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Un cimitero solo per due paesi, 1810

Il Consiglio comunale ne voleva due, uno per parrocchia. Il Vice Prefetto del Regno Italico disse di no — «non economica ma gravosa ai Possidenti» — e ne impose uno solo, in un campo attraversato per mezzo dal confine fra i due paesi.

Ultima verifica: 3 ottobre 2026.

Monte Porzio (PU), non Monte Porzio Catone (RM). Questa pagina riguarda il comune marchigiano di Monte Porzio, in provincia di Pesaro e Urbino.

Nell'autunno del 1810 Monteporzio e Castelvecchio sono un comune solo da due anni, per decisione di Napoleone, e non hanno ancora smesso di essere due paesi. Un documento di poche righe mostra il punto esatto in cui la cosa si vede: la costruzione del cimitero.

Il Consiglio comunale ne aveva deliberati due, uno per ciascuna delle due parrocchie. Il Vice Prefetto li ha negati e ne ha imposto uno, e il luogo scelto per il cimitero unico è un campo attraversato per mezzo dal confine fra i due paesi.

Il documento

Sta nell'archivio comunale di Monteporzio, cartella 5, ed è trascritto per intero nell'appendice del volume di Alberto Polverari del 1980.[1] Questa è la trascrizione, che qui si riporta intera perché è corta:

«Adì 1° Ottobre 1810.

Proclamata la Deputazione de Sanità ecc.

Il Signor Presidente ha fatto estensibbile una lettera del Vice Prefetto dei 15 Settembre p(assato) p(rossimo) N° 1132 con la quale gli ha ingiunto di far compilare altra perizia per i lavori di un altro Cemetero a commodo degli abitanti dei due Comunelli, non ammettendo egli la fabbricazione di due distinti Cemeteri nelle rispettive Parrocchie siccome evidentemente non economica ma gravosa ai Possidenti e come era stato adottato dal Consiglio Comunale nella seduta del 10 Settembre scorso. Ha inoltre esibita una nuova Perizia fatta sotto il presente governo, indicando che il luogo scelto per la fabricazione in discorso è quello di una porzione del Campo di Catalani, Cesaroni e Marcucci per dove passa per mezzo il confine di Monteporzio e Castelvecchio e resta in una posizione commoda agli abitanti dei due Paesi. I Signori Deputati approvano di buon grado quanto era stato agito dal Signor Sindaco Presidente di contro la lettera del prelodato Signor Vice Prefetto e vedendo che la perizia è stata notabilmente ribassata e che si è avuto perciò un vantaggio a pro de Censiti e sono state esaurite le disposizioni del Signor Vice Prefetto, risolvettero di accettarla e demandarono che dal Signor Sindaco suddetto fosse esibita al Consiglio Comunale comprendendone la spesa nel preventivo.»[1]

Che cosa c'è scritto

Sei cose, e nessuna è un'interpretazione.

La cornice: chi era il Vice Prefetto

Nel 1808 le Marche sono annesse al Regno Italico e divise in tre dipartimenti; Monteporzio con Castelvecchio entra nel «Regno d'Italia — Dipartimento del Metauro — Distretto e Cantone di Sinigaglia». Polverari segnala due fatti come fondamentali per la storia locale: la soppressione del feudo dei conti di Montevecchio e l'unione di Monteporzio e Castelvecchio.[2] Il Vice Prefetto che scrive la lettera n. 1132 è un funzionario di quell'ordinamento, e il documento qui sopra è il modo in cui quell'ordinamento arriva in un comune di millecinquecento anime (la cifra è qui sotto): per posta, con un numero di protocollo, e con l'ultima parola.

Il «Signor Presidente» del documento non è nominato. A nominarlo è Polverari, in un punto solo: la parentesi con cui apre il regesto di questo documento nell'Appendice — «Il Presidente (del Consiglio Comunale di Monteporzio, il Signor Antonio di Montevecchio)».[1] Il capitolo, che pure racconta la seduta del 1° ottobre, lì non fa nomi.[2] Se l'identificazione regge, allora due anni dopo la soppressione del feudo un Montevecchio è ancora al vertice dell'amministrazione, ma come presidente di un consiglio e non più come signore del luogo.

