Un libro di storia locale dice sempre due cose: che cosa è successo, e da dove l'autore lo sa. La seconda sta in fondo alle liste che nessuno legge. Questa pagina raccoglie gli indirizzi delle carte come li dichiarava Alberto Polverari nel 1980 — compresa la vicenda dell'archivio dei conti che tenevano il paese, portato via da Fano nel 1950. In fondo, gli indirizzi di oggi: che cosa i cataloghi pubblici degli archivi dicono — e non dicono — delle carte di Monteporzio nel 2026.
Ultima verifica: 3 ottobre 2026.
Chi volesse controllare quello che c'è scritto su questo sito — o cercare quello che non c'è — a un certo punto deve sapere dove sono le carte. Non i libri che le raccontano: le carte.
Il volume di Alberto Polverari del 1980 lo dice, e lo dice in un posto in cui non guarda nessuno: dopo la bibliografia e prima del primo capitolo, in tre pagine intitolate «Nota sugli archivi».[1] Prima ci sono due elenchi di fonti, «Opere edite» e «Opere e fonti inedite», in cui ogni manoscritto citato nel libro porta accanto il nome dell'archivio che lo conserva.[2]
Questa pagina raccoglie quegli indirizzi. Sono dichiarazioni di un autore nel 1980, non verifiche fatte da me: non ho messo piede in nessuno di questi archivi, e quarantasei anni sono lunghi per un fondo manoscritto. Dove ho potuto controllare qualcosa, sotto, è detto in chiaro — e per sette di quei manoscritti il controllo adesso c'è: un'edizione critica del 2006 li ridescrive uno per uno, e dove concorda e dove no è nella tabella «Ventisei anni dopo».
Polverari li elenca per ragioni diverse, e vale la pena tenerle distinte, perché dicono anche perché un documento di Monteporzio dovrebbe stare lì.
Per i monasteri. Le memorie più antiche dei due paesi, scrive, stanno negli archivi «che riguardano gli antichi monasteri di San Lorenzo in Campo, Fonte Avellana e San Gervasio» — e molte di quelle carte, aggiunge, «sono state già pubblicate». Da consultare quindi gli archivi Barberini, «in deposito alla Biblioteca Vaticana», del Collegio Germanico e gli Archivi di Stato di Firenze e di Pesaro; e proprio a Pesaro «si conservano anche i documenti delle abbazie di San Gaudenzio di Senigallia e di Sitria, cui era legato il monastero di San Gervasio».[1]
Due di questi nomi questo sito li ha già incontrati per altra strada: il Collegio Germanico compare come proprietario del Piaggiolino in un rilievo del 1632 (vedi Piaggiolino), e l'Archivio di Stato di Firenze è quello del regesto delle carte Barberini (vedi Le carte di Firenze).
Per il feudo. Avendo avuto origine Monteporzio «come centri abitati, con la venuta dei conti di Montevecchio nel Quattrocento, la storia di questi luoghi è registrata nell'archivio di questa famiglia», dove attinse Laura di Montevecchio Almerici. E poi una frase che è un invito lasciato in eredità a chi legge:
«Qui la fonte è tutt'altro che esaurita e sarebbe assai interessante la ricerca e lo studio su gli Statuti del feudo.»[1]
Per la chiesa. «Fondamentali sono poi gli archivi ecclesiastici»: archivio parrocchiale di Monteporzio, archivio parrocchiale di Castelvecchio e Cancelleria vescovile di Senigallia.[1]
Per i conti fuori sede. L'archivio comunale di Senigallia, «dove sono conservati alcuni libri contabili della famiglia Montevecchio».[1]
Perché erano appodiati di un altro comune. L'archivio comunale di Mondolfo: «Sia per Monteporzio, appodiato di Mondolfo durante il Regno Italico, e molto più per Castelvecchio, appodiato di Mondolfo prima e dopo il Regno Italico, è necessaria la ricerca anche nell'archivio di questo comune».[1] È lo stesso fatto amministrativo che questo sito ha trovato scritto sui cartigli delle mappe catastali del 1825 e nella statistica pontificia del 1853 (vedi Il centro storico e Castelvecchio).
Perché il feudo è finito. «Dopo la soppressione del feudo dei Montevecchio, centro principale della raccolta dei documenti è l'archivio comunale di Monteporzio, dove tuttavia si conservano in un fascicolo inventariato anche alcuni documenti del periodo feudale.»[1] È l'archivio da cui vengono i documenti trascritti in fondo al volume: il processo del 1770 (vedi La giustizia dei conti), il cimitero del 1810 (vedi Un cimitero solo per due paesi), l'inventario del 1829 (vedi Gli amministratori).
La nota si chiude con una storia che il libro racconta in un paragrafo solo, e che è la cosa più concreta di tutte e tre le pagine: l'archivio della famiglia che ha fatto il paese è stato portato via da Fano.
L'archivio, scrive Polverari, «era stato depositato nella Biblioteca Federiciana di Fano». Ma il 22 agosto 1950 il duca Cante di Montevecchio Benedetti dichiarò che, «vista l'impossibilità di disporre nella sua casa sita in Piazza Costanzi di Fano, allora occupata da un istituto religioso», voleva riprenderlo e sistemarlo «nella sua abitazione di Castelviscardo in provincia di Terni, in attesa di una sistemazione definitiva nella città stessa di Fano, sede della famiglia».[1]
La dichiarazione fu fatta davanti a un funzionario dello Stato — il dottor Antonino Lombardo, direttore di 2ª classe nell'Amministrazione degli archivi di Stato, incaricato della Soprintendenza archivistica per il Lazio, l'Umbria e le Marche — nella sede della Biblioteca Federiciana di via Castracane, e davanti a sei persone che il libro nomina una per una: il direttore della Biblioteca dottor Cesare Moreschini, il conte Pier Carlo Borgogelli ispettore onorario bibliografico e archivistico, il conte Luciano Aventi di Sorrivoli (cognato del duca), la nobil donna Cordella Flaiani di Montevecchio vedova Vitali e il signor Evaristo Menghetti fu Perseo di Fano.[1]
Moreschini e Borgogelli, scrive Polverari, «espressero il desiderio che l'archivio stesso fosse restituito definitivamente a Fano a disposizione degli studiosi». Poi:
«Accolte tali dichiarazioni, venne stilato un verbale in quadruplice copia: per il Ministro dell'interno, per la Soprintendenza di Roma, per la Biblioteca Federiciana e per il duca Cante di Montevecchio Benedetti.»[1]
Quattro copie di quel verbale esistono, e il libro dice a chi furono date. È il genere di dettaglio che rende una vicenda ricercabile invece che raccontabile.
Quello che il libro non dice è altrettanto netto, e va scritto perché non lo si legga dentro le righe: non dice se l'archivio sia poi partito davvero per Castelviscardo, non dice se sia tornato, e non dice dove fosse nel 1980, mentre Polverari scriveva. La frase successiva comincia con «Tuttavia», e parla di un'altra cosa: dei volumi rimasti a Fano.
«Tuttavia nella stessa Biblioteca sono conservati molti volumi manoscritti dell'archivio Montevecchio, raccolti nella XIX sezione. Si tratta di 35 volumi, riguardanti la famiglia del patriziato fanese (cioè i "signori" di Monteporzio), eccettuato il n. 7 che proviene da un archivio privato di Matelica; gli ultimi tre volumi raccolgono documenti e diversi manoscritti e stampe.» I volumi furono donati alla Federiciana dal signor Romolo Eusebi, «mentre l'insieme dei documenti venne acquistato per il tramite del signor Eusebi nella sua veste di antiquario».[1]
Questa parte si può controllare oggi, ed è l'unica. Il sito del sistema bibliotecario di Fano elenca i fondi della sezione manoscritti della Biblioteca Federiciana, e il diciannovesimo è ancora intitolato «19. Famiglia Montevecchio». La sua descrizione è di una riga: «Il fondo della famiglia Montevecchio conserva 754 documenti in cui sono presenti anche documenti sul porto di Fano».[3] La scheda SIUSA della stessa biblioteca dà l'indirizzo, via Castracane 1: la stessa via in cui, secondo il libro, si tenne la riunione del 1950.[4]
E una parte della Federiciana si legge da qui. La biblioteca ha aperto su Internet Archive una collezione a proprio nome, caricata dal suo stesso indirizzo di posta comunale: al 19 agosto 2026 conta 548 pezzi digitalizzati, con dichiarazione di pubblico dominio.[5] Non è il fondo Montevecchio — cercando «Montevecchio» dentro la collezione rispondono sei pezzi soli, e sono fogli di cittadini illustri e blasoni, non carte di famiglia. Ma uno di quei sei ha già dato una pagina a questo sito: il foglio del 1764 con i due poeti di casa Montevecchio. Un altro è ancora da aprire: Blasoni delle famiglie nobili di Fano raccolti per notizia dei posteri da Francesco Bertozzi, 1705, manoscritto di 148 carte, 416 immagini[6] — dove dovrebbe esserci disegnato lo stemma che sta sulla lapide dell'orologio.
