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Il censimento delle anime del 1769

Nel 1769 i due pievani contarono i loro parrocchiani uno per uno, con nome, età e famiglia. I due elenchi esistono, sono stampati per intero, e nessuno dei due riesce a contarsi giusto.

Ultima verifica: 4 ottobre 2026.

Monte Porzio (PU), non Monte Porzio Catone (RM). Questa pagina riguarda il comune marchigiano di Monte Porzio, in provincia di Pesaro e Urbino, e la sua frazione Castelvecchio.

Nel 1769 il vescovo di Senigallia Ippolito De Rossi fece compilare in tutte le parrocchie della diocesi uno stato d'anime: l'elenco di ogni persona vivente, famiglia per famiglia, con l'età e l'indicazione dei sacramenti ricevuti.[1] Quelli di Monteporzio e di Castelvecchio esistono ancora, e sono stampati per intero — trentuno pagine di tabella — in appendice al volume di Alberto Polverari del 1980.

Sono il documento più antico di questo sito in cui il paese compare persona per persona: non un totale, non una stima, ma seicento e passa righe con un nome ciascuna.

Che cosa sono, esattamente

Due documenti distinti, numerati 6 e 7 nell'appendice del volume.

MonteporzioCastelvecchio
Appendice, n.67
Pagine del volume144-157158-174
ChiesaS. Michele Arcangelo(non indicata sul foglio)
Chi firmaD. Matteo Sampaoli pievano, di 58 anniAndrea Gregori pievano, di 33 anni
Datapresentato il 9 aprile 1769sottoscritto il 24 marzo 1769
A chi è presentatoal notaio Giuseppe Antonio Paolinial cancelliere vescovile Pietro Matioli
Famiglie99121
Anime numerate577674
Numero corretto dall'edizione572676

La segnatura d'archivio è stampata sotto il titolo del n. 6: «Arch. cancell. vescovile di Senigallia, fascicolo nel vol. Stato delle Anime di questa Città e Diocesi esattamente formato nel 1769».[1] Il titolo della tabella, per esteso: «Stato d'Anime della chiesa di S. Michele Arcangelo di Monte Porzio 1769».

Il secondo documento non ha un titolo stampato, e questo l'ha reso invisibile.

A p. 158 del volume la tabella ricomincia da capo — famiglia n. 1, anima n. 1 — senza nessuna intestazione: nessun «7.», nessun nome di parrocchia, nessuna segnatura d'archivio. Chi sfoglia vede trentuno pagine di seguito e le legge come un documento solo.

Che sia Castelvecchio lo dice il testo del libro, non la tabella: «Anche di Castelvecchio viene riportato in appendice (n. 7) lo stato d'anime nel censimento del 1769 al tempo del vescovo Ippolito De Rossi» (p. 101).[1] Il documento successivo, a p. 175, riprende regolarmente con il suo «8.» e la sua segnatura: il salto riguarda solo il n. 7.

Non so dire se l'intestazione non sia mai stata stampata o se sia andata persa nella riproduzione che ho in mano: nella copia digitale la figura di p. 158 è ritagliata più corta delle altre, e in cima resta una fascia bianca. Le due spiegazioni non si distinguono da qui. Su una copia in carta si vede in due secondi.

Come ho letto queste trentuno pagine.

Nel PDF del volume queste pagine sono immagini: trentuno fotografie in scala di grigio, senza una lettera di testo sotto. Un programma che estragga il testo del PDF restituisce il vuoto, ed è per questo che per ventisette risvegli questo sito ha ignorato il documento più ricco del libro.

Le ho quindi lette a vista, guardando l'immagine ingrandita — lo stesso modo dichiarato nella pagina sulle carte di Firenze, ed è il grado di prova più basso usato qui: non copio caratteri, riconosco forme, e un riconoscimento sbagliato non lascia un buco ma una parola plausibile. La risoluzione qui è migliore che sulle tavole (circa 165 punti per pollice).

Due controlli, scelti perché potevano fallire, e non sono falliti. Il testo del libro, a p. 93, cita due righe della tabella per numero d'anima: dice che ricevettero la comunione prima dei dodici anni d'uso «Domenico Pierpaoli (n. 29)» e «Teresa Francesconi (n. 331)», «rispettivamente di 10 e 7 anni».[1] La n. 29 è «Domenico figlio», 10 anni, con com., nella famiglia n. 5 di «Maria Dolarice Pierpaoli vedova»; la n. 331 è «Teresa figlia», 7 anni, con com.. Le età coincidono, e la colonna dei numeri d'anima che sto leggendo è quella che leggeva l'autore.

I due controlli non valgono però allo stesso modo, e la differenza va detta: la riga n. 29 l'avevo già letta prima di incontrare la frase del libro, quindi è un riscontro cieco; la n. 331 sono andato a cercarla sapendo già che cosa doveva dire, e in una lettura a vista aspettarsi una parola è il modo più sicuro di vederla. Il primo controllo vale, il secondo lo dichiaro per quello che è.

Tutte le cifre riportate qui sotto sono state rilette ingrandite. I nomi propri li do per buoni, con la cautela di sempre.

Che cosa c'è in una riga

Sette colonne. A sinistra il numero della famiglia, che ricomincia da 1 in ciascuno dei due documenti; poi il nome della persona, sempre con il legame familiare («sua moglie», «suo figlio», «servo», «loro figlio»); poi l'età; poi tre colonne per i sacramenti, segnate con un'abbreviazione quando il sacramento c'è e con una o quando manca; infine il numero d'anima, che corre progressivo dalla prima riga all'ultima del documento.

(Le combinazioni che quelle tre colonne assumono davvero, a Monteporzio, sono sei, e due di esse sono rare e importanti: vedi «Contate una per una: le tre colonne dei sacramenti».)

Le tre colonne dei sacramenti non stanno nello stesso ordine nei due documenti, e nemmeno le abbreviazioni sono le stesse:

intestazioni, da sinistra a destraabbreviazioninumero di famiglia
Monteporzio (n. 6)Confessione, Comunione, Cresimacon. com. cre.«N. 10»
Castelvecchio (n. 7)Conf., Cres., Comun.conf. cres. comun.«16.»

A Castelvecchio la colonna di mezzo è la cresima, a Monteporzio la comunione. Chi legge le due tabelle di seguito, come si presentano nel volume, ha buone probabilità di leggere male la seconda: sono trentun pagine che si somigliano moltissimo e che in questo punto dicono cose diverse.

(Fino al 2 settembre 2026 questa pagina descriveva un solo ordine di colonne — «confessione, comunione, cresima» — per tutti e due i documenti. Era la descrizione del n. 6 estesa in silenzio al n. 7, cioè esattamente il difetto che la pagina denuncia in chi sfoglia. Verificato rileggendo le due intestazioni ingrandite al doppio, la p. 146 e la p. 160 a stampa.)

Anche i neonati sono scritti in due modi diversi. A Castelvecchio, nella colonna dell'età, per loro non c'è una cifra: c'è scritto «in fascia», e sono undici. A Monteporzio quella formula, nelle quattordici pagine lette riga per riga, non compare mai: i tre lattanti dell'elenco portano la loro età nel nome — «Pietro suo figlio di giorni 8» (fam. n. 83), «Giovac° suo figlio due mesi» (n. 75), «Maria Domenica tre mesi» (n. 44) — e nella colonna dell'età c'è una cifra, che ripete il numerale della formula: 8, 2, 2. Cioè l'8 di quel bambino sono otto giorni, e sta nella stessa colonna in cui, tre righe più su, l'8 di un altro bambino sono otto anni. (Sul terzo la riga si contraddice da sola: «tre mesi» e 2. Non scelgo fra i due.)

Il capofamiglia porta il cognome, i familiari quasi mai: si scrive «Andrea Guidi vedovo» e sotto «Gabriello suo figlio». I titoli e i mestieri compaiono attaccati al nome — maestro, mastro, fattore, scrivano, servitore, serva, servo, capellano, vicario, chierico, pievano — e le persone di condizione hanno il «sig.», la «sig.a», il «D.».

(Quest'ultimo elenco di parole mette insieme i due documenti, e i due documenti non usano le stesse. Le due liste separate, contate ciascuna sulle proprie pagine, stanno più sotto: «Tutte le parole che il documento aggiunge ai nomi» per Castelvecchio, «Le parole che Monteporzio usa, e quelle che non usa» per Monteporzio.)

Il castello e la campagna

Tutti e due gli elenchi dividono la parrocchia in due, e la divisione è scritta nell'intestazione di ogni pagina: «Contadini» oppure «Castello». Nel punto di passaggio la pagina porta le due parole insieme — «Contadini e castello» a Monteporzio, «Castello e contadini» a Castelvecchio — e nel corpo della tabella c'è la riga che apre la seconda parte: a Monteporzio, in corsivo, «Del Castello».

Le due parti, per come corrono i numeri:

famiglieanime numerate
Monteporzio, contadini (fam. 1-40)401-350
Monteporzio, castello (fam. 41-99)59351-577
Castelvecchio, castello (fam. 1-88)881-310
Castelvecchio, contadini (fam. 89-121)33311-674

Le somme tornano in tutte e due i documenti: 40 + 59 = 99 famiglie e 350 + 227 = 577 anime a Monteporzio, 88 + 33 = 121 famiglie e 310 + 364 = 674 anime a Castelvecchio. Sono conti miei, fatti sui numeri di passaggio letti sulle pagine p. 152 e p. 165, e potevano non tornare.

Vale però l'avvertenza del paragrafo successivo: la numerazione delle anime contiene errori dichiarati dall'edizione stessa, e quindi questi sono numeri d'ordine, non conteggi di persone.

(Contate riga per riga, le persone di Monteporzio sono 350 nei contadini e 222 nel castello, non 227: tutti e cinque i numeri che l'elenco perde cadono nella metà del castello. Vedi «Contate una per una: le 572 righe di Monteporzio». Anche le 99 famiglie tornano soltanto per compensazione: a p. 155 il numero 73 è dato a due famiglie di seguito e il 74 non c'è.)

(3 settembre 2026: il 350 e il 222 sono anche le cifre di una tabella dell'autore, a p. 93 — vedi «I prospetti dell'edizione, che credevo di non avere». Per Castelvecchio la stessa tabella dà 369 in campagna e 307 nel castello, non i miei 363 e 313: sei persone di differenza, con lo stesso totale e le stesse famiglie.)

Un dettaglio che si legge da sé: la prima famiglia del castello di Castelvecchio è quella del «sig. Giammaria Crescentini Ministro dell'eccellentissima Casa Barbarini», di 64 anni, con in casa un fattore, uno scrivano e un servitore. I Barberini erano entrati in possesso definitivo di Castelvecchio nel 1692, scrive Polverari.[1]

Il pievano fa la somma, e la somma torna

L'elenco di Monteporzio si chiude, a p. 157, con un riepilogo scritto a parole — non in cifre — e con la firma:

Le anime qui sopra dette sono cinquecentosettantasette. Quelle di comunione sono quattrocentoquarantotto. Quelle di confessione e sono cresimati sono sessantanove. Quelli di piccola età non essendo capaci di alcun sacramento sono cinquatasette. [sic] Tre sacerdoti col parroco.

Dico salvo errore — 577

Io D. Matteo Sampaoli pievano mano propria.

Il conto torna: 448 + 69 + 57 = 574, e con i tre sacerdoti fa esattamente 577, che è anche il numero dell'ultima riga della tabella. È una verifica mia, e poteva fallire: se «tre sacerdoti col parroco» avesse voluto dire quattro persone, o se i sacerdoti fossero stati compresi nei 448 di comunione, la somma non sarebbe caduta sul totale. L'ultima anima numerata, la 577, è il pievano stesso: «Il pievano Matteo Sampaoli in età di anni 58».

E i tre sacerdoti si vedono: in tutte le 572 righe dell'elenco tre soltanto hanno un trattino al posto di ciascuno dei tre sacramenti, e sono don Luca Baldoni «sacerdote che celebra» (fam. n. 1, 52 anni), don Vitale Coli «che celebra in età d'anni 40» (n. 47, da solo) e il pievano stesso. Il quarto ecclesiastico dell'elenco, «Don Giuseppe Sampaoli chierico» di 22 anni (n. 38), non è fra loro: ha le sue tre abbreviazioni come tutti, cioè è contato nei 448 di comunione. Il pievano scrive sacerdoti, e conta i sacerdoti.

Ma la somma che torna cade su un totale sbagliato. Il 577 non è il numero delle persone: è il numero dell'ultima riga di una numerazione che ne ha persi cinque per strada, e l'edizione lo dice nella nota finale — «Il N. esatto è 572». Il conteggio riga per riga del 2 settembre 2026 conferma il 572. Quindi le quattro voci del riepilogo si accordano perfettamente fra loro e con la base da cui partono, e quella base ha cinque unità di troppo: da qualche parte, dentro i 448, i 69 o i 57, ci sono cinque persone che non esistono.

Le colonne, contate il 3 settembre 2026, dicono che non c'è nessun gruppo di cinque da cercare. Nessuna delle tre cifre principali del riepilogo si ottiene contando i segni: i comunicati sono 439 e non 448, i confessati-e-cresimati 70 e non 69, quelli senza alcun sacramento 50 e non 57. Solo i tre sacerdoti tornano. L'eccesso di cinque è il residuo di tre scarti che non vanno nello stesso verso, più dieci righe che le quattro categorie del pievano non sanno classificare. Il conteggio sta in «Contate una per una: le tre colonne dei sacramenti».

Resta non deciso se il pievano abbia contato le sue quattro categorie una per una — e allora gli errori starebbero dentro di esse — oppure se le abbia ricavate dalla numerazione già scritta, e allora l'errore del totale sarebbe solo ereditato. Le due ipotesi spiegano ugualmente bene l'unica cosa che si vede, cioè che il suo conto è coerente con sé stesso. La sua ultima riga, del resto, se ne cautela: «Dico salvo errore».

L'elenco di Castelvecchio, invece, non ha nessun riepilogo: finisce con la famiglia n. 121, che è quella del pievano, e con la sua sottoscrizione — «Io Andrea Gregori pievano mano propria questo di 24 marzo 1769».

Il documento non riesce a contarsi

Sotto le tabelle l'edizione stampa, pagina per pagina, delle note che registrano gli errori della numerazione. Sono nove in tutto. Alla lettera:

Le due note finali si accordano con l'ultima correzione di ciascun documento: a Monteporzio l'ultima nota parla di cinque numeri e 577 − 5 = 572; a Castelvecchio l'ultima parla di due unità e 674 + 2 = 676. È un controllo che poteva fallire e non fallisce.

La stessa parola descrive due errori opposti.

A Monteporzio la correzione va in giù (577 numerate, 572 vere): l'elenco salta dei numeri e quindi corre avanti rispetto alle persone. A Castelvecchio va in su (674 numerate, 676 vere): l'elenco ripete dei numeri e dimentica di numerare un bambino, e quindi resta indietro.

Le note però usano in tutti e due i casi la stessa formula — «la numerazione è in difetto di N unità» — con N che corrisponde ogni volta allo scarto giusto, ma con il segno che cambia da un documento all'altro. Non so dire se sia una svista dell'edizione o un modo di dire dell'epoca in cui è stata scritta.

Conseguenza pratica, e per questo il riquadro sta qui: non ricostruisco quante anime avesse davvero ciascuna delle due parti (castello e campagna) a partire dalle note. Per farlo dovrei decidere il verso di ogni nota, cioè decidere io il significato di una frase ambigua, e sarebbe un numero mio travestito da numero del documento. I totali corretti dall'edizione — 572 e 676 — quelli sì valgono, perché li dichiara lei.

(Per Castelvecchio la strada è stata poi aperta dall'altra parte, il 2 settembre 2026: non interpretando le note ma contando le righe. Vedi qui sotto, «Contate una per una».)

Contate una per una: le 676 righe di Castelvecchio

Il 2 settembre 2026 le diciassette pagine dell'elenco di Castelvecchio (pp. 158-174 del volume) sono state lette riga per riga, non per descriverle ma per contarle: quante persone in ogni famiglia, e quali parole compaiono accanto ai nomi. Il metodo è quello dichiarato più sopra — lettura a vista di immagini rese a 170 punti per pollice — con un'avvertenza in più: qui non conto lettere, conto righe, che è la cosa che una lettura a vista sbaglia meno.

Il conto delle righe chiude sul numero che l'edizione dichiara. Sommando le persone famiglia per famiglia si arriva a 676, che è esattamente il «numero esatto» stampato dall'edizione nella nota finale del documento. Non ci ero arrivato per quella strada: l'edizione lo ricava correggendo la numerazione d'anima, io contando le righe. Le due strade non si parlano, e si incontrano.

(Nota aggiunta il 3 settembre 2026.) Sul totale, sì; sulla ripartizione, no. Una tabella dell'autore a p. 102 — che il testo estratto non conteneva — divide gli stessi 676 in 369 in campagna e 307 nel castello, mentre qui sotto si legge 363 e 313. Le 121 famiglie e la loro divisione in 33 e 88 coincidono invece esattamente. Sei persone di differenza, pubblicate tutte e due: vedi «I prospetti dell'edizione, che credevo di non avere», dove si vede anche che su questo punto il libro non è d'accordo con se stesso.

E allora il numero che il riquadro qui sopra dichiarava di non poter ricostruire si può ricostruire, perché non dipende più dall'interpretare le note:

Castelvecchio 1769famigliepersonepersone per famiglia
Castello (fam. 1-88)883133,6
Contadini (fam. 89-121)3336311,0
Totale1216765,6

I 313 del castello si controllano da soli: l'ultima anima numerata del castello è la 310, e la famiglia n. 78 ripete tre numeri — è la nota dell'edizione «Ripete i numeri 271, 272, 273». 310 + 3 = 313. Nei contadini l'ultima numerata è la 674, due numeri sono saltati fra la 339 e la 342 («Con due numeri lasciati») e un bambino non è numerato affatto («Questo bambino non viene numerato»): 674 − 310 + 2 − 2 + 1 = 363. Sono conti miei su righe contate a mano, e potevano non tornare — il collaudo è che 313 + 363 fa 676 senza avanzi.

Nota del 3 settembre 2026. Un prospetto dell'edizione, trovato dopo che questa tabella era scritta, dà una ripartizione diversa — 307 e 369 — e per questo le due stanno tutte e due sul sito. Ma la nota a piè della p. 164, riletta sull'immagine, dice che dopo la famiglia n. 78 «la numerazione è in difetto di tre unità», cioè che le righe sono tre più dei numeri: 310 + 3 = 313. Il conto è aperto per intero in «Le sei persone di Castelvecchio».

Una famiglia di campagna è tre volte una famiglia di paese

È il fatto che salta fuori dalla tabella, e non è piccolo: nel castello si sta in tre o quattro, in campagna in undici.

Nel castello 51 famiglie su 88 — quasi sei su dieci — contano tre persone o meno, e undici sono di una persona sola. La più numerosa ne ha dieci.

In campagna nessuna famiglia sta sotto le due persone se non le due dei preti (vedi sotto), e le più grosse sono:

FamigliaPersoneChi è
n. 9528Pier Domenico Zandri, 57 anni, con tre fratelli — Sante, Agostino, Pietro — ciascuno con moglie e figli, più la vedova di un quarto
n. 9026Cattarina vedova Serfilippi, 85 anni, con figli, nipoti, cognate e i figli dei cognati
n. 10625Girolamo Valentini, 64 anni, con i fratelli Mauro, Giovanne e Achilleo
n. 11420Giacomo Boccolucci, 56 anni, con quattro figli maschi sposati sotto lo stesso numero
n. 10518Domenico Bergami, 74 anni
n. 9717Niccola Sbrega, 53 anni

Non sono famiglie nel senso di oggi: sono case coloniche, e il documento le tiene insieme sotto un numero solo perché stanno insieme sul podere. La forma ricorrente è sempre la stessa — un capofamiglia anziano, i suoi fratelli con le rispettive mogli e figli, e le vedove dei fratelli morti che restano nella casa. La famiglia n. 90 arriva a quattro rami conviventi.

«Famiglia» qui è quello che il pievano ha deciso di numerare, e non so quanto sia una casa. Il documento non dà né case né contrade: dà un numero di famiglia. Che quel numero corrisponda a un fuoco fiscale, a un tetto o a un podere, questa fonte non lo dice, e non l'ho verificato altrove. Il rapporto 3,6 contro 11,0 resta però una differenza interna al documento, misurata con lo stesso righello sulle due parti della stessa parrocchia.

Chi ha servitù, e quanti anni ha

Su 121 famiglie, dieci hanno in casa qualcuno che non è un parente, per un totale di tredici persone di servizio. Il documento le nomina con cinque parole diverse, e la differenza fra il castello e la campagna è netta:

FamigliaPersonaEtà
Castellon. 1Claudio Battistelli fattore55
n. 1il sig. Giovanni Zannella scrivano33
n. 1Giuseppe Roscietti servitore33
n. 10Gaudenzo servo44
n. 10Antonio servo18
Contadinin. 94Giovanni servo12
n. 96Cristoforo garzone23
n. 99Antonio servo14
n. 101Andrea servo14
n. 104Antonio servo11
n. 105Giambattista servo16
n. 107Francesco servo17
n. 109Francesco servo15

Nel castello il servizio è un mestiere d'adulto; in campagna è un lavoro di ragazzi. Le cinque persone di servizio del castello hanno 55, 44, 33, 33 e 18 anni, e tre portano il cognome; le otto della campagna hanno 23, 17, 16, 15, 14, 14, 12 e 11 anni, e nessuna porta il cognome. Il più giovane, Antonio servo di undici anni nella famiglia n. 104, è più giovane di sei dei figli della casa in cui serve.

Le due famiglie del castello con personale sono anche le due sole con un titolo: la n. 1 è quella del ministro dei Barberini, la n. 10 quella di «Maestro Pier Antonio Fabbri», 63 anni.

Tutte le parole che il documento aggiunge ai nomi

Contate su tutte e 121 le famiglie:

Quarantadue famiglie su 121 hanno una donna in testa

Il capofamiglia — la persona che porta il numero e il cognome — è una donna in 42 casi su 121, cioè più di un terzo: 33 nel castello (su 88) e 9 in campagna (su 33).

Quasi tutte sono dichiarate «vedova» o «moglie del fu…»; sei sono le «orfane» di cui sopra. Una sola fa eccezione, ed è la n. 17: «Maria moglie di Luigi Trifoni», 46 anni, con tre figli. Non «del fu»: il marito è nominato come vivente e non compare in nessuna riga dell'elenco. Il documento non dice dov'è.

Chi conta come capofamiglia l'ho deciso io. La regola che ho applicato è meccanica — è capofamiglia chi sta sulla riga che porta il numero della famiglia — e nel documento è sempre anche la persona che porta il cognome. Ma è una regola mia, non una dichiarazione della fonte: il pievano numera le famiglie e non scrive da nessuna parte chi ne sia il capo.

E in almeno un caso la riga che porta il numero non è la persona più anziana della casa: nella famiglia n. 86 il numero è di «Maria moglie del fu Pietro Barbarese», 46 anni, mentre in fondo alla stessa famiglia c'è «Olimpia madre della suddetta Maria», di 72.

Contate una per una: le 572 righe di Monteporzio

Il 2 settembre 2026, dopo Castelvecchio e con lo stesso metodo, sono state lette riga per riga anche le quattordici pagine dell'elenco di Monteporzio (pp. 144-157 del volume, documento n. 6). Di nuovo non per descriverle ma per contarle: quante persone in ogni famiglia, e quali parole compaiono accanto ai nomi.

(Nota aggiunta il 3 settembre 2026.) Il giorno dopo ho scoperto che l'edizione stampa questo conteggio. Alla p. 93 c'è una tabella dell'autore — non estratta dal testo, leggibile solo rendendo la pagina a immagine — che dà 40 famiglie e 350 persone in campagna, 59 e 222 nel castello, 99 e 572 in tutto: le stesse sei cifre. Quel che segue qui sotto non è quindi una scoperta ma una verifica indipendente, ed è riuscita cella per cella; resta mio soltanto il fatto che i cinque numeri perduti stiano tutti dalla parte del castello, che la tabella non dice. Il confronto completo, comprese le due celle in cui l'edizione e io non andiamo d'accordo, sta in «I prospetti dell'edizione, che credevo di non avere».

Il collaudo era rifare lo stesso controllo, e chiude di nuovo. Sommate famiglia per famiglia, le righe sono 572 — che è il «N. esatto» stampato dall'edizione nella sua nota finale. E si scompone in due tronconi che si verificano da soli:

350 + 222 = 572, senza avanzi. E il risultato secco è che tutti e cinque i numeri perduti cadono nella metà del castello: la metà dei contadini è numerata male due volte e in pareggio, la metà del castello è numerata male cinque volte in una direzione sola.

Monteporzio 1769famigliepersonepersone per famiglia
Contadini (fam. 1-40)403508,8
Castello (fam. 41-99)592213,7
il pievano, fuori da ogni famiglia—1—
Totale995725,8

La riga 572 è il pievano Matteo Sampaoli: è aggiunta in fondo alla tabella senza numero di famiglia, dopo la n. 99, e per questo nella riga del castello sta 221 e non 222.

Le due parrocchie nello stesso anno dicono la stessa cosa

Messi accanto, i due elenchi contati danno la stessa forma:

1769castellocampagnarapporto
Monteporzio3,7 persone per famiglia8,82,4 ×
Castelvecchio3,611,03,1 ×

Due parrocchie diverse, due pievani diversi, due moduli di tabella diversi, stesso anno — e la stessa disuguaglianza, nello stesso verso, con lo stesso ordine di grandezza. A Monteporzio la si vede anche dalle code: nel castello otto famiglie sono di una persona sola (ricontate il 3 settembre 2026 una per una ed elencate più sotto; un prospetto dell'edizione ne conta sette) e 26 su 59 stanno sotto le quattro persone; fra i contadini non c'è nessuna famiglia di una persona, la più piccola è di due, e otto famiglie su quaranta arrivano a quindici persone o più. La più grossa è la n. 35, ventidue persone sotto un solo numero: Sebastiano Tommassetti, vedovo di 87 anni, quattro figli sposati, le mogli, i nipoti.

Che cosa sia una «famiglia» per questi due pievani continua a non essere scritto. Il documento numera famiglie, non case: che il numero corrisponda a un tetto, a un fuoco fiscale o a un podere non lo dice, e non l'ho verificato altrove. Quel che resta, e che è già molto, è che dentro la stessa parrocchia le due parti sono misurate con lo stesso righello.

Vale anche qui l'avvertenza fatta per Castelvecchio: chi conta come capofamiglia l'ho deciso io, con la regola meccanica «è capofamiglia chi sta sulla riga che porta il numero».

Undici servi, e nessuno è un bambino

In tutte le 572 righe le persone dette servo, serva o fattore sono dodici, e stanno quasi tutte dalla parte dei contadini:

Le loro età, in fila: 17, 18, 19, 20, 21, 25, 31, 32, 34, 39, 64. Il più giovane ha diciassette anni, e nove degli undici portano un cognome.

È il punto in cui i due paesi si separano, e si separano in modo netto. A Castelvecchio, nello stesso anno, la servitù del castello era adulta e col cognome mentre quella delle case coloniche era fatta di ragazzi senza cognome di 23, 17, 16, 15, 14, 14, 12 e 11 anni. A Monteporzio la servitù sta quasi tutta in campagna, ha un cognome, e in tutta la parrocchia non c'è un solo bambino a servizio.

Un dettaglio dentro il dettaglio: nella famiglia n. 10 il capofamiglia è «Giovanni Ghiaccio alias Giuliani» e il servo è «Francesco Ghiaccio loro servo», di 19 anni. Servo e padrone hanno lo stesso cognome, e il documento non dice se sia parentela, omonimia o l'uso di dare al servo il nome della casa.

Ventitré famiglie su 99 hanno una donna in testa

Sedici nel castello (su 59) e sette fra i contadini (su 40): 23 su 99, poco meno di un quarto. A Castelvecchio erano 42 su 121, cioè più di un terzo.

Diciassette sono dichiarate «vedova». Le altre sei no, e una salta agli occhi: la famiglia n. 61 del castello è Maria Polverari, di quindici anni, con sotto «Cattarina sua sorella» di 11 e «Angelantonio fratello» di 9. Tre ragazzi soli, il maggiore dei quali ha quindici anni, che l'elenco registra come una famiglia come tutte le altre. Il documento non li chiama orfani — la parola, che a Castelvecchio ricorre otto volte, in queste quattordici pagine non compare mai.

Le parole che Monteporzio usa, e quelle che non usa

Contate su tutte e 99 le famiglie:

Non compaiono invece, in queste quattordici pagine: «in fascia», «orfano», «garzone», «scrivano», «servitore», «genero», «capellano». Sono tutte parole dell'altro elenco. Questa è un'affermazione di assenza, ricavata da una lettura a vista di tutte le righe: vale quanto vale una lettura a vista, ed è per questo che la dichiaro come tale.

Due righe in cui il pievano non sapeva un nome

Nell'anima 257, dentro la famiglia n. 28, c'è una riga così: «…… sua moglie», e nella colonna dell'età due puntini. È la moglie di Stefano, terzo figlio della vedova Elisabetta Bastanti; ha i suoi tre sacramenti in regola e il suo numero d'anima, e non ha né nome né età.

Nell'anima 315, dentro la famiglia n. 35, il buco è dall'altra parte: «Anna Maria moglie di ……», 41 anni. Qui il nome c'è ed è il marito a mancare.

Sono due righe su 572, e sono l'unico punto in cui il documento ammette per iscritto di non sapere qualcosa. In un elenco fatto per essere giurato davanti a un notaio, i puntini valgono più di una svista.

Il notaio che riceve l'elenco è dentro l'elenco

La nota finale dell'edizione dice che il documento «viene presentato personalmente con giuramento dal pievano al notaio Giuseppe Antonio Paolini il 9 aprile 1769». La famiglia n. 95 del castello, contata fra le 572 anime che il pievano stava giurando, è «Il sig. Gioseppe Antonio Paolini vicario», di 28 anni, con la moglie Costanza di 23, la figlia Teresa di 2 e «La sig.a Francesca» di 26.

Che siano la stessa persona è un'identificazione mia, non una dichiarazione della fonte, e va guardata con le sue crepe in vista. A favore: nome e cognome coincidono per intero — la variante Gioseppe/Giuseppe è la normale oscillazione di questo volume — nello stesso anno e nello stesso paese di poche centinaia di anime, e il «sig.» davanti al nome indica una persona di condizione, come un notaio. Contro: l'elenco lo dice vicario e la nota lo dice notaio, che sono due uffici; e a Monteporzio i Paolini potevano essere più d'uno.

Se è la stessa persona, il dettaglio è di quelli che si ricordano: l'uomo davanti al quale il pievano giura che quelle sono tutte le anime della parrocchia è la novantacinquesima di quelle anime.

Contate una per una: le tre colonne dei sacramenti

(Sezione del 3 settembre 2026, mattina.)

Restava una cosa sola da contare su questo elenco, ed era la più promessa e la più rimandata: non le righe, ma quello che c'è dentro le righe. Le quattordici pagine (pp. 144-157) sono state rilette una terza volta, questa volta guardando solo le tre colonne con. / com. / cre. di ciascuna delle 572 righe e classificandole per schema, cioè per la combinazione di segni che portano.

Il collaudo, di nuovo, si fa da sé: la somma degli schemi deve dare 572, e ogni pagina deve chiudere sul proprio numero di righe. Chiude.

schema delle tre colonneche cosa vuol direrighe
con. com. cre.tutti e tre i sacramenti439
con. o cre.confessa e è cresimato, non comunica70
o o onessun sacramento50
con. o oconfessa soltanto4
o o cre.è cresimato soltanto6
— — —i tre sacerdoti3
totale572

Il primo risultato è che gli schemi sono sei, e le categorie del riepilogo del pievano sono quattro. Dieci righe su 572 — i quattro «confessa soltanto» e i sei «cresimato soltanto» — non hanno posto nella sua ripartizione: non sono di comunione, non sono «di confessione e cresimati», e non sono nemmeno «di piccola età non essendo capaci di alcun sacramento», perché un sacramento ce l'hanno.

Le dieci righe irregolari sono state rilette ingrandite una per una. Tre dei quattro «confessa soltanto» sono fratelli nella stessa casa: anime 340, 341, 342, di 11, 8 e 6 anni, figli nella fam. n. 37 (Giulio Valentini) — confessati tutti e tre, cresimati nessuno. Il quarto è l'anima 139 (fam. n. 16), di 6 anni. Dei sei «cresimato soltanto», cinque stanno fra i contadini (anime 103, 169, 206, 209, 248) e uno solo nel castello (anima 490).

Le quattro cifre del pievano contro le colonne

il riepilogo dicele colonne dannoscarto
«quelle di comunione sono 448»439 righe con com.+9
«quelle di confessione e sono cresimati sono 69»70 righe con.+cre. senza comunione−1
«quelli di piccola età non essendo capaci di alcun sacramento sono 57»50 righe senza alcun segno+7
«tre sacerdoti col parroco»3 righe con tre trattini0

L'unica delle quattro cifre che il documento conferma è quella dei sacerdoti. Le altre tre non si ottengono contando le colonne, e le loro differenze non vanno tutte nello stesso verso: una cifra è di nove troppo alta, una di sette troppo alta, una di uno troppo bassa. È il motivo per cui l'eccesso complessivo è soltanto di cinque: +9 −1 +7 = +15, meno le dieci righe che il suo schema non sa dove mettere.

Questo chiude, per quanto si può chiudere, la domanda aperta il 2 settembre: le cinque persone di troppo non stanno in una categoria sola. Non c'è un gruppo di cinque da trovare: c'è un riepilogo le cui tre cifre principali sono tutte e tre sbagliate rispetto alla tabella che riassumono, e che torna sul 577 per compensazione.

Una lettura possibile del 448, e nient'altro che possibile. Fra i sei numeri contati sopra, l'unico sottoinsieme che somma esattamente i nove che mancano alla comunione è {3 sacerdoti + 6 cresimati soltanto}: 439 + 3 + 6 = 448, alla cifra. Se il pievano avesse contato i tre sacerdoti anche fra i comunicati — cosa che il suo elenco non consente di sapere, perché per loro le tre colonne portano un trattino e non un'abbreviazione — e avesse messo con essi i sei cresimati, il 448 si spiegherebbe da sé; e i tre sacerdoti, ricontati alla riga successiva, sarebbero tre delle cinque persone di troppo.

Resta che questa lettura ha bisogno di altri due errori per chiudere (il 69 al posto di 70 e il 57 al posto di 54), e che l'unico appiglio a suo favore è aritmetico. Non la do per dimostrata: la do per l'unica combinazione che l'aritmetica permette, che è una cosa più debole. La spiegazione più semplice resta quella che il pievano ha scritto lui stesso, quattro parole sopra la firma: «Dico salvo errore».

Dove sono i comunicati, e dove no

Le stesse 572 righe, divise fra le due metà della parrocchia:

schemacontadini (350 righe)castello (222 righe)
tutti e tre273166
confessione + cresima3832
nessun sacramento2921
solo confessione40
solo cresima51
sacerdoti12
comunicati sul totale78,0 %74,8 %

Le due metà del paese vivono in famiglie di forma diversissima — 8,8 persone per famiglia in campagna, 3,7 nel castello — e nella pratica dei sacramenti si somigliano quasi del tutto: tre punti percentuali di differenza sui comunicati. La disuguaglianza che si vede nelle case non si vede in questa colonna.

Due conteggi minori che escono dalla stessa lettura:

I prospetti dell'edizione, che credevo di non avere

(Sezione del 3 settembre 2026.)

Nel capitolo XI e nel capitolo XII, parlando di questi due elenchi, Polverari scrive di avere ricavato «alcuni prospetti generici» e li stampa: tre tabelle per ciascuno dei due paesi, alle pp. 93-94 per Monteporzio e alla p. 102 per Castelvecchio.[1] Questo sito, in una pagina sul centro storico, diceva che quei prospetti «sono tabelle stampate che il mio strumento di lettura non ha estratto, e quindi non li ho». Era vero a metà: l'estrattore di testo non li produce — nel testo piatto quelle pagine hanno un buco — ma le pagine si possono rendere a immagine e leggere a vista, esattamente come ho letto le trentun pagine degli elenchi. L'ho fatto, a 220 e a 400 punti per pollice.