Ed è un "se" che va detto: lo stesso libro, nel capitolo sulla famiglia, fa morire Antonio di Montevecchio nell'aprile 1810 — cioè cinque mesi prima di questa seduta.[3] O è sbagliata quella data, o è sbagliata questa parentesi; il documento, che non fa nomi, non aiuta a scegliere. La contraddizione è smontata per intero in Il generale morto in Crimea, che è la pagina del figlio. Nel marzo di quello stesso 1810 don Giovanni de Santi risulta suo «Procuratore»; il 18 ottobre, diciassette giorni dopo questa seduta, il sindaco è Giacomo Beliardi e «in rimpiazzo» di Antonio di Montevecchio «defonto» vengono eletti Rinaldo di Montevecchio e Pelinga Piermaria.[2]

La data della lettera del Vice Prefetto non è la stessa nelle due parti del libro. Il regesto dell'edizione scrive «una lettera del Vice Prefetto del 15 settembre 1809». Il documento trascritto scrive «dei 15 Settembre p(assato) p(rossimo)» e non porta l'anno; poche righe dopo cita la seduta del Consiglio comunale «del 10 Settembre scorso», anch'essa senza anno. Da qui non posso decidere: l'anno 1809 è un'aggiunta di chi ha compilato il regesto, e non so su che cosa si fondi. Se è giusto, fra l'ordine del Vice Prefetto e l'accettazione della perizia è passato più di un anno; se la lettera è invece del settembre 1810, sono passate due settimane. Le due letture sono tutte e due coerenti con il testo, e la differenza non è piccola.

Le due date sono state rilette sull'immagine della pagina resa dal PDF a 300 punti per pollice: «1809» e «p(assato) p(rossimo)» sono stampate così. La discordanza è dell'edizione, non della mia lettura.

Quante persone doveva servire

Il documento nomina i «due Comunelli», le «rispettive Parrocchie» e i «due Paesi», e non dice mai quanti fossero. Il numero esiste, ed è dello stesso anno: nel 1810 il Regno Italico censì il Dipartimento del Metauro, e la riga di Monteporzio dà 1.524 abitanti, con la nota «Con Castelvecchio».[4]

ComuneAbitantiDiff. 1782note
Mondolfo3.435+133Con Stacciola
San Costanzo3.035+269Con Cerasa
Monteporzio1.524+210Con Castelvecchio

La tabella e il documento dicono la stessa cosa in due lingue diverse. Il Vice Prefetto rifiuta «la fabbricazione di due distinti Cemeteri nelle rispettive Parrocchie»; la statistica dello stesso governo, nello stesso anno, conta i due paesi come un numero solo. Due parrocchie, due paesi, un comune — e quindi un cimitero, per circa millecinquecento persone.

È anche il primo censimento di questa serie in cui Monteporzio e Castelvecchio non hanno due numeri: nel 1769 il censimento dello Stato della Chiesa ne dà 577 e 674, nel 1782 608 e 706, ciascuno con la sua riga e la sua nota («Luogo baronale» l'uno, «Appodiato a Mondolfo» l'altro).[4] Nel 1810 la riga è una sola. Fra il 1782 e il 1810 la popolazione dei due paesi messi insieme cresce di 210 persone in ventotto anni, da 1.314 a 1.524.

I due numeri del 1769 sono cifre di censimento, e vanno lasciati tali. Fra il 24 agosto e il 3 settembre 2026 questo cantiere ha contato riga per riga lo stato d'anime parrocchiale dello stesso anno, che l'edizione di Polverari trascrive per intero: le persone elencate sono 572 a Monteporzio e 676 a Castelvecchio, non 577 e 674. Il 577 è l'ultimo numero d'ordine di un elenco in cui il pievano salta cinque numeri; il 674 è l'ultimo numero d'ordine di un elenco in cui il compilatore ne ripete tre e ne dimentica due, tanto che l'edizione annota in fondo «Il numero esatto è 676». I conti stanno in Le anime del 1769.

Il censimento civile del 1769, cioè, stampa per tutti e due i paesi esattamente l'ultimo numero d'ordine dei due elenchi parrocchiali. È una coincidenza che salta agli occhi e non è una prova: che il censimento dello Stato della Chiesa abbia copiato quelle liste — o che le due carte risalgano a un conteggio comune — è la spiegazione che viene in mente per prima, e non l'ho documentata da nessuna parte. Qui i due numeri restano quello che sono: le cifre che il censimento stampa, riportate come le stampa.