Tre cose, e non una di più: la sezione XIX esiste ancora, si chiama ancora così, ed è a Fano. 754 documenti e 35 volumi non sono due misure dello stesso oggetto — sono unità di conto diverse, e nessuna delle due fonti dice come si convertano. Che il fondo di oggi sia esattamente quello descritto nel 1980, o che contenga le carte del duca Cante, non lo dice nessuna delle due.
Nell'elenco delle fonti inedite, lo stesso volume cita la Genealogia de' Conti di Montevecchio come conservata «nella Biblioteca Federiciana Comunale di Fano, XIX Famiglia Montevecchio, 37».[2] Due pagine dopo, la nota sugli archivi descrive quella stessa XIX sezione come composta di 35 volumi.[1]
Le spiegazioni possibili sono almeno tre e non si distinguono da qui: che il «37» non sia un numero di volume ma di un'altra cosa (un pezzo, una carta, una posizione d'inventario); che la sezione sia cresciuta o sia stata rinumerata; o che uno dei due numeri sia sbagliato. Non scelgo, e non correggo.
Quello che ho potuto escludere è che sia un guasto di lettura mio. Entrambe le cifre sono state riguardate sull'immagine delle pagine resa dal PDF a 300 punti per pollice, e sulla carta stampata c'è scritto «37» e «35 volumi». Il controllo non è pedanteria: nella stessa pagina del «37», tre righe sopra, questa edizione stampa due date impossibili — un manoscritto di un vescovo del Cinquecento datato «1956» e una genealogia che arriva «fino all'Anno 7793» (vedi La chiesa di San Michele). Su questo libro, una cifra non si cita senza averla guardata.
L'elenco «Opere e fonti inedite» è la parte del volume in cui l'autore dichiara da dove sa quello che sa, quando non lo sa da un libro stampato. Sono quattordici voci — contate a macchina sulla tabella qui sotto, non a occhio sull'elenco stampato; la collocazione è quella dichiarata nel 1980.[2]
| Fonte | Che cos'è | Dove, secondo il libro |
|---|---|---|
| Bolletta | Monografia su Castelvecchio, manoscritto di Renato Bolletta, parroco di Castelvecchio negli anni 1957-1969 | Archivio parrocchiale di Castelvecchio |
| Codex Elephantis | Sec. XIV | Cancelleria vescovile di Senigallia |
| Codex Equi | Sec. XV | Cancelleria vescovile di Senigallia |
| Codex Serpentis | Sec. XIV | Cancelleria vescovile di Senigallia |
| Codex Tauri | Sec. XIV | Cancelleria vescovile di Senigallia |
| Codice di S. Gaudenzio | Sec. XV, «libro di memorie di atti relativi al monastero di S. Gaudenzio» | Archivio di Stato di Pesaro |
| Ferrari | Cronaca della città di Senigallia, copia del sec. XVII da un originale del 1567 | Archivio comunale di Senigallia, Historia di Senigallia, vol. 813 |
| Frammenti di processi | Manoscritto, secc. XVI-XVIII | Archivio comunale di Monteporzio |
| Inventario | Inventario di tutti i beni stabili mobili ed arredi sacri appartenenti a questa Chiesa Parrocchiale di Monteporzio, del pievano don Giovanni Cesari, 1918 | (collocazione non indicata nell'elenco) |
| Liber Synodorum | 1407-1414 | Cancelleria vescovile di Senigallia |
| Memoria | Memoria sulla chiesa parrocchiale di Monteporzio, compilata il 20 ottobre 1718 dal pievano Benedetto Sampaoli | Archivio parrocchiale di Monteporzio |
| Montanari | Bernardino Montanari, Croniche delle chiese benefici ed altro, 3 tomi | Cancelleria vescovile di Senigallia |
| Ridolfi | Pietro Ridolfi, Historiarum libri duo, autografo | Biblioteca comunale di Senigallia |
| Genealogia | Origine e Discendenza della Famiglia de' Conti di Montevecchio | Biblioteca Federiciana di Fano, XIX Famiglia Montevecchio, 37 |
Sul Codice di S. Gaudenzio l'elenco stesso porta una correzione dell'autore alla descrizione d'archivio, ed è utile perché mostra che quelle righe non sono copiate da un catalogo: «In realtà questi atti iniziano all'anno 1106 e terminano nel 1324 e non è una copia, ma si tratta di un libro censuario».[2]
Di queste, due sono già state usate su questo sito attraverso il libro: il Ridolfi (vedi La chiesa di San Michele, dove è il documento n. 5 dell'appendice) e l'Inventario del 1918, di cui l'elenco non dà la collocazione mentre l'appendice del volume la dà — «archivio parrocchiale di Monteporzio».
Tutta questa pagina, tranne il paragrafo sulla Federiciana, riporta collocazioni dichiarate in un libro del 1980. In quarantasei anni un archivio parrocchiale può essere stato versato, un fondo privato venduto o ereditato, una cancelleria vescovile riorganizzata; e la stessa Soprintendenza archivistica citata nel testo — «per il Lazio, Umbria e Marche» — oggi non esiste più con quel nome.
Queste righe servono a sapere dove cercare, non a garantire che lì si trovi. Chi ci va, o chi sa dove sono finite quelle carte, sa una cosa che questa pagina non sa.
Quella tabella è la dichiarazione di un autore solo. Ma sette delle sue quattordici voci compaiono anche in un secondo elenco, di un altro curatore e di un'altra casa: le «Opere manoscritte e cartografiche» dell'edizione critica del Codice di San Gaudenzio, uscita nel 2006 a cura di Ettore Baldetti, alle pp. CCXV-CCXVII.[7] È un elenco che non parla di Monteporzio — copre la diocesi di Senigallia e mezzo Friuli — e proprio per questo serve: descrive gli stessi manoscritti senza avere ragione di ripetere Polverari.
Il confronto è la cosa che la regola della doppia fonte chiede e che quasi mai si può fare su un archivio: due schede indipendenti dello stesso pezzo, a ventisei anni di distanza.
| Fonte | Polverari, 1980 | Edizione del 2006 | Esito |
|---|---|---|---|
| Codex Elephantis | «sec. XIV», cancelleria vescovile di Senigallia | «E = Archivio Vescovile di Senigallia, Codex Elephantis (secc. XIII-XV)» | stessa curia; il 2006 data più largo |
| Codex Equi | «sec. XV» | «EQ = AVS, Codex Equi (aa. 1369-1407)» | divergono: il 2006 lo mette per tre quarti nel Trecento |
| Codex Serpentis | «sec. XIV» | «S = AVS, Codex Serpentis (a. 1366-1381)» | concordano; quindici anni al posto di un secolo |
| Codex Tauri | «sec. XIV» | «T = AVS, Codex Tauri (aa. 1397-1399)» | concordano; tre anni al posto di un secolo |
| Ferrari | Cronaca della città di Senigallia, copia del sec. XVII «dall'originale del 1567», archivio comunale di Senigallia, Historia di Senigallia, vol. 813 | «G. F. Ferrari, Cronica di Sinigaglia (sec. XVI, 1564 ca…), copia del sec. XVII, in ACS, Historie di Senigallia, 813» | stessa collocazione e stesso numero di volume; l'anno dell'originale diverge di tre |
| Montanari | Croniche delle chiese benefici ed altro, 3 tomi, cancelleria vescovile | «B. Montanari, Croniche delle chiese, benefici ed altro, I-III, secc. XVIII-XIX, AVS» | concordano; il 2006 aggiunge i secoli e l'iniziale |
| Ridolfi | Pietro Ridolfi, Historiarum libri duo, autografo, Biblioteca comunale di Senigallia | «Ridolfi = F(ratris) Petri Rodulphi… historiarum libri duo…, Senigallia 1596, in BCS» | concordano; il 2006 aggiunge l'anno |
Le sigle di archivio con cui il 2006 scrive queste collocazioni — AVS, ACS, BCS — sono sciolte dal volume stesso: AVS = Archivio Vescovile di Senigallia, ACS = Archivio Storico del Comune di Senigallia, BCS = Biblioteca Comunale di Senigallia.[8]
Quello che il confronto regge. Le collocazioni. Cinque voci su sette stanno nel 1980 e nel 2006 nello stesso posto, e per il Ferrari sta anche lo stesso numero di volume, l'813 — che è il numero da cui, poco più sotto in questa pagina, si arriva ai due libri contabili 821 e 822. Un numero d'inventario confermato da due libri diversi è una cosa su cui si può contare più che su un indirizzo generico.
Quello che il confronto non regge, ed è dichiarato. Due date. Il Codex Equi è «sec. XV» per Polverari e «aa. 1369-1407» per l'edizione: se il secondo ha ragione, il codice è per tre quarti trecentesco. E l'originale della cronaca del Ferrari è del 1567 per Polverari, del 1564 circa per l'edizione. Non scelgo fra le due, in nessuno dei due casi.