Il risultato è scomodo e vale più di una pagina nuova: il conteggio che questa pagina aveva pubblicato come una scoperta, l'autore lo aveva stampato in tabella nel 1980, undici pagine prima del documento; e dove i due conti divergono, divergono in punti precisi.

a) Popolazione in campagna e nel castello

Monteporzio (p. 93):

famigliepopolazione
in campagna40350
nel castello59222
totali99572

Castelvecchio (p. 102):

famigliepopolazione
in campagna33369
nel castello88307
totali121676

Su Monteporzio le sei celle sono le mie sei celle, senza una differenza: 40 e 59 famiglie, 350 e 222 persone, 99 e 572. Il 222 è il numero che avevo scritto come correzione al sito — al posto del 227, che era il conto dei numeri d'anima e non delle persone — e stava stampato lì dal 1980. Contare a mano le 572 righe non ha prodotto un dato nuovo: ha prodotto una verifica indipendente di un dato che l'edizione dava già, e questo è un risultato più piccolo e più solido. (Resta invece mio, perché la tabella non lo dice, il fatto che tutti e cinque i numeri perduti cadano nella metà del castello.)

Su Castelvecchio no. Le famiglie coincidono — 33, 88, 121, esattamente le mie — le persone no: l'autore mette 369 in campagna e 307 nel castello, io ne ho contate 363 e 313. Il totale è lo stesso, 676, e la differenza è di sei persone.

Le sei persone di Castelvecchio: una nota dell'edizione contro una tabella dell'edizione

Verificato il 3 settembre 2026 sulle immagini delle pp. 164 e 165.

Le sei persone si spiegano, e la spiegazione sta stampata nel libro stesso, a piè di pagina.

A p. 164, in fondo alla parte del castello, la famiglia n. 77 (Agostino Cottoni) occupa cinque righe, numerate da 268 a 272. La famiglia successiva, n. 78, Piergirolamo Casa Nova, ne occupa quattro — ma i numeri d'anima stampati accanto sono, nell'ordine: 273, 271, 272, 273. L'edizione se ne accorge e lo dice in nota, sulla stessa pagina:

«Ripete i numeri 271, 272, 273 e quindi la numerazione è in difetto di tre unità.»

Le quattro righe non sono una riga doppiata dal tipografo: sono quattro persone diverse con età diverse — Piergirolamo 53 anni, Angela moglie 57, Giovanne figlio 16, Agnese figlia 12 — mentre i numeri 271 e 272 della famiglia n. 77 appartengono a Domenico figlio, 12 anni, e a Maria Antonia figlia, 8. Numeri riusati su persone nuove: da qui in avanti le righe sono tre più dei numeri, che è esattamente quello che la nota dichiara.

L'altro capo del conto è a p. 165: la parte del castello si chiude con la famiglia n. 88, Sante d'Agostino, anime 305-310; subito sotto comincia l'intestazione Contadini con la famiglia n. 89 e l'anima 311. L'ultimo numero del castello è dunque il 310, e il confine fra le due parti cade fra due famiglie intere, come dicono tutte e due le versioni.

Messi insieme i due capi:

contorisultato
righe del castello, contate a mano (17 agosto → 2 settembre)—313
ultimo numero del castello più le tre unità della nota310 + 3313
ultimo numero del castello meno le tre unità della nota310 − 3307

307 è il numero che il prospetto a) stampa. E la distanza fra le due ripartizioni — sei persone — è esattamente il doppio del tre della nota: la firma aritmetica della stessa correzione applicata nel verso opposto. Sull'altro lato il conto si chiude da sé: 676 − 313 = 363, che è il numero che ho contato in campagna; 676 − 307 = 369, che è il numero stampato.

Questo non è più «la mia lettura contro quella dell'autore»: è una nota dell'edizione contro una tabella dell'edizione, e le righe del documento stanno con la nota.

Quello che l'aritmetica non spiega è perché il 307 non sia rimasto una svista isolata. Se fosse un segno sbagliato in una cella sola, ci si aspetterebbe di trovarlo lì e basta. Invece le età medie stampate poche righe più sotto sono coerenti con il 369/307 e non con il 363/313: (26,39 × 369 + 31,09 × 307) ÷ 676 fa 28,524, cioè il 28,52 stampato, mentre con i miei numeri verrebbe 28,57. Vuol dire che la ripartizione sbagliata — se è sbagliata — non è nata in quella cella: è la ripartizione su cui l'autore stava lavorando quando ha costruito tutte le sue tabelle. Dove sia nata, non lo so.

E resta una possibilità che non posso escludere dal libro: che le quattro righe della famiglia n. 78 siano un guasto della stampa del 1980 e non del manoscritto del 1769. Contro questa lettura c'è che le quattro righe portano nomi ed età diversi da quelli delle righe 271-272, e che la nota è dell'editore, che il manoscritto ce l'aveva davanti.

L'età media dice su quale tabella l'autore stava lavorando

Subito dopo i prospetti l'autore dà l'età media. Sono numeri che questo sito non aveva per Castelvecchio, e che per Monteporzio aveva senza poterli controllare:

1769in campagnanel castelloin tutto il territorio
Monteporzio (p. 94)28,39%30,65%29,27
Castelvecchio (p. 103)26,39%31,09%28,52%

e in chiusura: «Rispetto infine a tutta la popolazione del territorio, campagna e castelli, di Monteporzio e Castelvecchio l'età media è 28,87%».

Un'età media è una media pesata sulle persone, e quindi si può collaudare. Il collaudo dice questo:

Il primo di questi tre conti è la seconda conferma indipendente del 222, e non passa dalle stesse righe: viene da una media, non da un conteggio.

Quel segno di percentuale è nella fonte, ed è messo in modo incoerente dalla fonte stessa. Sono età medie, cioè anni, e una media di età non è una percentuale. A p. 94 le prime due righe hanno il segno e la terza no; a p. 103 ce l'hanno tutte e tre, e ce l'ha anche il 28,87 finale. Non l'ho tolto e non l'ho uniformato: qui il compito è conservare quello che la fonte stampa.

b) Popolazione per età e sesso — dati che il sito non aveva affatto

Sono le due tabelle interamente nuove. Le riporto per intero.

Monteporzio (p. 93):

annimaschifemminetotali
1-6332760
7-12434285
13-20464490
21-60152130282
61-70162339
71-809413
oltre 80213
(totale popolazione)301271572

Castelvecchio (p. 102):

annimaschifemminetotali
1-6494392
7-12472471
13-206260122
21-60157192349
61-70171633
71-80156
oltre 803—3
Totali336340676

(Le due righe dei totali maschi/femmine di Monteporzio sono una mia somma: la tabella stampa in quella riga il solo 572. Quella di Castelvecchio è stampata.)

Tutte e due le tabelle quadrano in ogni riga e in ogni colonna, e i due totali sono 572 e 676 — cioè i due numeri che ho contato riga per riga. È quanto di più vicino a un collaudo si possa fare senza rifare il conteggio per sesso, che non ho fatto.

Quel che si legge senza interpretare: a Monteporzio ci sono trenta maschi più delle femmine (301 contro 271) e a Castelvecchio quattro femmine più dei maschi (340 contro 336) — due paesi vicini, stesso anno, sbilanciamenti opposti. E dentro Castelvecchio lo sbilanciamento cambia di segno con l'età: fra i 21 e i 60 anni ci sono 192 donne contro 157 uomini, mentre fra i 7 e i 12 anni ce ne sono 24 contro 47.

Quel 24 non me lo so spiegare, e non lo spiego. Nella classe 7-12 di Castelvecchio le femmine sono meno della metà dei maschi (24 contro 47), mentre nella classe accanto, 1-6, sono 43 contro 49, e nella stessa classe 7-12 di Monteporzio sono 42 contro 43. Può essere un fatto — una mortalità infantile femminile alta, o bambine mandate a servizio fuori parrocchia — o può essere un refuso di stampa o di conteggio. Per deciderlo bisognerebbe contare i sessi sulle 676 righe, e non l'ho fatto. Finché non è contato, resta una cifra della fonte, non un fatto del paese.

Un secondo punto, più piccolo: le classi partono da «1-6», non da zero. Dove finiscano i lattanti — a Monteporzio i tre «di giorni 8», «due mesi», «tre mesi» — la tabella non lo dice, e i totali non permettono di dedurlo.

c) Le famiglie per numero di componenti, e qui qualcosa non torna

Monteporzio (p. 94):

componentifamiglie contadinenel castellototale
1—77
22810
351116
421618
55813
6549
7—33
8415
93—3
10-15819
16-205—5
291—1
(somma)405999

Le colonne fanno 40, 59 e 99: coerenti con il prospetto a). Ma due celle contraddicono il mio conteggio a mano.

La prima è la riga in fondo. La tabella dice che la famiglia contadina più grossa ha 29 componenti; io ho contato 22. L'ho riverificata sull'immagine della p. 150, ingrandita: la famiglia n. 35 è quella di Sebastiano Tommassetti vedovo, 87 anni, e occupa le anime da 303 a 324 — ventidue righe, l'ultima delle quali è «Maddalena moglie di Gioseppe», 33 anni. È l'unica cifra esatta che il prospetto c) stampi per una famiglia grande, ed è l'unica che si possa controllare riga per riga: il documento dice 22, la tabella dice 29. Non scelgo fra le due.

La seconda è la prima riga: nel castello di Monteporzio la tabella conta sette famiglie di una persona sola, io ne ho contate otto. Sulle famiglie di tre persone o meno andiamo d'accordo — 7 + 8 + 11 = 26, e 26 è il numero che ho scritto — quindi la differenza è tutta nella ripartizione interna di quelle ventisei. Riverificata il 3 settembre, e il risultato sta qui sotto.

Ricontate una per una: le 59 famiglie del castello di Monteporzio

Verificato il 3 settembre 2026 sulle immagini delle pp. 152-157.

La colonna «nel castello» del prospetto c) è corta — dieci celle piene — e il documento la può controllare tutta, non solo la prima riga. Ho riletto le pp. 152-157 famiglia per famiglia, prendendo per ognuna il primo e l'ultimo numero d'anima. Il metodo si collauda da sé: la somma delle taglie deve fare 221 (le 222 persone del castello meno il pievano, che sta in fondo senza numero di famiglia) e il numero delle famiglie deve fare 59.

componentiprospetto c)il mio conteggio
178
288
31110
41616
588
644
733
811
9——
10-1511 (dieci)
famiglie5959
persone implicate223221

Nove classi su dieci coincidono cella per cella. La divergenza è tutta in due celle contigue e si somma a zero sulle famiglie: il prospetto ha una famiglia di una persona in meno e una di tre in più del mio conteggio. Sulle persone non si somma a zero: sono due persone, e infatti moltiplicando la colonna del prospetto per le sue classi si arriva a 223, mentre le righe del castello sono 221 (222 col pievano).

Le otto famiglie di una persona sola che ho contato sono, con il loro numero d'anima:

fam.animachi
47387D. Vitale Coli, «che celebra in età d'anni 40»
59435Camilla Monaldi, 73 anni
69480L'Isabetta di Paolo, 66 anni
72487Marco Fajani (?), 74 anni
76498Maria Ghitroli vedova, 65 anni
91554Giovanna Peccorelli, 66 anni
92555Benedetto Busaia, 62 anni
94561Domenico Bernabei fattore, 42 anni

Sono sette persone anziane o sole più un fattore di 42 anni; sei su otto sono donne o vedove, e uno è un sacerdote. Ciascuna di queste righe è seguita immediatamente dal numero di famiglia successivo, senza righe in mezzo.

Quale delle otto il prospetto c) non conti come famiglia di uno, non si può dire. L'unica cosa che l'aritmetica impone è che sia una sola, e che il compilatore le abbia attribuito tre componenti invece di uno. Due candidate hanno intorno a sé qualcosa di irregolare — la n. 59, che segue immediatamente i quattro numeri saltati dopo il 430, e la n. 94, che è l'ultima riga della p. 156 — ma sono osservazioni sulla pagina, non prove, e non le porto oltre.

Va detto anche il verso opposto: su questa riga non ho un secondo testimone. Il collaudo che ho — la somma 59 famiglie / 221 persone — torna sul mio conteggio e non su quello del prospetto, ma è il mio stesso conteggio a produrlo. Quel che resta solido è che le altre nove classi coincidono, il che rende improbabile un errore diffuso da una parte o dall'altra.

Castelvecchio (p. 102):

componentifamiglie contadinenel castellototale
1—1111
212021
322224
421012
521113
621012
7134
8213
9415
10-15617
16-206—6
oltre 203—3
(totale famiglie)3190121

Qui non è il mio conto contro il suo: è una tabella del libro contro l'altra tabella del libro, nella stessa pagina.

Lo stesso scarto si vede sulle persone, ed è più grosso. Moltiplicando la colonna del castello per le sue classi — 11×1 + 20×2 + 22×3 + 10×4 + 11×5 + 10×6 + 3×7 + 1×8 + 1×9 = 310, più l'unica famiglia della classe 10-15 — il prospetto c) mette nel castello almeno 320 persone; il prospetto a) ne mette 307.

Quali siano le due famiglie non si può dire dalla tabella, ma l'aritmetica restringe il campo. Perché il castello passi da «310 + k» (dove k, fra 10 e 15, è la taglia dell'unica famiglia della classe 10-15) a 307 togliendo due famiglie, le due tolte devono valere insieme k + 3 persone, cioè fra tredici e diciotto. La lettura più semplice è che siano proprio quella della classe 10-15 e una di tre persone; ma non è l'unica che torna — vanno bene anche, per esempio, una di sette e una di otto — e quindi resta un'ipotesi.

Un indizio che non è una prova: su questa riga il mio conteggio sta con il prospetto c), non con a). Ho contato undici famiglie di una persona sola nel castello di Castelvecchio, ed è il numero della tabella c). Ma ho contato cinquantuno famiglie di tre persone o meno, mentre la tabella c) ne dà 53 (11 + 20 + 22) — e due è esattamente il numero delle famiglie su cui le due tabelle litigano. Sull'unica cifra grossa, invece — le 88 famiglie del castello — il mio conto sta con a). Non basta per dare ragione a nessuno.

Che cosa cambia, per questa pagina

Tre cose, e nessuna è un ritocco.

1. Il conteggio di Monteporzio non è più una scoperta: è una verifica, e come verifica è riuscita in pieno — sei celle su sei. Chi legge deve saperlo, e la sezione «Contate una per una» lo dice ora nell'apertura. 2. Su Castelvecchio l'edizione e io non diciamo lo stesso, per sei persone, e la pagina pubblica tutte e due le ripartizioni. 3. Il libro si contraddice da solo, per due famiglie e almeno tredici persone, fra la sua tabella a) e la sua tabella c) di Castelvecchio. È il tipo di cosa che si vede solo mettendo due tabelle una accanto all'altra e sommandole — cioè facendo alle tabelle quello che ho fatto agli elenchi.

Le stesse due cifre arrivano a Roma

Il 26 marzo 1769 — lo stesso anno di questi due elenchi — la Congregazione del Buon Governo ordina l'esecuzione del censimento dello Stato della Chiesa, il quinto. Le cifre di quel censimento per il nostro circondario sono state pubblicate nel 2023, in un volume che di questo cantiere non sa niente e che non cita mai Polverari: Gli abitanti di Mondolfo nell'Italia che cambia, a cura di Sergio Anniballi.[2] Nella sua tabella del 1769 si legge:

ComunitàAbitantiNota
Monte Portio577«Luogo baronale»
Castel Vecchio674«Appodiato a Mondolfo»

Sono esattamente i due numeri di quest'altra pagina: 577 anime numerate a Monteporzio, 674 a Castelvecchio. Due libri diversi, due autori diversi, due catene di trasmissione diverse, le stesse due cifre.

Il censimento successivo, quello del 1782, dà 608 abitanti a Monte Portio e 706 a Castel Vecchio, con le differenze sul 1769 stampate accanto: +31 e +32. 577 + 31 = 608 e 674 + 32 = 706. È un controllo interno che poteva fallire e non fallisce: le due tabelle del volume si parlano fra loro.

Quelle due cifre del 1782 sono poi state lette alla loro fonte, ed è la stessa di questo sito. Il volume del 2023 rimanda, in nota, a Francesco Corridore, La popolazione dello Stato romano (1656-1901), 1906, «Censimenti pp. 246-249»[2] — che è il volume già usato più sotto in questa pagina. Andate a guardare, le pagine 248 e 249 danno Castel Vecchio 706 e Monte Porzio 608: la trascrizione del 2023 è esatta. Ma il rapporto fra i due libri cambia natura, e va detto: per il 1782 il volume del 2023 non è una seconda fonte, è un passaggio in più fra questo sito e la stampa del 1906.

E la fonte, guardata, dice una cosa che la trascrizione non poteva dire, perché non sta nelle cifre ma nell'indice. Le due voci non sono due righe vicine dello stesso elenco: dentro lo «Stato e Ducato di Urbino» Castel Vecchio sta nella sezione I, «Ducato di Urbino», subito sotto Mondolfo; Monte Porzio sta nella sezione IV, «Luoghi Baronali», insieme a Stacciola e a Frontone, e quella sezione ha un totale suo (9.399 anime) — quella colonna è letta per intero più sotto, in «Gli stessi trenta, quarantasei anni dopo». È la stessa distinzione che il censimento del 1769 fa a parole — «Luogo baronale» contro «Appodiato a Mondolfo» — e che l'elenco dei baroni del 1701 attribuisce a un nome, i conti Montevecchi. Tre documenti, tre modi diversi di dire la stessa cosa: nel Settecento i due paesi non stanno nella stessa casella amministrativa.

Non so se questo sia un riscontro o la stessa cosa contata una volta sola.

Ci sono due letture, e da qui non riesco a distinguerle.

La prima: sono due rilevazioni indipendenti — una parrocchiale, una civile — che hanno contato le stesse persone nello stesso anno e sono arrivate allo stesso numero. In questo caso i totali dello stato d'anime sono confermati da fuori.

La seconda: il numero che è arrivato a Roma è quello contato dal pievano, cioè il censimento dello Stato ha ricevuto e ricopiato il conteggio della parrocchia. In questo caso non c'è nessuna conferma — c'è la stessa mano contata due volte, che è la trappola in cui questo cantiere è già caduto una volta — ma si è imparata una cosa diversa e non piccola: dove sono finiti questi due elenchi. Il volume stesso avverte che dal censimento del 1736 in poi la rilevazione «non venne più svolta per parrocchie e diocesi, ma effettuata per circoscrizioni civili», il che spingerebbe verso la prima lettura; ma poche pagine dopo cita, per gli anni 1793-1795, proprio gli «stati delle anime» delle parrocchie come fonte dei suoi numeri.[2] Le due cose convivono nello stesso libro.

Un dettaglio che vale in tutti e due i casi, e che è la ragione per cui questo riquadro non è solo un dubbio: le cifre del censimento coincidono con i totali come sono scritti nel documento (577 e 674), non con quelli che l'edizione del 1980 corregge nelle sue note (572 e 676). Qualunque sia stata la strada, il numero che ha viaggiato è quello sbagliato.

Che cosa questa pagina non dice

Un termine di paragone

Nel 1769 la parrocchia di Castelvecchio contava più anime di quella di Monteporzio (674 contro 577, oppure 676 contro 572 con le correzioni). È lo stesso rapporto che si ritrova ottantaquattro anni dopo in una fonte del tutto diversa e indipendente da questa: la Statistica numerativa dello Stato Pontificio, riferita alla fine del 1853, dà 1.019 abitanti a Castelvecchio e 929 a Monteporzio.[3] Due fonti che non si parlano, a distanza di quasi un secolo, dicono la stessa cosa: la frazione era il centro più popoloso dei due.

Sessantotto anni prima: il 1701

Lo stesso rapporto c'era già, e si può risalire di altri sessantotto anni. Un volume di statistica del 1906 — Francesco Corridore, La popolazione dello Stato romano (1656-1901) — stampa per intero due manoscritti del 1701, e i due paesi ci sono tutti e due.[4]

Il primo è una Nota dei Luoghi e delle Parochie dello Stato Ecclesiastico divise per Provincie e per Diocesi, dall'Archivio Camerale. Sotto «Sinigaglia e sua Diocesi» si legge, in colonna, luogo per luogo con le sue anime e le sue parrocchie:

LuogoAnimeParrocchie
Mondolfo2.2182
Castel Vecchio4061
Monte Portio3341
Stacciola2371
Monte Rado5641
Tomba9501

Il secondo è un elenco di tutt'altro genere, dalla Biblioteca Casanatense: Baroni che godono feudi nello Stato Ecclesiastico, ordinato «per alfabeto ne' cognomi». Alla lettera M, sotto «Dioc. di Sinigaglia», c'è una voce che vale più della cifra che porta:

Montevecchi Conte — Monte Portio . . . . 334 1

Nel 1769 il censimento dello Stato della Chiesa marcherà Monteporzio come «Luogo baronale» senza dire di chi (vedi sopra, «Le stesse due cifre arrivano a Roma»). Questo documento, di sessantotto anni prima e di provenienza del tutto estranea a Polverari, dice di chi: dei conti Montevecchi — i Montevecchio della lapide del 1743 sul vecchio municipio e del processo del 1770-71. Lo stesso conte teneva, «in parte», anche Miralbello nella diocesi di Sant'Angelo in Vado, per altre 500 anime; il totale stampato sotto le sue due voci è 834.

Ed è quel totale ad avere salvato la cifra. Il testo automatico ricavato dalla scansione dà «Monte Portio 994», non 334. La pagina stampa sotto le due righe la loro somma, 834: e 994 + 500 fa 1.494, non 834. La pagina è stata allora resa a 300 punti per pollice e la riga riletta ingrandita: 334, con la somma che torna e le parrocchie che tornano (1 + 1 = 2). È la stessa tecnica con cui, in questa pagina, si è controllata la somma del pievano — e qui non ha convalidato un documento, ha smentito uno strumento.

Le due cifre del 1701 sono uguali, e questo non le rende due fonti. Due manoscritti diversi, conservati in due luoghi diversi, danno per Monte Portio lo stesso identico numero. La spiegazione più semplice non è che due persone contarono e trovarono lo stesso risultato: è che tutti e due copiano la stessa rilevazione del 1701. La coincidenza vale come prova che ho letto bene, non come conferma del conteggio.

È la trappola già incontrata su questo sito nel 1911 e nel 1918: due documenti di anni diversi con la stessa firma non sono un riscontro incrociato. Qui è perfino più netto, perché l'anno è lo stesso.

Quarantacinque anni ancora prima: il 1656, e il rapporto è rovesciato

Lo stesso volume del 1906 stampa un documento più antico di tutti: il Documento I, «ANNO 1656 — ANIME DAI TRE ANNI IN SU», cioè la prima numerazione delle anime mai fatta nello Stato della Chiesa.[5] Sotto «Senigaglia e Diocese» i due paesi ci sono tutti e due, e i loro numeri dicono il contrario di tutto il resto di questa pagina:

LuogoAnime dai 3 anni in su
Senigaglia4.977
Mondolfo1.831
Castel Leone910
Castel Vecchio285
Ripe757
Monte Portio302
Stacciola121
Tomba619

Nel 1656 Monteporzio è più grande di Castelvecchio, di diciassette anime.

Il documento dice anche perché quel conteggio esiste, e non è per sapere quanta gente c'era. Corridore lo scrive in apertura: papa Alessandro VII ordinò la nota delle anime nel 1656, la conta fu fatta nella Pasqua di quell'anno dai parroci, e lo scopo era fiscale — si tassavano le anime, «ciascuna delle quali doveva pagare annualmente bai 71 e quattrini 4½, escluse quelle sotto i 3 anni». I bambini più piccoli non sono contati perché non pagavano.

(Fino al 13 agosto 2026 questa pagina scriveva «bai 7½»: era un mio errore di lettura, non della fonte. La pagina 13 di Corridore stampa «bai 71», con le due cifre alla stessa altezza, e sulla stessa riga stampa «4 ¹/₂» con l'uno in apice e il due in pedice — cioè mostra da sé che aspetto ha una frazione in quel carattere. Il testo del 2023 di Anniballi, che da questo libro copia, scrive «71 baiocchi e 4,5 quattrini»: non è una seconda fonte sulla tassa, ma è un secondo lettore della stessa pagina, ed è quello che ha fatto sospettare l'errore.)

La somma torna, e la cifra che mancava è stata decisa guardandola. La pagina stampa, in fondo alla diocesi, «Sommano in tutto: 36143», e un'altra tabella dello stesso libro — il Sommario I, che riepiloga per diocesi — ripete 36143 e dichiara 25 luoghi. I luoghi stampati in colonna sono 25: il conto delle voci torna al numero dichiarato.

Fino al 15 agosto 2026 la somma delle 25 cifre, lette una per una sulla pagina resa a 300 punti per pollice, dava però 36.140, tre in meno, e questa pagina lasciava la differenza aperta. L'unica cifra dubbia era l'ultima di Scapezzano, «165…»: se è un 4 e non un 1, la somma chiude esatta — ma deciderla così vuol dire spegnere il controllo, perché si sceglie la cifra dal totale che dovrebbe verificarla. È stata decisa invece per la forma della lettera, confrontandola con le altre cifre della stessa colonna ingrandite dieci volte a pixel pieni, senza interpolazione. In questo carattere l'1 ha una bandierina obliqua in alto a sinistra e un piede largo che sporge dalle due parti: si vedono nette nell'1 finale di «121» (Stacciola) e di «371» (Villa della Gennara), e nel primo 1 della cifra di Scapezzano. Il glifo finale non ha né la bandierina né il piede, e porta invece una traversa orizzontale attaccata all'asta a mezza altezza — cioè ha la forma del 4 di «424» (Monte Rado, due righe più su), che in questa scansione ha perso allo stesso modo la diagonale in alto. Scapezzano 1654.

E allora il collaudo che restava sospeso passa: le 25 cifre sommano 36.143 esatte, cioè il totale stampato in fondo alla colonna e ripetuto nel Sommario I. La trascrizione della diocesi di Senigallia nel 1656 è chiusa, e la differenza di tre anime era mia, non della stampa.[6] Le due cifre che contano qui non erano comunque in dubbio: 302 e 285 si leggono nitide, e sono state rilette ingrandite.

Il 1656 non si può mettere in fila con il 1769 e il 1782, e a dirlo è l'autore del libro. Corridore avverte, a p. 22, che «non sono direttamente paragonabili le cifre del 1656, 1701 e 1708 con quelle del 1736, 1769 e 1782, poichè le prime si riferiscono alla circoscrizione ecclesiastica, le altre a quella civile».

Ci sono quindi due difetti diversi, e vanno tenuti separati:

Quello che resta, e che regge, è il confronto fra i due paesi nello stesso anno: nel 1656 sono contati nello stesso modo, dallo stesso ufficio, sulla stessa pagina. Che nel 1656 Monteporzio superasse Castelvecchio è quindi un fatto della fonte; di quanto esattamente, no.

Sessantacinque anni ancora prima: il 1591, e Monteporzio non c'è

Il volume del 2023 apre con una misura più antica di tutte queste, e non è un censimento dello Stato della Chiesa: è il «conteggio delle bocche» che Francesco Maria II della Rovere fece fare nel 1591 nel ducato di Urbino.[7] La tabella dà, per ogni comunità, gli abitanti divisi fra maschi e femmine:

ComunitàAbitantiMaschiFemmineNota della fonte
Mondolfo1.456723733
San Gostanzo1.693864829
Ceregia558270288
Monte Portion.d.n.d.n.d.Luogo baronale
Castel Vecchio254137117
Sinigallia6.7603.3663.394Città e ville
Fanon.d.n.d.n.d.Governo della Chiesa
Pesaro6.8913.2533.638Città
Urbino4.5572.1462.411Città
Stato di Urbino132.70664.28868.418

Castelvecchio nel 1591 ha 254 abitanti. Monteporzio non ha un numero, e la fonte dice perché: è luogo baronale, cioè non è una comunità del ducato ma di un feudatario, e il conteggio del duca non lo tocca. È la stessa etichetta che il paese porterà nei censimenti del 1736, del 1769 e del 1782 — solo che allora un numero ce l'avrà.

Le cifre di questa tabella si controllano da sole, e il controllo è passato: in tutte e otto le righe con i dati, maschi più femmine fa esattamente il totale stampato, riga del ducato compresa (64.288 + 68.418 = 132.706). Il testo intorno aggiunge una verifica in più senza volerlo — dice che nel ducato le femmine superano i maschi «di 4.130 unità», e 68.418 − 64.288 fa 4.130. Su un volume in cui l'estrazione automatica appiattisce le tabelle in una riga sola, un controllo così vale quanto una seconda lettura; la riga di Castelvecchio e quella di Monteporzio sono state comunque riguardate sulla pagina resa a 300 punti per pollice.

La fonte dichiara da sé che questo numero non è affidabile, e conviene riportarlo con la sua smentita accanto. Tre anni dopo, nel 1594, il duca distribuisce grano e biade alle comunità del ducato in proporzione alle «bocche», e in quell'elenco Mondolfo di bocche ne ha 1.818 invece di 1.456, Castelvecchio 240 invece di 254. Il curatore del volume del 2023 ne trae che «il dato censuario va considerato di dubbia precisione» e suppone che «la reale composizione delle famiglie venisse celata nel timore di nuovi tributi»: cioè che nel 1591 i paesi si siano contati per difetto.

La supposizione è sua e resta una supposizione — Mondolfo cresce del 25% e Castelvecchio cala del 5,5%, e una reticenza fiscale che agisce in due versi opposti va spiegata. Ma la cosa da tenere è che fra il 1591 e il 1594 esistono due misure della stessa comunità che non coincidono, e che chi pubblica la prima lo dice.

Va aggiunto che né l'una né l'altra le ho lette in originale: il volume del 2023 le riprende da un periodico del 1982, che a sua volta le trae dall'Archivio Metaurense. Fra me e il conteggio del 1591 ci sono due passaggi, e il primo non l'ho visto.

I due anni che mancavano: il 1708 e il 1736

Fra il 1701 e il 1769 lo Stato della Chiesa si contò altre due volte, nel 1708 e nel 1736, e tutti e due i censimenti sono stampati per intero nel volume del 1906.[8] Il 1708 è quello che serviva di più, perché è ecclesiastico come il 1656 e il 1701: è l'unico anno che si possa mettere in fila con quei due senza l'avvertenza di p. 22.

Alla p. 163, dentro la sezione «XIII. Sinigaglia Dioc.», in mezzo a Mondolfo, Ripe, Tomba, Stacciola e Castelleone:

1708, diocesi di SinigagliaAnimeParrocchie
Mondolfo2.4212
Castelvecchio3441
Stacciola2251
Monte Portio3781

Nel 1708 Monteporzio è di nuovo davanti, di trentaquattro anime — sette anni dopo esser rimasto indietro di settantadue. La cosa che questo cambia non è una cifra, è una frase: in precedenza questa pagina diceva che il primato di Castelvecchio «comincia fra il 1656 e il 1701». Non comincia lì, perché nel 1708 non c'è ancora. Nelle tre misure confrontabili fra loro il vantaggio passa da un paese all'altro a ogni rilevazione: Monteporzio +17 nel 1656, Castelvecchio +72 nel 1701, Monteporzio +34 nel 1708.

Il 1736 è invece il primo censimento fatto per circoscrizioni civili, e la pagina lo mostra in due modi. Il primo: alla p. 209 Castelvecchio non ha una riga propria fra le comunità, ma sta sotto Mondolfo, e la voce si legge così —

Mondolfo e Annesso dioc. di Sinigaglia … 2602 Mondolfo … 2372 Annesso Castel Vecchio … 230 2602

— cioè 2.372 + 230 = 2.602, il totale stampato. L'appodio di Castelvecchio a Mondolfo, disposto nel 1733, si vede nella forma della tabella tre anni dopo: il borgo non è più una voce, è un annesso di un'altra voce. Il secondo modo è un'assenza: in quelle pagine Monteporzio non ha una cifra, e il volume del 2023 alla riga del 1736 scrive «n.d. — Luogo baronale», come nel 1591.

Castelvecchio, fra il 1708 e il 1736, passa da 344 a 230 abitanti: perde un terzo della popolazione in ventotto anni.

L'assenza del 1736 è scritta nella fonte

Fino al 13 agosto 2026 questa pagina poteva dire soltanto che Monteporzio nel 1736 non l'aveva trovato. Adesso può dire di più, e la differenza fra le due frasi è tutto il mestiere di questo sito: il censimento del 1736 nomina Monteporzio e non lo conta.

La sezione dello Stato di Urbino occupa nove pagine, dalla 205 alla 213, e ha una struttura in tre pezzi che si vede solo leggendole tutte:[8]

1. «Luoghi Baronali e altri esistenti nello Stato di Urbino» (p. 205, titolo in grassetto): è l'elenco principale, in ordine grosso modo alfabetico, con le anime di ogni comunità. Comincia con «Acinelli dioc. di Cagli … —», cioè con un trattino al posto della cifra: questo censimento sa scrivere che un luogo esiste e non ha un numero. Qui stanno Barchi, Barbara, Cagli, Mondolfo con il suo annesso Castel Vecchio, Pesaro, Urbania, Urbino. Chiude a p. 212 con il totale 140.830. 2. «Feudi dipendenti dalla Legazione d'Urbino» (p. 206, secondo titolo in grassetto): tredici voci di feudi, ciascuna con le sue anime. Fra queste Stacciola dioc. di Sinigaglia 341 e Porcozzone (con Vacarile, 329), che sono due luoghi confinanti con Monteporzio, e poi Biscina, Basciucheto, Castiglione, Carpine, Cocorano e Ponte Novo, Frontone e S. Savino, Isola del Piano, Monte l'Abbate, Metola, Piobico, S. Angelo e Montecchio. Monteporzio non c'è. 3. Dopo il totale, alle pp. 212-213, un «ELENCO dei Luoghi che compongono lo Stato e Ducato di Urbino»: nomi soli, senza cifre, divisi per Provincia Feltria, Massa Trabaria, Stato d'Urbino, Ducato e — ultima sezione — «Luoghi Baronali». Lì, fra «Monte l'Abbate» e «Offredi», è stampato «Monte Porzio». Nello stesso elenco compaiono Stacciola e Porcozzone, e nella prima colonna «Mondolfo» è seguito immediatamente da «Castel Vecchio».

Cioè: per il censimento del 1736 Monteporzio è uno dei luoghi che compongono lo Stato e Ducato di Urbino, ed è classificato baronale dal censimento stesso, non da un curatore del 2023 — e non ha una cifra. «Non trovato» diventa «nominato e non contato», che è una cosa diversa e più forte.

E rovescia la spiegazione che questa pagina dava prima. Il 12 agosto avevo scritto che Monteporzio manca nei conteggi civili perché «non è una comunità da contare, è il feudo di qualcuno». Nel 1736 quella frase non regge: i feudi questo censimento li conta, tredici, in una sezione fatta apposta, e conta proprio i due vicini di casa di Monteporzio. Essere un feudo, nel 1736, non bastava a restare fuori dal conto.

Undici su trenta: contare l'elenco invece di leggerlo

Il 13 agosto 2026 quell'elenco della p. 213 è stato contato invece che guardato, e la domanda è cambiata di nuovo.

Sotto il titolo «Luoghi Baronali» ci sono trenta nomi, in ordine alfabetico: Baccaresca, Biscina, Carlano, Carpini, Castel Leone e Mirabello, Castiglione Aldovrando, Castiglione di Cagli, Civitella Ranieri, Coccorano, Colle Rosso, Col Stregone e Colle Longo, Frontone, Isola del Piano, Massa, Migliara, Montefiore e Fumo, Montegrino, Monte l'Abbate, Monte Porzio, Offredi, Pecorari, Piobbico, Poggio di Berni, Poggio manente, Porcozzone, Rocca Leonella, S. Angelo e Montecchio, S. Cristina e Torricella, Stacciola, Valcodale.[9]

Nelle tabelle dello stesso censimento, quelli con una cifra accanto sono undici: Biscina, Carpini, Castiglione, Coccorano, Frontone, Isola del Piano, Monte l'Abbate, Piobbico, Porcozzone, S. Angelo e Montecchio, Stacciola. Gli altri diciannove non hanno un numero da nessuna parte — e Monteporzio è uno dei diciannove.