Un controllo che poteva fallire. La colonna «Diff. 1782» non è un dato d'archivio: è una sottrazione fatta dal curatore fra due tabelle del suo stesso libro — si vede perché dove manca il termine di paragone la casella dice «n.d.», e nel censimento del 1736 la riga di Monte Portio è vuota. Il conto si può dunque rifare, e per tre righe su tre torna al numero esatto:

Questo prova una cosa sola, ma non piccola: la nota «Con Castelvecchio» è vera in aritmetica, non è un'etichetta messa a occhio. Il differenziale è calcolato contro la somma delle due comunità del 1782, non contro Monteporzio da solo — se lo fosse, direbbe +916. Non prova invece che 1.524 sia un conteggio giusto: quello dipende da chi contò nel 1810, e non è questa tabella a dirlo.

Il libro del 1906, che adesso è stato letto

Fino all'11 agosto 2026 questa pagina dichiarava, in un riquadro, che la cifra di 1.524 era lontana tre passaggi da chi contò: il volume del 2023 non ha letto il censimento, lo prende in nota da Francesco Corridore, La popolazione dello Stato romano (1656-1901), Roma 1906, «Censimenti pag. 252-254». Quel libro è stato cercato per autore e titolo, trovato e letto.[5] Dice tre cose che di seconda mano non si vedevano.

La cifra è la stessa: 1524. Il curatore del 2023 ha trascritto bene, e questo era un controllo che poteva fallire.

La nota «Con Castelvecchio» non è una nota: è una colonna. Nel volume del 1906 non c'è nessuna postilla. C'è una tabella a tre colonne — Comuni, Aggregati, Abitanti — e le righe di questa zona si leggono così:

ComuniAggregatiAbitanti
MondolfoStacciola3435
S. CostanzoCerasa3035
MonteporzioCastelvecchio1524
Tomba—1262
Monterado—1002
RipePorcozzone1798

Castelvecchio, cioè, non è un chiarimento aggiunto da chi ricopiava: è il posto che la fonte gli assegna. Monteporzio è Comune, Castelvecchio è Aggregato, e il numero è uno solo per la coppia — con Mondolfo, San Costanzo e Ripe trattati allo stesso modo, ciascuno con il suo aggregato e un totale unico. Il documento del cimitero parla di «due Comunelli» e di «rispettive Parrocchie»; la statistica dello stesso governo scrive gli stessi due paesi su una riga e mezza, e li somma.

E il documento ha un nome, una data e una firma. Non è una tabella anonima: Corridore la stampa come «DOCUMENTO VIII — Anni 1810-1811», intitolata Statistica del Dipartimento del Metauro formata dal cessato governo Italico la cui distrettuazione esisteva nel 1810, ed è preceduta dalla lettera con cui fu trasmessa. La lettera è datata Ancona 8 settembre 1816, è indirizzata al «Monsignor Tesoriere Generale, Roma» ed è firmata Ludovico Gazzoli. Dice di rassegnare la statistica del «già Dipartimento del Metauro formata dall'estinto governo, come esisteva la distrettuazione negli anni 1809-1810, giacché col primo del 1811 venne variata con la segregazione delle Comuni del Montefeltro».

Cioè: questi numeri esistono ancora perché il governo pontificio, tornato, si fece consegnare le carte di quello francese che se n'era andato.

Quello che la pagina del 1906 non dice è quando furono contate le persone. Il titolo del documento data la distrettuazione — la ripartizione amministrativa — agli anni 1809-1810, e Corridore intesta la tabella «Anno 1810». La lettera che la accompagna è del 1816 e chiama la statistica «formata dal cessato governo», senza dire in che mese o anno la rilevazione fu fatta. Sulla riga di Monteporzio, quindi, «1810» è la data che il volume del 1906 assegna al documento, non una data letta accanto alla cifra.

Per questa pagina cambia poco — il documento del cimitero è del 1° ottobre 1810 e il confronto regge comunque — ma è la differenza fra «nel 1810 erano 1.524» e «la statistica che il Regno Italico lasciò dietro di sé, riferita alla distrettuazione del 1809-1810, ne conta 1.524». La seconda è quella scritta qui.

Resta poi fuori portata la cosa che servirebbe di più: quanti erano di qua e quanti di là del confine che passava per mezzo al campo di Catalani, Cesaroni e Marcucci. Nel 1810 quel numero non fu pubblicato diviso — la fonte, appunto, li somma — e l'ultimo anno in cui esiste diviso è il 1782.

Le cifre del volume del 2023 citate qui sopra sono state riguardate sulla pagina resa a 300 punti per pollice, una per una, perché l'estrazione automatica di quel PDF appiattisce le tabelle in una riga sola (Monteporzio 1.524+210), che è peggio del silenzio perché ha l'aria di un dato. Lo stesso è stato fatto sul volume del 1906, e lì è servito a qualcosa di più: vedi la nota sull'errore di lettura che la somma stampata ha smascherato in Le anime del 1769.