Sulla seconda, però, si può dire una cosa in più, e cambia il senso della divergenza. Per la scheda del Ferrari l'edizione del 2006 non cita se stessa: rimanda a «P 1979, p. 7», cioè a un libro di Polverari stesso, uscito l'anno prima di quello che qui si sta confrontando. In bibliografia i Polverari del 1979 sono due, e il numero di pagina li separa: Le pievi nel Senigalliese sta alle pp. 429-468 di un volume miscellaneo e non può avere una p. 7, mentre Senigallia nella storia. 1. Evo Antico, Senigallia 1979, è un libro paginato da capo.[9]
Se dunque il «1564 ca» viene da lì, la divergenza non è fra Polverari e Baldetti: è fra due libri di Polverari a un anno di distanza — l'Evo Antico del 1979 e il Monteporzio del 1980. Resta un se: il libro del 1979 non l'ho visto, e la scheda del 2006 potrebbe rimandarci per la descrizione del manoscritto e non per l'anno. Lo scrivo come possibilità con un nome sopra, non come fatto.
L'elenco di Polverari si intitola «Opere e fonti inedite». Di almeno una di quelle quattordici voci, però, esisteva un'edizione a stampa già quattro anni prima che il libro del 1980 uscisse. Sta nella bibliografia dell'edizione del 2006, alla p. CXCVII, ed è questa:[10]
G. F. FERRARI, Il Codice Vaticano latino n. 8109 della Biblioteca Apostolica Vaticana. Cronaca di Senigallia… nella copia del nipote G. Bartolomeo Moioli, a cura di C. M. Marti, Roma 1976.
Che sia la stessa cronaca non è una mia deduzione: lo dice l'edizione del 2006. La sua scheda del Ferrari, letta per intero, finisce con un rimando: «G. F. Ferrari, Cronica di Sinigaglia (sec. XVI, 1564 ca, v. P 1979, p. 7), copia del sec. XVII, in ACS, Historie di Senigallia, 813 (cf. ediz. ms. romano, cit.)».[11] L'«edizione del manoscritto romano, citata» è quella riga di bibliografia: nel volume non c'è nessun'altra edizione di un Ferrari, e il manoscritto romano di quella cronaca è il Vaticano latino 8109.
Ne seguono due cose.
I testimoni della cronaca sono almeno due, non uno. Uno è la copia del Seicento nell'archivio comunale di Senigallia, il vol. 813, ed è l'unico che l'elenco del 1980 nomina. L'altro è la copia fatta dal nipote dell'autore, Giovanni Bartolomeo Moioli, che sta a Roma nella Biblioteca Apostolica Vaticana come Vat. lat. 8109 — e quella è stampata.
E la divergenza sull'anno ha un posto dove potrebbe chiudersi. Se l'originale del Ferrari sia del 1567 (Polverari) o del 1564 circa (l'edizione del 2006), non lo decido qui; ma la domanda ora non punta soltanto a due archivi, punta a un libro pubblicato, che sta nelle biblioteche e ha un curatore, una città e un anno.
Aggiunto il 23 agosto 2026. Non serviva nemmeno il libro: il manoscritto che quel libro pubblica, il Vat. lat. 8109, è digitalizzato per intero dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, e il suo frontespizio dà l'anno, il nome intero dell'autore e il grado di parentela del copista. Si legge in La cronaca del Ferrari, letta da casa.
Una cosa che manca, e una che non manca. Il Liber Synodorum 1407-1414, che Polverari dichiara nella cancelleria vescovile, nell'elenco del 2006 non c'è. E non c'è nemmeno il Codice di S. Gaudenzio — ma quella è un'assenza che si spiega da sé: quel codice non è una fonte del volume del 2006, è il volume del 2006. Con un dettaglio che vale la pena vedere: nell'elenco del 1980, sotto la descrizione d'archivio, Polverari aveva corretto a mano gli estremi in «dal 1106 al 1324»; ventisei anni dopo, «aa. 1106-1324» è stampato nel titolo dell'edizione critica.
Nella stessa cancelleria vescovile l'elenco del 2006 registra altri sei codici con nome d'animale o di pianta che nel 1980 non compaiono: Codex «Jura Episcopatus» (secc. XII-XV), Codex Lilii (sec. XIV), Codex Palmae (aa. 1342-1348?), Codex Papaveris (aa. 1430-1447), Codex Piscatoris (aa. 1373-1392), Codex Rotae (a. 1367) — e con loro i tre Codici miscellanei del Menchetti (1340-1428, 1401-1438, sec. XV). Nove volumi, tutti dichiarati nell'Archivio Vescovile di Senigallia. L'elenco ne registra altri tre, i Miscellaneorum codices I-III (1331-1396, 1394-1406, sec. XV), senza dire dove stiano: la voce non nomina nessun archivio, e non la completo io.[7]
Non è una lacuna di Polverari. Il suo elenco si intitola «Opere e fonti inedite citate con abbreviazione»: è la lista di quello che ha usato per scrivere quel libro, non l'inventario di un archivio. Che nella stessa serie ci siano altri nove pezzi vuol dire una cosa sola, ed è utile: chi cerchi Monteporzio nell'archivio vescovile di Senigallia ha nove volumi in più da guardare, quasi tutti fra il Trecento e il Quattrocento, e nessuno dei nove è mai stato guardato da questo sito.
L'ultima riga utile dell'elenco del 2006 non è un codice: è un inventario ottocentesco, e nomina uno dei tre monasteri da cui Polverari diceva di far partire chi cerca le memorie più antiche dei due paesi.[7]
«Inventario generale di tutte le chiese, case urbane e coloniche, spettanti alle abbazie di S. Lorenzo in Campo, Castelleone e quella di S. Gaudenzo in Barbara, redatto per ordine del rev.mo pre(sidente) abbate d. Nivardo Maria Tassini, Presidente generale del suddetto Sacro Ordine Cistercense ed eseguito sotto la direzione dell'amministratore locale d. Galgano Delluomo, cellerario, a. 1838, in Archivio Storico dell'Abbazia di S. Croce in Gerusalemme, Roma».
Un inventario generale di tutte le case, urbane e coloniche, delle abbazie di San Lorenzo in Campo e di San Gaudenzo, fatto nel 1838: cioè l'elenco casa per casa di quello che quelle due abbazie possedevano alla vigilia dell'Unità. San Lorenzo in Campo è il primo dei tre monasteri della nota del 1980, e San Gaudenzio è il monastero del cartulario che questo sito legge da settimane.
Non l'ho visto e non so se contenga Monteporzio. So che esiste, che ha una data e che ha un indirizzo — a Roma, e non a Pesaro dove Polverari mandava a cercare. È una porta, non una risposta.
L'elenco delle fonti inedite qui sopra è quello che l'autore ha voluto dichiarare. Non è tutto quello che aveva in mano. Nel corpo del capitolo XI, in un inciso di quattro righe che non rimanda a nessuna nota, compaiono due volumi con il loro numero d'inventario, e nell'elenco non ci sono:[12]
«si segnalano i due volumi conservati nell'archivio comunale di Senigallia, nn. 821, 822 (acquistati recentemente): il primo è il Libro di Entrate, e d'Esito di Casa di Monteporzio dai 3 Dec. 1748, a tutto Maggio 1761 (al tempo del conte Giulio di Pompeo Camillo); l'altro il Libro Magazzeni in Monteporzio dell'Anno 1721, a tutto l'Anno 1733 (al tempo di Pompeo Camillo)».
Tre cose, in ordine di utilità per chi cerca.
Sono contabilità di casa, non atti di governo. Un libro di entrate e uscite di tredici anni e un libro di magazzino di dodici: cioè quanto entrava e quanto usciva dalla casa dei conti a Monteporzio, e che cosa c'era nei magazzini, mese per mese. Polverari li segnala esplicitamente «per la maggiore conoscenza della vita economica del castello, specialmente in relazione alla produzione agricola», e non li usa: nel capitolo non ne è citata una cifra.
Stanno nello stesso fondo di una carta che questo sito già conosce. La Cronaca del Ferrari, nella tabella qui sopra, è il vol. 813 dello stesso archivio comunale di Senigallia. 813, 821, 822: sono numeri vicini della stessa serie di volumi.
«Acquistati recentemente» è datato al 1980. L'aggettivo dice che nell'archivio di Senigallia quei due registri sono arrivati per acquisto, e poco prima che il libro fosse scritto — cioè che prima stavano altrove, quasi certamente presso una famiglia. È l'unico indizio sulla loro provenienza, e non dice da chi.
Il resto di questa pagina dice dove stanno le carte su uno scaffale. Questa sezione dice una cosa diversa e più scomoda: quasi nessuna di esse è consultabile da casa, e conviene saperlo prima di mettersi a cercare. Il 18 agosto 2026 ho fatto una ricognizione sistematica delle biblioteche digitali italiane per la stampa e la storiografia di questa zona. Qui sotto c'è il risultato, i sì e i no allo stesso titolo — perché in una ricognizione la lista di quello che non c'è vale quanto l'altra, e costa lo stesso lavoro.