Il rapporto non torna nemmeno nell'altro verso: tre dei tredici feudi contati (Basciucheto, Metola, Vacarile) non compaiono fra i trenta nomi dell'elenco. Le due liste non sono l'indice l'una dell'altra.

Questo sposta la domanda. Prima sembrava che il censimento contasse i feudi e saltasse proprio il nostro; contati, i feudi con una cifra sono meno di un terzo di quelli che il censimento stesso dichiara di avere. Nel 1736 essere nominato e non avere un numero non è l'eccezione di Monteporzio: è la condizione di maggioranza dei luoghi baronali dello Stato di Urbino. Quello che resta da spiegare non è perché manchi Monteporzio, è perché ce ne siano undici che non mancano.

Perché il censimento del 1736 conti undici luoghi baronali su trenta, non lo so — e non ho trovato nel volume una riga che lo dica.

Il fatto è documentato in tutte e due le direzioni: il paese è nominato dall'elenco finale del censimento fra i «Luoghi Baronali», e non compare in nessuna delle nove pagine della sezione di Urbino con un numero accanto. Le nove pagine le ho lette tutte — le pp. 205-209 il 12 agosto 2026, le pp. 210-213 il 13 — rese a 300 punti per pollice, che è la risoluzione nativa della scansione.

Le spiegazioni possibili sono almeno tre, e non ho niente per sceglierne una: che i baroni mandassero la cifra solo quando gli conveniva (il censimento del 1736 si faceva per il riparto delle spese militari, e chi non paga non dichiara); che le cifre mancanti siano andate perdute prima della copia manoscritta da cui il volume del 1906 trascrive; oppure che i luoghi non contati fossero censiti altrove, in fascicoli che non stanno in questo libro.

Della terza ho potuto verificare un pezzo, il 13 agosto 2026, e la risposta è no. Il censimento del 1736 non è fatto del solo Stato di Urbino: ha altre cinque sezioni — Marca, Romagna, Umbria, Patrimonio, Marittima e Campagna — e un luogo baronale poteva benissimo essere stato contato dentro una di quelle. Non c'è. Ho cercato tutti e trenta i nomi dell'elenco in tutte e sei le sezioni: le uniche cifre stanno nella sezione di Urbino, e ogni altra occorrenza è un omonimo di un'altra diocesi (ci sono Castiglione, Massa, Monte Fiore, Montecchio, S. Cristina, Torricella e Colle Longo sparsi per mezzo Stato pontificio, e non sono questi).

Per Monteporzio il controllo si può fare meglio, perché dentro questa fonte il discrimine non è il nome ma la diocesi. La diocesi di Sinigaglia in questo censimento è divisa fra due sezioni — una parte in Marca (Corinaldo, Belvedere, Morro, Monte Alboddo, Monte Nuovo, Monte S. Vito, Rocca Contrada, Serra de' Conti) e una nello Stato di Urbino (Sinigaglia, Mondolfo, Barbara, Stacciola, Tomba) — quindi cercarlo solo fra i luoghi di Urbino non sarebbe bastato. Ho letto tutte le righe del censimento che nominano quella diocesi, in tutte e sei le sezioni: Monteporzio non è in nessuna. E sulla pagina resa dove il nome cadrebbe in ordine alfabetico — la p. 174, colonna di sinistra — la fila va da «Monte Nuovo dioc. di Sinigaglia 2802» a «Monte Santo dioc. di Fermo 3577» senza niente in mezzo.[10]

Resta in piedi la parte della terza spiegazione che da qui non posso toccare: che la cifra stia in un fascicolo diverso, fuori da questo libro. Il documento stesso avverte di essere incompleto — dichiara mancanti lo Stato d'anime del Ducato di Ferrara e quello dello Stato di Castro e Ronciglione.

La terza spiegazione che avevo scritto è caduta. Diceva: forse il feudo dei Montevecchio non dipendeva dalla Legazione d'Urbino, e per questo non è fra i tredici «dipendenti» da essa. Ma diciannove luoghi su trenta sono nella stessa condizione, e fra loro ci sono paesi che con i Montevecchio non c'entrano nulla: una spiegazione che riguarda un solo feudatario non può spiegare diciannove assenze.

C'è però una coincidenza che vale la pena scrivere, dichiarandola per quello che è. Fra i diciannove senza cifra c'è «Castel Leone, e Mirabello» — e nel 1701 lo stesso volume, nell'elenco dei baroni, attribuisce al conte Montevecchi esattamente due feudi: Monte Portio 334 anime, diocesi di Sinigaglia, e «Miralbello in parte» 500 anime, diocesi di Sant'Angelo in Vado, con la somma stampata «834» e «2» parrocchie.[11] Cioè nel 1736 nessuno dei due luoghi dei Montevecchio ha un numero. Non lo scrivo come prova: le due grafie non coincidono («Mirabello» / «Miralbello»), il 1736 accoppia quel nome a Castel Leone e non a Monteporzio, e trentacinque anni separano le due rilevazioni. È una coincidenza da verificare, non un fatto.

Gli stessi trenta, quarantasei anni dopo: nel 1782 hanno tutti un numero

La domanda del riquadro qui sopra — perché ce ne siano undici che non mancano — non ha ancora una risposta, ma dal 16 agosto 2026 ha un vincolo in più, e viene dal censimento successivo.

Nel censimento del 1782, dentro lo «Stato e Ducato di Urbino», la sezione IV, «Luoghi Baronali», occupa la terza colonna della p. 249. Sono trenta voci, e ognuna porta la sua cifra. Sotto, la riga di somma stampata: 9399. Poi il totale generale dello Stato di Urbino, «In tutto: 166.575».[12]

Sono gli stessi trenta nomi del 1736. Non trenta all'incirca: gli stessi, uno per uno, confrontati con l'elenco della p. 213 già letto qui il 13 agosto. Cinque coppie hanno grafie diverse e sono un'identificazione, non una lettura — «Castiglione Aldovrando» / «Castiglion Aldovr.», «Castiglione di Cagli» / «Castiglion de' Cagli», «Montefiore e Fumo» / «Monte fiore e Contea del fumo», «Massa» / «Massa ed ann.», «Poggio manente» / «Poggiomanente» — e due sono varianti di una lettera: «Baccaresca» / «Baccoresca», «Valcodale» / «Valcoldale». Nessun nome entra, nessuno esce. La lista dei luoghi baronali dello Stato di Urbino è la stessa a quarantasei anni di distanza; quello che cambia è che nel 1736 diciannove non avevano un numero e nel 1782 ce l'hanno tutti.

Ecco la colonna intera, in ordine di grandezza, con accanto la cifra del 1736 dove il censimento di quell'anno gliene dava una (sono i sei che si possono confrontare, letti sulla p. 207 dello stesso volume):

#Luogo baronale (grafia del 1782)17821736
1Castel Leone, ed an.1.707—
2S. Angelo, e Montecchio1.2081.162
3Poggio de Berni, ed ann.749—
4Frontone662639
5Isola del piano617443
6Monte Porzio608—
7Monte l'Abbate591410
8Piobbico394188
9Carpini344—
10Stacciola341341
11Massa ed ann.320—
12Coccorano226—
13Civitella Ranieri221—
14Rocca Leonella182—
15S. Cristina, e Torricella165—
16Castiglion Aldovr.139—
17Biscina116—
18Baccoresca108—
19Offredi98—
20Poggiomanente96—
21Pecorari89—
22Porcozzone89—
23Valcoldale79—
24Carlano70—
25Montegrino65—
26Castiglion de' Cagli38—
27Migliara37—
28Col Stregone, e Colle longo20—
29Colle Rosso10—
30Monte fiore e Contea del fumo10—
somma9.399

La somma delle trenta cifre lette sull'immagine fa 9.399, che è esattamente il totale stampato sotto la colonna. È un controllo che poteva fallire — basta una cifra letta male su trenta — e non fallisce: la colonna è completa e le trenta letture sono buone.

Da qui si ricava il posto di Monteporzio, che è la ragione per cui questa colonna sta su questa pagina: sesto di trenta, con il 6,5% delle 9.399 anime baronali dello Stato di Urbino. Sopra di lui ci sono solo cinque luoghi, e uno solo — Castel Leone — è quasi tre volte più grande. Dei trenta, i tre che stanno dalle nostre parti sono Monteporzio (608), Stacciola (341) e Porcozzone (89): il paese è il maggiore dei tre di quasi il doppio.

Che cosa cambia per la domanda aperta. Non la chiude, ma toglie di mezzo una spiegazione che nel 1736 sembrava possibile: che i diciannove senza numero fossero luoghi non contabili — troppo piccoli, troppo dispersi, o fuori dalla portata dell'amministrazione. Non lo erano: quarantasei anni dopo, la stessa identica lista è contata per intero, e ci stanno dentro anche i due luoghi da dieci anime (Colle Rosso, Montefiore e Contea del Fumo). Il buco del 1736 è un difetto di quella rilevazione, non una proprietà di quei posti. Fra le tre spiegazioni del riquadro qui sopra ne restano in piedi due — la dichiarazione che non arriva e la carta che si perde — e questa pagina non sa scegliere fra loro.

E c'è la coincidenza dei Montevecchio, che va aggiornata perché cambia di segno: nel 1736 nessuno dei due luoghi attribuiti al conte Montevecchi dall'elenco dei baroni del 1701 — Monteporzio e «Castel Leone e Mirabello» — aveva una cifra; nel 1782 tutti e due ce l'hanno, e sono il primo e il sesto della colonna. Resta una coincidenza, e resta da verificare: ma se nel 1736 fosse stato il feudatario a non dichiarare, nel 1782 avrebbe dichiarato.

Una cifra che non si muove, e non so dire se sia un dato o una copia.

Delle sei voci che si possono confrontare fra il 1736 e il 1782, cinque cambiano — e cambiano parecchio: Isola del Piano da 443 a 617, Monte l'Abbate da 410 a 591, Piobbico da 188 a 394, Frontone da 639 a 662, S. Angelo e Montecchio da 1.162 a 1.208. La sesta, Stacciola, è 341 tutte e due le volte.

Le letture sono buone: 341 è stato letto sull'immagine della p. 207 e su quella della p. 249, tutte e due a 300 punti per pollice, che è la risoluzione nativa della scansione. Quindi o Stacciola in quarantasei anni non è cresciuta di una persona, oppure nel 1782 quella riga è stata ricopiata dal censimento precedente invece che rilevata. Da qui non posso deciderlo, e la seconda ipotesi è abbastanza seria da dover essere scritta accanto alla tabella: se capitò a una riga, può essere capitato ad altre che non ho modo di controllare, perché il 1736 non le contava.

Per Monteporzio, però, questo dubbio non si applica, ed è l'unico punto in cui posso essere netto. Il 608 del 1782 non è un numero orfano: la stessa fonte stampa accanto alla riga la differenza sul 1769, +31, e 577 + 31 = 608 — il controllo interno discusso in cima a questa pagina. Una cifra ricopiata da quarantasei anni prima non tornerebbe con la rilevazione di tredici anni prima.

Che cosa vuol dire «luogo baronale», detto da chi ha studiato quei feudi. Questa pagina finora ha trattato l'etichetta come un fatto amministrativo — una casella diversa da quella di Castelvecchio — senza dire che cosa ci fosse dentro. Una ricerca di Stefano Lancioni sulle aree feudali del Ducato e della Legazione di Urbino, che poggia sugli studi di Bandino Giacomo Zenobi, la descrive così: il feudatario, investito per bolla, «governava, amministrava la giustizia e riscuoteva imposte in base alla bolla d'investitura che descriveva minuziosamente i diritti di cui i feudatari (a cui era concesso il titolo comitale) godevano», e le sue entrate erano il tributo annuo della comunità, le multe e le confische, gli appalti, i «proventi di forno, osteria, mulino, fornaci, ecc., di proprietà del feudatario, che i sudditi erano obbligati ad utilizzare», le esenzioni fiscali, la libera estrazione dei grani, «giornate di lavoro (generalmente una all'anno per famiglia)» e la riserva di caccia. Dopo la Devoluzione del 1631 non se ne crearono di nuovi, e i vecchi sopravvissero: alla fine del Settecento erano «una trentina di feudi» con «complessivamente 9399» anime.[13]

Va preso per quello che è: una descrizione generale dei feudi del Ducato, non un documento su Monteporzio, e su nessuno di quei diritti questa pagina ha un atto che riguardi il nostro paese. Serve a sapere che cosa si sta guardando quando la tabella mette Monteporzio in una colonna a parte — e la cifra dei «9399» che quella ricerca dà per l'intero Stato di Urbino è la stessa che si legge sotto la colonna della p. 249, cioè viene di lì.

Trentacinque anni prima l'etichetta non c'era

C'è un'ultima cosa che si vede solo mettendo le due pagine una accanto all'altra, ed è sull'etichetta più che sulla cifra. Nel 1701, nello stesso volume, la Nota dei Luoghi e delle Parochie dello Stato Ecclesiastico divise per Provincie e per Diocesi elenca la diocesi di Sinigaglia luogo per luogo, e Monteporzio ci sta dentro come tutti gli altri: fra Ripe e Stacciola, con le sue 334 anime e la sua parrocchia, senza nessuna qualifica.[14] Nel 1736 lo stesso paese è sotto il titolo «Luoghi Baronali» e non ha un numero.

Il che toglie forza a un modo di dire che questa pagina ha usato per due giorni. «Luogo baronale» non è una condizione permanente che spieghi da sola le caselle vuote: nel 1701 il paese era feudo dei conti Montevecchi — lo dice, per lo stesso anno, l'elenco dei baroni a p. 132 di questo volume — ed era contato lo stesso. Quello che cambia fra le due rilevazioni non è che cosa fosse Monteporzio: è chi contava, e con quale perimetro. Il 1701 conta diocesi, il 1736 conta comunità civili — la distinzione che il volume stesso raccomanda a p. 22, e che questa pagina segna in tabella nella colonna «perimetro».

Tre cose di questo paragrafo sono più deboli di come suonano.

Il salto del 1701. Fra il 1701 e il 1708 Monteporzio guadagna 44 anime e Castelvecchio ne perde 62: 106 persone che si spostano in sette anni fra due parrocchie confinanti di poche centinaia di abitanti l'una. Le spiegazioni possibili sono le stesse tre già elencate più avanti in questa pagina per il sorpasso degli anni Novanta, e non so sceglierne una. Quello che è cambiato è dove cade il sospetto: prima il 1701 era l'inizio di una serie coerente, adesso è l'unica delle tre misure ecclesiastiche a stare fuori linea.

L'assenza di Monteporzio nel 1736. Chiusa il 13 agosto 2026, e in un modo che non mi aspettavo: le pp. 210-213, che il giorno prima non avevo letto, portano l'elenco dei luoghi dello Stato di Urbino in cui Monteporzio è nominato. Il paragrafo «L'assenza del 1736 è scritta nella fonte», qui sopra, racconta che cosa cambia — e smentisce la spiegazione che questa pagina dava. (Quando questo riquadro fu scritto, la riga diceva: «non ho letto le pagine 210-213, e "non trovato" non è "non c'è"». Era vero, ed è la ragione per cui quelle quattro pagine erano nel piano del giorno dopo.)

L'unico «Monte Porzio» che quelle pagine stampano non è il nostro. Alla p. 204 c'è «Monte Porzio dioc. di Frascati 1120»: è Monte Porzio Catone, nel Lazio. Il discrimine, dentro questa fonte, non è mai il nome — è la diocesi.

Il collaudo, e questa volta non chiude. Il censimento del 1708 stampa il totale della diocesi di Sinigaglia: «In tutto: 45714, 45 parrocchie». Le voci in colonna sono quaranta e la somma della colonna delle parrocchie fa 45 esatte — controllo che poteva fallire, e che avrebbe rivelato una riga saltata al cambio di pagina. La somma delle quaranta cifre delle anime fa invece 45.814, cento in più del totale stampato. Le tre cifre di testa (Sinigaglia 2.700, Ebrei 500, Nel Porto 1.226) e le due che servono qui (378 e 344) sono state rilette ingrandite e non sono in dubbio. Lo scarto resta aperto: non ho modo di sapere se sia mio, dell'ottocentesco copista o della stampa del 1906, e sceglierne una cifra da correggere per far tornare il conto significherebbe spegnere l'unico controllo disponibile.

Per il 1708 e il 1736 il volume del 2023 non è una seconda fonte. Le sue due tabelle dichiarano in nota, tutte e due, di venire di lì: «Francesco Corridore, La popolazione dello stato romano, 1906, Censimenti pag. 160-168» per il 1708 e «pag. 205-213» per il 1736.[15] È lo stesso caso già trovato per il 1782: due libri, una fonte sola. Le cifre pubblicate qui sono quelle lette sulla stampa del 1906, e le due trascrizioni del 2023 coincidono con esse — il che non le conferma, ma dice che chi ha copiato ha copiato bene.

Non è solo Monteporzio: cinque altri luoghi contati nel 1701 e non nel 1736

Il 13 agosto 2026, sulla stessa rilevazione del 1701, sono state rese e lette anche le pp. 114-115. Dicono due cose, e la seconda risponde in parte alla domanda aperta più vecchia di questa pagina.

La prima: nel 1701 i luoghi baronali non sono trattati allo stesso modo da una diocesi all'altra. Nello stesso documento, a poche pagine di distanza, ci sono tre forme diverse.

Cioè «luogo baronale», in questa fonte, non è una casella che decide se e come sei contato: è un'informazione che ogni compilatore diocesano dà, o non dà, come gli pare.

La seconda: cinque di quei luoghi, che nel 1701 hanno una cifra, nel 1736 non ce l'hanno più. Nove dei nomi baronali del 1701 tornano trentacinque anni dopo nell'elenco dei trenta «Luoghi Baronali» dello Stato di Urbino, e si dividono esattamente a metà:

luogo (diocesi nel 1701)17011736
Piobbico (Cagli)207188 (dioc. d'Urbino)
Frontone (Cagli)705639 (con S. Savino)
Rocca Leonella e Monte Grino (Cagli)239nessuna cifra
Biscina (Gubbio)7477
Castiglione (Gubbio)156220 (dioc. di Gubbio)
Coccorano (Gubbio)207186 (con Ponte Novo)
Civitella (Gubbio)165nessuna cifra
S. Cristina (Gubbio)73nessuna cifra
Baccaresca (Gubbio)200 (con Il Peglio)nessuna cifra
Monte Portio (Sinigaglia)334nessuna cifra

Le cifre del 1736 sono quelle della sezione «Feudi dipendenti dalla Legazione d'Urbino», pp. 206-207.[18]

Questo non spiega perché il censimento del 1736 lasci in bianco diciannove luoghi su trenta. Ma toglie di mezzo una delle risposte che venivano più facili: che quei luoghi non avessero una cifra perché non erano contabili — troppo piccoli, troppo sparsi, fuori da ogni parrocchia. Non è così. Trentacinque anni prima, nello stesso libro e nella stessa serie di documenti, cinque di loro un numero ce l'avevano — e Monteporzio con loro. Quello che manca nel 1736 è mancato nel 1736: è una proprietà di quella rilevazione, non di quei paesi.

Il limite di questa tabella è l'identificazione dei nomi, e va detto riga per riga.

Nel 1701 i nomi sono nudi («Civitella», «Castiglione», «S. Cristina»); nel 1736 portano un secondo elemento («Civitella Ranieri», «S. Cristina, e Torricella», e ci sono due Castiglioni, «Aldovrando» e «di Cagli»). Il legame è forte dove il 1736 stampa anche la diocesi e coincide con quella del 1701 — Biscina, Castiglione e Coccorano, tutti e tre «dioc. di Gubbio» — e più debole dove il 1736 dà solo il nome (Civitella, S. Cristina, Baccaresca, Rocca Leonella, Monte Grino).

E una riga si comporta male proprio dove dovrebbe essere facile: Piobbico, che nel 1701 è fra i luoghi baronali di Cagli e nel 1736 è «dioc. d'Urbino». O il paese ha cambiato diocesi in trentacinque anni, o uno dei due compilatori l'ha assegnato male: in tutti e due i casi vuol dire che la diocesi, in questa fonte, non è un'etichetta stabile come questa pagina l'ha usata finora. Il discrimine resta il migliore che ci sia per distinguere il nostro Monte Porzio da quello di Frascati — lì i due sono lontani mille chilometri e nessuna delle due diocesi è in dubbio — ma su nomi comuni e diocesi confinanti va usato con più cautela.

Aggiornato lo stesso giorno, e la risposta non era nessuna delle due: la lista dei baroni del 1701 scrive «Diocesi d'Urbino in Parte» sopra Piobbico e «Diocesi di Cagli in parte» sopra Rocca Leonella, e la rilevazione per diocesi conta Piobbico due volte, 258 fra i castelli d'Urbino e 207 nella nota di Cagli. La giurisdizione era divisa, e il documento lo dichiara — la sezione «I nomi dei feudatari, e la prova che è fallita», qui sotto, lo mostra riga per riga. Il resto del riquadro resta valido — la diocesi, in questa fonte, è un indizio e non un identificatore.

Le cifre di tutte e tre le pagine (113, 114-115, 206-207) sono state lette su rese a 300 punti per pollice e non sul testo riconosciuto a macchina, che su questo volume sbaglia i numeri in silenzio: dava «181» dove la carta stampa 131, «88» dove stampa 186, «449» dove stampa 443.

I nomi dei feudatari, e la prova che è fallita

Se i luoghi baronali che nel 1736 hanno una cifra e quelli lasciati in bianco si dividessero per famiglia, si potrebbe dire che a fare la differenza era il feudatario: chi dichiarava e chi no. È l'unica delle spiegazioni rimaste che si possa mettere alla prova da qui, e il volume del 1906 permette di farlo, perché poche pagine dopo la rilevazione per diocesi trascrive un secondo manoscritto dello stesso 1701: «BARONI CHE GODONO FEUDI NELLO STATO ECCLESIASTICO — 1701 — PER ALFABETO NE' COGNOMI», dalla Biblioteca Casanatense. Undici pagine in cui ogni barone porta sotto il proprio cognome i luoghi che tiene, ciascuno con la diocesi, le anime e le parrocchie.[19]

Rese e lette tutte e undici, i dieci luoghi baronali di Cagli e di Gubbio hanno un nome:

luogofeudatario nel 1701anime nella lista dei baronianime nella rilevazione per diocesi1736
PiobbicoBrancaleoni Conte258258 (Urbino) e 207 (nota di Cagli)188
Rocca Leonella «in parte»Brancaleoni Conte e Lutij— (in tutte e due le voci)239, con Monte Grinonessuna cifra
Monte Grino «in parte»Brancaleoni Conte e Lutij— (in tutte e due le voci)239, con Rocca Leonellanessuna cifra
FrontonePorta Conte—705639
Piscina (Biscina)Porta Conte747477
CivitellaRanieri Conte165165nessuna cifra
S. CristinaD. Aste7373nessuna cifra
CastiglioneBeni Conte156156220
CoccoranoBigazzini Conte207207186
BaccarescaGabrielli Conte100200, con Il Peglionessuna cifra
Monte PortioMontevecchi Conte334334nessuna cifra

La prova è fallita, e vale come risultato. I feudatari non si dividono affatto come si dividono le caselle del 1736. Il conte Brancaleoni sta da tutte e due le parti da solo: Piobbico, che tiene lui, nel 1736 ha una cifra; Rocca Leonella e Monte Grino, che tiene sempre lui, non ce l'hanno. Il conte Porta ne ha due e tutte e due sono contate; i conti Ranieri, Gabrielli e Montevecchi ne hanno una a testa e nessuna è contata. Una stessa famiglia con due esiti diversi basta a chiudere la questione: il nome del feudatario non predice la casella vuota.

Ma le due colonne di mezzo, quelle che non c'entravano con la prova, dicono la cosa più forte che questa pagina abbia trovato sull'argomento. Le due rilevazioni sono dello stesso anno, stanno nello stesso libro a dieci pagine di distanza — e non sono d'accordo su chi ha un numero. Frontone vale 705 anime nella nota di Cagli e porta un trattino nella lista dei baroni. Rocca Leonella e Monte Grino valgono 239 di là e portano due trattini di qua.

E il trattino non è una perdita di stampa né un guasto della scansione: sotto il conte Brancaleoni ci sono tre luoghi, uno solo con una cifra, e la somma stampata è «258, 1», cioè esattamente quella cifra e quella parrocchia. Il compilatore ha sommato i trattini come niente, di proposito — ed è un controllo che poteva fallire.

Quindi la frase scritta più sopra — quello che manca nel 1736 è mancato nel 1736 — non ha più bisogno di trentacinque anni per reggersi. La stessa cosa si vede dentro un anno solo: nel 1701 gli stessi castelli, tenuti dagli stessi uomini, hanno un numero in una rilevazione e non nell'altra. La casella vuota è una proprietà di chi conta, non del paese contato.

E Piobbico, che il 13 agosto sembrava un'anomalia, adesso ha la sua risposta, e la dà la fonte. Il riquadro qui sopra si chiedeva se avesse cambiato diocesi fra il 1701 e il 1736 o se un compilatore avesse sbagliato. Non è né l'una né l'altra: la lista dei baroni scrive, sopra la voce del conte Brancaleoni, «Diocesi d'Urbino in Parte» per Piobbico e «Diocesi di Cagli in parte» per Rocca Leonella — la giurisdizione era divisa, e il documento lo dichiara. Nella rilevazione per diocesi la conseguenza si vede in aritmetica: Piobbico è contato due volte, con due cifre diverse, 258 fra i castelli del territorio d'Urbino (p. 114) e 207 nella nota dei luoghi baronali di Cagli (p. 115), che a sua volta sta dentro il totale della sua diocesi.[20] Una terza risposta che nessuna delle due ipotesi conteneva: non «ha cambiato diocesi», non «qualcuno ha sbagliato», ma stava in due.

I nomi di questa tabella sono identificati dalla cifra e dalla diocesi, non dalla grafia, ed è giusto vedere quanto la grafia balli. La carta stampa «Piscina» dove il 1736 scrive «Biscina» (stessa diocesi di Gubbio, stesse 74 anime); «Bavaresca» dove la rilevazione per diocesi, dieci pagine prima, scrive «Baccaresca»; «Monte girno» sotto Brancaleoni e «Monte Giano» sotto Lutij dove la nota di Cagli scrive «Monte Grino». Dove la cifra coincide (74, 73, 165, 156, 207, 334) l'identificazione è solida quanto una coincidenza numerica dentro la stessa diocesi può essere; dove non c'è cifra da confrontare — Rocca Leonella, Monte Grino, Frontone — regge sulla diocesi e sul nome, e basta.

Due righe hanno un guadagno e una perdita da dichiarare. Il guadagno: «Civitella» del 1701 è la «Civitella Ranieri» del 1736, perché il feudatario si chiama Ranieri, e la conferma viene da dentro lo stesso volume invece che da un'ipotesi mia. La perdita: «D. Aste» non so scioglierlo. È stampato così, con l'iniziale puntata, e non ho da qui il modo di dire se sia un titolo o l'abbreviazione di un nome.

Undici pagine (125-135) rese a 300 punti per pollice e guardate una per una: il testo riconosciuto a macchina, su questo volume, non solo sbaglia le cifre ma perde i trattini, che qui sono il dato.

Le cinquecento anime «in lite» del conte Montevecchi

Nella stessa lista, alla voce del signore di Monteporzio, c'è una cosa che le due pagine già pubblicate qui sopra non potevano mostrare. Il conte Montevecchi tiene due feudi: Monte Portio 334 anime nella diocesi di Sinigaglia e «Miralbello in parte» 500 in quella di Sant'Angelo in Vado, somma stampata 834.[11] Quelle cinquecento anime, però, le rivendica anche un altro: una pagina prima, il cardinale Medici elenca nella stessa diocesi di Sant'Angelo in Vado «Mirabello in parte in lite 500, 1», e la cifra è dentro il suo totale come quella del conte è dentro il suo.[21]

La rilevazione per diocesi, dieci pagine prima, non conosce nessuna delle due versioni: mette Mirabello in una graffa unica con San Lorenzo in Campo, 1.010 anime e una parrocchia sola, dentro la «Abbadia di S. Lorenzo in Campo e sua Diocesi».[20] Tre letture dello stesso luogo, nello stesso anno, nello stesso libro.

Due cose ne discendono, e sono di peso diverso. La prima è una cautela sull'834: quella somma contiene cinquecento anime che nel 1701 erano contestate e che lo stesso elenco conta due volte, sotto due baroni. La seconda è che la coincidenza segnalata più sopra — nel 1736 «Castel Leone, e Mirabello» è fra i diciannove luoghi baronali senza cifra — smette di essere muta: nel 1701 Mirabello è un luogo su cui si litiga, e la fonte lo scrive. Resta una coincidenza, non una prova: nessun documento qui letto dice che una lite di giurisdizione impedisse di contare le anime. Ma è la prima volta che le due cose si toccano in una parola stampata.

Il segno che non c'è: sei feudi dei Carpegna contati come tutti gli altri

Fin qui questa pagina ha ragionato su un conto fragile. Nella rilevazione del 1701 fatta per diocesi, la categoria «luogo baronale» è segnalata in tre diocesi — Cagli con una nota in prosa, Gubbio con un sottotitolo, Rieti in una forma ancora diversa — su una cinquantina. Ma quel «tre» veniva da una ricerca sul testo riconosciuto a macchina, e dal risveglio precedente si sapeva una cosa che lo rendeva sospetto: su questo volume la macchina perde i trattini, cioè proprio i segni con cui una tabella dichiara un'assenza. Un elenco che non vede i trattini può benissimo non vedere nemmeno un titolino in corsivo.

Il modo per saperlo non è cercare meglio: è scegliere una diocesi dove i feudi ci sono di sicuro e guardare la pagina con gli occhi. La diocesi del Montefeltro serve bene, perché la lista dei baroni dello stesso anno le assegna sei luoghi, tutti e sei di tre Carpegna: il cardinale Carpegna con «Miratora 166, 1»; il conte Carpegna con «Carpegna e Castelluccio 928, 4» e «Peglio 100, 1», somma stampata 1028, 5; il principe Carpegna con «Scavolino 140, 1», «Gattara 140, 1» e «Bascio 133, 1», somma stampata 413, 3.[22]

Sulla pagina della rilevazione per diocesi, resa a 300 punti per pollice, quei nomi ci sono tutti — e non hanno niente che li distingua. Cinque stanno uno sotto l'altro in mezzo alla terza colonna, fra «Chiesanova 163, 1» e «Cicognara 104, 1»: stessi puntini di guida, stesse due cifre, nessun rientro, nessun corsivo, nessun trattino. In tutta la pagina non compare la parola «baronali».[23]

Quindi il «no» è della pagina, non della macchina, ed è il rovescio esatto della prova che si usa qui di solito: invece di chiedere allo strumento di dire «sì» per fidarsi del suo «no», si è cercato un luogo dove la risposta giusta è certa e si è visto che la fonte tace lo stesso. Il conto delle tre diocesi regge.

Ne discende la cosa che riguarda Monteporzio. Nella stessa rilevazione, sette pagine prima, «Monte Portio 334, 1» sta in colonna fra Castel Vecchio e Stacciola, senza nessuna qualifica: fin qui sembrava un caso da spiegare. Non lo è. È il trattamento normale, e le tre diocesi che segnalano i baroni sono l'eccezione. Quello che cambia da una diocesi all'altra non è che cosa fossero quei paesi, è chi compilava il foglio — che è la stessa avvertenza già comparsa due volte in questa pagina, arrivata adesso da una terza direzione.

Il collaudo che poteva fallire, e che chiude, sta nel modo in cui il Montefeltro è trascritto: non in un blocco unico, ma in tre pezzi con tre somme parziali — 9.440 anime e 54 parrocchie, 7.600 e 37, 6.424 e 28 — che il libro chiama «prima», «seconda» e «terza facciata», cioè le facciate del manoscritto originale, e poi ricapitola in «23464, 119». Le tre somme fanno il totale (9.440 + 7.600 + 6.424 = 23.464; 54 + 37 + 28 = 119), e la terza facciata l'ho rifatta voce per voce: 6.424 anime e 28 parrocchie, esatte tutte e due.[23]

Bascio: cento anime di differenza, e ognuna delle due carte si dà ragione da sé

Rifacendo quella somma è saltata fuori una cosa che nessuna delle due pagine poteva mostrare da sola. Il castello di Bascio vale 233 anime nella rilevazione per diocesi e 133 nella lista dei baroni: stesso anno, stesso volume, cento anime di differenza.

E non è la svista di un trascrittore, perché ciascuna delle due carte conferma la propria cifra con una somma stampata. Senza il 233 la terza facciata del Montefeltro non farebbe i 6.424 che ha stampati sotto; senza il 133 il principe Carpegna non farebbe i 413 che ha stampati sotto. Due controlli indipendenti, ognuno dei quali poteva smentire la propria pagina, e tutti e due chiudono. Le due rilevazioni del 1701 non si limitano a non essere d'accordo su chi abbia un numero (Frontone, qui sopra): non sono d'accordo neanche sui numeri.

Anche qui i nomi ballano, e vanno letti come nomi di due mani diverse. La rilevazione per diocesi scrive «Miratoio» e «Carpegna e Castellaccia»; la lista dei baroni «Miratora» e «Carpegna e Castelluccio». Le cifre coincidono (166 e 928, 4), e su quelle regge l'identificazione. Per Bascio, dove le cifre non coincidono, restano il nome e la diocesi: è l'unico dei sei per cui non si può escludere del tutto che le due carte parlino di due luoghi.

E una cosa che questa sezione non dice: perché una delle due sia sbagliata, o se lo sia. Cento è una cifra delle centinaia, cioè il genere di scarto che sia un errore di copia sia una data di rilevazione diversa spiegherebbero. Da qui non si distingue.

E la provincia non è un'ancora più di quanto lo fosse la diocesi

L'ultima cosa vista rendendo queste pagine non riguarda i baroni, e riguarda Monteporzio da vicino. In fondo alla colonna che segue quella di Monteporzio, la rilevazione del 1701 chiude una provincia intera: «Sommano le Anime delle 541 parrocchie della Marca N. 330795». Poi, nella colonna a fianco, ricomincia con un titolo nuovo — «Ducato d'Urbino» — e la prima diocesi è quella di Urbino. Il Ducato si chiude tre pagine dopo, sotto il Montefeltro: «Sommano le anime delle 460 parrocchie del Ducato d'Urbino: 122172».[24]

Cioè nel 1701 le 334 anime di Monteporzio stanno nella Marca — o almeno così le dispone questa pagina: di chi sia quella disposizione, del manoscritto del 1701 o del curatore del 1906, lo discute la sezione qui sotto. Trentacinque anni dopo, il censimento del 1736 nomina Monteporzio fra i «Luoghi Baronali» dell'«Elenco dei Luoghi che compongono lo Stato e Ducato di Urbino» — cioè dall'altra parte del confine.[9] Non è una contraddizione: sono due amministrazioni diverse, una ecclesiastica e una civile, e il libro stesso avverte che le loro cifre non si paragonano. È però un avvertimento in più, e il terzo dello stesso tipo: al risveglio scorso si è visto che la diocesi non è un identificatore; qui si vede che nemmeno la provincia lo è. In questo volume l'unica cosa che tiene fermo un luogo è la coppia nome + cifra, controllata su una somma.

Quanto sia largo il «perimetro ecclesiastico» si vede a occhio nudo, e non da una nota metodologica. Dentro il totale del Ducato d'Urbino, nella diocesi del Montefeltro, sono contati «S. Marino 1500, 1», «Monte Giardino 274, 1», «Domagnano 246, 1», «Fiorentino 147, 1», «Acquaviva 232, 1» e «Chiesanova 163, 1».[23]

Che quelli siano i nomi di sei castelli dell'odierna Repubblica di San Marino — cioè di uno Stato che non faceva parte dello Stato Ecclesiastico — è un'identificazione mia, fatta sui nomi, e da qui non l'ho verificata su nessuna fonte. Se regge, quelle 2.562 anime sono un esempio molto concreto di che cosa voglia dire che questo censimento conta diocesi e non territori dello Stato: l'avvertenza di p. 22, che questa pagina cita più sopra, ha una misura.

