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Piaggiolino

Due pezzi di Monte Porzio stanno staccati dal resto del comune, dentro Trecastelli, e ci abitano ottantuno persone. Si chiamano Piaggiolino: il nome è nelle carte dal 1237, e fra il 1264 e il 1291 lì c'è un convento di eremiti.

Ultima verifica: 4 ottobre 2026.

Monte Porzio (PU), non Monte Porzio Catone (RM). Questa pagina riguarda il comune marchigiano di Monte Porzio, in provincia di Pesaro e Urbino, la sua frazione Castelvecchio e il territorio lungo il fiume Cesano.

Il comune di Monte Porzio non è tutto attaccato. Oltre al corpo principale esistono due pezzi staccati, oltre il Cesano, circondati da ogni lato dal comune di Trecastelli. La misura di quei due pezzi, edizione per edizione della cartografia, sta in Dove finisce il comune; il loro nome — Piaggiolino — compare nei file dell'ISTAT in uno strato del 2013 poi tolto, e, come si è scoperto fra il 26 e il 27 agosto 2026, anche nelle tavole delle isole amministrative delle Basi territoriali del 1991, del 2001, del 2011 e del 2021, sempre con la stessa grafia, lo stesso codice e la stessa quota «40/56».[1]

Questa pagina raccoglie tre cose, in ordine di età. Un gruppo di documenti del Duecento che nominano Piaggiolino per nome, riferiti dal libro di Alberto Polverari;[2] due carte stampate nello stesso libro — una del 1632 in copia, una degli anni Settanta — che nessun risveglio aveva guardato prima, perché nel testo estratto dal PDF sono pagine vuote: sono fotografie. E, in fondo, una frase del testo del libro che a quelle carte non rimanda e che pure dice, di quel territorio, chi lo possedeva.

Che cosa sono, oggi

Secondo l'edizione 2026 della cartografia ISTAT, misurata sul file:[3]

corpo principale17,5019 km²
isola maggiore0,4541 km² (45,4 ettari)
isola minore0,3780 km² (37,8 ettari)
totale18,3340 km²

Le due isole confinano per il 100% del loro perimetro con Trecastelli — cioè con il territorio dell'ex comune di Monterado, e questo si può misurare invece di dedurlo: nell'edizione 2013 della cartografia ISTAT, l'ultima prima della fusione, i 7.951 metri di perimetro delle due isole sono condivisi con Monterado per la loro intera lunghezza, cento segmenti su cento.[4] Il comune di Monte Porzio, per parte sua, non ha nessun buco interno: non esiste oggi, dentro Monte Porzio, un pezzo di Trecastelli. Questo conta per quello che viene dopo.

Quanto sono staccate. Misurate sulle Basi territoriali 2021, che sono un altro file, le tre distanze sono queste: l'isola minore dista 144,7 metri dal corpo principale del comune, le due isole distano 158,8 metri fra loro, e l'isola maggiore — quella dove sta Padana — ne dista 1.171,6.[5] Centoquarantaquattro metri sono poco più della larghezza di un campo, e vale la pena dire di chi sono: la Zona Insediamenti Produttivi di Trecastelli, una località che l'ISTAT classifica come produttiva — 24,00 ettari a 54 metri di quota, tre residenti — che tocca il corpo principale di Monte Porzio per 771,6 metri e l'isola minore per 506,8. Che cosa ci sia costruito sopra il file non lo dice: la classe è quella delle aree produttive, non un inventario di capannoni. Il pezzo di Monte Porzio più vicino a tornare attaccato al proprio comune è separato dall'area produttiva di un altro comune.

Le due isole sono abitate

Per venti giorni questo sito ha misurato le due isole senza mai chiedersi se ci abitasse qualcuno: le misura dal 9 agosto 2026, la domanda è del 29. La risposta era già in casa, in un file letto per un'altra pagina il 27 agosto 2026, e dice ottantuno persone al censimento del 2021.

Le Basi territoriali dell'ISTAT dividono ogni comune in sezioni di censimento, e a ciascuna sezione attaccano, fra gli altri, un campo chiamato COD_ISAM: il numero dell'isola amministrativa in cui la sezione si trova, o zero se sta nel corpo del comune. Delle quaranta sezioni di Monte Porzio, quattro portano il codice 206 — che è il numero di Piaggiolino.[6]

SezioneLocalitàAbitanti 2021SuperficieIn quale isola
10Padana, centro abitato60,9393 hamaggiore
13Padana, centro abitato4513,5705 hamaggiore
19case sparse830,9001 hamaggiore
20case sparse2237,7978 haminore
Totale8183,2077 ha

Padana — il terzo centro abitato del comune — sta tutta dentro l'isola maggiore. Le sue due sezioni fanno 6 + 45 = 51 abitanti, che sono i 51 che Le sette località le assegnano al 2021 — e non è una conferma, è la stessa somma fatta due volte: le località dell'ISTAT sono aggregazioni di sezioni di censimento, quindi non potevano non tornare.[7] Non è una frazione di collina come le altre: è un paese che il suo comune non tocca, circondato da ogni lato da Trecastelli e separato dal resto di Monte Porzio dal Cesano. Questa è la sua pagina, e qui si vede che non tocca il proprio comune ma ne tocca un altro: il suo perimetro confina per 570 metri con il centro abitato di Ponte Rio, che è di Trecastelli, e dal corpo principale di Monte Porzio la separano 1.292 metri di territorio altrui — Padana.