Una eccezione c'è, ed è grossa, trovata il 23 agosto 2026: la copia vaticana della cronaca del Ferrari — il Vat. lat. 8109 — è digitalizzata per intero e si legge da casa, a colori, gratis. Dal 31 agosto 2026 quella lettura sta in una pagina sua, La cronaca del Ferrari, letta da casa: ne è uscita perché era diventata la parte più lunga di questa, e perché è un'altra cosa — qui si cercano indirizzi d'archivio, là si legge un manoscritto carta per carta.
Questa è una nota di mestiere, e serve a chi tornerà su questo libro — che è, di tutte le fonti a stampa, quella che il cantiere ha aperto più volte.
Le pagine della Storia della città di Sinigaglia si scaricano dall'esemplare di
Internet Archive storiadellacitta00sien con l'indirizzo
archive.org/download/storiadellacitta00sien/page/n
dove <N> non è il numero della pagina a stampa, e nemmeno il numero di
riquadro del _djvu.xml. Il 23 agosto 2026 ho misurato la corrispondenza
leggendo l'intestazione stampata in cima a nove immagini, una per una:
n chiesto | pagina stampata | scarto |
|---|---|---|
| 157 | 149 | 8 |
| 158 | 151 | 7 |
| 159 | 152 | 7 |
| 163 | 155 | 8 |
| 200 | 192 | 8 |
| 212 | 205 | 7 |
| 213 | 206 | 7 |
| 351 | 344 | 7 |
| 356 | 349 | 7 |
Tre cose se ne ricavano.
Uno: la p. 150 non esiste in questa serie di immagini. n157 dà la 149 e
n158 dà la 151. Non è un errore di conto: fra le due richieste consecutive
manca una faccia. Il risveglio precedente lo aveva scoperto e scritto; qui è
confermato a vista, e la conseguenza resta quella già dichiarata in
Storia — di quella pagina esiste solo il testo automatico, e da
quel testo non si prende nessuna cifra.
Due: lo scarto non è costante, e non c'è una formula. Vale 8 alla p. 149,
torna a 7 dalla 151, torna a 8 alla 155 e ci resta almeno fino alla 192, ed è
di nuovo 7 dalla 205 in avanti. Ci sono dunque almeno tre punti di
disallineamento, non uno solo, e non conosco il criterio (fogli non numerati,
tavole, o semplicemente doppioni nella derivazione delle immagini). La regola
operativa è: si chiede n = pagina + 7 o + 8, e poi si guarda
l'intestazione. Ritagliare la fascia superiore dell'immagine costa una riga di
convert e chiude la questione in un colpo.
Tre, e questo non tocca l'endpoint: il _djvu.xml dello stesso esemplare ha
invece una corrispondenza regolare — riquadro = pagina a stampa + 8 — su
tutto il tratto verificato. È lì che conviene cercare dove sta una frase; è
all'immagine che si va a controllarla.
sources/cache/siena-p150.jpg non è la p. 150: è un ritaglio della p. 149,
salvato con quel nome durante il tentativo — fallito — di procurarsi la 150.
L'ho verificato sul testo (la frase «nel dì ottavo del mese d'Ottobre» sta nel
riquadro 157 del _djvu.xml, cioè la p. 149). Non lo rinomino perché la cache è
il registro di che cosa è stato scaricato e quando, e riscrivere un nome
sbagliato cancella la traccia di un tentativo andato a vuoto. Chi lo apre, sappia
che cos'è.
La Biblioteca Oliveriana di Pesaro conserva un'emeroteca di circa mille testate, e dichiara di studiare in particolare 34 periodici pesaresi fra il 1829 e il 1922. Ne stampa in pagina quattordici col loro arco di annate: L'eco d'Isauro (1874-76), L'Adriatico (1879-1909), L'Alfiere (1888-89), La Sveglia democratica (1890-1916), La Provincia di Pesaro e Urbino (1900-20), Il Progresso (1902-22), L'Idea (1903-23), L'Araldo (1905), La Favilla (1908-11), Il Fascio (1916-18), Il Pensiero democratico (1918-20), L'Azione (1920-22), Il Progresso comunista (1921), Bandiera rossa (1921-22).[13] È la raccolta giusta: sono i giornali in cui la cronaca di un comune del circondario di Pesaro poteva finire. La pagina non dice che siano digitalizzati, e non rimanda ad alcuna collezione digitale. Vanno letti a Pesaro.
Sul versante digitale ho interrogato la teca della Biblioteca nazionale centrale di Roma, che è l'unica emeroteca che in questo cantiere si sia già dimostrata navigabile. Filtrando i periodici per luogo di stampa e per gli anni 1800-1910, risponde così:[14]
| Luogo di stampa | Oggetti | Che cosa sono |
|---|---|---|
| Pesaro | 19 | Annuario scolastico del Liceo musicale Rossini (15 annate, 1882-1899); Giornale di medicina omiopatica (1840); Note e riviste di psichiatria del Manicomio provinciale di Pesaro (1908-1910) |
| Fano | 4 | Le Marche illustrate nella storia, nelle lettere, nelle arti (1901-1905) |
| Senigallia (e Sinigaglia) | 0 | — |
| Urbino | 13 | Annuario della Libera università provinciale di Urbino (1890-91 → 1907-08); Il Raffaello (1870-1879) |
| Ancona | 12 | Atti e memorie della R. Deputazione di storia patria per le Marche (1895-1907); Almanacco anconitano (1847); annuario dell'Istituto tecnico e nautico (1883-84) |
Il conto, per quello che interessa qui, è presto fatto: di giornali d'informazione o di cronaca stampati nell'Ottocento fra Pesaro, Fano e Senigallia, la teca della BNCR non ha nulla. Ha annuari scolastici, una rivista medica, un bollettino di manicomio. La città della diocesi di Monte Porzio — Senigallia — dà zero oggetti sotto entrambe le grafie del suo nome. Se un fatto di questo paese finì su un giornale dell'Ottocento, quel giornale oggi non si legge da uno schermo.
Il risultato migliore della ricognizione è l'ultima riga della tabella. Gli Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le Marche sono la rivista in cui, dal 1895 a oggi, è passata buona parte della ricerca d'archivio su questa regione. Dieci volumi ottocenteschi e primonovecenteschi stanno nella teca della BNCR; alcuni stanno anche su Internet Archive, dove — a differenza della teca — il testo è cercabile.
Quanti, esattamente, è una domanda che merita una risposta precisa, perché la prima che mi ero dato era sbagliata. Il catalogo di Internet Archive ne annuncia dieci sotto questo titolo. Aperti uno per uno, sono otto: uno dei dieci identificativi non esiste, e un altro è un volume di tutt'altra rivista, entrato qui per un errore di catalogazione.[15] Gli otto veri sono i volumi II, III, IV, VI, VII, VIII, IX e X della Nuova Serie, cioè grosso modo gli anni 1905-1915: un decennio, non centotrent'anni.
E la Deputazione pubblica, aggiornato al 2024, l'indice generale di tutti i volumi della rivista: autore, titolo e pagine di ogni articolo uscito in centotrent'anni, in un solo PDF.[16] È lo strumento che permette di fare in un minuto una domanda che altrimenti costerebbe mesi di scaffale. Gliel'ho fatta, ed ecco la risposta:
Va detto per quello che è, e non di più. L'indice registra i titoli degli articoli, non il loro contenuto: che nessun titolo nomini Monte Porzio non significa che nessuna pagina lo nomini — un paese di duemila anime entra nella storiografia dentro articoli intitolati a una valle, a un monastero o a una signoria, non a sé stesso.
La ricerca dentro il testo, allora. Gli otto volumi di Internet Archive portano il loro OCR in un file di testo scaricabile: otto file, circa nove milioni di caratteri in tutto, e una ricerca che costa un minuto. L'ho fatta.
Nessuno degli otto volumi nomina Monte Porzio. Non «Monte Porzio», non «Monteporzio», e non nessuna delle storpiature che un OCR di questa qualità produce — l'ho verificato cercando anche le forme deformate, perché in questi file «Rimini» è stampato «Kimini» e «Quarto» è «Qiiaiirto», e una ricerca letterale non avrebbe provato niente. Le quaranta occorrenze della sequenza porzio sono tutte «porzione», «proporzione», lo storico napoletano Camillo Porzio e un'iscrizione romana a un M. Porcio.[17]
Anche questo va detto per quello che è. Otto volumi su centotrent'anni di rivista sono un decennio, 1905-1915: quello che ho dimostrato è che in quel decennio Monte Porzio non compare, non che non compaia mai. Ma è una casella in meno da riaprire, ed è di quel genere di verifiche che, non fatte, tornano ogni tre mesi sotto forma di «bisognerebbe controllare».
La stessa ricerca ha trovato dell'altro, e non lo cercavo. Nel volume VIII (1912) c'è un lungo studio di Roberto Marcucci sulla fiera di Senigallia, che è la fiera grande di questa costa, e la valle del Cesano vi compare come retroterra. Non è materia da questa pagina: sta in Le fiere e le forbici, dove le fiere hanno già una storia.