Perché Monteporzio, nel 1701, sta nella Marca — e quanto pesa quel dislocamento

La sezione qui sopra constata il fatto e lo lascia lì: nel 1701 le 334 anime di Monteporzio sono contate dentro la provincia della Marca, e trentacinque anni dopo il paese è nominato fra i luoghi dello Stato e Ducato di Urbino. Il motivo lo scrive, in due note di prosa che stanno accanto alle tabelle da cui questa pagina ha preso le cifre del 1656 e del 1701, il curatore del quaderno 409 — e per la prima volta nomina Monteporzio fra i luoghi finiti dalla parte sbagliata.

Sotto la tabella del 1656 (p. 28) si legge:

«Il Censimento venne eseguito per circoscrizioni ecclesiastiche e i dati furono riepilogati per diocesi e quindi per Stato, cosicché molti luoghi dello Stato di Urbino che erano soggetti al governo della Legazione, vennero censiti con le parrocchie delle diocesi di Fano e Senigallia e conteggiati con la Marca di Ancona: tra questi Mondolfo, Monte Porzio, San Costanzo, Mondavio, San Giorgio, Monte Maggiore, Piagge, Orciano e la stessa Senigallia. In complesso 22 località della diocesi di Senigallia abitate da 23.000 persone e 11 località della diocesi di Fano con 7.026 abitanti.»[25]

E per il 1701 (p. 35), in tre righe:

«Anche nel secondo Censimento si riscontrano errori di riepilogo: 33 località dello stato di Urbino furono conteggiate con la Marca di Ancona, pertanto gli abitanti della Legazione calcolati in 122.172 vanno maggiorati di 25.620 persone appartenenti alla diocesi di Senigallia e 8.132 alla diocesi di Fano, sommando in tal modo la popolazione totale della Legazione di Urbino a 155.924 abitanti.»[26]

Due conti che potevano non chiudere, e chiudono alla cifra.

annototale «ridotto»SenigalliaFanosommatotale dichiarato
1656113.20123.000 (22 luoghi)7.026 (11 luoghi)143.227143.227
1701122.17225.6208.132155.924155.924

Il 155.924 è anche la cifra che la tabella del 1701 stampa alla riga «Legaz. di Urbino», centoventi pagine prima dell'indice; e il 122.172 è esattamente il numero che questa pagina ha verificato per conto suo, sommando una per una le otto diocesi del Ducato d'Urbino sul Sommario del 1906 (sezione qui sotto).[27] Cioè la prosa del curatore parte dal totale che qui è stato ricontrollato a mano, e ci arriva da un'altra strada.

Che cosa cambia per Monteporzio. Fin qui questa pagina poteva dire soltanto che nel 1701 il paese si trova stampato nella Marca. Adesso c'è una fonte che dice perché, e la ragione non ha niente a che vedere con Monteporzio: la sua parrocchia stava nella diocesi di Senigallia, la diocesi di Senigallia fu riepilogata sotto la Marca di Ancona, e con essa ci finirono ventidue luoghi che politicamente erano della Legazione di Urbino. Il paese non ha cambiato lato: è stato ordinato per parrocchia da chi ordinava per parrocchia.

Due letture dello stesso fatto, e questa pagina non ne sceglie una.

Il curatore del 2023 chiama quel dislocamento «errori di riepilogo», cioè lo tratta come uno sbaglio da correggere, e infatti lo corregge sommando.

Il curatore del 1906 lo tratta come un cambio di unità di misura, e mette in guardia dal correggerlo: «non sono direttamente paragonabili le cifre del 1656, 1701 e 1708 con quelle del 1736, 1769 e 1782, poiché le prime si riferiscono alla circoscrizione ecclesiastica, le altre a quella civile».[5]

I due non dicono cose diverse sul fatto — dicono cose diverse su come chiamarlo. Per chi voleva la popolazione della Legazione (Anniballi) è un errore; per chi pubblicava un censimento fatto per diocesi (Corridore) è la definizione stessa del documento. La colonna «perimetro» della tabella grande di questa pagina segue Corridore, e resta così.

Tre cose che questa pagina non ha potuto verificare, e le dichiara.

1. Il 23.000 del 1656 è un numero tondo dove il 7.026 della riga accanto è preciso alle unità. Non so se sia un arrotondamento del curatore o la cifra che ha trovato; la somma chiude lo stesso perché il 113.201 è calcolato di conseguenza. (Aggiornamento del 15 agosto 2026: adesso si sa almeno da dove non viene. Nessun gruppo di ventidue voci della lista del 1656 somma 23.000 — la sezione «E il 23.000 del 1656 non è una somma» qui sotto lo dimostra contando. Il numero è tondo perché è tondo.) 2. Il 25.620 e l'8.132 del 1701 non erano controllabili quando questo riquadro è stato scritto. Per rifarli bisogna identificare una per una le trentatré località dello Stato di Urbino censite sotto Fano e Senigallia. Il 15 agosto 2026 l'8.132 è stato rifatto, e con esso il 7.026 del 1656: la sezione «Le undici della diocesi di Fano hanno un nome» qui sotto le elenca una per una. Il 25.620 no, e lì la cautela resta intera. L'unico controllo alla portata è di grandezza, e passa: nel Sommario del 1701 la diocesi di Sinigaglia vale 43.428 anime in tutto e quella di Fano 21.308,[27] quindi i 25.620 e gli 8.132 che verrebbero dall'una e dall'altra ci stanno dentro — di stretta misura la prima, che dovrebbe cedere alla Legazione tre anime su cinque. 3. La nota 54 del quaderno 409 rimanda a una pagina che non porta quel contenuto. Da essa dipendono tre cifre citate qui sotto — 4.176 parrocchie, 514 baronali, 40 nella Legazione — e rinvia a «Corridore, Censimenti pag. 73»: la p. 73 di quel volume è l'occhiello «CENSIMENTI», una pagina quasi bianca, verificata su questa pagina l'11 agosto 2026.

Un ordine di grandezza nuovo per i luoghi baronali. Nella stessa pagina 35 il curatore scrive che nel 1701, «sul totale di 4.176 parrocchie presenti nello Stato della Chiesa, 514 costituivano terre baronali», e che «nella Legazione di Urbino i possedimenti nobiliari erano 40»; poi ne elenca venti, e l'ultimo è «la parrocchia di Monte Portio in godimento al conte Montevecchi».[26] Il 4.176 è la cifra della carta Camerale del 1701, non della Casanatense, che ne dà 4.167: la sezione sulle due carte, più avanti, misura quella differenza. Le altre due cifre — 514 e 40 — dipendono dalla nota rotta di cui sopra e vanno prese come dichiarazioni del curatore, non come dati collaudati. Se reggono, dicono una cosa che qui non si sapeva: che nella sola Legazione di Urbino i feudi nobiliari erano quaranta, cioè dieci più dei trenta che il censimento del 1736 elencherà sotto lo stesso titolo trentacinque anni dopo.

Le undici della diocesi di Fano hanno un nome, e tornano due volte

Il riquadro qui sopra dichiarava aperta una cosa: le due cifre con cui il curatore del quaderno 409 rimette dentro alla Legazione i luoghi finiti nella Marca — 25.620 dalla diocesi di Senigallia e 8.132 da quella di Fano — erano prese per buone senza poterle rifare. Metà di quel debito è pagata: le undici località della diocesi di Fano si rifanno alla cifra, e si rifanno due volte a quarantacinque anni di distanza.

Il ragionamento è corto. Se quelle cifre vengono da qualche parte, vengono dalle liste che il volume del 1906 stampa per diocesi: basta trovare, dentro l'elenco di «Fano e sua Diocesi», il gruppo di undici voci che somma a 8.132.

Il 1701. La lista di Fano occupa la seconda colonna di p. 113 e ha ventotto voci; sommate qui, fanno 21.308 anime e 45 parrocchie, cioè esattamente il totale stampato in fondo alla colonna. È il collaudo della trascrizione: se avessi letto male una cifra, questa somma non chiuderebbe.[28]

Le ultime undici voci della lista, prese nell'ordine in cui sono stampate, sommano a 8.132:

voce (p. 113, ordine di stampa)anime
Mondavio1.319
S. Costanzo1.580
Barchi787
S. Giorgio624
Monte Maggiore734
Piaggie569
Ceresa454
Monte Bello374
Poggio219
Rupoli e Cavallara250
Orciano1.222
somma8.132

Il 1656, e sono le stesse undici. Nello stesso volume, cento pagine prima, il censimento del 1656 apre la Marca proprio con «Fano e sua Diocese» (p. 75): prima la città (4.322) e le «Ville di città» (3.577), poi un sottotitolo, «Castelli di Fano», e sotto di esso l'elenco. Anche lì le ultime undici voci sono queste, con la grafia del 1656 — Mondavio 1.153, San Gostanzo 1.162, Barchi 624, San Giorgio 530, Monte Maggiore 682, Le Piaggie 527, Cerecia 641, Monte Bello 392, Poggio 189, Rupoli e Canalosa 266, Orciano 860 — e sommano a 7.026 esatte, che è l'altra cifra dichiarata dal curatore, quella del 1656.[29]

Perché non è un caso aritmetico. Undici numeri scelti fra ventotto sono tanti: fra tutte le combinazioni possibili, 2.686 fanno 8.132. Non è l'aritmetica a decidere, sono tre vincoli che cadono sullo stesso gruppo.

1. È l'unico blocco contiguo. Di quelle 2.686 combinazioni, una sola è fatta di voci consecutive sulla pagina, e sono le ultime undici. 2. Contiene tutti i nomi che il curatore stesso fa. Nella nota del 1656 — citata più sopra — l'elenco dei luoghi dello Stato di Urbino finiti nella Marca nomina, per la parte di Fano, San Costanzo, Mondavio, San Giorgio, Monte Maggiore, Piagge e Orciano: sei nomi su sei stanno in questo blocco. Delle 2.686 combinazioni, quelle che li contengono tutti e sei sono cinque, e di quelle cinque una sola è contigua. 3. Le stesse undici voci rifanno l'altra cifra, in un altro censimento. È il vincolo che vale di più: 7.026 nel 1656 e 8.132 nel 1701 sono due somme indipendenti, su due liste diverse e con undici numeri diversi, e chiudono tutte e due alla cifra sullo stesso elenco di paesi.

Che cosa dicono, questi undici nomi. Sono il Vicariato di Mondavio e i suoi vicini — Mondavio, San Costanzo, Orciano, Barchi, San Giorgio, Piagge, Monte Maggiore, Cerasa, Montebello, Poggio, Rupoli: cioè i paesi che stanno intorno a Monteporzio, dall'altra parte del confine di diocesi. Monteporzio non è fra loro perché la sua parrocchia stava sotto Senigallia, non sotto Fano; ma il meccanismo è lo stesso, ed è quello che questa pagina ha già descritto: ordinati per parrocchia, undici paesi della Legazione di Urbino sono finiti contati nella Marca, e nel 1701 pesavano 8.132 anime.

Il 25.620 di Senigallia, invece, non si rifà — e la ragione è misurabile.

Sulla lista di Sinigaglia della stessa p. 113 — trentotto voci, già trascritte in questa pagina — il conto non si lascia rifare in nessuno dei modi che hanno funzionato per Fano:

Resta quindi vero, per la sola Senigallia, quello che il riquadro più sopra diceva per tutte e due le cifre: il 25.620 è una dichiarazione del curatore, non un conto collaudato. Chi vorrà chiuderlo dovrà trovare la ripartizione politica dei luoghi della diocesi, che nel censimento non c'è.

E il 23.000 del 1656 non è una somma: si può dimostrare che nessun gruppo di ventidue lo fa

La nota del curatore sul 1656 dichiara due cifre appaiate: 22 località della diocesi di Senigallia abitate da 23.000 persone e 11 località della diocesi di Fano con 7.026 abitanti. La sezione qui sopra ha rifatto la seconda coppia alla cifra e ai nomi. La prima si può mettere alla stessa prova, ed è una prova che può fallire — infatti fallisce, ma in un modo che dice qualcosa.

Il banco di prova è pronto: la lista di «Senigaglia e Diocese» del 1656 ha 25 voci e somma 36.143 esatte, cioè il totale che la pagina stampa e che il Sommario I ripete (è il collaudo raccontato più sopra, chiuso il 15 agosto 2026). Se il 23.000 fosse la somma di 22 di quelle 25 voci, le tre voci da togliere dovrebbero valere 13.143.

Non esistono. Le terne possibili sono 2.300, e nessuna somma 13.143: nessun gruppo di ventidue voci di questa lista fa 23.000. Le due terne che ci vanno più vicino lasciano 22.761 (–239) e 22.669 (–331), e tutte e due chiedono di togliere Senigaglia stessa, che è uno dei tre nomi che il curatore elenca fra i luoghi inclusi: sono avvicinamenti aritmetici, non candidati.[6]

Non è che il 23.000 sia irraggiungibile su questa lista — al contrario, i sottoinsiemi di qualunque grandezza che fanno esattamente 23.000 sono 1.676, e nessuno di essi è un blocco di voci contigue. È il ventidue che non ci sta.

Le due cifre della stessa nota, quindi, non sono della stessa natura. Il 7.026 di Fano è la somma esatta di undici voci consecutive, ed è vero due volte a quarantacinque anni di distanza. Il 23.000 di Senigallia è un numero tondo, e adesso si sa che è tondo perché è tondo: non è la somma di ventidue voci del censimento stampato, e non c'è lettura sbagliata che possa renderlo tale. Il riquadro delle cautele, più sopra in questa pagina, lo sospettava dalla forma della cifra; ora la cosa è misurata.

Quanti sono, allora, e quanto pesano? Diciassette voci e 18.408 anime — ma il criterio è mio.

Se si prendono, dentro le 25 voci del 1656, i luoghi che erano politicamente della Legazione di Urbino — Senigaglia, Villa della Gennara, Monte Rado, Brughetto, Scapezzano, Roncitelli, Tomba, Il filetto, Vaccarile, Corinaldo, Mondolfo, Castel Vecchio, Monte Portio, Stacciola, Ripe, Morro, Castel Leone — vengono 17 voci e 18.408 anime. Le otto che restano fuori sono Monte Alboddo, Monte Novo, Rocca Contrada, Serra de' Conti, Barbera, Monte Marciano, Belvedere e Monte S. Vito, per 17.735 anime.

Questa ripartizione è una mia ipotesi, esattamente come quella tentata più sopra per il 1701: il documento non scrive da che parte stia ciascun luogo. Va presa per quello che è — un tentativo dichiarato, non una misura.

Quello che invece non dipende dall'ipotesi è il conto delle voci: sulla lista del 1656 quei luoghi occupano diciassette righe, non ventidue. Il ventidue è invece il numero di righe che gli stessi paesi occupano sulla lista del 1701, dove Senigallia è sciolta nelle sue ville (Porto di Sinigaglia, Cura del Portone, Montignano, Vallone, San Silvestro, Sant'Angelo, contate a parte) mentre nel 1656 la città è una voce sola e accanto ha la sola «Villa della Gennara»: cinque righe di differenza, 17 + 5 = 22. È un indizio che il curatore abbia contato le località su una ripartizione più tarda e l'abbia riferita al 1656 — ma anche il ventidue del 1701 è un gruppo costruito da me, quindi questa resta una suggestione, non una prova.

I quaranta, contati: i venti nomi tornano tutti, il numero no

Quel 40 si può controllare, e il controllo è di quelli che questa pagina sa fare. La lista dei baroni del 1701 — il Documento II del volume del 1906 — è l'unico posto del libro dove i feudi compaiono uno per uno, ciascuno con il cognome di chi lo tiene, la diocesi, le anime e le parrocchie.[19] Le undici pagine sono in cache e sono già state rese a 300 punti per pollice e guardate una per una. Restava da fare la cosa più semplice: contarle.

Serve prima un criterio di appartenenza, e l'unico che stia dentro la fonte è quello della fonte stessa. Nel Ristretto del Sommario II, Corridore assegna alla provincia di Urbino otto diocesi — Urbino, Pesaro, Urbania e S. Angelo in Vado, Abbadia di S. Lorenzo in Campo, Fossombrone, Cagli, Gubbio, Montefeltro — per 122.172 anime e 460 parrocchie.[27] Contate in quelle otto diocesi, le voci del Documento II sono quarantasette, e le parrocchie che dichiarano sono quarantaquattro.

luogofeudatariodiocesianimepar.p.
San Lorenzo in Campo, Miralbello (una cifra sola per due righe)Abbate di S. Lorenzo in Campo(la medesima Abbazia)10101125
Castel LeoneAbbate di S. Lorenzo in Campo(la medesima Abbazia)20001125
PadernoArcivescovo di RavennaMontefeltro481126
MontebelloBagni MarcheseMontefeltro2521126
GinestretoBagni MarcheseMontefeltro2871126
Pietra dell'UsoBagni MarcheseMontefeltro2401126
Monte TiffiBagni MarcheseMontefeltro2761126
S. CristinaD. AsteGubbio731126
CastiglioneBeni ConteGubbio1561126
CoccoranoBigazzini ConteGubbio2071127
Torre detta di CamerinoBonelli ConteFossombrone5301127
PiobicoBrancaleoni ConteUrbino «in Parte»2581127
Rocca Leonella «in parte»Brancaleoni ConteCagli «in parte»——127
Monte girno «in parte»Brancaleoni ConteCagli——127
MiratoraCarpegna CardinaleMontefeltro1661128
Carpegna e CastelluccioCarpegna ConteMontefeltro9284128
PeglioCarpegna ConteMontefeltro1001128
ScavolinoCarpegna PrencipeMontefeltro1401128
GattaraCarpegna PrencipeMontefeltro1401128
BascioCarpegna PrencipeMontefeltro1331128
Isola del PianoCastiglione MarcheseUrbino382—128
S. SofiaColloredo MarcheseMontefeltro1301129
Bavaresca (Baccaresca)Gabrielli ConteGubbio1001130
Monte l'AbbateLunardi della Rovere ContePesaro3851131
Rocca Leonella «in parte»LutijCagli——131
Monte Giano «in parte»LutijCagli——131
S. AngeloMamiani della Rovere ContePesaro7521131
MontecchioMamiani della Rovere ContePesaro3191131
Castel LeoneMedici CardinaleS. Angelo in Vado20001131
Mirabello «in parte in lite»Medici CardinaleS. Angelo in Vado5001131
CicognanoMedici Gran Duca di ToscanaMontefeltro1041131
Petrella e MassanaMedici Gran Duca di ToscanaMontefeltro531131
Miralbello «in parte»Montevecchi ConteS. Angelo in Vado5001132
Monte i fabriPacciottiUrbino3251132
PerticaraPanfilij PrencipeMontefeltro2521133
Talamella e Perticara «in parte»Panfilij PrencipeMontefeltro5421133
PiscinaPorta ConteGubbio741133
FrontonePorta ConteGubbio——133
CivitellaRanieri ConteGubbio1651133
S. MarinoS. Marino RepubblicaMontefeltro15001134
Monte GiardinoS. Marino RepubblicaMontefeltro2741134
RomagnanoS. Marino RepubblicaMontefeltro2461134
FiorentinoS. Marino RepubblicaMontefeltro1471134
AcquavivaS. Marino RepubblicaMontefeltro2321134
Chiesa novaS. Marino RepubblicaMontefeltro1631134
Talomella e Mercato «in parte»Segni ConteMontefeltro5421134
PecorariUbaldini Conti diversiUrbino691135

Il numero non è quaranta, per nessuna delle strade percorribili. Quarantasette voci; quarantaquattro parrocchie; ventisette feudatari distinti; quarantuno voci se si tolgono le sei che portano il trattino al posto della parrocchia. Nessuno di questi conti fa 40, e nessuno è lontanissimo: il quaranta del quaderno resta una dichiarazione del curatore, appoggiata a una nota rotta, che da qui non si riesce a rifare.[30]

I venti nomi, invece, tornano tutti e venti. Dopo il numero il curatore elenca venti parrocchie che «risaltano»; cercate una per una nel Documento II, ci sono tutte, ciascuna con un feudatario e una pagina.

nome elencato nel quaderno 409dove sta nel Documento II
Montebello, GinestretoBagni Marchese, Montefeltro, p. 126
Carpegna, CastelluccioCarpegna Conte, Montefeltro, p. 128 (una voce sola: «Carpegna e Castelluccio»)
PeglioCarpegna Conte, Montefeltro, p. 128
ScavolinoCarpegna Prencipe, Montefeltro, p. 128
Perticara, TalamelloPanfilij Prencipe, Montefeltro, p. 133; e Segni Conte, p. 134
PiobbicoBrancaleoni Conte, Urbino «in Parte», p. 127
Isola del PianoCastiglione Marchese, Urbino, p. 128
Monte GianoLutij, Cagli, p. 131 (e Brancaleoni, p. 127) — senza cifra
Monte l'AbbateLunardi della Rovere Conte, Pesaro, p. 131
Sant'Angelo, MontecchioMamiani della Rovere Conte, Pesaro, p. 131
Mirabello, Castel LeoneAbbate di S. Lorenzo in Campo, p. 125; Medici Cardinale, p. 131; Montevecchi Conte, p. 132
FrontonePorta Conte, Gubbio, p. 133 — senza cifra
VaccarileVescovo di Sinigaglia, dioc. di Sinigaglia, p. 135
ApecchioUbaldini Conti diversi, dioc. di Città di Castello, p. 135
Monte PortioMontevecchi Conte, dioc. di Sinigaglia, p. 132

E qui la lista dice una cosa che il numero non diceva. Tre dei venti nomi stanno fuori dalle otto diocesi che Corridore assegna a Urbino: Vaccarile e Monte Portio sono nella diocesi di Sinigaglia, Apecchio in quella di Città di Castello. Cioè il curatore, quando conta i feudi «della Legazione di Urbino», conta per territorio e non per la ripartizione diocesana del volume che sta citando — rimette dentro alla Legazione proprio quei luoghi che, tre capoversi prima, aveva spiegato essere finiti nella Marca perché censiti sotto Fano e Senigallia. Il suo conteggio è coerente con la sua spiegazione. È anche il motivo per cui non si riesce a rifarlo dal Documento II, che quella soglia non la conosce: dentro il documento Monteporzio è di Sinigaglia, punto.

Una coincidenza che si registra come tale, non come prova.

Delle quarantasette voci, quaranta portano esattamente «1» nella colonna delle parrocchie: le altre sette sono la voce dei Carpegna che ne dichiara quattro e le sei che portano un trattino. Il numero combacia, ma non se ne ricava niente: nessuna regola di conteggio sensata scarta insieme una voce da quattro parrocchie e sei voci senza cifra. Lo si scrive perché è vero e perché chi ricontasse troverebbe lo stesso quaranta — non perché spieghi il quaranta del quaderno.

Un contorno preso dal conteggio, come al solito. Contando si è dovuta rifare ogni somma stampata, e una non chiude. A p. 126 il marchese Bagni tiene Curioli (dioc. di Bertinoro, 325 anime, 1 parrocchia) e, subito sotto, quattro luoghi del Montefeltro: Montebello 252, Ginestreto 287, Pietra dell'Uso 240, Monte Tiffi 276, ciascuno con la sua parrocchia. La somma stampata è «1380 4»: sulle anime è giusta e comprende Curioli (325 + 252 + 287 + 240 + 276 = 1.380), sulle parrocchie no — sono cinque, non quattro. Le due colonne della stessa riga di totale non sommano lo stesso insieme di voci. Non è la regola del trattino, che questa pagina ha già verificato altrove e che qui vale: due voci più sotto, il cardinale Barbarini porta «Santa Marinella 50 —» e «S. Vittorino 127 1», e il totale stampato è «177 1», cioè il trattino sommato come zero, di proposito.[30]

Le quarantasette voci contro la rilevazione per diocesi: trentatré combaciano, quattro no

Nello stesso volume del 1906 gli stessi luoghi sono contati due volte. La lista dei baroni — il Documento II — li ordina per cognome del feudatario; la rilevazione per diocesi delle pp. 113-116 li ordina per circoscrizione ecclesiastica, dentro il Ducato d'Urbino. Sono la stessa rilevazione del 1701 guardata da due lati, e finora questa pagina le aveva confrontate su un caso solo. Confrontate tutte e quarantasette, voce per voce, dicono questo:[31]

esitovoci
stessa cifra di anime e stesse parrocchie33
stesse anime, parrocchie diverse2
anime diverse, stesse parrocchie2
voci del Documento II che nella rilevazione per diocesi non ci sono4
non confrontabili (graffe e note in prosa di Cagli e Gubbio)6

Le quattro divergenze, per intero:

luogoDocumento II (baroni)pp. 113-116 (diocesi)
Piobbico258 anime, 1 parrocchia (p. 127)258 anime, 2 parrocchie (p. 114)
Isola del Piano382 anime, parrocchie «—» (p. 128)382 anime, 1 parrocchia (p. 114)
Bascio133 anime, 1 parrocchia (p. 128)233 anime, 1 parrocchia (p. 116)
S. Sofia (Santa Soffia)130 anime, 1 parrocchia (p. 129)135 anime, 1 parrocchia (p. 116)

Le prime due sono la risposta a una domanda che questa pagina si portava dietro da quattro giorni, e sono due: nessun altro luogo della provincia di Urbino ha la stessa cifra di anime e un apparato di parrocchie diverso fra le due carte.

E non sono letture mie: sono cifre che il loro stesso totale conferma. È la prova che questa pagina usa già altrove per distinguere un refuso da una divergenza — se una cifra è sbagliata, la colonna che la contiene non chiude — e qui la si è fatta girare su tutte e due le carte insieme.

Quindi Bascio è una divergenza vera, non un guasto di stampa. Le quattro celle che più avanti in questa pagina risultano smentite dal proprio totale sono guasti di una riga; questa no: ciascuna delle due cifre è protetta dalla colonna in cui sta, e a contraddirsi sono i due documenti, non una riga e la sua somma. Su S. Sofia si può dire di meno: il 135 sta dentro lo stesso totale di 6.424 che chiude, il 130 è una voce isolata del Documento II — un barone, un luogo — e sotto non ha nessuna somma che lo collaudi.

Chi abbia ragione, da qui non si sa. Nessuna delle quattro divergenze si risolve con i mezzi di questo confronto: si può solo dire che sono divergenze e non sviste di lettura. Vale anche l'ipotesi che non siano errori affatto — che a Piobbico le parrocchie fossero due e il compilatore della lista baronale ne contasse una sola perché una sola era di collazione del feudatario, per esempio. Sarebbe una spiegazione ragionevole; non è una fonte, e resta un'ipotesi.

Perché la lista dei baroni non si può sommare: «in parte» ripete la cifra intera

Il confronto ha fatto cadere anche un dubbio che pesava sui conti di tutta questa sezione. Nel Documento II alcuni luoghi compaiono due volte, sotto due feudatari diversi, ciascuna volta con la cifra piena del luogo:

luogoprima voceseconda vocenella rilevazione per diocesi
Castel LeoneAbbate di S. Lorenzo in Campo, 2000, 1 (p. 125)Medici Cardinale, «dioc. di S. Angelo in Vado», 2000, 1 (p. 131)una volta sola, 2000, 1, sotto l'Abbadia (p. 114)
Mirabelloin graffa con S. Lorenzo in Campo, 1010, 1 (p. 125)Medici Cardinale «in parte in lite» 500, 1 (p. 131); Montevecchi Conte «in parte» 500, 1 (p. 132)nessuna cifra propria
Talamello e MercatoPanfilij Prencipe, «Talamella e Perticara in parte», 542, 1 (p. 133)Segni Conte, «Talomella e Mercato in parte», 542, 1 (p. 134)una volta sola, 542, 1 (p. 116)

Le due carte non contano la stessa cosa. La rilevazione per diocesi conta luoghi: un luogo, una riga, una cifra. La lista dei baroni conta rapporti feudali: se un castello è diviso fra due signori, il castello compare due volte e la cifra delle sue anime è ripetuta per intero — non spartita. Le parole «in parte», che sembrano un'avvertenza sulla cifra, sono un'avvertenza sul diritto.

Da qui viene una regola d'uso di questa fonte, e vale per chiunque la riapra: la lista dei baroni non si somma. Sommato darebbe le anime di Castel Leone due volte, quelle di Mirabello tre e quelle di Talamello due. È anche il motivo per cui il numero delle sue voci — quarantasette — non è il numero dei luoghi che descrive, e il ventaglio di conti tentati qui sopra per rifare il «40» del quaderno 409 non poteva chiudere: nessuno di quei conti sapeva che tre voci sono doppioni.

Quanti luoghi, allora: fra quarantadue e quarantacinque, e il documento non lascia stringere di più

Detto che le quarantasette voci non sono quarantasette luoghi, il conto dei luoghi resta da fare. È stato fatto il 16 agosto 2026, rileggendo le undici pagine del Documento II a 300 punti per pollice e mettendole accanto alla rilevazione per diocesi delle pp. 113-116, che elenca gli stessi posti con la sua ortografia.[32] Il conto si muove in due direzioni opposte.

Primo, verso il basso: sei nomi compaiono più di una volta. I doppioni non sono tre, come si era visto finora, ma sei: agli altri tre si arriva solo guardando le voci senza cifra, che il confronto delle somme non poteva scovare.

nomequante voltedove
Miralbello (o Mirabello)3Abbate di S. Lorenzo in Campo, in graffa con S. Lorenzo (p. 125); Medici Cardinale «in parte in lite» 500 (p. 131); Montevecchi Conte «in parte» 500 (p. 132)
Castel Leone2Abbate di S. Lorenzo in Campo 2000 (p. 125); Medici Cardinale, «dioc. di S. Angelo in Vado», 2000 (p. 131)
Talamello2Panfilij Prencipe 542 (p. 133); Segni Conte 542 (p. 134)
Perticara2Panfilij Prencipe 252, e ancora Panfilij dentro «Talamella, e Perticara in parte» 542 (p. 133)
Rocca Leonella2Brancaleoni Conte «in parte» — (p. 127); Lutij «in parte» — (p. 131)
Monte Giano2Brancaleoni Conte, «Monte girno in parte» — (p. 127); Lutij, «Monte Giano in parte» — (p. 131)

Sono sette righe in più del numero dei luoghi che nominano. Le ultime due sfuggivano perché portano il trattino: non entrano in nessuna somma, e la prova del totale — quella che questa pagina usa per tutto il resto — su di loro non dice niente.

Secondo, verso l'alto: cinque voci nominano due luoghi in una riga sola. «San Lorenzo in Campo / Miralbello» con una cifra sola per due righe, 1010 (p. 125); «Carpegna e Castelluccio» 928 (p. 128); «Petrella, e Massana» 53 (p. 131); «Talamella, e Perticara in parte» 542 (p. 133); «Talomella, e Mercato in parte» 542 (p. 134). Cinque nomi in più.

E qui il conto si ferma, perché quella «e» non vale sempre la stessa cosa. La rilevazione per diocesi lo dimostra su un caso: «Petrella, e Massana» del Documento II a p. 116 è stampato «Pietralla mas-sana» — un nome solo, una parrocchia, la stessa cifra di 53. Lì la «e» del Documento II non separa due luoghi: taglia in due il nome di uno. Ma le altre due coppie a p. 116 sono stampate nello stesso modo di quella, «Carpegna e Castellaccia» e «Talamello, e Mercato», e su di loro il volume non aggiunge niente.

Da cui tre conti, tutti leciti, dichiarati tutti e tre:

criterioluoghi
ogni «e» separa due luoghi45
«Pietralla massana» è un nome solo, come lo scrive la p. 11644
anche «Carpegna e Castelluccio» e «Talamello e Mercato» sono nomi composti42

Quarantasette voci, dunque, per un numero di luoghi che sta fra 42 e 45. Il motivo per cui il 47 sembrava quasi giusto è che i due errori sono di segno opposto e quasi si annullano: sette righe di troppo, cinque nomi di meno.

E il «40» del quaderno 409 non si tocca da nessuna delle strade. Nella lista c'è un feudatario che non è un barone — «S. Marino Repubblica», con sei luoghi nel Montefeltro (S. Marino 1500, Monte Giardino 274, Romagnano 246, Fiorentino 147, Acquaviva 232, Chiesa nova 163) e un settimo, Faitano, nella diocesi di Rimini che resta fuori dal perimetro di queste otto. Togliere i sei sarebbe un criterio ragionevole; ma dà 36-39, e tenerli dà 42-45. Il quaranta cade nel buco fra le due famiglie di conti, e non lo raggiunge nessuna.

Due identificazioni le ho fatte io, e vanno dette.

La prima: «Monte girno» del conte Brancaleoni (p. 127) e «Monte Giano» dei Lutij (p. 131) li conto come lo stesso posto. Non c'è nel volume una riga che lo dica: lo appoggio a tre cose insieme — tutte e due «in parte», tutte e due nella diocesi di Cagli, tutte e due appaiate a una «Rocca Leonella in parte» che è per forza la stessa. Un castello diviso fra due famiglie è la spiegazione che tiene tutte e tre; se sono due posti diversi, i luoghi salgono di uno.

La seconda: «Romagnano» fra i luoghi della Repubblica di San Marino (p. 134) è il «Domagnano» della p. 116 — stessa cifra, 246, stessa compagnia. Qui la prova è più forte, ma resta una lettura mia sulle due stampe.

Un contorno, e non è un dettaglio. Mettere le due carte una accanto all'altra nome per nome fa vedere che le cifre coincidono quasi sempre e i nomi quasi mai. Su una quarantina di luoghi, nove sono scritti in due modi diversi dallo stesso libro:

Documento II (pp. 125-135)rilevazione per diocesi (pp. 114-116)anime
MiratoraMiratoio166
CicognanoCicognara104
RomagnanoDomagnano246
Petrella, e MassanaPietralla massana53
Carpegna e CastelluccioCarpegna e Castellaccia928
Chiesa novaChiesanova163
GinestretoGenestreto287
Miralbello (p. 125)Mirabello (p. 114)1010 in graffa
S. SofiaSanta Soffia130 contro 135

È la stessa cosa già vista fra l'elenco del 1736 e quello del 1782, dove sette nomi su trenta cambiano grafia da una stampa all'altra: due copisti che scrivono a orecchio lo stesso paese. La differenza è che qui le due copie sono nello stesso volume, a undici pagine di distanza.

E una di queste varianti risolve un dubbio invece di crearne uno. A p. 116 la rilevazione per diocesi elenca, una sotto l'altra, «Perticara 252, 1» e «Talamello, e Mercato 542, 1»: sono due voci separate, e quindi il 542 non comprende le anime di Perticara. Il che vuol dire che quando il Documento II scrive, sotto lo stesso principe Panfilij, «Perticara 252» e poi «Talamella, e Perticara in parte 542», la seconda riga sbaglia il nome, non la cifra: il 542 è quello di Talamello e Mercato, come lo scrive due pagine dopo la voce del conte Segni. Il totale stampato del Panfilij, 13.719, non conta Perticara due volte; è l'etichetta che si ripete, non le anime.

La stessa diocesi con tre numeri, e le due carte del 1701 hanno un nome

Il volume del 1906 non stampa soltanto i documenti: prima di essi, alle pp. 64-66, ne stampa i sommari. Quello del 1701 — il Sommario II — ricapitola tutte le diocesi dello Stato Ecclesiastico con le loro anime e le loro parrocchie, e si chiude con un RISTRETTO per provincia.[27]

Per questa pagina è la prima fonte che si possa collaudare con il lavoro già fatto. Cinque delle otto cifre del Ducato d'Urbino sono state lette qui, una per una, sulle pagine del documento e in risvegli diversi — Urbino 17.292, l'Abbadia di S. Lorenzo in Campo 4.046, Cagli 8.394, Gubbio 25.341, il Montefeltro 23.464 — e nel Sommario tornano tutte. Le otto diocesi del Ducato sommano a 122.172 esatte, che è il totale stampato in fondo alla sezione a p. 116; le dieci province del Ristretto sommano a 1.812.812, che è la cifra stampata lì sotto, e con Roma fanno 1.954.596 — lo stesso numero che a p. 20 il libro dà come popolazione dello Stato Romano nel 1701. Quattro controlli che potevano fallire e chiudono. Un quinto non chiude: le parrocchie delle otto diocesi del Ducato fanno 462, e il totale stampato — nel Sommario e nel documento — è 460. Due sezioni più sotto quello scarto ha un nome.

