da Polverari, quindi non è un secondo testimone; e una data secca al posto di un secolo, comparsa vent'anni dopo in un riassunto, è il genere di precisione che tanto spesso nasce per arrotondamento. La tengo qui perché è una cosa da verificare sulla carta vera, che sta a Terni, non perché la creda.
Quello che la carta mostra, secondo lui:
Il giudizio d'insieme è di Polverari, e vale come giudizio: un centro «ben ordinato e provvisto, aperto e sereno senza preoccupazioni militari».[1] Un castello che nel Settecento non ha più niente da difendere.
Il volume riproduce fuori testo, a p. 243, una tavola con la didascalia «Castello di Monteporzio, secolo XVIII»: una veduta a volo d'uccello, con le case disegnate una per una, alcune figurine di persone nella piazza, e in basso una legenda di una trentina di voci.[3] Sono andato a guardarla, ed è la figura a dire di non essere il documento del Settecento.
Il cartiglio in alto a sinistra non porta il titolo che Polverari cita — «DISEGNO DEL CASTELLO DI MONTE PORTIO» — ma una scritta corsiva in italiano moderno, «Castello di Monte Porzio», e sotto, fra parentesi, un intervallo di anni: «(dal 1650 al 1750)». Della prima data la terza cifra oscilla, agli occhi miei, fra 5 e 6; la seconda la leggo 1750. Ma le cifre esatte non servono all'argomento, e l'argomento è questo: una carta disegnata nel Settecento non si intitola «dal 1650 al 1750». Quel modo di datare è di chi guarda un periodo da fuori — di chi ricostruisce, non di chi rileva. In basso a sinistra, fra parentesi, ci sono poi un nome e quattro cifre, nel posto e nel modo in cui si firma un disegno; alla risoluzione della scansione non li leggo.
Il libro sa distinguere, quando vuole. La tavola accanto — la «Pianta generale di Castelvecchio, secolo XVII», p. 242 — porta scritto a mano dentro la cornice, e in chiaro: «Pianta di Castelvecchio (fac-simile da antico disegno)» e «(i numeri indicano le località da identificare nel disegno originale)». Lì l'avviso c'è. Sulla tavola di Monteporzio non c'è, e una didascalia che dice «secolo XVIII» invita a prendere il disegno per il documento.
C'è una seconda cosa, e riguarda il modo di leggere. La legenda della tavola ha una trentina di voci scritte a mano, e a occhio mi sembra di riconoscervi proprio le parole che Polverari virgoletta nel testo qui sopra — il palazzo del Pubblico, la chiesa dei conti, la piazza. Non le riporto. In una lettura a vista, aspettarsi una parola è il modo più sicuro di vederla: avevo letto il testo prima di guardare la figura, e un riscontro ottenuto così non è un riscontro. Restano illeggibili finché non se ne trova una riproduzione migliore.
La strada che scendeva verso il fiume passava «subito dietro il tempietto della "Polissena", addossato alla casa dei Catalani (già dei Benni)». E lì intorno, scrive Polverari, «si radunava il popolo ogni sera, al suono della campanella (che esiste tuttora), per la recita del santo Rosario, pratica fatta cessare dal sindaco Annibale Pinzani farmacista».[1]
Sono due righe, e dentro ci sono tre cose che non so:
L'ultima è una domanda per chi ci passa davanti, non per un archivio.
Per far capire ai suoi lettori dove fosse l'osteria del conte Astorre, Polverari scrive che stava «nel sito della locanda di Tullio».[1] È un riferimento del 1980, non del Settecento: il modo in cui in un paese si spiega un posto a chi ci vive. Se oggi la locanda di Tullio non dica più niente a nessuno, l'indicazione è già diventata inservibile — e questa pagina la conserva soprattutto per quello.
Questa è l'unica cosa della pagina che chiunque può controllare senza entrare in un archivio: basta guardare in alto. Polverari riporta l'iscrizione posta sotto l'orologio comunale:
«Pompeius. Federicus. Rainaldus. / comites. Montis. Veteris. / ex cur An(no) D(omini) / MDCCXXXXIII»[1]
Cioè: Pompeo, Federico e Rinaldo, conti di Montevecchio, anno del Signore
1743. Le abbreviazioni fra parentesi sono sciolte da Polverari; ex cur lo
lascio come sta, perché scioglierlo sarebbe indovinare.
I tre sono di rami diversi della stessa famiglia: Pompeo (Camillo) di Annibale e Rinaldo di Francesco Maria II della linea di Rodolfo, e Federico, succeduto al padre Giuseppe di Camillo di Pierluigi II.[1]
Polverari lega la crescita del paese a una scelta di famiglia: ai Montevecchio «era assai gradito il soggiorno di questo luogo, specialmente dalla seconda metà del Seicento», cioè da quando era stato tolto loro il feudo originario del castello di Montevecchio.[1] Il paese cresce perché i signori, persa la residenza di prima, si trasferiscono qui.