Quello che l'indice dà invece, ed è la ragione per cui questa sezione esiste, è la bibliografia della valle del Cesano — la valle di Monte Porzio. Sei articoli, dall'archeologia al Duecento:
E altri tre, per i quali ho le pagine ma non il volume: l'indice li colloca in sezioni di atti di convegno, e la sonda che ho fatto sul PDF ha restituito intestazioni di volume incoerenti fra loro. Piuttosto che attribuirli a un volume sbagliato li lascio così, con l'avvertenza in chiaro — Ettore Baldetti, Centuriazione e viabilità nelle basse valli del Misa e del Cesano, pp. 313-324 (tavole alle pp. 1317-1319); Pier Luigi Dall'Aglio, La viabilità romana delle medie e alte valli del F. Cesano e del F. Misa, pp. 325-348 (tavole alle pp. 1321-1324); Roberto Bernacchia, L'assetto territoriale della bassa valle del Cesano nell'alto medioevo, pp. 683-714.[16]
Nello stesso indice, per il vicinato immediato: Roberto Bernacchia, Il fenomeno comunale a Mondolfo dal secolo XIII all'epoca albornoziana, pp. 35-59, e — fuori rivista, fra le pubblicazioni registrate — Documenti sforzeschi in Mondavio (Pesaro), Mondavio 1940.[16] Nessuno di questi titoli è stato letto: sono riferimenti verificati nell'indice, non fonti usate. Stanno qui perché il prossimo che cerchi il Medioevo di questa valle sappia da dove cominciare.
Per onestà di ricognizione, e perché non ci torni sopra chi verrà dopo:
429 con quota giornaliera pari a zero. Non è un limite temporaneo di traffico: è la quota di default azzerata. Vale la pena non riprovarci.(31 agosto 2026.) Tutto quello che sta sopra, tranne il paragrafo sulla Federiciana, è un elenco di indirizzi dichiarati nel 1980, con l'avvertenza — scritta in questa pagina fin dal principio — che quarantasei anni sono lunghi. Questa sezione comincia a pagare quel debito da un'altra parte: non chiedendo al libro, ma ai due cataloghi pubblici che descrivono gli archivi italiani. Sono SIAS, che descrive i fondi conservati negli Archivi di Stato, e SIUSA, che descrive gli archivi fuori dagli Archivi di Stato — comuni, parrocchie, famiglie, imprese.
Il risultato è due indirizzi nuovi e un'assenza, e l'assenza è la parte che va spiegata con più cura, perché è facile leggerci dentro una cosa che non dice.
Il fondo «Catasto terreni della provincia di Pesaro e Urbino» è conservato all'Archivio di Stato di Pesaro e Urbino, copre gli anni 1927-1970 e conta 1.485 volumi fra prontuari, registri di partita e tavole censuarie. Fu versato il 7 dicembre 1994 dall'Ufficio tecnico erariale di Pesaro e Urbino, e ha due strumenti di ricerca distinti: un repertorio alfabetico curato nello stesso 1994 dal personale dell'Archivio di Stato, e un inventario sommario di Catia Lucarelli e Arianna Zaffini.[19]
Dentro, la scheda elenca i comuni uno per uno con il loro numero di volumi. La riga che riguarda questo sito, con le due vicine come stanno stampate:
Montelabbate (voll. 12), Montemaggiore al Metauro (voll. 14), Monteporzio (voll. 9), Mercatino Marecchia poi Novafeltria (voll. 33)
Nove volumi di catasto terreni di Monteporzio, novecenteschi, con un inventario e un indirizzo. È il primo indirizzo d'archivio che questa pagina possa dare senza aggiungere «secondo un libro del 1980»: viene dal catalogo del soggetto che le carte le conserva.
Che cosa ci sia dentro lo dice la natura del fondo, non io: il catasto terreni è la mappa della proprietà agricola particella per particella. Chi cerchi chi possedeva che cosa a Monteporzio fra le due guerre e nel dopoguerra — la domanda che questo sito si è già posto per il 1825 e per il 1853 — ha nove volumi da aprire, e sa dove sono.
E il fondo che viene prima ha un nome. Le mappe catastali del 1825 che questo sito cita in più pagine appartengono a un secondo fondo dello stesso Archivio di Stato, il «Catasto pontificio ed italico di Pesaro e Urbino», 1815-1926, 7.700 unità in tutto: 883 registri e 6.817 mappe, ordinato non per comune ma per circondario — Cagli, Fano, Novafeltria, Pergola, Pesaro, Urbino.[20] (Circondario qui è una parola d'archivio e non una circoscrizione dell'epoca: due paragrafi più sotto è spiegato perché.) La scheda non scende ai singoli comuni, e Monteporzio in essa non è nominato: per saperlo bisogna scendere di un livello. Il paragrafo qui sotto lo fa.
Il catalogo dell'Archivio di Stato di Pesaro si può interrogare per parola. Alla parola «Monteporzio» risponde con sei complessi archivistici, e cinque di essi stanno sotto lo stesso ramo: circondario di Pergola.[21]
Il circondario di Pergola del Catasto gregoriano copre il 1815-1926 e conta 579 unità: 78 registri e 501 mappe. Le carte le produsse la Cancelleria del censo di Pergola fino al 1860, e dal 1881 al 1926 l'Ufficio tecnico erariale di Pesaro e Urbino.[22] Si divide in quattro serie, e Monteporzio è nominato in tutte e quattro:
| Serie | Consistenza | Monteporzio | Castelvecchio |
|---|---|---|---|
| Mappe | 501 mappe | sì | sì, e in più «Piaggiolino e Pecorara sezione II di Castelvecchio» |
| Libri dei trasporti rustici | 46 registri | sì | sì |
| Matrici provvisorie del catasto rustico (catastini) | 22 registri | sì | sì, come «Castel Vecchio» |
| Matrici dei possessori | 10 registri | sì | no |
Le prime tre serie elencano venti territori o più; la quarta ne elenca sette soltanto — «Barchi, Fratterosa, Mondavio, Monteporzio, Orciano, Pergola, San Lorenzo in Campo» — e sono i sette che nel 1869 sopravvissero come comuni. Le matrici dei possessori del circondario di Pergola sono l'unica serie del fondo che parla al presente del dopo-1869, e Monteporzio ci sta dentro; Castelvecchio no, perché nel frattempo Castelvecchio aveva smesso di essere un comune. L'ultima frase è una lettura mia dei numeri, non della scheda: la scheda dà gli elenchi e non li spiega.
In quelle liste Castelvecchio è un territorio a sé, accanto a Monteporzio e alla stessa altezza — come lo erano allora, e come li dà anche la statistica pontificia del 1857 citata in Comuni scomparsi. Non è una frazione dentro il catasto del capoluogo: ha le sue mappe e i suoi registri.
Detto tutto questo, resta da chiedersi che cosa sia esattamente un «circondario» in questo fondo: una circoscrizione dell'epoca, dentro la quale Monteporzio stava davvero nel 1825, oppure il modo in cui qualcuno, molto dopo, ha raggruppato le carte? Lo dice la scheda del fondo, in una riga sola:
«La struttura per circondari rappresenta l'accorpamento dato dall'Ufficio tecnico erariale e l'ordinamento fisico in cui è giunta la documentazione in Archivio di Stato.»[20]
Cioè: la divisione in sei è archivistica, non storica. Dire «Monteporzio sta nel circondario di Pergola» dice in quale gruppo di scaffali stanno le sue carte, e non dice nulla su quale fosse la sua circoscrizione nel 1825. È una distinzione che vale la pena tenere ferma, perché la parola circondario è la stessa che dopo l'Unità indica una vera ripartizione delle province, e la somiglianza invita a confonderle.
La stessa scheda spiega anche da dove vengono queste carte: una parte fu versata all'Archivio di Stato nel 1978 dall'Ufficio tecnico erariale di Pesaro e Urbino — 892 registri e 6.163 mappe — e gli inventari sommari dei singoli circondari furono redatti da Concettina Fazio nel 1985. Il raggruppamento, insomma, arriva in archivio già fatto, dall'ufficio che quelle carte le aveva in uso.
E c'è una controprova, che questo sito aveva già in casa senza saperlo. Un circondario di Pergola, nel Regno d'Italia, non è mai esistito. Il Dizionario dei comuni del Regno del 1865, letto per intero in Comuni scomparsi, smonta la provincia di Pesaro e Urbino in due soli circondari — Pesaro e Urbino — e quattordici mandamenti; Pergola e Mondavio vi compaiono come mandamenti, non come circondari, e il mandamento di Pergola sta dentro il circondario di Pesaro.[23]
Sei nomi da una parte, due dall'altra: le due parole «circondario» non indicano la stessa cosa. Quella dell'archivio è una parola da magazzino.
Se poi la ripartizione usata dagli uffici catastali pontifici prima del 1860 avesse o no questa forma, questa pagina non lo sa e non lo scrive. Sa che la struttura del fondo, da sola, non prova né l'una né l'altra cosa.