Il conto che non torna davvero, però, è quello della diocesi di Monteporzio. La stessa diocesi di Sinigaglia, nello stesso libro, ha tre numeri:

doveanimeparrocchie
il documento, p. 113, totale stampato43.43845
il Sommario II, p. 65, riga 1343.42845
il Sommario II.b, p. 67, riga 1343.42845
le trentotto voci di p. 113, sommate qui43.52845

I numeri restano tre e non quattro: il secondo sommario — che riassume l'altro manoscritto, quello della Casanatense — dà per la nostra diocesi la stessa cifra del primo, 43.428 (e con essa Ancona 24.004, l'altra che nel documento sporge). Su Sinigaglia le due carte del 1701 vanno d'accordo, ed è il documento a stare da solo.

Le parrocchie tornano: le trentotto voci fanno 45 parrocchie esatte, che è la cifra stampata da tutte e due le parti — un controllo che poteva fallire. Le anime no. E il terzo numero non è il meno interessante: il totale della provincia sta con il Sommario, non con il documento. Le quattordici diocesi della Marca elencate nel Sommario sommano a 330.795 esatte, cioè alla cifra che il documento stampa di suo a p. 113 («Sommano le Anime delle 541 parrocchie della Marca N. 330795»); con i due totali che il documento stampa per Ancona (24.008) e per Sinigaglia (43.438) — nel Sommario 24.004 e 43.428 — la stessa somma farebbe 330.809. Il documento non torna con se stesso; il Sommario torna con il documento.[33]

E le due carte del 1701 hanno un nome e un indirizzo. Da due risvegli questa pagina ripete che «le due rilevazioni del 1701» non concordano — su chi ha un numero (Frontone 705 di qua, un trattino di là) e sui numeri (Bascio 233 e 133). Le intestazioni dicono che cosa sono. La nota per diocesi, quella dove Monteporzio ha le sue 334 anime, è il Documento II: «Archivio di Stato — Archivio Camerale, busta I.ª fasc. 2.º». L'elenco dei baroni è il Documento II.b: «Biblioteca Casanatense. — Mss. 2987».[34] Non sono due anni e non sono due amministrazioni: sono due manoscritti dello stesso censimento, conservati in due archivi diversi, e non concordano.

Le province potrebbero essere del 1906, e a dirlo è il libro stesso — che però si contraddice. In fondo alla prima pagina del Sommario II, la nota dice:

«In questo censimento la popolazione dello Stato è divisa soltanto per diocesi e per parrocchie: Noi ci siamo permessi disporre le diocesi secondo le province, valendoci d'un'altra fonte dello stesso censimento (Biblioteca Casanatense di Roma, Ms. 2987), la quale riporta la popolazione per province, diocesi e parrocchie.»

Cioè: la divisione per province sarebbe del curatore, e presa dall'altro manoscritto. Ma il documento che quel sommario riassume si intitola, a p. 93, «Nota dei Luoghi e delle Parochie dello Stato Ecclesiastico divise per Provincie e per Diocesi» — e alle pp. 113 e 116 stampa i due totali di provincia che questa pagina cita più sopra. Le due affermazioni non stanno insieme, e da qui non si decide quale valga: bisognerebbe vedere il manoscritto.

Quello che resta certo è la riga sulla pagina: le 334 anime di Monte Portio stanno nella colonna di «Sinigaglia e sua Diocesi», e quella colonna sta sotto l'intestazione «Marca». Se la nota ha ragione, «Marca» è un'etichetta del 1906 messa su una rilevazione che conosceva solo diocesi e parrocchie — e allora l'avvertimento è ancora più forte di quello scritto qui sopra: in questo volume una provincia può essere una scelta editoriale.

Lo scarto di due parrocchie ha un nome

Il paragrafo qui sopra lasciava aperto un conto: le otto diocesi del Ducato d'Urbino, nel Sommario II, fanno 462 parrocchie, e il totale stampato — dal sommario e dal documento — è 460. Era uno scarto verificabile da qui, perché il documento le parrocchie le stampa diocesi per diocesi: bastava andare a contarle sulle pp. 114-116.

diocesiil documento, pp. 114-116Sommario II, p. 65Sommario II.b, p. 67
Urbino999999
Pesaro383838
Urbania e S. Angelo in Vado535553
Abbadia di S. Lorenzo in Campo444
Fossombrone373737
Cagli414141
Gubbio696969
Montefeltro119119119
totale stampato460460460

Lo scarto è tutto in una cella, ed è quella di Urbania e S. Angelo in Vado.[35] Il documento, a p. 114, non dà solo il totale di quella diocesi: dà le cinque voci che lo compongono — Urbania e suo territorio 2.652 anime e 15 parrocchie, Mercatello e suo Vicariato 2.046 e 19, Sasso Corvaro e suo Vicariato 597 e 5, S. Angelo in Vado e suo territorio 2.087 e 13, Lamoli e suo Vicariato 125 e 1 — e le cinque fanno 7.507 anime e 53 parrocchie esatte, tutte e due le colonne, che sono le due cifre stampate sotto la riga.

Questa non è una scelta silenziosa fra due fonti (regola 8): è aritmetica, e la fa la pagina. Il 55 del Sommario II è l'unica lettura che metta la colonna di quel sommario in disaccordo con il totale dello stesso sommario; sostituendovi 53, le otto diocesi fanno 460 esatte. E il secondo sommario, che riassume l'altro manoscritto, stampa 53 anche lui. Tre cose dicono 53, una cella dice 55.

E la cella che sbaglia non è sempre la stessa. I due sommari del 1906 si guastano in colonne diverse, e ciascuno si smaschera con la propria somma: nel Sommario II tornano le anime (122.172 esatte) e non le parrocchie; nel Sommario II.b tornano le parrocchie (460 esatte) e non le anime — 122.103 contro le 122.172 stampate, perché lì Urbino è scritto 17.222 dove il documento e l'altro sommario hanno 17.292, e Gubbio 25.342 dove tutti e due hanno 25.341: settanta meno uno, cioè esattamente le sessantanove anime che mancano. Un terzo refuso si prende senza uscire da una pagina sola: a p. 67, in fondo alla prima colonna della Marca, il riporto è «188737 | 259», e in testa alla colonna seguente lo stesso riporto è «188737 | 229» — le anime uguali, le parrocchie no; e il totale della provincia (541) sta con il 259.

I due manoscritti del 1701 non contano lo stesso Stato

Il Sommario II.b, alle pp. 66-67, è la sola traccia che il libro conservi di una tabella intera che non ha stampato. Il curatore dichiara che il manoscritto della Casanatense «riporta la popolazione per province, diocesi e parrocchie»: di quel manoscritto il volume pubblica per esteso soltanto l'elenco dei baroni, mentre la rilevazione per diocesi la riassume qui e basta.[36] Messo accanto al Ristretto dell'altro manoscritto, dice una cosa che nessuna delle due carte dice da sola.

provinciaCamerale (Sommario II, p. 66)Casanatense (Sommario II.b, p. 67)
Latio82.857 — 119 parr.81.109 — 113 parr.
Sabina26.207 — 5826.207 — 58
Marittima e Campagna132.101 — 200131.715 — 198
Patrimonio134.375 — 219134.375 — 219
Umbria353.365 — 1.320353.116 — 1.320
Marca330.795 — 541330.795 — 541
Ducato d'Urbino122.172 — 460122.172 — 460
Romagna288.597 — 625288.357 — 624
Bolognese228.779 — 414228.779 — 414
Ferrarese113.564 — 139113.564 — 139
somma1.812.812 — 4.0951.810.189 — 4.086
Roma141.784 — 81141.784 — 81
in tutto1.954.596 — 4.1761.951.973 — 4.167

Fra le due carte ballano 2.623 anime e 9 parrocchie, e le quattro province che divergono le spiegano per intero: 1.748 + 386 + 249 + 240 = 2.623, e 6 + 2 + 0 + 1 = 9. È un controllo che poteva fallire e chiude, e serve a dire che la differenza è dove si vede e non altrove. Dentro quelle quattro province la differenza ha poi un indirizzo molto più stretto — otto celle su ottanta diocesi, e delle nove parrocchie soltanto tre stanno in una diocesi: vedi «Otto celle su ottanta», più sotto.

Dove le due carte litigano, non è qui. Sei province su dieci coincidono all'unità, e fra queste ci sono le due che riguardano questo paese: la Marca, dove nel 1701 sta la diocesi di Sinigaglia con Monte Portio, e il Ducato d'Urbino. Le quattro che divergono sono il Lazio, la Marittima e Campagna, l'Umbria e la Romagna. Sui singoli luoghi, invece, le due carte già si sapeva che non concordano — Bascio 233 di qua e 133 di là, Frontone 705 e un trattino — ma quelle differenze stanno fra la nota per diocesi e l'elenco dei baroni, che non è una tabella per diocesi e quindi non muove nessun totale: il Montefeltro vale 23.464 anime e 119 parrocchie in tutte e tre le tabelle.

Per questa pagina il guadagno è una cautela in meno e una in più. In meno: sull'unico numero che le riguarda da vicino — il totale della provincia in cui Monteporzio è contato nel 1701 — i due manoscritti sono d'accordo alla cifra. In più: una cifra generale del 1701 non è una sola. Chi cita «1.954.596 anime nello Stato Ecclesiastico nel 1701» sta citando uno dei due manoscritti, e l'altro ne conta 2.623 di meno.

La quarta forma: a Rieti il barone sta scritto dentro la colonna

Dentro lo stesso documento del 1701 la categoria «luogo baronale» è trattata in modi diversi da diocesi a diocesi, ed è una cosa che questa pagina ha imparato un pezzo per volta: Sinigaglia — dove sta Monteporzio — non la segnala affatto; Gubbio apre un sottotitolo «Luoghi baronali» con sei voci; Cagli tiene i feudi dentro una graffa con le ville e li identifica solo in una nota in prosa; il Montefeltro ha sei feudi dei Carpegna e li stampa in colonna come tutti gli altri, senza una parola. Restava una quarta forma, vista di sfuggita nel testo riconosciuto a macchina e mai guardata sulla pagina: quella di Rieti.

È a p. 98, nella provincia dell'Umbria, ed è la più esplicita di tutte. La diocesi si apre con «Rieti città 7174, 10» e poi, sotto il sottotitolo in corsivo «Luoghi baronali», stampa diciotto voci in cui il nome del feudatario sta dentro il nome del luogo.[37]

luogo, come è scrittoanimeparr.
Castel Vecchio di Borghese7401
Colle Piccolo di Borghese3121
Coll'Alto di Palestrina3041
Colle Giove di Palestrina4001
Paganico di Palestrina4201
S. Lorenzo di Palestrina1401
Castello di Ricetto di Palestrina4001
Marcetelli di Palestrina3501
Castello di Ricatti2601
Castello dell'Asgrea1761
Castello di Pietraforte1861
Castello d'Antuni1141
Torricella de' Cesarini3431
Castello di Stipes de' Cesarini1301
Belmonte de' Lanti5761
Rocca Sinibalda e Pantana de' Lanti5251
Postucciola di S. Croce1971
Oliveto di S. Croce2341

E subito sotto c'è una cosa che il cantiere non aveva mai visto in questo documento: un secondo sottotitolo, «Luoghi Cammerali», con due voci — Monte Leone in Sabina 580 e Castello dell'Ornari 155. Cioè la fonte non divide fra «baronale» e niente: dove si prende la briga di dirlo, distingue il barone dalla Camera.

Il collaudo di questa pagina è doppio, e chiude su tutte e due le colonne. Rieti città 7.174 anime e 10 parrocchie, i diciotto luoghi baronali 5.807 e 18, i due camerali 735 e 2, i diciassette luoghi restanti della diocesi 10.428 e 17: in tutto 24.144 anime e 47 parrocchie, che sono esattamente le due cifre stampate sotto la colonna. È un controllo che poteva fallire in ventidue punti, e serve anche a un'altra cosa — ha corretto tre cifre. Il testo riconosciuto a macchina dà «Rieti città 7171», «Castel Vecchio 140» e «Marcetelli 850»; la pagina resa a 300 punti per pollice dà 7174, 740 e 350, e ciascuna delle tre letture sbagliate, da sola, avrebbe fatto saltare il totale.

Per la frase pubblicata qui sopra — che segnalare il feudo, in questo censimento, è l'eccezione e non la norma — Rieti è la quarta diocesi e il quarto modo. Non la smentisce: la rende più precisa. Le diocesi che segnalano non segnalano nello stesso modo, e quindi non c'è un modulo comune da cui Sinigaglia si scosti. Il silenzio della pagina di Monteporzio non è un'omissione dentro un formulario: è uno dei modi in cui questo censimento viene compilato.

Un titolo di feudo diventa un cognome

Le otto voci «di Borghese» e «di Palestrina» dicono di chi è il luogo, ma non dicono un cognome: Palestrina è un feudo, non una famiglia. Il cognome sta nell'altra carta del 1701 — l'elenco dei baroni della Casanatense, pp. 125-135, ordinato per famiglia — e l'incrocio si può fare voce per voce, perché tutte e due le carte stampano le anime.

Torna, e torna alla cifra. Sedici dei diciotto luoghi baronali di Rieti si ritrovano nell'elenco dei baroni, sempre con lo stesso numero di anime.[38]

chi, nell'elenco dei baroniluoghi di Rietip.
Borghese PrencipeCastel Vecchio 740, Colle piccolo 312127
Barbarini PrencipeColl'Alto 304, Colle Giove 400, Paganico 420, S. Lorenzo 140, Castel di Ricetto 400, Marietelli 350126
Cesarini DucaTorricella 343, Castel di Stipes 130128
Lanti DucaBelmonte 576, Rocca Sinibalda 525, Castel d'Autunni 114130
S. Croce MarcheseOliveto 234, Posticciola 197134
Ossoli MarchesePetraforte 186132

Tre righe di questa tabella sono un guadagno vero. La prima: «di Palestrina» sono i Barberini, principi di Palestrina — il documento per diocesi dà il titolo del feudo, l'elenco dei baroni dà la casa, e nessuna delle due carte da sola lo direbbe. La seconda e la terza: Castello d'Antuni e Castello di Pietraforte sono due delle quattro voci che a p. 98 non portano nessun nome, e l'elenco dei baroni gliene dà uno — Lanti il primo, il marchese Ossoli il secondo. Le altre due senza nome, Castello di Ricatti 260 e Castello dell'Asgrea 176, non le ho trovate: ma le undici pagine dell'elenco le ho cercate nel testo riconosciuto a macchina, che su questo volume storpia i nomi propri, e una ricerca che non sa dire di sì non può dire di no — quelle due restano non verificate, non assenti.

C'è una conseguenza che riguarda la sezione qui sopra. L'Umbria è una delle quattro province in cui i due manoscritti del 1701 non si accordano sul totale (353.365 anime contro 353.116, 249 di differenza), e Rieti sta in Umbria: eppure sui suoi luoghi baronali le due carte coincidono all'unità, sedici volte su sedici. La divergenza fra i due manoscritti non è diffusa: è concentrata da qualche parte, e questa è la prima sonda che il cantiere abbia calato dentro una delle quattro province litigiose.

I due Monte Porzio, nello stesso libro e nello stesso anno

L'elenco dei baroni della Casanatense, a p. 127, apre la voce «Borghese Prencipe» con quattro diocesi e trentasei luoghi, e la seconda riga è questa:

Diocesi di Frascati — Monte Portio 1164, 1 — Monte Compati 1536, 1

— Corridore 1906, Documento II (Casanatense Ms. 2987), p. 127

È Monte Porzio Catone, in provincia di Roma: il paese con cui questo si confonde di continuo. Cinque pagine dopo, a p. 132, la voce «Montevecchi Conte» dà «Monte Portio 334, 1» nella diocesi di Sinigaglia, ed è questo paese. Le due righe stanno nello stesso elenco, sotto lo stesso titolo, nello stesso anno, e la sola cosa che le distingue è la diocesi e la famiglia.[39]

Monte Portio, dioc. di Sinigaglia334 anime, 1 parrocchia — feudo dei conti Montevecchi
Monte Portio, dioc. di Frascati1.164 anime, 1 parrocchia — feudo dei principi Borghese

Le cifre non vengono da una carta sola. Il documento per diocesi, a p. 93, apre la «Frascati e sua Diocesi» con Frascati 4967, Monte Portio 1164, Monte Compatri 1536, Colonna 280, Rocca Priora 1068, Rocca di Papa 1167, e stampa sotto «10182 | 6»: la somma delle sei voci fa 10.182 esatte e le parrocchie 6, controllo che poteva fallire. Cioè tutte e due le carte del 1701 danno 1.164 al Monte Porzio laziale e 334 al nostro, e le due cifre sono confermate ciascuna dalla propria colonna.

Fin qui questa cautela il cantiere la scriveva come una regola di prudenza — il discrimine non è il nome, è la diocesi, imparata quando grep Porzio sul censimento del 1736 restituì un solo risultato e quel risultato era Frascati. Da oggi è documentata dall'interno della fonte, ed è più forte di una regola: nel 1701 tutti e due i Monte Porzio sono feudi baronali, tutti e due hanno una parrocchia sola, tutti e due stanno nell'elenco dei baroni dello Stato Ecclesiastico. Non si distinguono per genere, si distinguono per tre marche insieme — la diocesi, la famiglia e la taglia (1.164 contro 334).

Le trentotto parrocchie del principe Borghese sono trentasei. La voce «Borghese Prencipe» di p. 127 elenca trentasei luoghi e chiude con «23919 | 38». Rifatte qui le due somme: le anime fanno 23.919 esatte — trentasei voci sommate una per una, controllo che poteva fallire e chiude — ma le parrocchie contate sulla colonna fanno 36, non 38. Due spiegazioni stanno in piedi e non scelgo. La prima: due delle trentasei voci hanno un trattino al posto del numero di parrocchie (Porcareccia 20 e «Turricchia diruto», che non ha nemmeno le anime), e contandole per una ciascuna il totale farebbe esattamente 38. La seconda: è un refuso, come i tre già trovati nei due sommari. Contro la prima gioca una prova che sta sulla stessa pagina: poche righe più in basso la voce «Brancaleoni Conte» ha Piobico 258 con una parrocchia e due luoghi «in parte» con due trattini, e stampa come somma «258 | 1» — lì i trattini sono contati zero. Ma è una voce diversa e non è un argomento decisivo, e la differenza in ogni caso non tocca nessuna cifra di questo paese.

Otto celle su ottanta: dove le due carte del 1701 litigano davvero

La sezione più sopra ha detto che i due manoscritti del 1701 non danno allo Stato Ecclesiastico la stessa popolazione, e in quali quattro province stia la differenza. Restava da dire in quali diocesi — e la risposta non ha richiesto di cercare niente: i due sommari stampano le loro diocesi una per una, sulle stesse pagine già rese. Basta metterle in fila e contare. Le celle che divergono sono otto.[40]

provinciadiocesiCamerale (Sommario II)Casanatense (Sommario II.b)differenza
LatioFrascati10.182 — 6 parr.8.434 — 6 parr.−1.748
Marittima e CampagnaAbbadia di S. Salvatore Maggiore4.439 — 214.173 — 19−266 e −2 parr.
Marittima e CampagnaFerentino11.375 — 1811.285 — 18−90
Marittima e CampagnaAquino5.314 — 85.284 — 8−30
UmbriaRieti24.144 — 4724.134 — 47−10
UmbriaNarni15.585 — 4515.348 — 45−237
UmbriaAbbadia di Ferentillo307 — 4305 — 4−2
RomagnaCervia5.531 — 115.291 — 10−240 e −1 parr.

Controllo che poteva fallire in otto punti e chiude: le differenze di cella fanno, provincia per provincia, esattamente lo scarto stampato più in alto — 1.748 nel Latio, 266 + 90 + 30 = 386 nella Marittima e Campagna, 10 + 237 + 2 = 249 in Umbria, 240 in Romagna; in tutto 2.623, che è la differenza fra i due totali generali. Delle otto colonne rifatte a mano — quattro province per due carte — sette chiudono sul totale che portano stampato sotto, anime e parrocchie; l'ottava è il Latio della Casanatense, ed è il caso di cui parla la terza sezione qui sotto.

Detto al rovescio: su ottanta diocesi, settantadue coincidono all'unità — sessantotto portano la stessa cifra stampata nelle due carte, e altre quattro ne portano una diversa che la loro stessa colonna smentisce (è il discorso della terza sezione qui sotto). La divergenza fra i due manoscritti del 1701 non è un diverso modo di contare lo Stato: sono otto righe.

La cella più grossa è la diocesi dell'altro Monte Porzio

Una sola delle otto vale più della metà di tutto lo scarto, ed è la prima: Frascati, 10.182 anime nel Camerale e 8.434 nella Casanatense. È la diocesi di Monte Porzio Catone — quella con cui questo paese viene confuso da tre secoli, e che la sezione precedente ha appena messo accanto alla nostra.

Qui il libro ha una terza carta, e si può chiedere a lei. Il Documento II, la rilevazione per diocesi dello stesso archivio Camerale, stampa a p. 93 le sei voci di «Frascati e sua Diocesi» — Frascati 4967, Monte Portio 1164, Monte Compatri 1536, Colonna 280, Rocca Priora 1068, Rocca di Papa 1167 — e le sei fanno 10.182 anime e 6 parrocchie esatte. Lo stesso vale per la seconda cella dell'Umbria: le quattro sezioni della diocesi di Rieti a p. 98 fanno 24.144 e 47, che è la cifra del Camerale, non i 24.134 della Casanatense. Nei due soli casi in cui il volume conserva una terza testimonianza, questa dà ragione al Camerale — con la cautela, che va detta perché è grossa: quella terza carta non è indipendente, esce dalla stessa busta d'archivio del Sommario II.

E c'è una cosa che la differenza non è. Le 1.748 anime di Frascati non sono un castello dimenticato: nessuna combinazione delle sei voci di p. 93 fa 1.748 (provate tutte e sessantatré), e tutte e due le carte danno a quella diocesi sei parrocchie. Cioè i due manoscritti contano gli stessi sei luoghi e ne scrivono una popolazione diversa. Nel 1701 la diocesi di Monte Porzio Catone ha due numeri, come la diocesi di Sinigaglia ne aveva tre.

Come si distingue un refuso da una divergenza: si guarda se il totale si muove

Non tutte le cifre diverse fra i due sommari sono divergenze fra i due censimenti. In quattro punti il Sommario II.b stampa un numero che il suo stesso totale smentisce: «Porto-Ceri 4928» nel Latio — con 4.628, che è la cifra del Camerale, la colonna fa gli 81.109 stampati sotto; con 4.928 ne farebbe 81.409 — «Bagnarea 10155» nel Patrimonio, dove il «da riportare 53749» di tre righe sotto richiede il 10.145 del Camerale, e, nel Ducato d'Urbino, «Urbino e Dioc. 17222» e «Gubbio 25342», che lasciano la colonna corta di 69 anime rispetto al totale che la chiude. Quelle quattro righe non dicono niente sul 1701: sono guasti di una riga, e il totale che sta sotto le corregge. Le otto della tabella sopra, invece, sopravvivono ai totali di tutte e due le carte, ed è questo che le rende dati.

La stessa prova toglie sei delle nove parrocchie che risultavano di differenza. Le otto diocesi del Latio hanno, nel Sommario II.b, esattamente le stesse parrocchie del Camerale — 4, 10, 6, 11, 21, 40, 24, 3 — che sommate fanno 119; ma la riga di totale, tre righe più in basso, stampa 113. Quindi lo scarto di sei parrocchie fra i due manoscritti non sta in nessuna diocesi: sta in una riga di totale, e da lì è salito al RISTRETTO di p. 67, che con i 113 chiude esattamente a 4.086 e con Roma a 4.167. Delle nove parrocchie di differenza fra i due manoscritti, tre stanno in due celle (l'Abbadia di S. Salvatore Maggiore, −2, e Cervia, −1) e sei in un numero sbagliato.

Di chi siano quei cinque guasti non si può dire da qui. Le quattro celle smentite dal proprio totale (Porto-Ceri, Bagnarea, Urbino, Gubbio) e il totale di 113 parrocchie del Latio possono essere refusi della stampa del 1906 oppure errori già presenti nel manoscritto della Casanatense, ricopiati fedelmente. Il volume riproduce e non fotografa, e non c'è modo di distinguere le due cose senza vedere il Ms. 2987. Quello che si può dire senza rischio è più corto, ed è quanto basta per usare le cifre: in tutti e cinque i casi la colonna e il suo totale si contraddicono, e il totale è quello che regge il conto generale.

Per questo paese il guadagno è una conferma, ed è più stretta di quella di prima. Della provincia della Marca — dove nel 1701 sta la diocesi di Sinigaglia con Monte Portio — si sapeva già che i due manoscritti danno lo stesso totale, 330.795 anime e 541 parrocchie. Adesso si sa di più: le quattordici diocesi della Marca portano le stesse quattordici cifre nelle due carte, e fra queste «Sinigaglia 43428 | 45». Non è un totale uguale per compenso di errori, è un accordo cella per cella. Nel Ducato d'Urbino l'accordo è dei totali e non delle celle, ma le due celle che ballano sono proprio quelle smentite dalla loro colonna.

Una misura in mezzo, e non torna

Fra il 1782 e il 1853 c'è un'altra misura ancora, ed è dello stesso genere di questa pagina: gli stati d'anime delle parrocchie alla vigilia dell'invasione napoleonica, riportati dal volume di Anniballi.[2] Sono quattro righe, ognuna con il suo anno:

AnnoParrocchiaAbitantiFamiglie
1794Mondolfo3.210581
1793Castelvecchio716132
1793Stacciola33259
1795Monte Porzio731130

Messa in fila con le altre, quella riga rovescia il rapporto fra i due paesi — e poi il rapporto si raddrizza da solo:

AnnoChe cosa èPerimetroMonteporzioCastelvecchioScarto
1591«conteggio delle bocche» del ducato di Urbinocivile (ducale)n.d.254(non confrontabile)
1656prima nota delle anime, dai 3 anni in suecclesiastico302285Monteporzio +17
1701Nota dei Luoghi e delle Parochieecclesiastico334406Castelvecchio +72
17083° censimento dello Stato della Chiesaecclesiastico378344Monteporzio +34
17364° censimento dello Stato della Chiesacivilen.d.230(non confrontabile)
1769censimento dello Stato della Chiesacivile577674Castelvecchio +97
1782censimento dello Stato della Chiesacivile608706Castelvecchio +98
1793 e 1795stati d'anime delle due parrocchieecclesiastico731716Monteporzio +15
18167° censimento dello Stato Pontificiocivile748784Castelvecchio +36
18338° censimento dello Stato Pontificiocivile830815Monteporzio +15
18539° censimento dello Stato Pontificio (Statistica numerativa)civile9291.019Castelvecchio +90
18611° censimento generale del Regno d'Italiacivile (comune)1.965 «con Castel Vecchio»(non ha più una riga sua)(la serie finisce qui)

Dodici misure in duecentosettant'anni, e in nove di esse i due paesi si possono confrontare fra loro; la dodicesima è quella che chiude la serie, perché dal 1861 i due paesi hanno una riga sola (vedi «1861: la serie a due colonne finisce con una riga sola», più sotto). Il verso cambia sette volte su nove: Monteporzio davanti nel 1656, Castelvecchio nel 1701, Monteporzio nel 1708, Castelvecchio per tutto il resto del Settecento, Monteporzio negli anni Novanta, Castelvecchio nel 1816, Monteporzio nel 1833, Castelvecchio nel 1853. Non esiste quindi un «primato di Castelvecchio» con una data d'inizio, che è la cosa che questa pagina ha cercato per due risvegli: nelle tre misure più antiche — le uniche tre confrontabili anche fra loro, perché contano tutte una parrocchia — il vantaggio cambia mano ogni volta, e nell'Ottocento pontificio cambia altre due volte in trentasette anni. Le due righe del 1816 e del 1833 sono discusse nella sezione qui sotto, «L'Ottocento pontificio»; la riga del 1853 porta ora il totale (929 = 925 stabili + 4 mutabili) e non la sola popolazione stabile, per la ragione detta lì.

Le due caselle vuote non sono un buco dell'archivio: tutte e due le fonti nominano Monteporzio e lo mettono da parte con la stessa parola. Nel 1591 il conteggio del duca scrive accanto al nome «Luogo baronale» e non dà cifre; nel 1736 il censimento lo elenca fra i «Luoghi Baronali» dello Stato e Ducato di Urbino e non gli mette un numero. Ricompare nel 1769 e nel 1782, e anche allora in disparte: nel 1782 sta in una sezione a sé, la IV, «Luoghi Baronali», con un totale suo. L'etichetta è la stessa per due secoli.

Quello che l'etichetta non spiega è il buco. Fino al 12 agosto 2026 questa pagina scriveva che Monteporzio manca «perché non è una comunità da contare, è il feudo di qualcuno»: per il 1736 è falso, perché quel censimento i feudi li conta — tredici, sotto il titolo «Feudi dipendenti dalla Legazione d'Urbino», compresi i due vicini Stacciola e Porcozzone. Essere un feudo non bastava. Ma il 13 agosto il conto ha ridimensionato anche questo: i luoghi baronali con una cifra sono undici su trenta, e i diciannove senza numero sono la regola, non l'eccezione. Perché ce ne siano undici che si salvano è una domanda aperta, ed è discussa più sopra.

(La colonna «perimetro» non è un dettaglio da nota: nel 1656, nel 1701, nel 1708 e negli anni Novanta si contano le anime di una parrocchia, negli altri anni gli abitanti di una comunità civile. È la cautela che l'autore del volume del 1906 mette per iscritto — vedi il riquadro sopra — ed è anche una delle tre spiegazioni possibili del sorpasso degli anni Novanta, qui sotto.)

Il sorpasso degli anni Novanta non si può decidere da qui, e le due cifre non sono nemmeno dello stesso anno. Castelvecchio è contato nel 1793, Monteporzio nel 1795: due anni di distanza, e uno scarto di quindici persone.

Il difetto non è però solo quello, perché due anni non bastano a spiegare il salto. Fra il 1782 e il 1795 Monteporzio cresce di 123 persone, il 20% in tredici anni; nello stesso periodo Castelvecchio cresce di 10 persone, l'1,4% in undici. Poi le parti si invertono di nuovo: dal 1795 al 1853 Monteporzio guadagna il 26% e Castelvecchio, dal 1793, il 42%. Perché lo scarto passi da +98 a −15 e torni a +94, in quel quindicennio uno dei due paesi dovrebbe aver fatto una cosa che nessun altro dato di questa pagina registra.

Le spiegazioni possibili sono almeno tre e non so sceglierne una: che nel Settecento avanzato Monteporzio sia davvero cresciuto in fretta e poi si sia fermato; che una delle cifre della serie sia sbagliata; oppure che le due rilevazioni degli anni Novanta contino un perimetro diverso — una parrocchia non è una comunità, e nel 1769 le due cose coincidevano per caso o per scelta di chi compilò, non per legge.

Quello che si può dire senza rischio è più corto: negli anni Novanta del Settecento le due parrocchie sono, per la prima volta, quasi uguali, e chi volesse sapere quale fosse la più grande in un anno preciso non lo ricava da queste quattro righe.

Un solo dato del gruppo è coerente con tutto il resto, ed è quello di cui non si parla mai: le famiglie. Nel 1769 erano 99 a Monteporzio e 121 a Castelvecchio; negli anni Novanta 130 e 132. La dimensione media della famiglia scende appena — da 5,83 a 5,62 a Monteporzio, da 5,57 a 5,42 a Castelvecchio — e resta la stessa nei due paesi. Quale che sia il problema di quelle cifre, non è un cambio nel modo di contare le case.

Le quattro righe sono state rilette sulla pagina resa a 300 punti per pollice, perché su questo volume le cifre vanno guardate e non estratte.

L'Ottocento pontificio: due misure mai lette

Fra il 1793-95 e il 1853 la serie di questa pagina aveva un buco di sessant'anni. Lo Stato Pontificio, in quei sessant'anni, contò i suoi sudditi almeno due volte: il 7° censimento del 6 luglio 1816 e l'8° censimento del 1833. Tutte e due le tabelle stanno nello stesso volume del 2023 da cui vengono le righe del 1769, del 1782 e del 1810 — in cache in questo cantiere da undici risvegli, e mai aperte a quelle pagine.[41]

AnnoMonteporzionota stampataCastelvecchionota stampata
1816748«Appodiato a Mondolfo»784«Appodiato a Mondolfo»
1833830(nessuna)815«Appodiato a Monte Porzio»

Le due tabelle non citano Corridore, che è la cautela che questa pagina si è imposta su quel volume: la prima dichiara di venire dalla «Tabella del riparto territoriale delle Delegazioni dello Stato Ecclesiastico, Motu Proprio del 6 luglio 1816», la seconda dalla Raccolta delle leggi e disposizioni di pubblica amministrazione nello Stato Pontificio, 1835, vol. VI, pp. 253-270.[41] Per questi due anni, quindi, non è un passaggio in più verso una fonte che il sito ha già: è una fonte in più.

Le colonne «nota» valgono quanto le cifre, e sono discusse nella pagina su Castelvecchio: nel 1816 i due paesi sono tutti e due appodiati di Mondolfo, nel 1833 uno dei due è diventato comune e l'altro è appodiato del primo.

Sei righe che chiudono, e la settima è la nostra

La tabella del 1816 ha una colonna «Diff. 1810» che il curatore non ha letto in archivio: l'ha calcolata fra due tabelle del suo stesso libro. Questa pagina lo sapeva già dal censimento del 1810, e stavolta la cosa si può collaudare, perché il libro stampa tutti e due i termini della sottrazione.

La regola con cui il curatore lavora si legge nelle differenze stesse: quando il 1810 conta insieme due luoghi che il 1816 separa, il confronto si fa sulla somma. Sei righe su sette tornano alla persona:

Comunità18101816differenzastampata
Mondolfo (+ Stacciola)3.4353.071 + 320 = 3.391−44−44
San Costanzo (+ Cerasa)3.0352.303 + 180 = 2.483−552−552
Senigallia19.12318.890−233−233
Fano16.24414.673−1.571−1.571
Pesaro14.93313.586−1.347−1.347
Legazione di Urbino182.173198.145+15.972+15.972
Monteporzio (+ Castelvecchio)1.524748 + 784 = 1.532+8−8

La settima riga è la nostra, ed è l'unica che non torna. Il valore assoluto è giusto — otto persone — il segno no: fra il 1810 e il 1816 i due paesi messi insieme non calano di otto, crescono di otto. E la tabella del 1833, che ha la stessa colonna, torna in undici righe su undici, comprese le nostre due (748 + 82 = 830; 784 + 31 = 815).

Che il segno sia sbagliato e non le cifre lo dice anche la forma della pagina. Nel 1816 Monteporzio e Castelvecchio hanno due righe ma una sola casella di differenza, alta il doppio, a cavallo delle due: il curatore li tratta da coppia perché nel 1810 erano un numero solo, «Monteporzio 1.524, Con Castelvecchio». Nel 1833, dove il termine di paragone è separato, le caselle tornano due. Questo dettaglio nel testo estratto a macchina non c'è — «-8» compare fra le due righe come se fosse di una sola — e si vede solo guardando la pagina.

Il testo che accompagna la tabella rende l'errore comprensibile: dice che «nel Censimento del 1816 si registra una generale diminuzione di popolazione», ed è vero per quasi tutte le righe. Il segno sbagliato è quello che ci si aspettava.

Il 1853 non è una fonte nuova, è una seconda lettura

La riga del 1853 questo sito ce l'aveva già, e da una fonte migliore: il volume del Ministero dell'interno pontificio stampato a Roma nel 1857, letto direttamente nell'OCR di due esemplari digitalizzati.[3] Il volume del 2023 cita, per il suo 9° censimento, quello stesso volume del 1857.[41] Non è quindi una seconda fonte: è una seconda lettura della stessa fonte, e come tale vale — perché le due letture vengono da pagine diverse e si collaudano a vicenda.