Con il conte Pompeo Camillo Monteporzio diventa «residenza abituale». Il libro racconta anche il motivo per cui non andarono altrove, e lo prende da un altro autore — è quindi una citazione di secondo grado: Pompeo Camillo, risposato con Maddalena figlia del duca Isidoro Benedetti di Spoleto e padre con lei di dodici figli, aveva restaurato per assecondarla la villa di San Biagio presso Fano; ma quel luogo era insidiato dai corsari, e i conti «si ritirarono nell'asilo sicuro della contea di Monteporzio».[1]
A chiudere il secolo, sempre secondo il libro, è la costruzione del Palazzo Montevecchio — «quello del duca, a sinistra guardando l'orologio» — attribuita all'architetto arceviese Andrea Vici, discepolo del Vanvitelli. Anche questa attribuzione Polverari non la ricava da sé: la cita da un altro studio.[1]
Nel 1769, al tempo del vescovo Ippolito De Rossi, in tutte le parrocchie della diocesi di Senigallia viene compilato uno stato d'anime «assai esatto», con le famiglie e i loro componenti distinti per età e sesso; e siccome lo scopo è pastorale, di ogni persona si annota se cresimata, confessata e comunicata.[1]
Polverari ne ricava dei prospetti — popolazione divisa fra campagna e castello, per famiglie, per età e sesso. Sono tabelle stampate che l'estrattore di testo non produce: nel testo piatto quelle pagine hanno un buco, e per mesi questa pagina ha detto che quindi «non li ho». Il 3 settembre 2026 le pagine sono state rese a immagine e le tabelle lette a vista, come i due elenchi: stanno ora, tutte e sei, nella pagina sullo stato d'anime del 1769. Per Monteporzio la prima dà 40 famiglie e 350 persone in campagna, 59 e 222 nel castello, 99 e 572 in tutto — le stesse cifre a cui il conteggio riga per riga era arrivato per conto suo.
Il testo corrente aggiunge il commento. I contadini erano nettamente più numerosi dei paesani, ma stavano in meno famiglie: la famiglia patriarcale di campagna, dove i figli restano in casa anche da sposati, contro il nucleo più piccolo del paese.[1] Da lì viene anche la differenza di età media, che lui dà così:[1]
| in campagna | 28,39% |
|---|---|
| nel castello | 30,65% |
| in tutto il territorio | 29,27 |
(3 settembre 2026.) Quei tre numeri si possono ora collaudare, perché la tabella che li genera è stata letta: (28,39 × 350 + 30,65 × 222) ÷ 572 = 29,267, cioè il 29,27 stampato. La media dell'età è calcolata sulla ripartizione 350/222 — e con il 227 delle anime numerate non tornerebbe.
Un solo altro numero, per il secolo prima: «dopo oltre un secolo dall'arrivo dei Montevecchio il numero della popolazione era salito a circa 200», ed è verso la fine del Cinquecento che si rende necessario ingrandire la chiesa pievanale.[1] Quel numero non è più solo una frase del libro: un testo latino di fine Cinquecento, che descrive la chiesa appena rifatta, scrive che vi si ha cura di «animarum N° 200».[1]
Circa duecento persone alla fine del Cinquecento; 572 nel 1769 — le righe dell'elenco parrocchiale contate una per una, e il numero della tabella dell'autore; il pievano, in fondo alla sua pagina, ne riepiloga 577, cinque in più di quante ne aveva scritte. 929 nel 1853, secondo la statistica pontificia — di cui 459 dentro il paese e 470 in campagna, in 126 case.
Il secondo sguardo dall'alto viene dal catasto. Nell'Archivio di Stato di Pesaro — dice Polverari — si conservano le «copie delle mappe originali di Monteporzio comune di Monteporzio e di Castelvecchio appodiato di Mondolfo», disegnate e dipinte nel 1825, che saranno «base di tutti gli aggiornamenti fatti nel Regno d'Italia fino al Novecento inoltrato».[1]
Il titolo stesso delle mappe è un dato amministrativo, e torna con quello che si legge sulla pagina di Castelvecchio: nel 1825 Castelvecchio è appodiato di Mondolfo — Monteporzio sta nel Governo di Mondavio, Castelvecchio in quello di Mondolfo. È la situazione fissata dal riparto del 1817, e siamo due anni prima del motu proprio del 1827 che farà di Castelvecchio un appodiato di Monteporzio. Le due date che quella pagina ricava dal riparto e dal motu proprio qui trovano un riscontro di passaggio, in un posto dove nessuno lo aveva messo apposta: nell'intestazione di una mappa.
Della Monteporzio del 1825 il libro dice:[1]
La prima: dove Polverari scrive che il borgo arriva «fino alla metà dell'attuale via Mazzini», il libretto scrive «fino all'incrocio di via Pinzani». Un punto più preciso e verificabile a piedi — ma è comparso in un riassunto, e non ho modo di sapere se chi lo ha scritto avesse davanti la mappa o solo il libro.
La seconda: il soprannome della via. Polverari, «detta volgarmente la costa del pozzo»; il libretto, «già via Forbiciai e della costarina del pozzo».[2] Costarina, con il diminutivo. Non so quale delle due forme si dicesse in paese, e la differenza è del tipo che si risolve chiedendo a qualcuno che l'abbia sentita dire, non aprendo un altro libro.