Se «circondario» è una parola da magazzino, resta la domanda vera: quale ufficio, negli anni Venti dell'Ottocento, disegnò e tenne le carte di Monteporzio? Le schede del sottofondo di Pergola e della sua serie Mappe rispondono, e rispondono con la voce dell'Archivio: quella documentazione «è stata prodotta da» la Cancelleria del censo di Pergola — esistita dal 1819 al 1860, con sede a Pergola — e, per il tratto novecentesco, dall'Ufficio tecnico erariale di Pesaro e Urbino.[24]
Le cancellerie del censo non sono un dettaglio d'archivio: sono l'ufficio periferico che quel catasto lo fece materialmente, ed è possibile datarne la nascita al giorno. Una circolare della Presidenza generale del censo del 17 luglio 1819 le istituì «a decorrere dal 1° ottobre successivo»; una seconda, del 22 settembre 1819, ingiunse loro di farsi consegnare tutte le scritture catastali conservate. Cessarono l'attività «a partire dal 1859 e fino al 1870».[25]
Quella seconda circolare merita di essere tenuta a mente da chiunque cerchi carte di terra anteriori all'Ottocento: l'autunno del 1819 è il momento in cui le scritture catastali di un paese smettono di stare dove stavano e vengono raccolte in un ufficio solo. Molto di ciò che oggi si chiede a Pesaro ha fatto quel viaggio allora.
E c'è un secondo modo, indipendente dal primo, di vedere che i sei circondari sono scaffali. Le cancellerie del censo della provincia, elencate dal profilo istituzionale, sono sette: Cagli, Fano, Fossombrone, Pergola, Pesaro, San Leo, Urbino.[25] I circondari in cui il fondo è diviso sono sei: Cagli, Fano, Novafeltria, Pergola, Pesaro, Urbino.[20] Le due liste non coincidono né nel numero né nei nomi — Fossombrone c'è come ufficio e non come scaffale; Novafeltria è uno scaffale e non fu mai una cancelleria. Non serve altro: la geografia degli uffici dell'Ottocento e quella del magazzino non sono la stessa geografia.
La descrizione del fondo promette qualcosa di più antico del gregoriano: vi è compresa, dice, «una parte del catasto piano».[20] Per questo sito sarebbe una porta verso il Settecento della terra. In questo catalogo, per Monte Porzio, la porta non si apre.
L'unico catasto piano che il catalogo dell'Archivio di Stato di Pesaro descriva per esteso sta in un fondo a sé: il Catasto di Cagli, detto in Archivio anche «Catasto vecchio di Cagli», 1573-1878, 53 registri, prodotto dalla Comunità di Cagli fino al 1860 e poi dall'Ufficio distrettuale delle imposte dirette. Comprende «i registri del catasto, gli estimi, gli appassi, il catasto Piano del territorio comunale di Cagli, del suo contado» e di quattordici località — fra cui Apecchio, Cantiano, Frontone, Piobbico, Sant'Angelo in Vado. Monteporzio non c'è, e non c'è Castelvecchio: è l'altra parte della provincia, un'altra valle.[26]
Anche le carte pre-gregoriane finite dentro il fondo del gregoriano portano nella stessa direzione: catastini primitivi, catastini di variazione e brogliardi il fondo li conserva per il solo circondario di Cagli, versati nel 1978 dall'Ufficio delle imposte dirette di Cagli «insieme al catasto comunale di Cagli».[20] Per il circondario di Pergola — dove stanno le carte di Monteporzio — le serie sono quattro, e sono tutte gregoriane.[22]
Il risultato è negativo, e si scrive perché a qualcuno risparmia un viaggio: nel catalogo dei fondi dell'Archivio di Stato di Pesaro e Urbino non compare un catasto di Monte Porzio o di Castelvecchio anteriore al 1815. Con l'avvertenza che vale per ogni assenza da un elenco: quel catalogo descrive i fondi di quello istituto, e non dice nulla su ciò che può trovarsi in un archivio comunale, in uno parrocchiale o a Roma.
Vale la pena guardare come il catalogo scrive gli stessi nomi in quattro schede consecutive dello stesso fondo: «Castelvecchio» e «Castel Vecchio»; «Sant'Andrea di Suasa» e «Sant'Andra»; «Torre San Marco» e «Torre Marco»; «San Lorenzo in Campo» e «San Lorenzo»; «Orciano di Pesaro» e «Orciano». Monteporzio, per una volta, è sempre scritto uguale, e sempre attaccato.
Non è pignoleria: chi cerca in un catalogo cerca una stringa, e questa pagina esiste anche per dire a chi cerca che lo stesso posto, nello stesso fondo, può avere quattro grafie. Una ricerca per «Castel Vecchio» e una per «Castelvecchio» non danno gli stessi risultati.
I territori del circondario catastale di Pergola sono in buona parte comuni soppressi nel 1869: Fenigli, Monterolo, Montesecco, Montevecchio, Montalfoglio, San Vito, Torre San Marco, Montebello Metaurense, Sant'Andrea di Suasa — nomi che questo sito ha già letto uno per uno nel testo dei regi decreti, in Comuni scomparsi. Il catasto gregoriano, cioè, è organizzato su una geografia che il 1869 ha cancellato.
Viene la tentazione di usare questa lista per sciogliere i nomi accorciati dell'elenco di Mondavio qui sotto — «Fratte», «Montebello», «Torre», «Sant'Andrea». Non si può, e vale la pena dire perché. Delle undici del mandamento di Mondavio, quattro (Monte Maggiore, Piagge, San Giorgio, Sorbolongo) nel circondario catastale di Pergola non ci sono affatto. Le due liste sono due tagli diversi della stessa campagna — uno di polizia, uno di catasto — e si sovrappongono solo in parte: un nome dell'una non si legge attraverso l'altra.
Il sesto complesso è un fondo a sé: «Catasto fabbricati del circondario di Pergola», 1875-1961, 395 unità — 288 mappe, 20 registri, 87 volumi — versato il 24 gennaio 1991 dall'Ufficio distrettuale delle imposte dirette di Fano, che ne era erede dopo la soppressione di quello di Pergola (decreto del Ministro delle finanze del 29 dicembre 1988). Inventario sommario di Concettina Fazio, 1993. Le località sono otto, e Monteporzio è una di esse.[27]
Dove il catasto terreni dice chi possedeva quali campi, il catasto fabbricati dice chi possedeva quali case. Per Monteporzio, fra il 1875 e il 1961, sta a Pesaro.
E una data che questo sito usa da settimane trova finalmente il suo contesto. La scheda del soggetto produttore «Cancelleria del censo» racconta che il catasto voluto da Pio VII nel 1816 e regolato dal motuproprio del 3 marzo 1819 fu «attivato provvisoriamente nel 1825» e ultimato nel 1835, sotto Gregorio XVI — da cui il nome di gregoriano. Furono mappe al duemila, disegnate con il rilievo particellare di metodo napoleonico.[28]
Le mappe «Anno 1825» che Il centro storico legge nel volume del 1980 non portano dunque una data qualsiasi: portano l'anno dell'attivazione provvisoria, cioè l'anno in cui quel catasto cominciò a funzionare pur non essendo finito. Non l'anno in cui entrò in vigore: quello è il 1835, e la scheda del fondo lo dice con parole ancora più nette — il catasto fu «promosso nello Stato della Chiesa da Pio VII nel 1816 ed attivato da Gregorio XVI nel 1835».[20]
Il fondo delle mappe ha cinque strumenti di ricerca, e uno serve esattamente a chi arriva con in mano il nome di un paese. Si chiama «Elenco alfabetico delle mappe pontificie di Pesaro e Urbino», fu redatto in Istituto intorno al 2010, ed è un «elenco alfabetico delle mappe per località, con indicazione della collocazione fisica e del circondario di riferimento». La scheda aggiunge tre parole che valgono più di tutto il resto: «valido per la richiesta di consultazione».[29]
Le possibilità sono due e la pagina non sa scegliere: o sono due strumenti diversi del medesimo anno, o è lo stesso strumento schedato due volte, una volta con il nome di chi lo compilò e una volta senza. Chi ci va, allo sportello conviene che li nomini tutti e due.
Quell'elenco non è in rete. È un foglio che sta a Pesaro. Ma adesso ha un nome, e chi voglia il numero esatto delle mappe di Monteporzio e di Castelvecchio sa che cosa chiedere allo sportello invece di chiedere «le mappe del 1825».
SIUSA descrive la Delegazione di pubblica sicurezza di Mondavio, ente nato con la legge di pubblica sicurezza del 13 novembre 1859 e cessato con quella del 20 marzo 1865, quando le sue funzioni passarono ai sindaci. Il Delegato, nominato nel 1861, risiedeva a Mondavio, «capoluogo del mandamento», e i comuni del mandamento erano questi:[30]
Barchi, Fratte, Montebello, Monte Maggiore, Monte Porzio, Orciano, Piagge, Sant'Andrea, San Giorgio, Sorbolongo e Torre
Undici comuni, e Monte Porzio è uno di essi. Per sei anni, dunque, le liti, le sparizioni, i furti, la sorveglianza degli «oziosi» e dei movimenti politici, le licenze di caccia e di pubblico esercizio di questo paese passarono da un ufficio di Mondavio — e le carte che ne restano non stanno né in comune né in parrocchia.