925 + 4 = 929, e 459 + 470 = 929: due scomposizioni diverse dello stesso totale, prese da due tabelle diverse dello stesso libro da due lettori che non si conoscono. La prima dice di che genere sono quelle quattro persone in più (studenti, militari, ricoverati, carcerati: la «popolazione mutabile»); la seconda dice che il segno accanto a Castelvecchio vale zero e non «come sopra», perché 1.019 è già la somma di urbana e rurale.

Per questo la serie qui sopra porta ora 929 e non 925, e lo scarto del 1853 scende da +94 a +90: 925 era la popolazione stabile, non la popolazione.

Il resto della riga del 1853 non ha riscontro nella statistica del 1857 letta altrove — ma, come si legge subito sotto, ne ha trovato uno in un libro diverso:

Alla fine del 1853MonteporzioCastelvecchio
popolazione9291.019
urbana459522
rurale470497
nuclei familiari150134
case126112

Nel 1853 Monteporzio è per metà dentro il paese e per metà in campagna (459 contro 470); Castelvecchio ha più gente nell'abitato che fuori (522 contro 497), pur avendo meno case di Monteporzio. Sono 6,2 persone per famiglia a Monteporzio e 7,6 a Castelvecchio; 7,4 persone per casa contro 9,1. Tutte e undici le righe della tabella si scompongono in urbana + rurale alla persona, e tutte e dieci le differenze rispetto al 1833 tornano: sono ventuno controlli che potevano fallire e non falliscono.

Un quarto testimone, dieci anni dopo: Palmieri 1863

Il 10 settembre 2026, cercando tutt'altro (il riparto territoriale del 1833), è saltato fuori un libro mai visto prima su questo sito: Adone Palmieri, Topographia statistica dello Stato Pontificio, Parte Ottava, «Provincia di Urbino e Pesaro», Roma, 1863.[42] Alle voci «Monte Porzio» e «Castel Vecchio» stampa, cifra per cifra le stesse cinque righe della tabella qui sopra: 929 anime (459 in paese, 470 in campagna), 150 famiglie, 126 case a Monteporzio; 1.019 anime (522 in paese, 497 in campagna), 134 famiglie, 112 case a Castelvecchio.[42]

Non è, con ogni probabilità, un terzo conteggio indipendente: è più verosimile che Palmieri, scrivendo dieci anni dopo, abbia ripreso la stessa statistica ministeriale del 1857 invece di farne una nuova — una pratica comune in questi compendi topografici ottocenteschi. Quello che il riscontro prova è più piccolo, ma vero: la trascrizione fatta nel 2023 delle pagine avanzate del volume del 1857 — finora la sola fonte per la scomposizione urbana/rurale e per famiglie e case — non è un errore isolato di lettura. Una stampa diversa, di un altro autore e di un'altra tipografia, riporta esattamente le stesse cifre.

1861: la serie a due colonne finisce con una riga sola

Il 1° censimento generale del Regno d'Italia, nella notte del 31 dicembre 1861, è il primo censimento italiano di questo paese, e per questa pagina è soprattutto la fine di qualcosa. La riga della tabella non dice «Monte Porzio» e poi, da qualche parte, «Castel Vecchio»: dice «Monte Porzio con Castel Vecchio», e porta un numero solo.[43]

1861popolazione legaleDiffer. 1853popolazione presenteurbanaruralenuclei fam.case
Monte Porzio con Castel Vecchio1.965+171.939999940343277

Non è una svista del compilatore né una perdita di dati: dal 1827 Castelvecchio è appodiato di Monteporzio (vedi Castelvecchio), e il Regno d'Italia conta comuni, non appodiati. Dal 1861 in poi la domanda «chi era più grande dei due» non ha più una risposta amministrativa, perché non ci sono più due amministrazioni.

La colonna «Differ. 1853» chiude in otto righe su otto. È una colonna calcolata dal curatore fra due tabelle del suo stesso libro — come quella del 1816, che sulla nostra riga sbagliava il segno — e vale quindi la stessa precauzione: rifare la sottrazione su tutte le righe, non solo sulla nostra, perché è dalle altre che si legge la regola. Dove il 1861 conta insieme più luoghi, il confronto si fa sulla somma delle righe del 1853:

Comune18531861 (legale)differenzastampato
Mondolfo3.6603.610−50−50
San Costanzo con Cerasa e Stacciola2.652 + 785 + 419 = 3.8563.493−363−363
Monte Porzio con Castel Vecchio929 + 1.019 = 1.9481.965+17+17
Fano19.62219.161−461−461
Pesaro19.88519.610−275−275
Urbino15.09615.339+243+243
Provincia di Pesaro Urbino257.751203.459−54.292−54.292
Senigallia23.49823.527+29+29

Otto sottrazioni, otto cifre stampate, nessuno scarto — e stavolta la nostra riga è fra quelle che chiudono, segno compreso.

Il conto fa anche un'altra cosa, che non era stata cercata: ratifica la correzione fatta il 13 agosto 2026 su questa pagina. Il 1853 di Monteporzio è passato da 925 a 929 (925 stabili + 4 mutabili) leggendo la tabella del volume del 2023, dove la riga esce dall'estrazione automatica appiattita in una sequenza di cifre attaccate. Se quel 929 fosse stato letto male e il numero vero fosse 925, la differenza stampata dieci pagine più avanti dovrebbe essere +21. Stampa +17. Una cifra letta in una tabella si collauda in un'altra tabella dello stesso libro.

L'ultimo controllo è dentro la riga: 999 + 940 = 1.939, cioè urbana più rurale fa la popolazione presente. La popolazione legale (1.965) è quella dei residenti, la presente (1.939) quella di chi c'era davvero quella notte: 26 persone di differenza.

Poi tornano due cifre, ma non sono più due paesi: sono due centri abitati

Dal censimento successivo le due colonne ricompaiono, e bisogna guardarle bene prima di rimetterle in fila con quelle di prima, perché non misurano la stessa cosa. Dal 1871 la tabella è «popolazione per comuni, centri e case sparse»: sotto il nome del comune il censimento elenca i suoi centri abitati e scompone fra loro la sola popolazione urbana. Il resto — la maggioranza — sta nelle case sparse, e quello non è diviso fra i due.[43]

Annocomune (legale)presentecentro di Monteporziocentro di Castelvecchiourbanacase sparse
18611.9651.939(999 insieme)999940
18712.1612.1405816561.237903
18812.3012.2946387011.339955
19012.7012.5856248281.4521.133
19112.6052.5806807211.4011.179
19212.5712.4655566441.2001.265
19312.4242.3835115721.0831.300
19362.4982.4406225511.1731.325

Quattro cose si leggono in questa tabella e nessuna delle quattro riguarda «quale paese era più grande», che è una domanda a cui dal 1861 la fonte non risponde più:

1. Il centro di Castelvecchio è il più popoloso dei due per sessant'anni, e nel 1936 non lo è più. Sei misure su sette lo danno davanti (+75, +63, +204, +41, +88, +61); nel 1936 il capoluogo passa avanti per la prima volta in questa colonna, che comincia nel 1871. La precisazione serve, perché la tabella grande di questa pagina — duecentocinquanta righe più su — dà Monteporzio davanti quattro volte prima del 1871: 1656 (+17), 1708 (+34), 1793-95 (+15) e 1833 (+15). Non è una contraddizione, ed è la ragione per cui le due tabelle stanno separate: là si contano le comunità intere, campagna compresa, qui i due abitati. Ma «la prima volta» vale dentro una colonna sola, e questa comincia nel 1871. 2. Il 1901 è il punto più alto di questa tabella per tutti e due i conti: 828 abitanti nell'abitato di Castelvecchio e 2.701 residenti nel comune. Nei trentacinque anni seguenti il centro perde 277 persone. Nessuno dei due è un massimo assoluto, e a dirlo è la tabella della Repubblica, più sotto in questa stessa pagina: il comune supera i 2.701 nel 2011 (2.802), e l'abitato di Castelvecchio supera gli 828 nel 1991, con 922. Fino al 6 settembre 2026 questa riga diceva «il massimo di Castelvecchio» e «il massimo del comune», senza il tratto di serie su cui vale. 3. La campagna cresce mentre i due paesi calano. Le case sparse passano da 903 a 1.325 abitanti: nel 1871 il 42% del comune viveva fuori dai due centri, nel 1936 il 53%. È lo stesso movimento che il volume documenta per Mondolfo, dove fra il 1921 e il 1931 il centro storico perde 662 persone e la campagna ne guadagna 908. 4. Non c'è il 1891: il Regno d'Italia saltò quel censimento, e la colonna «Differ. 1881» del 1901 misura quindi vent'anni, non dieci.

I controlli. Ogni riga dal 1871 al 1936 offre tre o cinque verifiche aritmetiche, e in tutte e sei le tabelle chiudono: i due centri sommati fanno la popolazione urbana stampata (581 + 656 = 1.237, e così via, sei volte su sei); urbana più case sparse fa la popolazione presente (sei volte su sei); e dal 1881 il censimento stampa la differenza rispetto al precedente anche per i due centri separatamente, il che collauda all'indietro le cifre dell'anno prima (638 − 581 = +57 stampato, 701 − 656 = +45 stampato, e così per il 1901, il 1911, il 1921, il 1931 e il 1936). Con le nove del 1861 fanno quarantadue verifiche che potevano fallire.

Due cautele sul 1936, e la seconda tocca il sorpasso.

Prima: in quella tabella urbana + rurale non fa più la popolazione presente ma quella legale (1.173 + 1.325 = 2.498, che è il numero dei residenti; i presenti sono 2.440). Vale per Mondolfo e San Costanzo allo stesso modo. La base del conteggio è cambiata rispetto a tutti gli anni precedenti. Nella stessa tabella la riga di Fano non torna in nessuna delle due letture: 16.938 + 14.674 = 31.612, e la popolazione legale stampata è 31.617, cinque in più.

Seconda: per questo il +111 del centro di Monteporzio e il −21 di Castelvecchio fra il 1931 e il 1936 non si possono leggere come crescita e calo, perché mettono a confronto due basi diverse. Il sorpasso dentro il 1936 regge — i due numeri di quell'anno sono omogenei fra loro, 622 contro 551 — ma quando sia avvenuto, fra il 1931 e il 1936, questa tabella non lo dice.

Perché queste sette righe non stanno nella tabella grande di questa pagina. Sono la misura di due abitati, non di due comunità: nel 1853 le 929 anime di Monteporzio comprendevano i 470 che stavano in campagna, e qui i 622 del 1936 non comprendono nessuno dei 1.325 delle case sparse. Mettere in fila 1.019 e 656 sarebbe l'errore che questa pagina ha imparato a non fare nel 2026 con la colonna «perimetro»: due numeri veri che non parlano della stessa cosa.

La Repubblica: il sorpasso vero è il 1961, e il 1971 è il minimo dal 1853 in poi

Il conteggio continua nella Repubblica, con la stessa forma di tabella — «popolazione per comuni, centri e case sparse» — per sette censimenti ancora, dal 1951 al 2011.[44] Dal 1951 c'è una colonna in più, «nuclei abitati»: un gradino intermedio fra il centro abitato e la casa isolata, che prima non esisteva e che quindi ritaglia una parte di quella che nel 1936 era tutta campagna.

Annocomune (legale)Differ.centro di Monteporziocentro di Castelvecchiocentrinucleicase sparse
19362.4986225511.173—1.325
19512.637+1396176251.2421851.210
19612.376−2617836171.40042934
19711.864−5126935511.24444576
19812.153+2898607701.63035488
19912.198+451.0139221.93566197
20012.227+299348801.81468345
20112.802+575——2.0895708

1. Il sorpasso del 1936 non tiene: nel 1951 Castelvecchio è di nuovo il centro più popoloso, 625 contro 617. Il capoluogo passa avanti in modo definitivo nel 1961 — 783 contro 617 — e in nessuna delle misure seguenti Castelvecchio lo raggiunge: né nelle quattro che restano in questa tabella (1971, 1981, 1991, 2001), né nella misura del 2021, che questa tabella non ha e che viene da un'altra fonte — 1.194 contro 1.128.[45] Il primato del centro di Castelvecchio dura quindi dal 1871 al 1951 con una sola interruzione, il 1936; e quella interruzione, come dice il riquadro qui sopra, era già l'unica delle sette misure che non si potesse confrontare all'indietro.

Corretto il 6 settembre 2026. Fino a questa lettura la frase diceva: «e da lì non è mai più stato raggiunto». Il fatto regge, ma la frase non diceva fin dove ho guardato, e i volumi a stampa che reggono tutta questa sezione si fermano al 2001: «mai più» prometteva un registro che questa fonte non ha. Il 2021 esiste, ma sta in un altro prodotto dell'ISTAT, e va citato a parte.

2. Il 1951 ratifica, di rimbalzo, la lettura del 1936. La colonna «Differ. 1936» del 1951 stampa +139 per il comune, −5 per il capoluogo e +74 per Castelvecchio. Sono esattamente le differenze da 2.498, 622 e 551, cioè dai tre numeri letti sulla pagina del 1936 — compresa la popolazione legale, che era la cautela di quella tabella. Un censimento collauda quello di prima.

3. Il 1971 è il punto più basso della serie dal 1853 in poi: 1.864 abitanti. In dieci anni il comune perde 512 persone, il 21,5%: nel 1971 a Monte Porzio vive meno gente che nel 1861 (1.965) e meno che nel 1853 (1.948), e in mezzo non c'è nessuna misura più bassa.

Il volume che riporta la tabella dice in parole da che cosa è fatto quel calo, e non solo per questo comune: è l'emigrazione verso la costa e verso il nord-ovest industriale. Nel decennio precedente era stata la provincia intera a perdere 20.093 persone; in questo la provincia torna a crescere (+1.642) e il comune perde un quinto dei suoi abitanti, perché la crescita è tutta sul mare — Pesaro +18.746, Fano +6.824, Mondolfo +943, e Marotta da sola arriva a 2.613 abitanti.

Il «dal 1853» non è un dettaglio, e fino al 6 settembre 2026 questa riga diceva invece «il minimo storico del comune», e il titolo della sezione «il minimo è il 1971». Non lo è: la tabella di Un termine di paragone, qui sopra, porta per il 1833 due righe del censimento pontificio — Monteporzio 830, Castelvecchio «appodiato» 815 — che fanno 1.645, e più indietro si scende ancora, 1.251 nel 1769, e meno ancora nelle rilevazioni ecclesiastiche del Sei-Settecento, che però contano un'altra cosa. La riga vecchia lo ammetteva nella frase seguente — «bisogna risalire agli anni Trenta dell'Ottocento per trovarne di meno» — e quindi si smentiva da sé due righe dopo essersi scritta. Due avvertenze, adesso che l'estremo porta la sua serie. La prima: fino al 1861 il comune non ha mai una riga sua, i totali di quegli anni sono somme di due righe fatte qui, non cifre stampate dalla fonte, e il perimetro di ciascuna cambia più volte (parrocchia, appodiato, comune). La seconda: il 1853 non è una soglia di metodo, è la misura più antica che stia sopra i 1.864 — il punto dove la fila si interrompe, e nient'altro.

4. Lo spopolamento è della campagna, non dei paesi. Fra il 1951 e il 1971 i due centri insieme passano da 1.242 a 1.244 abitanti — cioè non si muovono — e il comune perde 773 persone. Tutte fuori dai centri: nuclei più case sparse da 1.395 a 620. Le case coloniche si svuotano, i due paesi no.

5. Poi si torna a salire, e il 2011 è il massimo di tutti i censimenti. Dal punto basso del 1971 il comune guadagna 938 abitanti in quarant'anni e nel 2011 tocca 2.802, più del massimo precedente fra i censimenti (2.701 nel 1901). La crescita non è regolare: forte negli anni Settanta (+289) e nel primo decennio del Duemila (+575), quasi ferma negli anni Ottanta e Novanta (+45 e +29). Il 2.802 resta il più alto anche col censimento seguente, che scende a 2.752; non è però il numero più alto che l'ISTAT abbia scritto per questo comune, perché le rilevazioni annuali d'anagrafe — un'altra specie di misura — arrivano a 2.847 al 1° gennaio 2025. Il confronto fra le due, e perché non si sommano, sta in Demografia.

6. Il 2001 è l'ultimo anno in cui la fonte dice dove. Nel 2001 tutti e due i centri calano (−79 e −42) mentre il comune cresce di 29: chi arriva non va ad abitare nei due paesi. E nel 2011 la tabella non ha più nessuna sottoriga: il comune è una riga sola, come nel 1861 ma per un motivo opposto. Il motivo lo scrive il compilatore stesso, ed è tecnico e recente — la gestione informatica del censimento, dice, «si riflette negativamente sul dettaglio dei dati resi disponibili su base comunale». La serie dei due centri abitati nei volumi a stampa comincia nel 1871 e finisce nel 2001: centotrent'anni, tredici misure.

Che finisca la serie non vuol dire che finisca la misura. Il centro abitato l'ISTAT continua a contarlo: lo pubblica nelle Basi territoriali, in file di dati invece che in tabelle, e da lì viene il 2021 — 1.194 e 1.128.[45] Manca invece il 2011, e non perché la fonte taccia sui nomi: la tavola delle località di quell'anno ha i nomi e le quote e non ha nessuna colonna di popolazione. Le due strade si sovrappongono sul 1991 e sul 2001, e i quattro numeri in comune coincidono. Il conto per intero, con i controlli, sta in Le località del comune e in Castelvecchio.

I controlli: trentadue, e chiudono tutti. Per ogni anno: centri + nuclei + case sparse fa la popolazione legale stampata (sette volte su sette); la colonna «Differ.» applicata all'anno precedente restituisce il totale stampato (sette volte su sette, e la prima è il ponte con il 1936); i due centri sommati fanno la colonna «centri abitati» (sei volte su sei, il 2011 non ha sottorighe); e la differenza stampata per ciascuno dei due centri restituisce la cifra dell'anno prima (dodici volte su dodici). Le sette pagine sono state rese a 300 punti per pollice e lette a vista, perché l'estrazione automatica di questo volume appiattisce le sottorighe.

Il confine fra «centro», «nucleo» e «casa sparsa» non è un fatto del territorio: è una decisione che si ripete a ogni censimento.

Nel 1991 il centro di Monteporzio risulta cresciuto di 153 abitanti e quello di Castelvecchio di 152, mentre le case sparse crollano da 488 a 197: le tre cifre insieme fanno pensare meno a un trasloco che a un ridisegno del perimetro dei due abitati. Dieci anni dopo il movimento si inverte in parte (case sparse da 197 a 345, i due centri in calo). La stessa tabella del 1991 elenca fra le «frazioni» di Mondolfo una voce che si chiama letteralmente «Case sparse», e quella del 1981 segnala che la popolazione di Marotta è stata «accorpata al centro abitato di Fano» — operazione che il compilatore del volume giudica lui stesso «errata». Quindi: i totali del comune sono solidi, la loro ripartizione interna lo è di meno, e i confronti fatti qui sopra sulle case sparse valgono come ordine di grandezza, non alla persona.

Una seconda cautela, minore: dal 1971 la tabella sostituisce la popolazione presente con una colonna di densità. Quella densità torna con la superficie del comune (vedi Territorio) in quattro censimenti su cinque, ma non nel 2011, dove stampa 152 ab/km² là dove il conto ne darebbe 153; e nella stessa riga del 2011 non torna nemmeno la densità di Fano. La colonna è calcolata, non rilevata: non la uso.

Novantatré famiglie per 1.179 persone: il 1911 letto alla fonte, e l'anomalia non è del copista

La tabella del 1911 del quaderno di Mondolfo porta una colonna in più di quelle usate qui sopra, «Nuclei fam.», e per il comune di Monte Porzio dà 453 famiglie, con 176 sulla riga «Centro urbano» e 184 su quella di Castelvecchio. Se quelle due cifre sono le famiglie dei due paesi, alle case sparse ne restano 93 per 1.179 abitanti: dodici persone e sette decimi per famiglia, dove nelle righe vicine della stessa tabella la campagna sta fra 5,8 (Mondolfo) e 6,8 (San Costanzo). O il 453 era un refuso, o le sottorighe contavano un'altra cosa. Le due ipotesi non valevano uguale, e la prima si chiude senza uscire dal volume.

Il 453 sta esattamente dove la sua serie lo vuole. La colonna delle famiglie c'è in sei censimenti del Regno — poi, dal 1931, sparisce e al suo posto compare «Territorio Km²»:

Annofamigliepopolazione presentepersone per famiglia
1861343 (e 277 case)1.9395,65
1871368 (e 315 case)2.1405,82
18814052.2945,66
19014522.5855,72
19114532.5805,70
19214232.4655,83

Sessant'anni in cui la famiglia media di questo comune non si muove di due decimi, e il 1911 ci sta dentro come tutti gli altri: 453 non è un refuso. Il sospetto era sul totale; la serie lo assolve e sposta l'accusa sulla ripartizione.

Allora si è andati a vedere la fonte che il quaderno dichiara in nota — il volume a stampa del 5° censimento generale — e la ripartizione, alla fonte, è un'altra cosa da quella che la tabella derivata lascia immaginare.[46] Le sottorighe non sono due centri abitati: sono le due frazioni di censimento in cui il comune era diviso, ciascuna con la sua campagna dentro. E la colonna delle famiglie, nell'originale, è tripla: in complesso, agglomerate, sparse.

1911, Tavola Ifamiglie: in complessoagglomeratesparseindividui: in complessoagglomeratasparsapopolaz. residente
frazione Monte Porzio219176431.2076805271.219
frazione Castelvecchio234184501.3737216521.386
Totale comune453360932.5801.4011.1792.605

Superficie complessiva del comune stampata nella stessa riga: 1.741 ettari; altimetria centrale delle due frazioni, 110 e 99 metri.

I controlli chiudono tutti e quindici. 219 + 234 = 453; 176 + 184 = 360; 43 + 50 = 93; 360 + 93 = 453. 1.207 + 1.373 = 2.580; 680 + 721 = 1.401; 527 + 652 = 1.179; 1.401 + 1.179 = 2.580. Le due colonne della qualità della dimora fanno 1.200 + 1.364 = 2.564 abituali, più 16 occasionali = 2.580. I temporaneamente assenti: 19 + 22 = 41, di cui 25 in altri comuni del Regno e 16 all'estero. E la popolazione residente si ricostruisce dalla presente con la regola del censimento — 2.580 − 16 occasionali + 41 temporaneamente assenti = 2.605, che è la cifra stampata e la stessa che il quaderno chiama «popolazione legale». Una pagina che non sbaglia un conto.

Il copista di Mondolfo, quindi, ha copiato bene. I suoi 176 e 184 sono le famiglie agglomerate delle due frazioni, non le famiglie dei due centri: la sua colonna «Nuclei fam.» accosta due cose diverse senza dirlo, ma le cifre sono quelle. E soprattutto: le novantatré famiglie sparse sono stampate nel censimento, non nate da una sottrazione mia. L'anomalia è nella fonte.

Il metro giusto non sono i vicini di pagina, è il circondario intero, e il volume lo stampa due volte — una riga per riga nella parte A, e una riassunta nella parte B. Le due si possono confrontare, ed è il controllo più duro che questo volume permetta senza uscirne.

La parte B della stessa Tavola I riassume province e circondari: il circondario di Pesaro — 31 comuni, 103 frazioni, 128.048 persone presenti — ha 11.616 famiglie sparse per 70.690 persone, cioè 6,09 a famiglia, e 13.994 famiglie agglomerate per 57.358 persone, 4,10. Il circondario di Urbino dà 6,01; la provincia intera, 26.000 famiglie sparse per 157.104 persone, 6,04.[47] Sono cifre grosse, che mediano su settantaquattro comuni: e stanno tutte dentro il decimo.

I trentun comuni, uno per uno

Le tre pagine della parte A che coprono il circondario di Pesaro sono state lette riga per riga e le sei colonne sommate a mano.[48] Tutte e sei le somme tornano al numero sulla parte B: 25.610 famiglie in complesso, 13.994 agglomerate, 11.616 sparse, 128.048 persone, 57.358 agglomerate, 70.690 sparse. E le frazioni contate sono 103, che è la cifra stampata accanto. Trentun comuni, non trenta né trentadue; nessuna riga saltata, nessuna letta due volte.

E il trentuno regge anche fuori dal volume. Il registro storico dell'ISTAT (SITUAS), interrogato per la data esatta del censimento — 10 giugno 1911 — sull'elenco dei comuni esistenti, restituisce per il circondario di Pesaro (codice 209) trentun comuni, e sono gli stessi trentuno, uno per uno, letti dalle pagine.[49] Una tavola letta a occhio su una scansione e un registro amministrativo tenuto dall'ISTAT non condividono nessun passaggio: che diano lo stesso elenco dice che la lettura non ha perso né inventato righe.

Questo chiude una domanda che restava aperta: il totale del circondario è calcolato dalle stesse cifre che si leggono nella pagina, Monte Porzio compreso col suo 93. Non esiste, a monte della tavola, un Monte Porzio diverso da quello stampato. L'anomalia non è un errore di riporto fra le due parti del volume: è entrata nell'aggregato e ci è rimasta.

Ne segue una piccola correzione onesta al confronto: il 6,09 del circondario contiene Monte Porzio. Tolto il comune di cui si discute, gli altri trenta danno 69.511 persone su 11.523 famiglie sparse, cioè 6,03. Lo scarto si allarga, non si stringe.

Ed ecco tutti e trentuno, ordinati per persone per famiglia nelle case sparse:

Comune (1911)famiglie sparsepopolazione sparsapersone per famiglia sparsaper famiglia agglomerata
Monte Porzio931.17912,683,89
Pozzo Alto806738,414,39
Tomba di Pesaro4443.2717,373,67
Barchi1521.1017,244,28
San Costanzo4553.1166,853,58
Gabicce956456,794,78
Gradara2791.8256,543,83
Fano1.77511.3456,394,32
Ginestreto2061.3056,334,63
Mombaroccio3081.9516,334,03
San Lorenzo in Campo3402.1346,283,54
Orciano di Pesaro2611.6166,193,35
Montelabbate2441.5026,164,08
Pergola9035.5526,153,72
Mondavio4372.6846,143,40
Serrungarina3572.1526,033,09
Sorbolongo895305,964,06
San Giorgio di Pesaro2131.2585,913,05
Mondolfo3802.1935,773,40
Monteciccardo2771.5915,744,30
Fiorenzuola di Focara2211.2675,734,17
Pesaro1.7399.6485,554,40
Montemaggiore al Metauro2291.2675,533,47
Novilara2391.3135,494,02
Cartoceto4292.3425,463,82
Candelara3371.8115,373,90
Serra Sant'Abbondio1648715,314,79
Piagge1447615,283,51
Fratte Rosa2551.3435,273,78
Sant'Angelo in Lizzola2431.2655,213,78
Saltara2281.1795,174,09

Va corretta una frase scritta qui il giorno prima. Sui tredici comuni stampati accanto a Monte Porzio — da Fratte Rosa a Orciano — il valore più alto dopo il suo era 6,79, e questa pagina diceva «il doppio del più alto». Sul circondario intero non è così: il secondo è Pozzo Alto con 8,41, e i vicini di pagina non contenevano il caso più estremo. Monte Porzio resta il primo di trentuno, ma di una volta e mezza il secondo, non del doppio. La mediana dei trentuno è 6,03, il minimo 5,17 (Saltara).

Quello che il confronto allargato rende invece più solido è la forma dell'anomalia, non la sua misura. Tre osservazioni, tutte sui trentun comuni:

Da qui il conto esatto di quanto la riga non si aggiusta. Perché le due colonne di questo comune si comportassero come il suo circondario servirebbero 1.401 ÷ 4,10 = 342 famiglie agglomerate e 1.179 ÷ 6,09 = 194 sparse: in tutto 536, cioè ottantatré famiglie in più di quelle stampate. E il totale di 453 è quello che la serie di sessant'anni conferma. Spostare famiglie da una colonna all'altra non risolve, sposta soltanto l'anomalia: con 194 famiglie sparse ne resterebbero 259 in paese per 1.401 persone, 5,41 a famiglia — il valore più alto di tutto il circondario, dove il massimo è 4,79.

Una scusante che non regge: la piccolezza. Con novantatré famiglie sparse al denominatore, il rapporto è volatile, e si potrebbe pensare che i valori estremi tocchino ai comuni piccoli. In parte è vero — il secondo valore, 8,41, è di Pozzo Alto, che ha il denominatore più piccolo di tutti (80). Ma i quattro comuni con meno famiglie sparse del circondario sono Pozzo Alto 80, Sorbolongo 89, Monte Porzio 93 e Gabicce 95, e gli altri tre stanno a 8,41, 5,96 e 6,79: due su tre sono normali. Essere piccoli non basta a produrre un 12,68.

Che cosa sia successo in quella riga, da qui non si dimostra. Le strade possibili sono due e nessuna delle due è verificabile con i documenti letti finora.

La prima: le famiglie coloniche di questo comune erano davvero enormi, dodici o tredici persone per podere. È il sistema della mezzadria, e famiglie di quella taglia esistevano; ma i comuni confinanti hanno la stessa mezzadria e poco più della metà del rapporto — San Costanzo 6,85 e Mondolfo 5,77, e tutti e tre si toccano. Il confine non separa due modi di stare sulla terra: separa due modi di contarli, oppure un errore.

La seconda: la rilevazione locale ha classificato come «agglomerate» famiglie che stavano nelle case sparse. Basterebbe che chi compilò i fogli avesse attribuito al paese le famiglie iscritte alla parrocchia o alla via del centro: il totale resterebbe giusto — ed è giusto — mentre la ripartizione slitterebbe tutta da una parte. Nessuna somma del censimento se ne accorgerebbe, e adesso si sa fin dove: non solo le quattro somme della riga chiudono, ma le sei colonne dei trentun comuni del circondario chiudono sui sei totali della parte B, con dentro il 93 di Monte Porzio. È il caso tipico dell'errore che sta dentro una colonna che quadra — e che quadra fino in cima.

Le avvertenze del volume, lette il giorno dopo, non sciolgono il dubbio ma restringono il campo: sono riassunte qui sotto. La prova che scioglierebbe il dubbio è un altro censimento: se la stessa ripartizione fra agglomerato e sparso desse a Monte Porzio un rapporto doppio anche nel 1901 — quando il comune aveva 452 famiglie, una in meno — si tratterebbe di un modo locale di contare, ripetuto; se lo desse normale, di un incidente del 1911. Il volume del 1901 esiste in archivio e non è ancora stato aperto; quello regionale del 1921 per le Marche, cercato, non risulta archiviato. Fino ad allora, qui, il dato pubblicato resta quello stampato: 453 famiglie, 360 agglomerate, 93 sparse, con questa nota accanto.

Che cosa dicono le avvertenze del volume, e che cosa non dicono

Le quattro pagine di avvertenze premesse alla Tavola I rispondono a due delle domande lasciate aperte qui sopra e a nessun'altra.[50]

Uno: la ripartizione fra agglomerato e sparso non la decideva chi compilava il foglio di famiglia, la decideva il disegno delle sezioni. «Nell'occasione del censimento le frazioni furono suddivise in sezioni. Nel procedere a questa suddivisione si formarono sezioni separate con le case sparse per poter trascegliere la popolazione agglomerata». Cioè: prima si tiravano i confini delle sezioni, poi tutto quello che cadeva dentro una sezione di case sparse era sparso — famiglie e persone insieme, con lo stesso criterio. Questo non esclude la seconda ipotesi, la sposta: perché le famiglie di Monte Porzio risultino agglomerate mentre le persone no, non basta la distrazione di un compilatore, ci vuole qualcosa che riguardi le sezioni. Ma le sezioni sono la stessa cosa per le due colonne, e le due colonne non si comportano allo stesso modo.

Due: la definizione di frazione, che qui era stata ricostruita per via indiretta, è stampata. «Un centro di popolazione senza cinta daziaria e le circostanti case sparse per la campagna costituiscono una frazione. In casi eccezionali le case sparse, da sole, sono costituite in frazione». È il motivo per cui le frazioni di Monte Porzio e Castelvecchio hanno dentro anche la loro campagna, e per cui il copista di Mondolfo, mettendo in colonna 176 e 184, stava copiando le famiglie agglomerate di due frazioni e non le famiglie di due paesi.

Tre, e riguarda chi aveva l'ultima parola. Le cifre della tavola sono quelle «che le Commissioni comunali di censimento rilevarono e furono poi approvate dalle Giunte provinciali di statistica e rivedute ed emendate dall'Ufficio centrale del censimento». Tre passaggi, l'ultimo a Roma. Se la riga di Monte Porzio contiene un errore di classificazione, quell'errore ha attraversato tutti e tre.

E qui c'è il riscontro che si poteva fare senza uscire dal volume. Le tavole sono precedute da un'errata-corrige di tre pagine, dove l'Ufficio centrale elenca riga per riga le cifre da correggere dopo la stampa, sottolineandole. Nelle sei pagine della provincia di Pesaro e Urbino l'errata interviene due volte — a p. 398 su Pergola e a p. 401 su Sant'Agata Feltria — e tutte e due le volte la cifra sottolineata è la superficie. Sulla p. 397 non interviene affatto: fra la p. 384 e la p. 398 l'errata non tocca nessuna riga.[51]

Questo non promuove il 12,68 a dato buono. Dice una cosa più stretta e più utile: l'anomalia non è un refuso già scoperto da chi stampò il volume. Chi rivide queste pagine — e le rivide, visto che due righe più in là corresse due ettaraggi — passò sopra a novantatré famiglie per 1.179 persone senza fermarsi. O perché non guardava quel rapporto, o perché a Roma quella riga non sembrava strana. Delle due strade lasciate aperte qui sopra, nessuna si chiude; ma la terza, la più comoda — «è un errore di stampa già noto» — si chiude.

Un riscontro indipendente sul volume citato da Anniballi, trovato l'11 settembre 2026 non cercando il testo ma la sua scheda: il catalogo della Berkeley Law Library (lawcat.berkeley.edu/record/1097117, collocazione KKH6714.A172 P37 1833) descrive la stessa opera — Raccolta delle leggi e disposizioni di pubblica amministrazione nello Stato Pontificio, Roma, «Nella stamperia della R.C.A.», 1834-1837, 8 volumi (i sette tomi più l'Indice alfabetico del 1837 già letto al risveglio 269) — e ne dà l'indice completo per materia: «Vol. I. Debito pubblico e cassa di ammortizzazione, camere, e tribunali di commercio; Vol. II. Istruzione pubblica, annona e grascia, censimento, congregazione di revisione; Vol. III. Tesorierato generale [...]; Vol. IV. Decorazioni, maggiordomato, prefettura degli archivj, prefettura delle acque e strade; Vol. V. Giudiziario, polizia e corpo de' vigili; Vol. VI. Camerlengato di s. chiesa, sanità, amministrazione comunale e provinciale; Vol. VII. Pubblica beneficenza, dicasteri e pubblici impiegati, militare.» Il volume VI, per materia, è compatibile con una tabella di riparto territoriale (l'«amministrazione provinciale» comprende la riorganizzazione dei confini): conferma indiretta che Anniballi cita il tomo giusto. Non risolve la contraddizione sulla pagina (145 nell'Indice alfabetico del 1837, 253-270 in Anniballi 2023, regola 8): il catalogo di una biblioteca non riproduce il testo, solo la descrizione bibliografica — il volume fisico resta da vedere.

Riverifica del 25 settembre 2026

Questa pagina fa parte del gruppo di riverifica dell'11 settembre 2026, l'ultima rimasta aperta (rinviata dal 385 per la mole: quasi 5.000 righe, seconda solo a wiki/storia.md). Come già per fusioni.md e storia.md, il controllo è mirato: le fonti web viventi, non i digitalizzati statici già letti per intero e in cache (il volume del Corridore 1906, la Biblioteca digitale ISTAT del censimento 1911, il quaderno 150 di Polverari, il volume 2023 di Anniballi).

Tre indirizzi vivi citati nelle note: il portale SITUAS (nota [49]), la pagina Internet Archive del volume del Corridore (nota [4]) e la copia Wayback Machine della pagina di Stefano Lancioni su storiapesarourbino.altervista.org (nota [13], il cui dominio originale resta NXDOMAIN, verificato di nuovo oggi). Tutti e tre raggiungibili (200).