Se cercate «Monteporzio» nel testo automatico del volume del 1906, trovate 1117. Quella cifra non esiste.

La p. 252 è stampata a due gruppi di colonne affiancati, ciascuno Comuni | Aggregati | Abitanti, separati da un filetto verticale. Il riconoscimento automatico del testo scavalca il filetto e attacca il numero che chiude il gruppo di sinistra al nome che apre il gruppo di destra: ne esce la riga Cerasa 1212 | Monteporzio 1117, che ha tutta l'aria di un dato e non lo è.

I due numeri sono di altri due paesi, e stanno nella colonna di sinistra, fra i comuni del gruppo di Pesaro: Candelara 1212 e Novilara 1117. Letti sulla pagina resa a 300 punti per pollice il 24 agosto 2026, insieme al filetto che li separa da Monteporzio.

La cifra di Monteporzio su quella pagina è 1524, ed è stampata sulla riga di Castelvecchio, perché il numero vale per la coppia — come si vede nella tabella qui sopra.

Quarant'anni dopo

Il documento del 1810 accetta una perizia e ordina di mettere la spesa nel preventivo. Non dice quando il cimitero fu costruito, e la risposta, nello stesso libro, arriva da un'altra parte: in nota al capitolo sull'età napoleonica Polverari scrive che «soltanto nel 1850… si iniziò a seppellire i morti nel cimitero comunale».[2] Nell'elenco dei pievani di Monteporzio la stessa cosa è datata al pievano Marco Gentiloni (1849-1853): «Dal 1850 i morti si seppelliscono nel cimitero comunale e vengono murati tutti i sepolcri» — tranne il sepolcro dei sacerdoti e quello della famiglia Polverari, secondo l'Inventario Gentiloni citato in nota.[6]

Fra la delibera e i primi funerali passano dunque quarant'anni, ed è il libro stesso a segnalarlo con quel «però soltanto».

Un terzo dato c'è, e a collegarlo sono io. Nel capitolo su Castelvecchio, raccontando i debiti della nuova chiesa nel 1826, Polverari cita una fonte secondo cui la popolazione non poteva accollarsi altre tasse «anche perché doveva pagare il testatico per la costruzione del nuovo Cimitero».[7] È lo stesso cimitero di questa pagina? Cronologicamente e geograficamente torna — un cimitero in costruzione a spese dei castelvecchiesi, sedici anni dopo la perizia accettata e ventiquattro prima delle prime sepolture — ma il libro non fa questo collegamento, e le due frasi stanno in due capitoli diversi con fonti diverse. Lo scrivo perché è la spiegazione che il lettore farebbe da solo, e perché non è documentata.

Che cosa questa pagina non dice

Vale infine, per tutta la pagina, la cautela generale su questa fonte: il documento è trascritto da Polverari con la sua collocazione d'archivio — è la parte migliore del volume, quella in cui l'autore copia invece di interpretare — ma la cornice intorno (chi era il Presidente, che cosa successe nel 1850, il testatico del 1826) è prosa di un libro del 1980, e va letta come tale. Le altre pagine che usano questo volume sono Castelvecchio, la storia di Monteporzio e il processo del 1770.