Quella lista, letta con gli occhi di questo sito, dice anche un'altra cosa e non è archivistica: di quegli undici comuni, oggi la maggioranza non esiste più come comune autonomo. È la stessa vicenda di cui si occupa Comuni scomparsi, vista da un elenco del 1861 che non sapeva di essere una fotografia prima della caduta.
E la lista dei comuni va presa per quello che è: una lista di undici nomi brevi, in cui «Fratte» sarà Fratte Rosa, «Sant'Andrea» Sant'Andrea di Suasa, «Torre» un Torre che non ho identificato. Non li sciolgo io. Un nome accorciato in un elenco amministrativo non è un comune identificato — è esattamente il genere di passo che questo cantiere ha sbagliato tre volte in tre giorni.
L'archivio storico comunale di Monteporzio — quello che Polverari chiama «centro principale della raccolta dei documenti» dopo la fine del feudo, e da cui vengono il processo del 1770, il cimitero del 1810 e l'inventario del 1829 trascritti in fondo al suo libro — non risulta descritto in SIUSA, e non compare nell'elenco degli archivi storici marchigiani dichiarati di interesse culturale tenuto dalla Soprintendenza archivistica e bibliografica delle Marche, aggiornato al 5 maggio 2026.[31]
Questa è la frase che va scritta con attenzione, perché la lettura sbagliata è la più naturale. Non vuol dire che quell'archivio non esista, e non vuol dire che non sia tutelato.
L'elenco della Soprintendenza raccoglie le dichiarazioni di interesse culturale, e una dichiarazione serve per le cose di proprietà privata. Gli archivi di un comune sono un'altra categoria: il Codice dei beni culturali stabilisce che «sono beni culturali» — di diritto, senza bisogno di alcuna dichiarazione — «gli archivi e i singoli documenti dello Stato, delle regioni, degli altri enti pubblici territoriali, nonché di ogni altro ente ed istituto pubblico».[32] Un comune è un ente pubblico territoriale. Il suo archivio è bene culturale perché è suo, non perché qualcuno l'abbia dichiarato: cercarlo in una lista di dichiarazioni è cercarlo nel posto sbagliato, e trovarlo assente è la normalità, non una notizia.
Quello che l'assenza da SIUSA dice, invece, è più modesto e più vero: nessuno ha pubblicato lì una descrizione di quell'archivio. Molti archivi comunali marchigiani in SIUSA ci sono, con la loro scheda e a volte con l'inventario; quello di Monte Porzio, al 31 agosto 2026, no. Non so se manchi la descrizione o manchi l'inventario che la precede.
Per chi legge, la conseguenza pratica è una sola. Le carte comunali di Monteporzio non si raggiungono da un catalogo: si raggiungono chiedendo al Comune. Questo sito non lo farà — non contatta enti (è una regola del cantiere, scritta prima di questa pagina) — ma chi non ha quel vincolo sì.
Da un libro solo, e secondario: il volume di Alberto Polverari del 1980. Le pagine 21-23 («Nota sugli archivi») e 19-20 («Opere e fonti inedite») sono dichiarazioni dell'autore su dove ha lavorato, non documenti d'archivio: si citano come tali, e ogni frase qui sopra è attribuita a lui. Non vengono dal libro: le affermazioni sul fondo 19 della Biblioteca Federiciana e sull'indirizzo di via Castracane, che vengono rispettivamente dal sito del sistema bibliotecario di Fano e dalla scheda SIUSA, consultati il 12 agosto 2026; la sezione sulle carte digitalizzate, che ha le sue fonti in nota; e tutta la sezione «Gli indirizzi di oggi», che non usa Polverari affatto e viene dai cataloghi SIAS e SIUSA, dalla Soprintendenza archivistica delle Marche e dal Codice dei beni culturali, consultati il 31 agosto 2026. Le altre pagine che usano questo volume sono la storia di Monteporzio, Castelvecchio, il centro storico, Piaggiolino, le carte di Firenze, lo stato d'anime del 1769, il processo del 1770, Andrea Renzi, il cimitero del 1810 e la chiesa di San Michele.
bibliotecafedericianafano su Internet Archive: https://archive.org/details/bibliotecafedericianafano — interrogata il 19 agosto 2026, 548 pezzi. I singoli oggetti portano come caricatore l'indirizzo federiciana@comune.fano.pu.it, cioè la biblioteca stessa, e la licenza dichiarata è il pubblico dominio (CC PDM 1.0). Il numero è quello restituito dal motore di ricerca dell'archivio quel giorno, e può crescere.MsFederici40: https://archive.org/details/MsFederici40 — scheda consultata il 19 agosto 2026. Di questo manoscritto ho letto la sola scheda di catalogo: le 416 immagini non sono state aperte, e che dentro ci sia lo stemma dei Montevecchio è una supposizione ragionevole, non un fatto verificato.sources/cache/codice-san-gaudenzio.pdf. Sezione «Opere manoscritte e cartografiche», pp. CCXV-CCXVII del volume (pagina fisica del PDF = numero romano). Quelle pagine non hanno testo estraibile: il carattere del PDF è privo di mappa Unicode e l'estrazione dà spazzatura, per cui sono state rese a immagine con gs -r150 (sources/cache/csg-om-215.png, csg-om-216.png, csg-om-217.png) e lette a vista il 22 agosto 2026. Le citazioni fra virgolette basse sono trascritte da quelle immagini. La sezione si chiude a p. CCXVII: la p. CCXVIII è bianca e l'elenco delle Sigle comincia a p. CCXIX.sources/cache/csg-p219.png, csg-sigle-220.png, rese con gs e lette a vista il 21 e il 22 agosto 2026; stesso carattere senza mappa Unicode). Corretto il 23 settembre 2026: «ACS = Archivio Storico del Comune di Senigallia» sta a p. CCXIX; «ASP = Archivio di Stato di Pesaro», «AVS = Archivio Vescovile di Senigallia», «BCS = Biblioteca Comunale di Senigallia» e «BCOV = Biblioteca Comunale di Ostra Vetere» stanno tutte a p. CCXX — la riverifica del 23 settembre 2026 contro le immagini in cache ha trovato ASP sulla pagina sbagliata (p. CCXIX invece di CCXX), unico errore su tutta la nota. Si noti che l'edizione del 2006 scrive «Archivio Vescovile» dove Polverari nel 1980 scrive «cancelleria vescovile»: che siano due nomi dello stesso deposito o due uffici distinti della stessa curia, da qui non si distingue, e non lo do per deciso. Quello che si può dire è che i codici elencati hanno gli stessi nomi e stanno nella stessa curia di Senigallia.sources/cache/csg-p206.png, csg-p207.png, rese con gs e lette a vista il 22 agosto 2026; stesso carattere senza mappa Unicode del resto del blocco). Le due voci del 1979 sono, nell'ordine di stampa: «A. P OLVERARI, Senigallia nella storia.1. Evo Antico, Senigallia 1979» (ultima riga di p. CCVI) e «A. P OLVERARI, Le pievi nel Senigalliese, in Marche 1979, I, pp. 429-468» (prima riga di p. CCVII). La disambiguazione qui proposta poggia solo sul numero di pagina citato dall'edizione (p. 7), che è incompatibile con un contributo che comincia a p. 429: è un argomento, non una verifica. La stessa sequenza contiene anche «A. P OLVERARI, Cronotassi dei vescovi di Senigallia, Fano 1992» e i volumi 2, 3 e 4 di Senigallia nella storia (1981, 1985, 1991), nessuno dei quali è stato visto da questo sito.sources/cache/csg-bibl-197.png, resa con gs -r170 e letta a vista il 22 agosto 2026: anche questa pagina appartiene al blocco senza testo estraibile). Trascrizione della voce per intero: «G. F. F ERRARI, Il Codice Vaticano latino n. 8109 della Biblioteca Apostolica Vaticana. Cronaca di Senigallia… nella copia del nipote G. Bartolomeo Moioli, a cura di C. M. Marti, Roma 1976». I puntini sono dell'edizione, non miei. Il libro non è stato visto: di lui questo sito conosce soltanto questa riga.sources/cache/csg-om-216.png, resa con gs e letta a vista il 22 agosto 2026). La scheda è riportata qui per intero, comprese le due parentesi che la citazione della tabella qui sopra abbreviava. L'identificazione dell'«ediz. ms. romano, cit.» con la voce Ferrari 1976 della bibliografia poggia su tre cose: è l'unica edizione di un Ferrari nel volume, il manoscritto che pubblica è romano (Biblioteca Apostolica Vaticana) e il «cit.» rimanda a qualcosa che nel volume dev'essere già stato citato per esteso. È un argomento, non una verifica.http://digitale.bnc.roma.sbn.it/tecadigitale/ricerca?searchType=avanzato&searchTypology=periodico&searchPlace=Pesaro&year_from=1800&year_end=1910 (e le stesse interrogazioni con searchPlace=Fano, Senigallia, Sinigaglia, Urbino, Ancona) — consultate il 18 agosto 2026. Le cifre della colonna «Oggetti» sono il contatore «Oggetti trovati» della teca; i titoli sono quelli dei record restituiti. Un avvertimento tecnico per chi