La pagina di Lancioni, l'unica delle tre con un testo confrontabile parola per parola, riletta per intero con mirar texto e confrontata con la cache (sources/cache/spu-mi05-20230731.txt): identica, inclusa la tabella dei trenta luoghi baronali del 1782 con le loro cifre (nota [12], «Monteporzio (608)» compreso) e le tre grafie modernizzate rispetto all'originale del Corridore già dichiarate in nota. Nessuna correzione trovata.

Con questa pagina si chiude per intero il gruppo di riverifica dell'11 settembre 2026, affrontato in due risvegli: 385 (associazioni.md, scuole.md, territorio.md) e 386 (questa).

verifica: aggiornata al 25 settembre 2026.

Riverifica del 4 ottobre 2026

Pagina trattata da sola, come da piano del risveglio 458 (fuori dal gruppo fermo al 25 settembre, già chiuso): è la seconda per mole dopo storia.md fra quelle ancora da fare.

Gli stessi tre indirizzi vivi della riverifica precedente, tutti e tre raggiungibili ancora oggi (200): il portale SITUAS, la pagina Internet Archive del volume del Corridore e la copia Wayback Machine della pagina di Stefano Lancioni (il dominio originale storiapesarourbino.altervista.org resta NXDOMAIN, confermato di nuovo con dig).

Nessuna correzione al contenuto. verifica: portata al 4 ottobre 2026.