Note

  1. Alberto Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, prima edizione 1980, ristampa 2014 nella collana «I Quaderni del Consiglio regionale delle Marche», n. 150, Appendice dei documenti, n. 9, pp. 176-177 del volume (pp. 168-169 del PDF): https://www.consiglio.marche.it/informazione_e_comunicazione/pubblicazioni/quaderni/pdf/150.pdf — consultato l'11 agosto 2026. Regesto dell'edizione: «1810 ottobre 1, Monteporzio. Il Presidente (del Consiglio Comunale di Monteporzio, il Signor Antonio di Montevecchio) rende nota una lettera del Vice Prefetto del 15 settembre 1809, nella quale negati due cimiteri per i due "comunelli", si esibisce una nuova perizia per un solo cimitero nel luogo scelto ai confini tra Monteporzio e Castelvecchio. La perizia viene accettata dai Deputati». Collocazione indicata: «Archivio comunale di Monteporzio, cartella 5». La trascrizione riportata qui segue il testo stampato; gli a capo dovuti all'impaginazione non sono conservati, e le parole spezzate a fine riga sono state riunite. Le parentesi tonde di «p(assato) p(rossimo)» sono dell'edizione, che scioglie così le abbreviazioni del documento. Il testo è stato riletto sull'immagine delle due pagine resa dal PDF a 300 punti per pollice: le grafie «estensibbile», «Cemetero», «Cemeteri», «fabricazione» e «notabilmente» sono quelle stampate.
  2. Polverari, cit. alla nota 1, capitolo XIII, «Da Napoleone a Vittorio Emanuele II», pp. 106-107 del volume (pp. 100-101 del PDF), e nota 6 a p. 107, che cita «Arch. comun. di Monteporzio, cartello 5» e rimanda all'Appendice n. 9.
  3. Polverari, cit. alla nota 1, capitolo VIII, «La famiglia Montevecchio», pp. 110-111 del volume (pp. 104-105 del PDF): Rodolfo di Antonio «perde il padre… nell'aprile 1810, come già sopra detto, essendo stato questi nella carica di presidente del Consiglio comunale di Monteporzio». Il «come già sopra detto» rimanda al capitolo XIII: l'autore riteneva i due passi d'accordo.
  4. Sergio Anniballi (a cura di), Gli abitanti di Mondolfo nell'Italia che cambia, Quaderni del Consiglio regionale delle Marche n. 409, stampato nel novembre 2023 per iniziativa della sede di Mondolfo dell'Archeoclub d'Italia: https://www.consiglio.marche.it/informazione_e_comunicazione/pubblicazioni/quaderni/pdf/409.pdf — consultato il 12 agosto 2026. Tabella «Censimento del Regno Italico — Dipartimento del Metauro anno 1810» a p. 56, con la nota 95 che cita Francesco Corridore, La popolazione dello stato romano, 1906, «Censimenti pag. 252-254»; le tabelle usate per i controlli sono il «5° censimento Stato della Chiesa, 26 marzo 1769» a p. 45, il «6° censimento Stato della Chiesa, anno 1782» a p. 46 e il «4° censimento Stato della Chiesa, anno 1736» a p. 42. È una fonte secondaria di secondo grado, come dichiarato nel riquadro qui sopra. Il suo pregio, per questo sito, è di non citare mai Polverari: il cognome compare tre volte in 387 pagine, tutte e tre in tabelle di frequenza dei cognomi di Mondolfo. Gli stessi dati del 1769 e del 1782 sono usati, con le stesse cautele, in Le anime del 1769.
  5. Francesco Corridore, La popolazione dello Stato romano (1656-1901), Roma, Ermanno Loescher, 1906 — frontespizio letto sulla scansione. Il «DOCUMENTO VIII — Anni 1810-1811» sta alle pp. 252-254, che sono esattamente le pagine citate in nota dal volume del 2023; la lettera di Ludovico Gazzoli e l'intestazione stanno a p. 251, la riga di Monteporzio a p. 252, seconda colonna. Copia digitale su Internet Archive, item popolazione_stato_romano_corridore_1906, marcata di pubblico dominio: https://archive.org/details/popolazione_stato_romano_corridore_1906 — consultata il 12 agosto 2026. Il PDF scaricato ha impronta MD5 c3ab0413081eaaf5d67a0708c70b38be, identica a quella dichiarata nei metadati dell'archivio: controllo fatto perché è quello che distingue una copia dello stesso libro da un file qualsiasi che porta lo stesso nome. Attenzione, per chi ci tornasse: il livello di testo automatico di questo volume non è affidabile, e sbaglia in due modi diversi: legge male un segno (vedi in Le anime del 1769 il caso di una cifra letta 994 dove la pagina stampa 334) e scavalca i filetti fra le colonne, attribuendo a un paese il numero di un altro (il «Monteporzio 1117» di questa pagina, che è Novilara). Le cifre citate qui sono state lette sulla pagina resa a 300 punti per pollice e rilette ingrandite. Nello stesso volume compare più volte anche un altro Monte Portio, quello della diocesi di Frascati: è Monte Porzio Catone, e non è questo paese.
  6. Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, cit. alla nota 1, p. 76 del volume (p. 72 del PDF), elenco dei pievani di Monteporzio, voce «Marco Gentiloni di Corinaldo 1849-1853», e nota 10 alla stessa pagina, che cita l'Inventario Gentiloni.
  7. Polverari, cit. alla nota 1, capitolo XII, «Castelvecchio», p. 87 del volume (p. 82 del PDF). Polverari cita a sua volta, in nota, Ricci p. 59 e Bolletta pp. 37-40: la frase sul testatico è quindi una citazione di secondo grado.