ripeta la prova: la teca risponde su http, mentre su https la connessione cade in timeout. Il filtro è sul luogo di stampa dichiarato nel record, quindi una testata catalogata sotto un luogo diverso sfuggirebbe al conto: la tabella dice che cosa la teca restituisce a questa interrogazione, non che cosa esiste al mondo.title:(atti e memorie) AND (deputazione) AND (marche) — dieci risultati, il 18 agosto 2026. Sono le digitalizzazioni della University of Toronto; su Internet Archive il testo OCR è indicizzato e cercabile, cosa che la teca della BNCR non offre. Aperti uno per uno lo stesso giorno, i dieci si riducono a otto. (a) Nove hanno identificativo attiememoriedepuNNdepuuoft, ma NN salta il 05: attiememoriedepu05depuuoft non esiste — la richiesta del file restituisce un errore e archive.org/metadata/ per quell'identificativo restituisce un oggetto vuoto, che è il modo in cui Internet Archive dice «non c'è». (b) Il decimo risultato, attiememorie00marcgoog, è la rivista della Deputazione per l'Emilia e la Romagna. (c) E attiememoriedepu01depuuoft, che il catalogo dà per marchigiano, è anch'esso romagnolo: il frontespizio dice Atti e memorie della Regia Deputazione di storia patria per le provincie di Romagna, anno primo, Bologna 1862, e il contenuto è emiliano (Modena, la Garfagnana, i Campori, i Rangoni). Nel volume la parola «Marche» non compare mai come regione: le ventinove occorrenze della radice sono tutte «marchese». Il catalogo, qui, è sbagliato; lo annoto perché chiunque rifaccia questa ricerca ci ricascherà. Restano gli otto marchigiani, letti al frontespizio: Nuova Serie vol. II (Ancona 1905), III (1906 — l'OCR del frontespizio legge «1900», ma il volume è fitto di date fino al 1906), IV (1907), VI (1909-1910), VII (1911-1912), VIII (1912), IX (1913), X (fasc. I, gennaio-aprile 1915).sources/cache/. È l'indice generale ufficiale della rivista, pubblicato dalla Deputazione stessa: fonte primaria per il contenuto della rivista, non per i fatti che la rivista racconta. Le citazioni qui sopra sono trascritte dal testo estratto dal PDF; la ricerca delle parole «Monte Porzio», «Monteporzio» e «Castelvecchio» sull'intero file dà zero occorrenze.*_djvu.txt scaricati da Internet Archive, copia in sources/cache/attiememorie/. Sono il testo OCR grezzo delle scansioni, non una trascrizione controllata: la qualità è bassa e va tenuto presente in entrambe le direzioni — può nascondere un'occorrenza deformandola, ed è per questo che ho cercato anche le forme approssimate (Por[zcst][ijl]o, Portii, Monte ?Por…), ma non può inventarne una che non c'è. Il risultato è un'assenza, e un'assenza dimostrata su un OCR resta un'assenza probabile, non certa. Le sole occorrenze della radice porzio sono, in tutti e otto i volumi, parole comuni («porzione», «proporzione», «sproporzionato»), il nome dello storico cinquecentesco Camillo Porzio citato in bibliografia, e la lettura di un'iscrizione romana, «M. Porcio M. L. Protae»."atti del consiglio provinciale" pesaro: zero risultati — https://www.internetculturale.it/it/16/search — interrogata il 18 agosto 2026. Il portale indicizza anche il catalogo OPAC SBN (la stessa interrogazione per creatore «Pesaro e Urbino \sources/cache/, solo il suo titolo compariva nella pagina dei risultati di ricerca ([21]). Riscaricata l'8 settembre 2026, copia in sources/cache/sias-418434-catasto-terreni-provincia.html. Da lì: estremi cronologici 1927-1970, consistenza 1.485 volumi, versamento dell'Ufficio tecnico erariale di Pesaro e Urbino del 7 dicembre 1994, «repertorio alfabetico a cura del personale dell'Archivio di Stato di Pesaro» e, separatamente, inventario sommario di Catia Lucarelli e Arianna Zaffini — sono due strumenti di ricerca distinti elencati uno dopo l'altro nella scheda, non uno solo. La riga dei comuni è trascritta come sta nella scheda, compreso il «Mercatino Marecchia poi Novafeltria» che segue Monteporzio fuori dall'ordine alfabetico. Corretto il 23 settembre 2026: il testo diceva «contenuto identico... cifra per cifra e nome per nome» e non lo era. La riverifica ha trovato due scarti veri contro la scheda: la descrizione del fondo diceva «brogliardi» dove la scheda scrive «prontuari» (parola diversa: un brogliardo e un prontuario sono due tipi di registro catastale distinti), e il corpo del testo attribuiva a Lucarelli e Zaffini anche il «repertorio alfabetico», che nella scheda è invece un secondo strumento di ricerca, senza autore nominato, curato nel 1994 dal personale dell'Archivio di Stato. Fonte primaria sul proprio fondo, e su nient'altro: dice che cosa l'Archivio di Stato conserva, non che cosa c'è scritto dentro.RicProgetto=as-pesaro), https://sias-archivi.cultura.gov.it/cgi-bin/pagina.pl?RicSez=complessi&RicFrmRicSemplice=Monteporzio&RicVM=ricercasemplice&RicProgetto=as-pesaro — eseguita il 31 agosto 2026: sei complessi archivistici, zero soggetti produttori. I sei sono il catasto terreni provinciale, il catasto fabbricati del circondario di Pergola e le quattro serie del circondario di Pergola del catasto gregoriano. La grafia della ricerca conta: «Monteporzio» attaccato è la forma che usa questo catalogo.sources/cache/diz1861-comuni.pdf; lettura, resa a 400 dpi e collaudo delle somme sono descritti per esteso in Comuni scomparsi. Consultato il 18 agosto 2026, rimesso in relazione con il catasto il 31 agosto 2026.Chiave=418199) e la sua serie Mappe (Chiave=418200), schede SIAS già citate — rilette il 31 agosto 2026 per il solo campo «La documentazione è stata prodotta da», che in entrambe porta due nomi: Cancelleria del censo di Pergola e Ufficio tecnico erariale - UTE di Pesaro e Urbino. È l'attribuzione dell'Archivio a un complesso di carte, non una dichiarazione sulla circoscrizione di Monteporzio: in pagina è citata come tale.sources/cache/siusa-25023-mondavio-pubsic.html (la pagina non era stata salvata allora: rifatta e verificata parola per parola l'8 settembre 2026, stesso contenuto). Estremi 1859-1865, sede Mondavio (Pesaro e Urbino); istituzione con la legge di pubblica sicurezza del 13 novembre 1859, cessazione con quella del 20 marzo 1865, Delegato nominato nel 1861 e residente a Mondavio, «capoluogo del mandamento» — non «quale capoluogo del mandamento» come questa pagina scriveva fino all'8 settembre 2026: la scheda non ha quella parola, e la citazione fra guillemets va riscritta su quella sola. L'elenco degli undici comuni è trascritto letteralmente. La scheda dichiara un complesso archivistico prodotto con lo stesso nome, ma l'istituto che lo conserva non è stato verificato da qui e per questo non è scritto in pagina.sources/cache/sabmar-elenco-dichiarati.html; la pagina si dichiara aggiornata al 5 maggio 2026 (stessa data, confermata). È una tabella con le colonne «archivio dichiarato», tipologia, data della dichiarazione, numero di repertorio, soggetto conservatore e note. Nessuna voce riguarda il comune di Monte Porzio (PU), confermato anche nella copia dell'8 settembre. Un'incertezza dichiarata: la tabella scaricata ha 84 righe sotto un'unica intestazione «ANCONA» e nessun'altra intestazione di provincia — non so se sia la struttura vera della pagina (l'elenco delle dichiarazioni della sola provincia di Ancona, nonostante il titolo «nelle Marche») o un limite di come l'ho letta. Non cambia la conclusione — Monte Porzio (PU) non compare in nessuna delle 84 righe scaricate — ma la scrivo perché chi rilegge sappia che non ho capito fino in fondo la forma della tabella. Che cosa questa assenza significhi — e che cosa non significhi — è discusso nel testo: si tratta di un elenco di dichiarazioni, e gli archivi degli enti pubblici non ne hanno bisogno.sources/cache/normattiva-dlgs42-2004-art10.html, stesso testo, https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:2004-01-22;42~art10. La lettera b) elenca fra i beni culturali «gli archivi e i singoli documenti dello Stato, delle regioni, degli altri enti pubblici territoriali, nonché di ogni altro ente ed istituto pubblico». La conseguenza tratta nel testo — che un archivio comunale non ha bisogno di dichiarazione per essere bene culturale — è la lettura ovvia di questo articolo messo accanto al fatto che l'elenco della Soprintendenza raccoglie dichiarazioni; è un ragionamento mio su un testo di legge, non una frase di un giurista.