E una terza cosa, che non è una parola ma una torsione. Polverari descrive che cosa si vede su una mappa del 1825; il libretto ne fa un periodo di costruzione: «Nel primo Ottocento saranno fabbricate le case della via Mazzini…». La mappa dice come stavano le cose in un anno; la frase del 2000 dice quando furono fatte. È un passaggio piccolo e silenzioso, e trasforma una fotografia in una cronologia.
Di Castelvecchio la mappa mostra il borgo originario sorto a nord del castello Barberini e in parte a sud; la chiesa parrocchiale di Sant'Antonio staccata dall'abitato; verso il fiume una località detta «Pieve» — forse, scrive Polverari, dal fondo di proprietà della parrocchia; e a nord, dietro la chiesa, la direzione della chiesa del Crocifisso.[1]
Fin qui, di quelle mappe, avevo letto solo la descrizione. La tavola 6 del volume (p. 244) ne riproduce due, ridisegnate: una di Monteporzio e una di Castelvecchio. Non sono l'originale del 1825 e non lo dichiarano di essere: il cartiglio della prima dice, a mano, di essere una copia.[3]
Ecco che cosa portano scritto in testa, trascritto parola per parola.
Monteporzio. «Stato Ecclesiastico – Provincia d'Urbino – Delegazione d'Urbino e Pesaro – Governo di Mondavio – Comune di Monteporzio – copia della Mappa originale di Monteporzio – Comune di Monteporzio – Anno 1825 – Scala planimetrica 1:2000».
Castelvecchio. «Stato Ecclesiastico – Provincia d'Urbino – Delegazione d'Urbino e Pesaro – Governo di Mondavio – Appodiato di Mondolfo – Castelvecchio – Scala 1:2000».
È la stessa asimmetria amministrativa che il libro cita nel testo corrente, e che qui sopra fa da riscontro alle date del riparto del 1817 e del motu proprio del 1827. Averla letta sulla figura non la conferma una seconda volta: figura e testo stanno nello stesso volume, e la prosa di Polverari cita proprio quei titoli. Quello che cambia è la distanza — un passaggio in meno fra me e la carta, non una fonte in più.
Le due tavole hanno freccia del nord e scala grafica in metri (0-200). I nomi di luogo che ci si leggono nitidamente sono pochi e vanno presi per quello che sono, scritte su un disegno: a Monteporzio la Pieve di S. Michele Arcangelo (disegnata isolata, staccata dall'abitato, come dice il testo), il Fosso del Ponte, il Ponticello, una freccia «verso Castelvecchio»; a Castelvecchio il Colle, la Strada Comunale, la Strada Cesanense e il Poggetto.
Chi l'ha ridisegnata e quando non lo so: in basso a destra c'è una firma con un anno, «G. C…, 19…», e a questa risoluzione non si legge — la stessa cosa già verificata due volte su altre tavole del volume. L'unico limite che regge da solo viene da fuori: non è posteriore al 1980, anno della prima edizione del libro che la contiene.
E una cosa che riguarda il libro, non le mappe: la didascalia a stampa sotto la seconda figura dice «Stato Ecclesiastico: Monteporzio», identica a quella della prima, mentre la figura è Castelvecchio e lo dichiara nel proprio cartiglio, a lettere grandi. È il secondo errore di didascalia trovato in questo volume — l'altro è quello della tavola del castello, qui sopra. Le didascalie di questo libro non sono una fonte: vanno controllate sulla figura.
Questa pagina fa parte del gruppo di riverifica del 12 settembre 2026. Come già per le pagine del gruppo precedente, il controllo è mirato: le fonti web viventi, non i due PDF già letti per intero e in cache (il quaderno 150 di Polverari e il libretto del santuario del 2000, entrambi comunque verificati raggiungibili oggi, 200).
Un solo indirizzo vivo con un testo da confrontare: la scheda «Andrea Vici» di
Guide DocArtis (nota [4]). Riletta con mirar texto: la voce «MONTE
PORZIO: Palazzo Montevecchi» sta ancora, identica, fra «JESI: Duomo» e
«MORROVALLE: Palazzo Marefoschi» — quindi ancora questo Monte Porzio (PU), non
l'omonimo del Lazio. Nessuna correzione trovata.
verifica: aggiornata al 25 settembre 2026.
Lo stesso indirizzo vivo, riletto con mirar texto: la voce «MONTE PORZIO:
Palazzo Montevecchi» di Guide DocArtis sta ancora, identica, fra «JESI:
Duomo» e «MORROVALLE: Palazzo Marefoschi». Nessuna correzione trovata.
verifica: portata al 4 ottobre 2026.
curl, non solo sulla sintesi: l'unica occorrenza di «Monte Porzio» nella pagina sta fra «JESI: Duomo» e «MORROVALLE: Palazzo Marefoschi», il che esclude l'omonimo del Lazio). La scheda non riporta bibliografia per la singola opera.