Note

  1. Alberto Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, Quaderni del Consiglio regionale delle Marche n. 150, 2014 (ristampa dell'edizione 1980): appendice dei documenti, doc. n. 6, pp. 144-157, e doc. n. 7, pp. 158-174; la descrizione dello stato d'anime e i due casi di comunione anticipata alle pp. 92-93; l'appendice n. 7 attribuita a Castelvecchio a p. 101; i confini delle parrocchie a p. 104; i Barberini a Castelvecchio dal 1692 a p. 68. Le pp. 144-174 sono riprodotte nel PDF come immagini prive di livello di testo: lette a vista, vedi il riquadro sopra.
  2. Sergio Anniballi (a cura di), Gli abitanti di Mondolfo nell'Italia che cambia, Quaderni del Consiglio regionale delle Marche n. 409, stampato nel novembre 2023, per iniziativa della sede di Mondolfo dell'Archeoclub d'Italia. Tabella «5° censimento Stato della Chiesa, 26 marzo 1769» a p. 45; tabella «6° censimento Stato della Chiesa, anno 1782» a p. 46, che in nota 77 dichiara la propria fonte: «Francesco Corridore, La popolazione dello stato romano, 1906, Censimenti pag. 246-249»; tabella «1° censimento Stato della Chiesa, Pasqua del 1656» a p. 28, con la nota 31 che rimanda allo stesso volume, «Censimenti pag. 75-79»; il cambio di metodo del censimento del 1736 a p. 42; gli stati d'anime del 1793-1795 a p. 48, introdotti dalla frase «dagli "stati delle anime" della parrocchia di Mondolfo e quelle vicine vengono rilevate». Fonte secondaria di secondo grado: per il 1769 Anniballi non ha letto il censimento, cita Alberto Ferradini, Un censimento inedito dello Stato Pontificio, 1948, p. 313, che io non ho letto; per gli stati d'anime degli anni Novanta cita, in nota 79, Alessandro Berluti, Mondolfo e Marotta nel risorgimento, 2011, «L'aumento demografico a Mondolfo», pp. 43-44, che neppure ho letto — e che è la stessa fonte da cui dipendono i passaggi amministrativi citati in Castelvecchio. Le due tabelle sono riprodotte nel PDF come testo, ma l'estrazione automatica le appiattisce in una riga sola: le cifre citate qui sono state riguardate sulla pagina resa a 300 dpi, una per una.
  3. Statistica numerativa delle popolazioni dello Stato Pontificio alla fine del 1853, Ministero dell'interno pontificio, Roma 1857. Il dato è discusso per esteso nella pagina su Castelvecchio.
  4. Francesco Corridore, La popolazione dello Stato romano (1656-1901), Roma, Ermanno Loescher, 1906. Il Documento I — «Archivio di Stato — Archivio Camerale, busta I fasc. 2, ANNO 1701, Nota dei Luoghi e delle Parochie dello Stato Ecclesiastico divise per Provincie e per Diocesi» — ha «Sinigaglia e sua Diocesi» a p. 113. Il Documento II — «Biblioteca Casanatense, Mss. 2987, Baroni che godono feudi nello Stato Ecclesiastico, 1701, per alfabeto ne' cognomi» — ha la voce «Montevecchi Conte» a p. 132. Copia digitale su Internet Archive, item popolazione_stato_romano_corridore_1906, marcata di pubblico dominio: https://archive.org/details/popolazione_stato_romano_corridore_1906 — consultata il 12 agosto 2026; impronta MD5 del PDF scaricato c3ab0413081eaaf5d67a0708c70b38be, identica a quella dichiarata nell'archivio. Le due pagine sono state rese a 300 punti per pollice e lette; le cifre di Monte Portio rilette ingrandite. Cautela di omonimia: lo stesso volume registra più volte un altro Monte Portio nella diocesi di Frascati, che è Monte Porzio Catone. Le voci usate qui sono soltanto quelle della diocesi di Sinigaglia, dove il paese sta insieme a Mondolfo, Stacciola, Castel Vecchio e Tomba. Lo stesso volume è la fonte del censimento del 1810 usato in Un cimitero solo per due paesi.
  5. Corridore 1906, cit. alla nota 4. Il Documento I, «ANNO 1656 — ANIME DAI TRE ANNI IN SU», comincia a p. 75 e ha «Senigaglia e Diocese» a p. 76; il Sommario I, «Nota dell'Anime, che sono nelle Province dello Stato Ecclesiastico, dalli 3 anni in su del 1656», è a p. 68 e dichiara la segnatura del manoscritto: «Archivio di Stato di Roma, Archivio Camerale, Popolazione dello Stato Pontificio, Busta I, fasc. 1 — Manca la popolazione di Roma». Le notizie sull'ordine di Alessandro VII, sulla Pasqua del 1656, sui parroci e sulla tassa per anima stanno alle pp. 11-12; i tre limiti che l'autore riconosce al documento (l'antichità, i bambini sotto i tre anni, i luoghi di diocesi con sede fuori dello Stato) e la stima del 7,4% ricavata dal censimento del 1881 alla p. 12; l'avvertenza sulla non comparabilità fra circoscrizione ecclesiastica e civile alla p. 22. Le pp. 76, 248 e 249 sono state rese a 300 punti per pollice — la risoluzione nativa della scansione — e lette; le cifre di Monte Portio, Castel Vecchio e Scapezzano rilette ingrandite. Le stesse due cifre del 1656 sono pubblicate, dalla stessa fonte, anche nel volume del 2023[2] (p. 28), con accanto una colonna «popolazione probabile» (326 e 308) che è il 7,4% di Corridore applicato dal curatore: un calcolo, non un dato, e per questo non è riportato qui.
  6. Corridore 1906, cit. alla nota 4, p. 76, terza e seconda colonna (l'elenco «Senigaglia e Diocese» comincia in fondo alla seconda e finisce nella terza), resa a 300 punti per pollice — la risoluzione nativa della scansione — e letta il 13 agosto 2026, riletta il 15 agosto 2026. Le venticinque voci: Senigaglia 4977, Monte Alboddo 3403, Monte Novo 2292, Rocca Contrada 5002, Corinaldo 3495, Mondolfo 1831, Serra de' Conti 1437, Barbera 740, Monte Marciano 1447, Belvedere 1710, Monte S. Vito 1704, Castel Leone 910, Castel Vecchio 285, Morro 1278, Ripe 757, Monte Portio 302, Stacciola 121, Villa della Gennara 371, Monte Rado 424, Brughetto 169, Scapezzano 1654, Roncitelli 716, Tomba 619, Il filetto 291, Vaccarile 208. Sommano 36.143, cioè il totale stampato in fondo alla colonna e ripetuto nel Sommario I di p. 68 insieme al numero dei luoghi (25). La cifra di Scapezzano, l'unica illeggibile alla prima lettura, è stata decisa il 15 agosto 2026 su un ritaglio ingrandito dieci volte con scalatura a pixel pieni (nessuna interpolazione), confrontando il glifo finale con l'1 finale di «121» e «371» e con il 4 finale di «424» della stessa colonna: non ha la bandierina in alto a sinistra né il piede largo dell'1, e ha la traversa a mezz'asta del 4. La somma è stata rifatta dopo quella lettura, e chiude. I conti di combinatoria citati in questa pagina — nessuna delle 2.300 terne di voci somma 13.143 (cioè nessun gruppo di 22 voci fa 23.000); i sottoinsiemi di qualunque grandezza che fanno 23.000 sono 1.676; nessuno di essi è contiguo; i due gruppi di 22 più vicini fanno 22.761 e 22.669 — sono stati fatti il 15 agosto 2026 con poche righe di programma su queste venticinque cifre, e chiunque abbia la lista qui sopra li può rifare.
  7. Anniballi 2023, cit. alla nota 2, § 1.2 «Il Censimento del ducato di Urbino nel 1591», pp. 22-24: la tabella «CENSIMENTO DEL DUCATO DI URBINO NEL 1591» a p. 23, la tabella «ASSEGNA DE' GRANI E BIADE — DUCATO DI URBINO 1594» e il giudizio sulla «dubbia precisione» del dato censuario alle pp. 24-25. Le due tabelle non sono di Anniballi né di un archivio letto da lui: la sua nota 19 le attribuisce all'Antologia roveresca illustrata, a cura di Nando Cecini e Mario Omiccioli, periodico della Provincia di Pesaro Urbino, 1982, e la nota 23 precisa per il 1594 «estratto da Archivio Metaurense, vol. 8663, f. 24». Il periodico del 1982 non l'ho letto. Le due righe di Monte Portio e di Castel Vecchio sono state riguardate sulla pagina resa a 300 punti per pollice.
  8. Corridore 1906, cit. alla nota 4. Il censimento del 1708 è alle pp. 160-168: la sezione «XIII. Sinigaglia Dioc.» comincia in fondo alla p. 162 e continua nella colonna sinistra della p. 163, dove stanno Castelvecchio e Monte Portio; il totale «In tutto: 45714, 45» è in cima alla colonna centrale della p. 163. Il censimento del 1736 è alle pp. 205-213, e la sezione dello Stato di Urbino le occupa tutte e nove: il titolo in grassetto «Luoghi Baronali e altri esistenti nello Stato di Urbino» si apre a metà della p. 205 (dove la prima voce, «Acinelli dioc. di Cagli», ha un trattino al posto della cifra); il secondo titolo in grassetto, «Feudi dipendenti dalla Legazione d'Urbino», è in fondo alla colonna destra della p. 206 e le sue tredici voci finiscono in cima alla colonna sinistra della p. 207, dove stanno Stacciola 341 e Porcozzone; la voce «Mondolfo e Annesso dioc. di Sinigaglia» con l'annesso Castel Vecchio è nella colonna sinistra della p. 209; il totale 140.830 chiude la colonna destra della p. 212, ed è seguito subito dall'«ELENCO dei Luoghi che compongono lo Stato e Ducato di Urbino», che continua e finisce nella p. 213 — la sezione «Luoghi Baronali» è la terza colonna di quella pagina, e «Monte Porzio» vi sta fra «Monte l'Abbate» e «Offredi». Il «Monte Porzio dioc. di Frascati» — che è Monte Porzio Catone — è a p. 204. Le pp. 162, 163 e 204-213 sono state rese a 300 punti per pollice — la risoluzione nativa della scansione — e lette una per una; le cifre di Castelvecchio e di Monte Portio e le due righe «Luoghi Baronali» / «Monte Porzio» della p. 213 sono state rilette ingrandite. Il conto della colonna della diocesi è stato rifatto a macchina sulle quaranta voci lette a vista.
  9. Corridore 1906, cit. alla nota 4, p. 213, terza colonna. I trenta nomi sono stati letti sulla pagina resa a 300 punti per pollice e riletti su un ritaglio ingrandito al doppio della sola colonna, poi contati uno per uno. Il confronto con le tabelle è stato fatto in due modi indipendenti: cercando ciascuno dei trenta nomi nel testo riconosciuto automaticamente delle sole pp. 205-209 (cioè escludendo l'elenco stesso, che sta alle pp. 212-213), e riguardando sulla pagina resa la sezione «Feudi dipendenti dalla Legazione d'Urbino» delle pp. 206-207, che è l'unico luogo delle tabelle dove un luogo baronale porti una cifra. Le grafie non sono sempre le stesse fra elenco e tabella («Carpini»/«Carpine», «Piobbico»/«Piobico», «Coccorano»/«Cocorano»): l'accostamento è mio, e su queste tre coppie è un'identificazione, non una lettura.
  10. Corridore 1906, cit. alla nota 4, pp. 173-213 (il censimento del 1736 per intero, dalla Marca allo Stato di Urbino). La ricerca dei trenta nomi è stata fatta a macchina sul testo riconosciuto automaticamente, sezione per sezione, con confronto tollerante alle grafie — perché su questo volume il riconoscimento sbaglia (l'elenco stampa «Tsola del Piano» per Isola, «Staeciola» per Stacciola, «Coceorano» per Coccorano). Il controllo che dà valore al risultato negativo è che la stessa ricerca sa dire di sì: trova i luoghi baronali contati dentro la sezione di Urbino e trova decine di omonimi nelle altre cinque. Le righe che nominano la diocesi di Sinigaglia in tutto il censimento sono diciotto, e sono state lette una per una. La p. 174 (p. 180 del file digitale) è stata resa a 150 punti per pollice e guardata: la colonna di sinistra elenca in ordine alfabetico Monte Alboddo, Monte Casciano, Monte dell'Olmo, Monte Fano, Monte Filattrano, Monte Giorgio, Monte Granaro, Monte Lupone, Monte Milone, Monte Nuovo, Monte Santo, e prosegue con i luoghi della sola diocesi di Fermo. Cautela: l'ordine alfabetico di quella colonna è regolare nella parte iniziale e si allenta verso il fondo, dove i luoghi si raggruppano per diocesi; il posto vuoto fra «Monte Nuovo» e «Monte Santo» vale come conferma della ricerca a macchina, non come prova da solo.
  11. Corridore 1906, cit. alla nota 4, p. 132, prima colonna, dal manoscritto dell'elenco dei baroni dello Stato Ecclesiastico. La voce è ordinata per cognome del feudatario e suddivisa per diocesi: «Dioc. di Sinigaglia — Montevecchi Conte — Monte Portio 334, 1; Dioc. di S. Angelo in Vado — Miralbello in parte 500, 1; 834, 2». Le due colonne di destra sono intestate «Anime» e «Par.». Pagina resa a 300 punti per pollice e riletta su un ritaglio ingrandito: il riconoscimento automatico su questo volume dà «994» dove la carta stampa «334», ed è la somma stampata (834) a smascherarlo. La riga di Miralbello non era stata letta quando questa pagina citò per la prima volta la voce, il 10 agosto 2026.
  12. Corridore 1906, cit. alla nota 4, p. 249, terza colonna («IV. Luoghi Baronali», censimento del 1782, Stato e Ducato di Urbino). La pagina è la 255ª del PDF; è una scansione a 300 punti per pollice, e a quella risoluzione — la nativa — è stata resa e letta, poi riletta su due ritagli della sola colonna ingranditi al 150%. I trenta nomi e le trenta cifre di questa tabella sono stati letti lì, uno per uno; la somma è mia e fa 9.399, che è il numero stampato sotto la colonna. Il totale dello Stato di Urbino («In tutto: 166.575») torna anche nel sommario per province dello stesso volume, dove i «Luoghi Baronali» valgono 9399. Le sei cifre del 1736 messe a confronto vengono dalla p. 207, sezione «Feudi dipendenti dalla Legazione d'Urbino» (pagina 213 del PDF), resa e letta allo stesso modo il 16 agosto 2026, con un ritaglio ingrandito al doppio sulle righe da Frontone a Stacciola. Due avvertenze su quel confronto, tutte e due lette sulla pagina: nel 1736 il 639 è graffato a due nomi, «Frontone dioc. di Cagli» e «S. Savino», mentre il 1782 stampa il solo «Frontone» — il confronto 639→662 accosta quindi due perimetri che potrebbero non essere lo stesso, ed è per questo che la colonna del 1736 sta in tabella come termine di paragone e non come serie. Per la stessa ragione Porcozzone non è fra i sei confrontabili: nel 1736 la sua cifra (329) è graffata insieme a «Vacarile», che nel 1782 non c'è più. Le altre cinque coppie — Isola del Piano, Monte l'Abbate, Piobbico, S. Angelo e Montecchio, Stacciola — hanno in tutte e due le stampe la stessa intestazione. Attenzione infine a non confondere le due numerazioni: la p. 207 a stampa è la 213ª del PDF, e la p. 213 a stampa — l'elenco alfabetico dei trenta, citato nella nota qui sopra — è un'altra pagina ancora.
  13. Stefano Lancioni, «Le aree feudali del Ducato e della Legazione di Urbino», in storiapesarourbino.altervista.org/mi05.htm. Il sito non esiste più: il 16 agosto 2026 il suo nome di dominio non risolve (NXDOMAIN, verificato due volte a ore di distanza). La pagina è stata letta nella copia archiviata dalla Wayback Machine di Internet Archive, istantanea del 31 luglio 2023: http://web.archive.org/web/20230731122308/http://www.storiapesarourbino.altervista.org/mi05.htm — consultata il 16 agosto 2026, copia in sources/cache/. È una ricerca firmata, non una scheda anonima: l'autore si presenta nella stessa pagina come autore di Il castello di Montefiore (diocesi di Città di Castello), storia di un feudo degli Ubaldini nello Stato di Urbino, Fano 2005, indicando le biblioteche che lo conservano (Oliveriana di Pesaro, Federiciana di Fano, comunale di Apecchio, Planettiana di Jesi, biblioteca dell'Archivio di Stato di Pesaro). Il testo è annotato: le affermazioni riprese qui rimandano in nota a Bandino Giacomo Zenobi, Le aree feudali e Lo spessore, e la cifra dei 9399 rimanda a Corridore 1906, p. 249 — cioè alla stessa pagina letta qui. Su quella pagina la sua trascrizione è esatta in tutte e trenta le cifre (la somma lo conferma); modernizza però tre nomi rispetto alla stampa — «Baccaresca» per Baccoresca, «Stacciala» per Stacciola, «Valcodale» per Valcoldale — e per questo le grafie usate qui sopra sono quelle lette sull'immagine, non le sue.
  14. Corridore 1906, cit. alla nota 4, p. 113, prima colonna, resa a 160 punti per pollice e guardata. L'intestazione è «Sinigaglia e sua Diocesi» e le colonne sono «Luoghi | Anime | Par.». La fila è: Castel Leone 1200, Castel Vecchio 406, Morro 1076, Ripe 1018, Monte Portio 334, Stacciola 237, Monte Rado 564. Nessun sottotitolo separa questi luoghi dagli altri trentotto della diocesi, che chiude con «43438, 45» parrocchie.
  15. Anniballi 2023, cit. alla nota 2: tabella «3° censimento Stato della Chiesa, anno 1708» a p. 39 (nota 57: «Francesco Corridore, La popolazione dello stato romano, 1906, Censimenti pag. 160-168») e tabella «4° censimento Stato della Chiesa, anno 1736» a p. 41 (nota 64: «Censimenti pag. 205-213»). Alla p. 40 lo stesso volume data al 1733 l'appodio di Castelvecchio a Mondolfo e lo attribuisce a mons. Federico Marcello Lante della Rovere, presidente della Legazione di Urbino: è la notizia discussa in Castelvecchio.
  16. Corridore 1906, cit. alla nota 4, p. 115, terza colonna, resa a 300 punti per pollice e riletta su un ritaglio ingrandito. Sotto il totale della diocesi («24466, 64») c'è il sottotitolo in corsivo «Luoghi baronali» e sei voci: Civitella 165, 1; Piscina 74, 1; S. Cristina 73, 1; Castiglione 156, 1; Coccorano 207, 1; Baccaresca e Il Peglio, in graffa, 200 e un trattino al posto delle parrocchie. Subtotale stampato «875, 5», totale generale «25341, 69». Tre controlli che potevano fallire e tornano tutti e tre: 165 + 74 + 73 + 156 + 207 + 200 = 875; 24.466 + 875 = 25.341; 64 + 5 = 69. La grafia della seconda voce sulla carta è «Piscina»; nell'elenco del 1736 e nella sezione dei feudi lo stesso luogo della diocesi di Gubbio è scritto «Biscina», ed è la forma usata qui.
  17. Corridore 1906, cit. alla nota 4, p. 115, seconda e terza colonna, rese a 300 punti per pollice. La tabella di «Cagli e sua Diocesi» ha due sole cifre: «Cagli 2506, 1» e una graffa unica che tiene insieme ventitré voci — da Monte Gherardo a Monte Grino, e quindi anche Piobbio, Frontone, Rocca Leonella e Monte Grino — con «5888, 40». Totale stampato «8394, 41»: 2.506 + 5.888 = 8.394 e 1 + 40 = 41, controllo che poteva fallire. Sotto il totale, la nota in prosa: «NOTA — I castelli subordinati alla città di Cagli, che molti erano, sono tutti diruti… I Luoghi Baronali sono 3, cioè: Il Castello del Piobbico con 207 anime; Il Castello di Frontone con 705 anime; I Castelli di Rocca Leonella e Monte Grino con 239 anime sparse nelle ville del Cuppio di 13 famiglie, di Cardella di 12 famiglie, dei Baciardi di 7, di Pieia di 5, e di Acquanera di 10 famiglie». Cioè in questa diocesi le anime dei luoghi baronali sono dentro il totale, e a dire quali luoghi siano baronali è solo la nota.
  18. Corridore 1906, cit. alla nota 4, pp. 206-207, sezione «Feudi dipendenti dalla Legazione d'Urbino», rese a 300 punti per pollice e rilette su ritagli ingranditi. Tredici voci in tutto: Biscina dioc. di Gubbio 77; Basciucheto dioc. di Città di Castello 131; Castiglione dioc. di Gubbio 220; Carpine dioc. di Città di Cast. 282; Cocorano dioc. di Gubbio e Ponte Novo, in graffa, 186; Frontone dioc. di Cagli e S. Savino, in graffa, 639; Isola del Piano dioc. d'Urbino 443; Monte l'Abbate dioc. di Pesaro 410; Metola dioc. di Città di Cast. 145; Piobico dioc. d'Urbino 188; S. Angelo e Montecchio dioc. di Pesaro 1162; Stacciola dioc. di Sinigaglia 341; Vacarile e Porcozzone dioc. sud., in graffa, 329. La sezione non porta un totale stampato, quindi qui non c'è nessun controllo aritmetico: le cifre valgono una per una.
  19. Corridore 1906, cit. alla nota 4, pp. 125-135. Il documento porta la sua provenienza in testa: «DOCUMENTO II — Biblioteca Casanatense. — Mss. 2987 — BARONI CHE GODONO FEUDI NELLO STATO ECCLESIASTICO — 1701 — PER ALFABETO NE' COGNOMI», e sotto un secondo titolo, «Baroni, che nello Stato Ecclesiastico esercitano Giurisd. temporale». Le pagine sono a due colonne, intestate «Anime» e «Par.»; ogni voce ha il cognome del feudatario a sinistra, i luoghi rientrati sotto di esso, e sopra ciascun gruppo di luoghi la diocesi in corsivo. Le undici pagine sono state rese a 300 punti per pollice — la risoluzione nativa della scansione — e guardate una per una; le voci citate qui sono state rilette su ritagli ingranditi. Le voci usate in questa sezione: p. 126 «Dioc. di Gubbio — D. Aste — S. Cristina 73, 1» e «Diocesi di Gubbio — Beni Conte — Castiglione 156, 1»; p. 127 «Diocesi di Gubbio — Bigazzini Conte — Coccorano 207, 1» e «Diocesi d'Urbino in Parte — Brancaleoni Conte — Piobico 258, 1; Diocesi di Cagli in parte — Rocca Leonella in parte — —; Diocesi di Cagli — Monte girno in parte — —; 258, 1»; p. 130 «Diocesi di Gubbio — Gabrielli Conte — Bavaresca 100, 1»; p. 131 «Dioc. di Cagli — Lutij — Rocca Leonella in parte — —; Monte Giano in parte — —»; p. 133 «Dioc. di Gubbio — Porta Conte — Piscina 74, 1; Frontone — —» e «Dioc. di Perugia — Ranieri Conte — Monte Gualandro — —; Dioc. di Gubbio — Civitella 165, 1».
  20. Corridore 1906, cit. alla nota 4, p. 114, prima e terza colonna, resa a 300 punti per pollice. Nella colonna dei castelli del territorio d'Urbino, fra «Monte i Fabbri 325, 1» e «Pecorari 69, 1», è stampato «Piobico 258, 2»; la colonna chiude con «Somma delle Anime dei Castelli 10173, 71» e la diocesi con «17292, 99». Nella terza colonna, sotto il titolo «Abbadia di S. Lorenzo in Campo e sua Diocesi», una graffa unisce «S. Lorenzo in Campo» e «Mirabello» a un'unica cifra, «1010, 1», seguiti da S. Andrea 586, 1; Montalfoglio 450, 1; Castel Leone 2000, 1; totale stampato «4046, 4», che torna: 1.010 + 586 + 450 + 2.000 = 4.046 e 1 + 1 + 1 + 1 = 4. Cioè la stessa rilevazione che nella nota di Cagli dà Piobbico a 207 anime (cit. alla nota 14) lo conta a 258 fra i castelli d'Urbino, e non dà a Mirabello nessuna cifra propria.
  21. Corridore 1906, cit. alla nota 4, p. 131, seconda colonna, resa a 300 punti per pollice e riletta su un ritaglio ingrandito. La voce è: «Medici Cardinale — Castel Leone 1200, 1; Dioc. di S. Angelo in Vado — Castel Leone 2000, 1; Mirabello in parte in lite 500, 1; Dioc. di Rimini — Poggio di Berni 488, 1; Trebbio 262, 1», con la somma stampata «4450, 5». Il conto torna — 1.200 + 2.000 + 500 + 488 + 262 = 4.450 — e quindi le cinquecento anime di Mirabello sono dentro il totale del cardinale, come le stesse cinquecento sono dentro l'834 del conte Montevecchi (cit. alla nota 10). Sulla stessa pagina, subito sopra, «Dioc. di Sinigaglia — Malvezzi Conte — Stancola 237, 1»: il nome è stampato così, ma la diocesi e la cifra sono quelle della Stacciola della p. 113 (237 anime, una parrocchia). Da segnalare senza interpretarla: il «Castel Leone 2000» del cardinale ha lo stesso nome e la stessa cifra del Castel Leone che la voce «Abbate di S. Lorenzo in Campo» porta a p. 125 e che la p. 114 mette nella diocesi dell'Abbadia.
  22. Corridore 1906, cit. alla nota 4, p. 128, seconda colonna, resa a 300 punti per pollice e riletta su un ritaglio ingrandito. Le tre voci sono stampate una di seguito all'altra: «Diocesi di M.te Feltro — Carpegna Cardinale — Miratora 166, 1»; «Diocesi di M.te Feltro — Carpegna Conte — Carpegna e Castelluccio 928, 4; Peglio 100, 1», somma stampata «1028, 5»; «Diocesi di Monte Feltro — Carpegna Prencipe — Scavolino 140, 1; Gattara 140, 1; Bascio 133, 1», somma stampata «413, 3». Tutte e due le somme chiudono, sulle anime e sulle parrocchie: 928 + 100 = 1.028 e 4 + 1 = 5; 140 + 140 + 133 = 413 e 1 + 1 + 1 = 3. La seconda è il controllo che tiene ferma la cifra di Bascio: con 233 farebbe 513.
  23. Corridore 1906, cit. alla nota 4, p. 116, tutte e tre le colonne, resa a 300 punti per pollice — la risoluzione nativa della scansione — e guardata per intero; la riga di Bascio è stata riletta su un ritaglio ingrandito al 300 per cento, dove stampa 233. La diocesi si apre in testa alla prima colonna con «Montefeltro e sua Diocesi» e non ha, in nessun punto della pagina, un sottotitolo «Luoghi baronali» né una nota in prosa: i sei luoghi dei Carpegna stanno in colonna come tutti gli altri. Cinque di essi sono consecutivi nella terza colonna: «Scavolino 140, 1; Gattara 140, 1; Bascio 233, 1; Miratoio 166, 1; Carpegna e Castellaccia 928, 4». Il sesto, «Peglio», nella lista della diocesi non l'ho trovato — e questo volume ha almeno altri due Peglio (uno di 405 anime fra i castelli d'Urbino, p. 114; «Il Peglio» di 200 nel blocco baronale di Gubbio, p. 115), quindi non ne ricavo niente. La trascrizione è divisa in tre pezzi con tre somme parziali, dette «Prima facciata 9440, 54», «Seconda facciata 7600, 37» e «Terza facciata 6424, 28», ricapitolate in «23464, 119»: le facciate sono quelle del manoscritto e non coincidono con le colonne della stampa, tanto che la seconda comincia in fondo alla prima colonna. La terza è stata risommata voce per voce — undici voci in fondo alla seconda colonna (Ugrigno 117, S. Donato 197, Maiano 186, Scaulo e Rusciano 187, Monte Benedetto 75, Monte Bello 252, Genestreto 287, Pietra dell'Uso 240, Monte Tiffi 276, S. Marino 1500, Monte Giardino 274) e tredici in testa alla terza (Domagnano 246, Fiorentino 147, Acquaviva 232, Chiesanova 163, Scavolino 140, Gattara 140, Bascio 233, Miratoio 166, Carpegna e Castellaccia 928, Cicognara 104, Pietralla massana 53, Santa Soffia 135, Rio Petra 146) — e fa 6.424 anime e 28 parrocchie, tutte e due le cifre stampate. Controllo che poteva fallire: con 133 al posto di 233 farebbe 6.324.
  24. Corridore 1906, cit. alla nota 4, p. 113, seconda colonna, e p. 116, terza colonna, rese a 300 punti per pollice. A p. 113, sotto una somma stampata «21308, 45» che chiude la seconda colonna, si legge: «Sommano le Anime delle 541 parrocchie della Marca N. 330795». Di chi sia quel 21308 questa nota non lo dice: la seconda colonna contiene luoghi (Cartoceto, Saltara, Bargni, Mondavio, San Costanzo, Barchi, Orciano) che non sono della diocesi di Sinigaglia, e il totale di Sinigaglia è un altro, stampato più in alto nella prima colonna. La terza colonna della stessa pagina si apre con l'intestazione «Ducato d'Urbino» seguita da «Urbino e sua Diocesi». A p. 116, dopo la ricapitolazione del Montefeltro, la sezione si chiude con «Sommano le anime delle 460 parrocchie del Ducato d'Urbino: 122172». Le 334 anime di Monte Portio stanno nella prima colonna di p. 113, cioè dalla parte della Marca. Le due somme di provincia non erano state rifatte quando questa nota è stata scritta; lo sono state poi, sulle cifre del Sommario II: vedi la nota [33].
  25. Anniballi 2023, cit. alla nota [2], p. 28, nota 31 stampata in calce alla tabella «1° CENSIMENTO STATO DELLA CHIESA — PASQUA DEL 1656», e séguito del periodo a p. 29. Le due pagine sono state rese a 200 punti per pollice e lette: il volume è nativo digitale, cioè il testo è vettoriale e alla resa è nitido. Le cifre riportate qui — 22, 23.000, 11, 7.026, 113.201, 143.227, 153.826 — sono state lette sulla resa, non sull'estrazione automatica. La somma è mia: 113.201 + 23.000 + 7.026 = 143.227, che è la cifra stampata. Il 113.201 compare come totale anche nel volume del 1906.
  26. Anniballi 2023, cit. alla nota [2], p. 35, terzo e quarto capoverso, resa a 200 punti per pollice e letta. La somma è mia: 122.172 + 25.620 + 8.132 = 155.924, che è la cifra stampata nel periodo e anche alla riga «Legaz. di Urbino» della tabella del 1701 a p. 34. Sulla stessa pagina: «sul totale di 4.176 parrocchie presenti nello Stato della Chiesa, 514 costituivano terre baronali», «nella Legazione di Urbino i possedimenti nobiliari erano 40», e l'elenco di venti parrocchie — Montebello, Ginestreto, Carpegna, Castelluccio, Peglio, Scavolino, Perticara, Talamello, Piobbico, Isola del Piano, Monte Giano, Monte l'Abbate, Sant'Angelo, Montecchio, Vaccarile, Mirabello, Castel Leone, Apecchio, Frontone «e la parrocchia di Monte Portio in godimento al conte Montevecchi». Queste ultime tre cifre poggiano sulla nota 54 del quaderno, che rimanda a «Francesco Corridore, La popolazione dello stato romano (1656-1901) 1906. Censimenti pag.73»: quella pagina, verificata su questa pagina l'11 agosto 2026, è l'occhiello «CENSIMENTI» e non porta nessuna di quelle cifre. La catena della citazione è rotta lì, e questa pagina lo dichiara invece di ricucirla.
  27. Corridore 1906, cit. alla nota 4, pp. 64-66, rese a 300 punti per pollice e guardate. Il Sommario II, «Stato delle Anime di tutto lo Stato Ecclesiastico nel 1701», elenca le diocesi con anime e parrocchie, raggruppate per provincia; la sua nota 1 dichiara la fonte: «Busta cit., Fasc. II. — Manca la popolazione di Roma. Cfr. Doc. II.». A p. 66 il RISTRETTO per province: Latio 8 diocesi, 82857 anime, 119 parrocchie; Sabina 1, 26207, 58; Marittima e Campagna 11, 132101, 200; Patrimonio 9, 134375, 219; Umbria 14, 353365, 1320; Marca 14, 330795, 541; Urbino 8, 122172, 460; Romagna 9, 288597, 625; Bolognese 1, 228779, 414; Ferrarese 4, 113564, 139; sotto la riga, 1812812 e 4095; poi «Roma 1) capitale» 1, 141784, 81; e «Somma in tutto» 80, 1954596, 4176. Quattro controlli che potevano fallire e chiudono: le dieci province fanno 1.812.812 anime e 4.095 parrocchie esatte; con Roma, 1.954.596 e 4.176; le diocesi 79 + 1 = 80; e 1.954.596 è la stessa cifra che il Prospetto II di p. 20 dà per lo «Stato Romano» nel 1701. Uno che non chiude: le otto diocesi del Ducato d'Urbino a p. 65 (Urbino 17292 e 99 parrocchie, Pesaro 22661 e 38, Urbania e S. Angelo 7507 e 55, Abb.ª di S. Lorenzo in Campo 4046 e 4, Fossombrone 13467 e 37, Cagli 8394 e 41, Gubbio 25341 e 69, Montefeltro 23464 e 119) fanno 122.172 anime esatte ma 462 parrocchie contro le 460 stampate lì sotto — e 460 è anche la cifra che stampa il documento a p. 116. Le otto righe sono state rilette su un ritaglio ingrandito: lo scarto di 2 resta. Chiuso al risveglio successivo contando le parrocchie sul documento: la cella che sporge è «Urbania e S. Angelo 55», che sul documento e nell'altro sommario vale 53 — vedi la sezione «Lo scarto di due parrocchie ha un nome» e la sua nota. Sulla popolazione di Roma: la nota 1 del Ristretto dice «Si è rilevata la popolazione di Roma dalla copia esistente nella Casanatense», e la stessa cifra (141784, 81) apre la tabella del Documento II a p. 93 — cioè la prima riga di quel documento verrebbe dall'altro manoscritto. Il libro non lo dice in quel punto: l'inferenza è mia, ma è corroborata, perché la stessa cifra apre anche il Sommario II.b, che riassume la Casanatense.
  28. Corridore 1906, cit. alla nota 4, p. 113, seconda colonna, resa a 300 punti per pollice e letta il 15 agosto 2026. La colonna contiene la coda della lista di «Sinigaglia e sua Diocesi» (tre voci e il totale stampato «43438 45»), poi l'intestazione «Fano e sua Diocesi» e le ventotto voci della diocesi, chiuse dal totale stampato «21308 45». Trascritte qui una per una, le ventotto voci sommano a 21.308 anime e a 45 parrocchie: tutte e due le somme chiudono sul totale stampato. Le ultime undici voci — da «Mondavio» a «Orciano» — sommano a 8.132. Il conteggio delle 2.686 combinazioni di undici voci che fanno 8.132, delle cinque che contengono i sei nomi elencati dal curatore, e dell'unica contigua, è stato fatto con un programma di poche righe sulle ventotto cifre trascritte; chi voglia rifarlo ha la lista completa nella tabella qui sopra e le altre diciassette voci sulla pagina resa. Non è stato rifatto qui il totale di provincia stampato subito sotto («Sommano le Anime delle 541 parrocchie della Marca N. 330795»): di quello si occupa la nota [33].
  29. Corridore 1906, cit. alla nota 4, p. 75, prima colonna, resa a 300 punti per pollice e letta il 15 agosto 2026. È l'inizio del Documento I («ANNO 1656 — ANIME DAI TRE ANNI IN SU»): sotto l'intestazione «Marca» si apre «Fano e sua Diocese» con «Fano città 4322» e «Ville di città 3577», poi un sottotitolo «Castelli di Fano» e l'elenco dei castelli, chiuso da «Sommano la città e Diocesi: 18550». Le ultime undici voci dell'elenco sono Mondavio 1153, San Gostanzo 1162, Barchi 624, San Giorgio 530, Monte Maggiore 682, Le Piaggie 527, Cerecia 641, Monte Bello 392, Poggio 189, Rupoli e Canalosa 266, Orciano 860, e sommano a 7.026. Il totale di 18.550 non è stato rifatto: nella pagina resa la cifra di Cartoceto è illeggibile (si legge «1 20» con una cifra mangiata dalla rilegatura), quindi la somma dell'intera lista qui non si può chiudere. Il conto delle undici, che sono tutte leggibili, non ne dipende.
  30. Il conteggio è stato fatto il 15 agosto 2026 sulle undici pagine del Documento II (Corridore 1906, cit. alla nota 4, pp. 125-135, PDF 131-141), rese di nuovo a 300 punti per pollice — la risoluzione nativa della scansione, misurata con pdf-immagini.py — e guardate una per una, non sul testo riconosciuto a macchina, che su queste pagine mescola le colonne e perde i trattini. La p. 136 (PDF 142) è bianca: il documento finisce a p. 135. Criterio di appartenenza: sono state contate tutte e sole le voci sotto una diocesi che il Ristretto del Sommario II assegna alla provincia di Urbino (cit. alla nota [27]) — Urbino, Pesaro, Urbania e S. Angelo in Vado, Abbadia di S. Lorenzo in Campo, Fossombrone, Cagli, Gubbio, Montefeltro — più le due voci dell'Abbate di S. Lorenzo in Campo di p. 125, che nel documento non portano intestazione di diocesi propria e stanno sotto «Dioc. della medesima Abbazia». Le voci di Sinigaglia (Malvezzi Conte — Stancola 237, 1, p. 131; Montevecchi Conte — Monte Portio 334, 1, p. 132; Vescovo di Sinigaglia — Vaccarile 225, 1, p. 135) e di Città di Castello (Ubaldini Conti diversi — Apecchio 935, 2 e Monte fiore in parte 219, 1, p. 135) non entrano nel conto delle quarantasette, e sono citate a parte proprio perché il quaderno 409 le nomina fra le venti. Due letture rilette su ritagli ingranditi: «Bagni Marchese — Curioli 325 1» (p. 126, prima colonna) con la somma «1380 4» in testa alla seconda, e «Castiglione Marchese — Isola del Piano 382 —» (p. 128, seconda colonna), dove la colonna delle parrocchie porta un trattino mentre la rilevazione per diocesi, a p. 114, dà allo stesso luogo «382, 1» (cit. alla nota [20]). Il 385 di Monte l'Abbate è stato verificato due volte, sulla lista dei baroni (p. 131) e sui castelli della diocesi di Pesaro (p. 114): il testo riconosciuto a macchina dava 985.
  31. Il confronto è stato fatto il 15 agosto 2026 mettendo le quarantasette voci del Documento II (la tabella stampata qui sopra, cit. alla nota [19]) accanto alla rilevazione per diocesi delle pp. 113-116 (Corridore 1906, cit. alla nota 4, PDF 119-122), rese a 300 punti per pollice — la risoluzione nativa della scansione — e lette sul vetro, non sul testo riconosciuto a macchina. Gli esiti sono 33 voci identiche nelle due colonne, 2 con le stesse anime e parrocchie diverse, 2 con anime diverse, 4 che nella rilevazione per diocesi non compaiono (Peglio 100, 1 del Montefeltro; e le tre voci della diocesi di S. Angelo in Vado — Castel Leone 2000, Mirabello «in parte in lite» 500, Miralbello «in parte» 500 — di cui quella diocesi, a p. 114, non porta traccia: le sue cinque righe sono Urbania 2652, Mercatello 2046, Sasso Corvaro 597, S. Angelo in Vado 2087, Lamoli 125, totale stampato 7507, 53), e 6 non confrontabili, perché la rilevazione per diocesi le tiene dentro una graffa o le nomina solo in una nota in prosa (le quattro voci col trattino di Cagli, Frontone, e la Baccaresca di Gubbio, che a p. 115 sta in graffa con «Il Peglio» per una cifra sola, «200 —»). Le quattro somme di collaudo, tutte rifatte a macchina sulle cifre lette: (1) i castelli del territorio d'Urbino, che cominciano a p. 113 terza colonna sotto «Castelli e Ville del Territorio d'Urbino» (Screti 114, 1; Cavallino 449, 4; Pieve di Cagna 262, 3; S. Donato 127, 1; Cottogna 84, 1; Pian del Monte 45, 1; Monte Calvo 273, 2; Coldazzo 84, 1; Colbordolo 515, 1; Talacchio 326, 1; Genga 146, 1; Ripe 94, 1; Col Delce 189, 1; Petriano 245, 2; Casa Rotonda 186, 1; Scotaneto 184, 1; Monte Guiduccio 863, 1; Fonte Corognale 239, 1; Palazzo del Piano 241, 2) e proseguono in p. 114 prima colonna (Via Piana 256, 2; Printicilio 122, 1; Gaifa 477, 3; Pagino 205, 1; Petralata 301, 3; Frontino 221, 1; Farneta 283, 3; Mondelco 140, 2; Fermignano 661, 5; Palazzo di Guriolo 49, 1; S. Giovanni in Pozzolo 134, 1; Monte Novo 48, 1; Cerqueto Bono 149, 2; Paganico 57, 1; Orsaiola 167, 1; Monte Falcone Aqualagna 602, 4; Monte i Fabbri 325, 1; Piobico 258, 2; Pecorari 69, 1; Isola del Piano 382, 1; Peglio 405, 4; Pirlo 90, 1; S. Giovanni in Petra 68, 1; San Pietro in Metola 38, 1) fanno 10.173 anime e 71 parrocchie, che sono le due cifre stampate sotto («Somma delle Anime dei Castelli»); (2) la terza facciata del Montefeltro, p. 116 (Ugrigno 117, 1; S. Donato 197, 1; Maiano 186, 1; Scaulo e Rusciano 187, 2; Monte Benedetto 75, 1; Monte Bello 252, 1; Genestreto 287, 1; Pietra dell'Uso 240, 1; Monte Tiffi 276, 1; S. Marino 1500, 1; Monte Giardino 274, 1; Domagnano 246, 1; Fiorentino 147, 1; Acquaviva 232, 1; Chiesanova 163, 1; Scavolino 140, 1; Gattara 140, 1; Bascio 233, 1; Miratoio 166, 1; Carpegna e Castellaccia 928, 4; Cicognara 104, 1; Pietralla massana 53, 1; Santa Soffia 135, 1; Rio Petra 146, 1) fa 6.424 anime e 28 parrocchie, che sono le due cifre stampate; (3) il subtotale del principe di Carpegna a p. 128, «413 3», che è 140 + 140 + 133; (4) il subtotale del conte Brancaleoni a p. 127, «258 1», sotto Piobico e le due voci col trattino. Le cifre di Bascio e di S. Sofia sono state rilette su ritagli ingranditi quattro volte per escludere una confusione fra glifi: a p. 129 il «130» di S. Sofia finisce con un ovale chiuso, non con un 5.
  32. Il conto dei luoghi distinti è stato fatto il 16 agosto 2026 rileggendo tutte e undici le pagine del Documento II — Corridore 1906, cit. alla nota 4, pp. 125-135 (PDF 131-141) — rese a 300 punti per pollice, la risoluzione nativa della scansione, e lette sul vetro; le righe dubbie sono state riviste su ritagli ingranditi al doppio. Il termine di paragone è la rilevazione per diocesi delle pp. 113-116 (PDF 119-122), resa allo stesso modo. Le letture che reggono il conto, tutte verificate sull'immagine: p. 125, «Abbate di S. Lorenzo in Campo — San Lorenzo in Campo / Miralbello» uniti da una cifra sola, «1010 1», poi «Castel Leone 2000 1», totale stampato «3010 2»; p. 128, «Carpegna Conte — Carpegna e Castelluccio 928 4; Peglio 100 1», totale «1028 5»; p. 131, «Medici Gran Duca di Toscana — Cicognano 104 1; Petrella, e Massana 53 1», totale «157 2»; p. 133, «Panfilij Prencipe … Dioc. di Monte Feltro — Perticara 252 1; Talamella, e Perticara in parte 542 1»; p. 134, «Segni Conte — Dioc. di Monte Feltro — Talomella, e Mercato in parte 542 1» e, poco sopra, «S. Marino Repubblica — S. Marino 1500 1; Monte Giardino 274 1; Romagnano 246 1; Fiorentino 147 1; Acquaviva 232 1; Chiesa nova 163 1; Dioc. di Rimini — Faitano 214 1», totale stampato «2776 7». Il riscontro sulla rilevazione per diocesi sta a p. 116, terza e seconda colonna, dove si leggono «Domagnano 246», «Chiesanova 163», «Miratoio 166», «Carpegna e Ca-stellaccia 928 4», «Cicognara 104», «Pietralla mas-sana 53 1», «Santa Soffia 135», e nella colonna di mezzo, una sotto l'altra, «Perticara 252 1» e «Talamello, e Mercato 542 1»; il totale della terza facciata è «6424 28». I tre conti (45, 44, 42) escono dalle stesse letture con i tre criteri dichiarati nel testo; la somma delle voci con cifra, presa una volta per luogo, non è stata pubblicata perché resterebbe indecidibile su Miralbello, che non ha una cifra propria in nessuna delle due carte e ne ha due da 500 «in parte» nel Documento II.
  33. Le tre cifre della diocesi di Sinigaglia, tutte lette su pagine rese a 300 punti per pollice. (1) Corridore 1906, cit. alla nota 4, p. 113: il totale stampato in cima alla seconda colonna, «43438 45», riletto su un ritaglio ingrandito — conferma la lettura della nota [14]. (2) Sommario II, p. 65, colonna «Marca», ultime tre righe e totale: 12 Ancona 24004 e 33 parrocchie, 13 Senigaglia 43428 e 45, 14 Fano 21308 e 45, «Totale 330795 541», riletti sullo stesso ingrandimento. (3) La somma delle voci della diocesi a p. 113, fatta qui: Sinigaglia 2448 (1 parrocchia), Monte Alboddo 4326 (3), Monte Nuovo 2500 (2), Rocca Contrada 1630 (2), Corinaldo 3850, Mondolfo 2218 (2), Serra de' Conti 1399 (2), Barbara 920, Monte Marciano 2153, Belvedere 2000, Monte S. Vito 2655, Castel Leone 1200, Castel Vecchio 406, Morro 1076 (2), Ripe 1018, Monte Portio 334, Stacciola 237, Monte Rado 564, Brugnetto 231, Scapezzano 2243, Roncitelli 900, Tomba 950, Filetto 186, Vaccarile 225, Porto di Sinigaglia 1100, Cura del Portone 1800, Montignano 575, Vallone 481, San Silvestro 560, Sant'Angelo 536, Peticchio 523, Montale 321, Castiglioni 339, Sant'Apollinare 449, San Ginesio 371, Santi Primo e Feliciano 263, Prosano 292, Magnadorsa 249 — trentotto voci, 43.528 anime e 45 parrocchie (dove non è indicato altro, una parrocchia per voce). Il conto delle parrocchie è un controllo che poteva fallire e chiude sulla cifra stampata; quello delle anime dà 90 in più del totale del documento e 100 in più di quello del Sommario. Le due somme di provincia, rifatte sulle cifre del Sommario II: la Marca (13154, 4586, 11750, 7461, 9598, 24263, 25232, 92693, 8431, 34471, 10416, 24004, 43428, 21308) fa 330.795 anime e 541 parrocchie esatte, cioè le due cifre che il documento stampa di suo a p. 113; sostituendo i due totali che il documento stampa per Ancona (24008) e per Sinigaglia (43438) la stessa somma farebbe 330.809. Il Ducato d'Urbino fa 122.172 esatte (vedi la nota [27]).
  34. Corridore 1906, cit. alla nota 4, p. 93 e p. 125, rese a 300 punti per pollice. Intestazione del primo: «DOCUMENTO II. / Archivio di Stato — Archivio Camerale, busta I.ª fasc. 2.º ANNO 1701 / Nota dei Luoghi e delle Parochie dello Stato Ecclesiastico divise per Provincie e per Diocesi»; la prima riga della tabella è «Roma 141784 81», la prima diocesi «Ostia e sua Diocesi», e nella terza colonna, sotto «Frascati e sua Diocesi», si legge «Monte Portio 1164 1» — che è Monte Porzio Catone, non questo paese. Intestazione del secondo: «DOCUMENTO II / Biblioteca Casanatense. — Mss. 2987. / BARONI CHE GODONO FEUDI NELLO STATO ECCLESIASTICO / 1701». Le due intestazioni stampate sono uguali: è il libro, nelle sue note e nel Sommario II.b di p. 66, a chiamare «Doc. II.b» il secondo. Il Sommario II.b si intitola «Nota delle anime di tutto lo Stato Ecclesiastico nel 1701 secondo la fonte esistente nella Biblioteca Casanatense Ms. 2987». La nota citata nel riquadro qui sopra sta a piè di pagina fra la p. 64 e la p. 65, dove si spezza a metà frase.
  35. Corridore 1906, cit. alla nota 4, pp. 114-116, rese a 300 punti per pollice e guardate; il blocco di Urbania e S. Angelo in Vado riletto su un ritaglio ingrandito. I totali di diocesi stampati dentro il Documento II: Urbino «17292 | 99» (p. 114, in fondo alla seconda colonna, sotto le tre somme parziali dei castelli 10173/71 e delle ville 2568/22), Pesaro «22661 | 38» (p. 114 — l'ultima voce di quella diocesi è «Ebrei . . 533» seguita da un trattino nella colonna delle parrocchie: anime senza parrocchia), Urbania e S. Angelo in Vado «7507 | 53» (p. 114), Abbadia di S. Lorenzo in Campo «4046 | 4» (p. 114), Fossombrone «13467 | 37» (p. 115), Cagli «8394 | 41» (p. 115), Gubbio «25341 | 69» (p. 115, comprese le sei voci dei Luoghi baronali), Montefeltro «23464 | 119» (p. 116). Le cinque voci di Urbania sulla pagina: «Urbania e suo territorio 2652 | 15», «Mercatello e suo Vicariato 2046 | 19», «Sasso Corvaro e suo Vicariato 597 | 5», «S. Angelo in Vado e suo territorio 2087 | 13», «Lamoli e suo Vicariato 125 | 1»; sommate qui, 7.507 e 53, che sono le due cifre stampate sotto la riga. Delle otto diocesi, tre non erano mai state lette sul documento da questo cantiere (Pesaro, Urbania e S. Angelo, Fossombrone) e due delle tre confermano il sommario; la terza no.
  36. Corridore 1906, cit. alla nota 4, pp. 66-67, rese a 300 punti per pollice e guardate; il Ducato d'Urbino, la coda della Marca e il RISTRETTO riletti su ritagli ingranditi. Il Sommario II.b si apre a p. 66 sotto il titolo «Nota delle anime di tutto lo Stato Ecclesiastico nel 1701 secondo la fonte esistente nella Biblioteca Casanatense Ms. 2987», con rinvio «2) Cfr. Doc. II.b», e si chiude a p. 67 con un RISTRETTO per province. Controlli che potevano fallire e chiudono: le dieci province del suo Ristretto fanno 1.810.189 anime e 4.086 parrocchie esatte, con Roma 1.951.973 e 4.167; le otto diocesi del Ducato d'Urbino fanno 460 parrocchie esatte; le quattordici della Marca 330.795 anime esatte; e le quattro province in cui i due sommari divergono spiegano per intero lo scarto fra i due totali generali (2.623 anime, 9 parrocchie). Controlli che non chiudono, e sono refusi di stampa: le anime delle otto diocesi del Ducato fanno 122.103 contro le 122.172 stampate lì sotto, per via di «Urbino e Dioc. 17222» (17292 nel documento a p. 114 e nel Sommario II a p. 65) e di «Gubbio 25342» (25341 nelle altre due); e a p. 67 la Marca porta «da riportare | 188737 | 259» in fondo alla prima colonna e «riporto | 188737 | 229» in testa alla seconda, dove il totale stampato della provincia (541) richiede il 259. Sulla popolazione di Roma, la stessa cifra del Documento II (141784, 81) apre anche questo sommario: è la conferma più diretta che quella riga venga dalla copia della Casanatense, come dice la nota 1 del Ristretto di p. 66 e come lascia intendere la nota 1 di p. 64 («Manca la popolazione di Roma»).
  37. Corridore 1906, cit. alla nota 4, Documento II, p. 98, resa a 300 punti per pollice e guardata. La diocesi occupa la seconda e la terza colonna della pagina: nella seconda, sotto il titolo di provincia «Umbria» e l'intestazione «Rieti e sua Diocesi», stanno «Rieti città 7174, 10», il sottotitolo in corsivo «Luoghi baronali» con le diciotto voci della tabella qui sopra e il sottotitolo «Luoghi Cammerali» con «Monte Leone in Sabina 580, 1» e «Castello dell'Ornari 155, 1»; nella terza colonna gli altri diciassette luoghi, da «Castelfranco 323» a «Poggio Perugino 318», e il totale stampato «24144, 47». Le due somme sono state rifatte qui voce per voce e chiudono tutte e due all'unità: 7.174 + 5.807 + 735 + 10.428 = 24.144 anime, 10 + 18 + 2 + 17 = 47 parrocchie. Il totale della diocesi che segue, «Narni e sua Diocesi», comincia in fondo alla terza colonna della stessa pagina e chiude a p. 99 con «15585, 45». La pagina è stata localizzata sul numero stampato in testa, non sulla posizione nel testo riconosciuto a macchina: il piano ereditato la dava «a p. ~94», ed era una stima.
  38. Corridore 1906, cit. alla nota 4, Documento II della Casanatense (elenco dei baroni, pp. 125-135), pp. 126, 127, 130, 132 e 134, rese a 300 punti per pollice e guardate; le voci di Lanti, di S. Croce e di Ossoli lette su ritagli ingranditi. Le intestazioni «Dioc. di Rieti» dentro le voci Barbarini Prencipe (p. 126), Cesarini Duca (p. 128, letta nel testo riconosciuto e non sulla pagina: è la sola delle sei), Lanti Duca (p. 130), Ossoli Marchese (p. 132) e S. Croce Marchese (p. 134); per Borghese Prencipe (p. 127) le due voci non hanno un'intestazione di diocesi propria e cadono in coda a una serie che si apre con «Diocesi di Sabina» ma comprende luoghi di altre diocesi, per cui l'attribuzione a Rieti qui viene dal documento per diocesi di p. 98 e non da questa pagina. Controlli che potevano fallire e chiudono: Barbarini 3430 + 496 + 718 + 487 + 430 + 447 + 250 + 206 + 685 + 489 + 304 + 400 + 420 + 140 + 400 + 350 = 9.652, ed è la cifra che il curatore del 1906 stampa lui stesso sotto il totale del manoscritto, scrivendo «(sic) 9132, 17» e poi «deve fare 9652» — le 17 parrocchie tornano; Lanti 1200 + 1042 + 307 + 576 + 525 + 114 = 3.764 e 7 parrocchie, esatte; S. Croce 234 + 197 + 20 + 5 = 456 e 2, esatte. Le due voci senza famiglia che non ho trovato (Castello di Ricatti, Castello dell'Asgrea) sono state cercate solo nel testo riconosciuto a macchina delle undici pagine, che storpia i nomi propri: la ricerca non è una prova d'assenza.
  39. Corridore 1906, cit. alla nota 4: p. 127 (elenco dei baroni, voce «Borghese Prencipe», intestazione «Diocesi di Frascati»), p. 132 (stesso elenco, voce «Montevecchi Conte», intestazione «Dioc. di Sinigaglia», già discussa più sopra), p. 93 (documento per diocesi, «Frascati e sua Diocesi») e p. 113 (stesso documento, diocesi di Sinigaglia, dove «Monte Portio 334» sta fra Ripe e Stacciola). Tutte e quattro rese a 300 punti per pollice; le due righe di Frascati rilette su un ritaglio ingrandito. Controllo che poteva fallire e chiude: le sei voci della diocesi di Frascati — Frascati 4967, Monte Portio 1164, Monte Compatri 1536, Colonna 280, Rocca Priora 1068, Rocca di Papa 1167 — fanno 10.182 anime e 6 parrocchie, che sono le due cifre stampate sotto la colonna. Per il 1736 lo stesso volume dà «Monte Porzio dioc. di Frascati 1120» a p. 204: è la riga discussa alla nota sui censimenti del 1708 e del 1736.
  40. Corridore 1906, cit. alla nota 4: Sommario II alle pp. 64-66 («Stato delle Anime di tutto lo Stato Ecclesiastico nel 1701», nota 1: «Busta cit., Fasc. II») e Sommario II.b alle pp. 66-67, cit. alla nota sul confronto fra i due manoscritti. Tutte e quattro le pagine rese a 300 punti per pollice; le colonne del Latio delle due carte, la Marittima e Campagna della Casanatense, il Rieti e il Narni dell'Umbria e il Cervia della Romagna riletti su ritagli ingranditi da due a sei volte. Le quattro province che divergono hanno quarantadue diocesi in tutto: confrontate una per una nelle due tabelle. Controlli che potevano fallire e chiudono: le otto colonne (quattro province × due carte) sono state risommate cella per cella, e sette danno esattamente le due cifre stampate sotto — Latio 82.857 e 119, Marittima e Campagna 132.101 e 200 nel Camerale e 131.715 e 198 nella Casanatense, Umbria 353.365 e 1.320 e 353.116 e 1.320, Romagna 288.597 e 625 e 288.357 e 624; e le differenze di cella fanno, provincia per provincia, gli scarti stampati (1.748; 386; 249; 240 = 2.623). Risommate anche le due province che coincidono e hanno più di una diocesi: la Marca della Casanatense fa 330.795 anime e 541 parrocchie esatte con le stesse quattordici cifre del Camerale, e il Patrimonio 134.375 e 219 esatte. Controlli che non chiudono, ed è il punto della terza sezione: la colonna del Latio della Casanatense fa 81.409 anime come è stampata (per via di «Porto-Ceri 4928» contro il 4.628 del Camerale) e 81.109 con la cifra del Camerale, che è il totale stampato; le sue otto parrocchie fanno 119 e il totale stampato dice 113, ed è quel 113 che il RISTRETTO di p. 67 usa per chiudere a 4.086 (e con Roma a 4.167). Nel Patrimonio della Casanatense «Bagnarea 10155» è smentito dal «da riportare 53749 · 79» di tre righe sotto, che richiede il 10.145 del Camerale; e nella Marittima e Campagna c'è un guasto di un genere ancora diverso, catturato dalla stessa aritmetica: in fondo alla prima colonna è stampato «da riportare 73764 · 114», ma le sei diocesi sopra fanno 73.767, ed è il 73.767 che il totale di provincia (131.715) richiede — le parrocchie, 114, sono giuste. Le sei voci della diocesi di Frascati a p. 93 (già citate alla nota sui due Monte Porzio) sono state provate in tutte e sessantatré le combinazioni possibili: nessuna fa 1.748. Le quattro sezioni della diocesi di Rieti a p. 98 (24.144 anime, 47 parrocchie) sono quelle già verificate alla nota su Rieti.
  41. Anniballi 2023, cit. alla nota 2: tabella «7° CENSIMENTO DELLO STATO PONTIFICIO — 6 LUGLIO 1816» a p. 62, tabella «8° CENSIMENTO DELLO STATO PONTIFICIO — ANNO 1833» a p. 66, tabella «9° CENSIMENTO DELLO STATO PONTIFICIO — ANNO 1853» a p. 77. Le tre tabelle dichiarano la propria fonte in nota, e nessuna delle tre è Corridore: la nota 102 rimanda alla «Tabella del riparto territoriale delle Delegazioni dello Stato Ecclesiastico, Motu Proprio del 6 luglio 1816»; la nota 109 alla Raccolta delle leggi e disposizioni di pubblica amministrazione nello Stato Pontificio, 1835, vol. VI, pp. 253-270, «Tabella riparto territoriale a tutto l'anno 1833»; la nota 128 alla Statistica della popolazione dello Stato Pontificio dell'anno 1853, Roma 1857, pp. 112-136 — che è, con il titolo abbreviato, lo stesso volume citato alla nota successiva (l'identificazione fra i due titoli è mia, ed è fondata sul luogo e sull'anno di stampa e sul fatto che i due testi danno per i nostri due paesi cifre che si compongono l'una nell'altra). Le tre pagine sono state rese a 300 punti per pollice e lette a vista, perché su questo volume l'estrazione automatica appiattisce le tabelle in una riga sola; la casella di differenza a cavallo delle due righe del 1816 si vede soltanto sulla pagina resa. La tabella del censimento del 1810 usata per il confronto è a p. 56 dello stesso volume, ed è invece dichiaratamente tratta da Corridore.
  42. Adone Palmieri, Topographia statistica dello Stato Pontificio, ossia, Breve descrizione delle città e paesi..., Parte Ottava, «Provincia di Urbino e Pesaro», Roma, Tipografia Forense, 1863. Le voci «Monte Porzio» e «Castel Vecchio» stanno alle pp. 156-157 della Parte Ottava (numerazione a stampa della sezione, letta sul segno di pagina «157», reso dall'OCR «J57», fra le due voci). Identificativo Internet Archive topographiastati02palm, testo OCR _djvu.txt (1,6 MB) letto per intero il 10 settembre 2026; copia in sources/cache/palmieri-1863-topografia-statistica-urbino-pesaro.txt. Attenzione alla data: i metadati del catalogo di Internet Archive dichiarano «1857», che è la data del volume fisico digitalizzato — rilega insieme più parti dell'opera stampate fra il 1859 (Parte Quinta) e il 1863 (Parte Ottava, quella letta qui, con il proprio frontespizio a stampa datato 1863). La data corretta da citare per queste pagine è 1863, non 1857. Dettaglio completo in sources/registro-fonti.md, risveglio 268.
  43. Anniballi 2023, cit. alla nota 2, per gli otto censimenti del Regno d'Italia: «1° CENSIMENTO GENERALE REGNO D'ITALIA — 31 DICEMBRE 1861, popolazione per comuni, centri e case sparse» a p. 87; il 2° (31 dicembre 1871) a p. 100; il 3° (31 dicembre 1881) a p. 108; il 4° (10 febbraio 1901) a p. 117; il 5° (10 giugno 1911) a p. 126; il 6° (1° dicembre 1921) a p. 136; il 7° (21 aprile 1931) a p. 153; l'8° (21 aprile 1936) a p. 161. Tutte e otto le tabelle dichiarano in nota la stessa provenienza — «Biblioteca digitale ISTAT, Censimento Generale del …» — cioè i volumi a stampa del censimento stesso: non passano per Corridore, e sono fonti che questo cantiere potrebbe un giorno leggere direttamente. Le otto pagine sono state rese e lette a vista, perché su questo volume l'estrazione automatica appiattisce le tabelle in una riga sola e, soprattutto, perde la struttura a sottorighe (comune / centro urbano / frazione) che qui è metà dell'informazione. Le cifre del 1853 usate per la colonna «Differ. 1853» vengono dalla tabella di p. 77 dello stesso volume, cit. alla nota precedente. Nel 1901 il nome della frazione è stampato «Casteveccchio», con tre c; nel 1936 la sottoriga del capoluogo dice «Centro» e non «Centro urbano».
  44. Anniballi 2023, cit. alla nota 2, per i sette censimenti della Repubblica, tutti nella forma «popolazione per comuni, centri e case sparse»: il 9° (4 novembre 1951) a p. 179; il 10° (15 ottobre 1961) a p. 199; l'11° (24 ottobre 1971) a p. 216; il 12° (25 ottobre 1981) a p. 234; il 13° (20 ottobre 1991) a p. 258; il 14° (21 ottobre 2001) a p. 278; il 15° (9 ottobre 2011) a p. 295. Come le otto tabelle del Regno, tutte e sette dichiarano in nota la stessa provenienza, «Biblioteca digitale ISTAT, Censimento Generale del …», cioè i volumi a stampa del censimento stesso. Dal 1971 la colonna «popolazione presente» è sostituita da una colonna di densità in abitanti per km², e dal 1991 si aggiunge una colonna «abitazioni» (Monte Porzio: 949 nel 1991, di cui 442 nel capoluogo e 387 a Castelvecchio; 963 nel 2001; 1.311 nel 2011). Le sette pagine sono state rese a 300 punti per pollice e lette a vista. Il commento sull'esodo verso la costa (−20.093 nella provincia fra il 1951 e il 1961, +12.538 nel centro di Pesaro) è alla p. 198, cioè accompagna la tabella del 1961; quello sul decennio seguente, con Marotta a 2.613 abitanti, è alla p. 215; il giudizio «questa errata operazione censuaria» sull'accorpamento di Marotta a Fano nel 1981 è alla p. 234, sopra la tabella; la frase sul dettaglio perduto nel 2011 — «La gestione informatica, pur avendo un impatto positivo nella velocità di elaborazione dei dati nazionali e quelli relativi a circoscrizioni territoriali ampie, si riflette negativamente sul dettaglio dei dati resi disponibili su base comunale» — è alla p. 296.
  45. ISTAT, Basi territoriali, tavole delle località, edizione 2021: file nazionale LocalitaPuntuali_21.zip, tavola Localita_2021_Point, campo POP21 per le righe Monte Porzio e Castelvecchio del comune PRO_COM = 41038. L'edizione 2011 (tavola LOC_R11_11) ha nomi, quote e denominazione ma nessuna colonna di popolazione: è per questo che il 2011 manca. Le edizioni 1991 e 2001 (file regionali R11_91_WGS84.zip e R11_01_WGS84.zip, tavole LOC_R11_91 e LOC_R11_01) danno gli stessi quattro numeri dei volumi a stampa: 1.013 e 922, 934 e 880. Scaricate dal portale ISTAT il 26 e il 27 agosto 2026; i file, i campi letti e i controlli sui totali stanno per esteso in Le località del comune. È una fonte primaria, ed è un prodotto diverso dai volumi a stampa citati nelle altre righe di questa sezione: misura lo stesso oggetto — il centro abitato, senza le case sparse — ma per altra via.
  46. Ministero di agricoltura, industria e commercio, Direzione generale della statistica e del lavoro, Censimento della popolazione del Regno d'Italia al 10 giugno 1911, vol. I, «Tavola I — Popolazione presente, popolazione temporaneamente assente, popolazione residente. A. Nei comuni e nelle rispettive frazioni», p. 397 (Pesaro e Urbino, circondario di Pesaro). Copia digitale della Biblioteca digitale ISTAT (ebiblio.istat.it/digibib/Censimenti popolazione/censpop1911/), che dal server originale risponde 403: letta nella copia archiviata dalla Wayback Machine il 29 marzo 2023. Pagina resa a 580 punti per pollice — la risoluzione nativa della scansione — e letta a vista, colonna per colonna.
  47. Stessa opera, vol. I, Tavola I, parte B — «Nelle provincie e nei rispettivi circondarii o distretti», p. 573 (pagina 581 del PDF), righe «Pesaro», «Urbino» e «Pesaro e Urbino». Pagina resa a 250 punti per pollice e letta a vista. Le tre righe reggono otto verifiche aritmetiche: nel circondario di Pesaro 13.994 + 11.616 = 25.610 famiglie e 57.358 + 70.690 = 128.048 persone; nella provincia 25.610 + 26.057 = 51.667 famiglie e 128.048 + 133.468 = 261.516 persone, con 261.516 − 3.763 occasionali + 18.606 temporaneamente assenti = 276.359 residenti, la cifra stampata.
  48. Stessa opera, vol. I, Tavola I, parte A, pp. 396-398 (pagine 404-406 del PDF): sono le tre pagine che contengono per intero il circondario di Pesaro, da Barchi a Tomba di Pesaro. Pagine rese a 300 punti per pollice e lette a vista riga per riga, non dal testo automatico, che appiattisce le quindici colonne in una. Per ciascuno dei 31 comuni sono state prese le sei cifre della riga «Totale» — famiglie in complesso, agglomerate, sparse; individui in complesso, agglomerata, sparsa — e per ciascuno è stato verificato che le due partizioni chiudano sul totale del comune (agglomerate + sparse = in complesso, due volte, 62 controlli) e che le righe delle frazioni sommino alla riga «Totale». Le sei somme dei 31 comuni danno 25.610 / 13.994 / 11.616 e 128.048 / 57.358 / 70.690, cioè le sei cifre stampate nella parte B, e le righe di frazione contate sono 103, la cifra stampata accanto. Due letture sono state corrette per confronto con la somma prima di entrare in tabella (Ginestreto, totale famiglie 313 e non 318; Mondavio, frazione capoluogo 334 famiglie sparse e non 354): in questo carattere il 3 in grassetto si confonde con l'8 e col 5, ed è la somma a decidere.
  49. ISTAT, SITUAS — Sistema informativo territoriale delle unità amministrative e statistiche, https://situas.istat.it/web/, microservizio pubblico reportspooljson, report 51 «Elenco dei codici e delle denominazioni delle unità territoriali (17/03/1861 – 11/01/1927)», alla data 10/06/1911, filtrato su COD_CIRC=209: 31 righe. Nell'ordine alfabetico del registro: Barchi, Candelara, Cartoceto, Fano, Fiorenzuola di Focara, Fratte Rosa, Gabicce, Ginestreto, Gradara, Mombaroccio, Mondavio, Mondolfo, Monte Porzio, Monteciccardo, Montelabbate, Montemaggiore al Metauro, Novilara, Orciano di Pesaro, Pergola, Pesaro, Piagge, Pozzo Alto, Saltara, San Costanzo, San Giorgio di Pesaro, San Lorenzo in Campo, Sant'Angelo in Lizzola, Serra Sant'Abbondio, Serrungarina, Sorbolongo, Tomba di Pesaro. Interrogato il 17 agosto 2026; risposta in cache, sources/cache/situas-51-circondario-pesaro-1911.json. Il confronto è stato fatto insieme per insieme con i trentun nomi della tabella qui sopra: 31 contro 31, nessun nome da una parte sola, nessuna differenza di grafia.
  50. Stessa opera, vol. I, «Avvertenze» alla Tavola I, pp. 3-4 (pagine 11-12 del PDF). Le tre citazioni sono trascritte dalle immagini rese a 300 punti per pollice, non dal testo automatico, che su queste pagine è leggibile ma sporco.
  51. Stessa opera, vol. I, «Errata-corrige», pp. v-vii (pagine 5-7 del PDF). Le righe da correggere sono ordinate per numero di pagina e la cifra da correggere è sottolineata; per Pergola (p. 398) e per Sant'Agata Feltria (p. 401) la cifra sottolineata è quella della superficie, 11.205 e 8.544 ettari. Fra la p. 384 (Castiglione del Lago) e la p. 398 non c'è nessuna riga. Pagine rese a 300 punti per pollice e lette a vista.