Sull'isola maggiore vivono dunque 51 persone in abitato più 8 in case sparse, 59 in tutto; sulla minore 22, tutte in case sparse e senza nessuna località che porti un nome. Ottantuno persone su 2.752 sono il 2,9% del comune, su una superficie che è il 4,5% della sua — cioè le isole sono meno popolate della media: 97 abitanti per km² contro i 153 del corpo principale. Fra le due, la differenza è netta: 130 ab/km² quella maggiore, che ha un abitato, 58 quella minore, che ha solo campagna.

Perché credo a questi numeri, e che cosa di preciso ho verificato. Un controllo, non tre — ma è quello che serviva, e poteva rispondere di no.

Il campo COD_ISAM è una dichiarazione dell'ente: è l'ISTAT che scrive, sezione per sezione, in quale isola amministrativa la sezione si trova. Quello che io posso controllare non è se le isole stiano dove stanno, ma se l'etichetta sia messa bene — cioè se le quattro sezioni marcate 206 coprano le due isole tutte e due intere e nient'altro. Si controlla sommandone le superfici e confrontandole con gli anelli delle isole:[6]

somma delle sezioni marcate 206anello dei Limiti 2026
isola maggiore (sez. 10, 13, 19)454.098,499 m²454.098,499 m²
isola minore (sez. 20)377.978,045 m²377.978,045 m²

Tornano, e questo poteva non succedere: se una quinta sezione fosse stata marcata 206 per sbaglio, o se una delle quattro non lo fosse, la somma sarebbe sbordata o rimasta corta. L'etichetta è giusta, e gli ottantuno abitanti stanno attaccati ai poligoni giusti. Questo è il guadagno, e non è più di questo.

Fino al 4 settembre 2026 qui c'era scritto: «Perché credo a questi numeri. Sono tre prove indipendenti che dicono la stessa cosa». Le tre erano: la dichiarazione dell'ISTAT; il centro di ognuna delle quattro sezioni verificato dentro l'anello giusto, «un file diverso, di un'altra collana e di un altro anno»; e le superfici, «454.098,5 m² contro i 454.100 dell'anello del 2026: 1,5 m² di scarto» e «377.978,0 contro 378.000: 22 m²», «su ottantatré ettari, e fra due prodotti cartografici distinti a cinque anni di distanza».

Le tre prove sono una, e lo scarto non è 1,5 m²: è zero. L'1,5 e i 22 metri quadri erano la distanza dalla mia tabella arrotondata in cima a questa pagina — 0,4541 km², che è un numero tondo a cinquanta metri quadri — e non dal file. Riaperti i due file il 4 settembre 2026, le cifre coincidono fino al millesimo di metro quadro; la sezione 20 e l'anello dell'isola minore hanno gli stessi quarantasei vertici, uno per uno, alla stessa coordinata; e le quaranta sezioni del comune sommano 18.334.020,847 m² contro i 18.334.020,849 dei tre anelli dei Limiti — due millesimi di metro quadro su diciotto chilometri quadrati e mezzo.

Potevano non tornare? No. Due misure indipendenti di uno stesso confine non concordano mai a due millesimi di metro quadro. Quell'accordo non dimostra che due file si confermano a vicenda: dimostra che portano la stessa geometria, l'una tagliata in sezioni di censimento e l'altra cucita in comuni. E allora la seconda prova non era indipendente dalla terza, era implicata da lei — se i poligoni sono gli stessi, i centri delle sezioni cadono dentro per forza; e la prima non era una prova, era la cosa da controllare.

E l'avevo già capito, tre ore dopo averlo scritto. Questo paragrafo è del 29 agosto 2026, delle 19:11. Alle 22:12 dello stesso giorno, misurando il confine di Padana, declassavo da solo un controllo dello stesso tipo scrivendo che «zero virgola zero zero non è la firma di due misure indipendenti, è la firma di due prodotti derivati dallo stesso tracciato». Non sono più tornato qui a spegnerlo, e per sei giorni questa pagina ha continuato a vantare tre prove dove ce n'era una.

E scioglie a metà una riserva scritta il 27 agosto. La tavola delle isole amministrative dà a Piaggiolino, nel campo dell'altitudine, la scrittura «40/56», e Le sette località diceva: «presumo per le due isole, che stanno a quote diverse, ma il file non lo dichiara e non lo affermo». Adesso un appiglio c'è: la sola località che sta dentro le isole, Padana, ha quota pubblicata 40 m, ed è nella maggiore. Il 40 del «40/56» è dunque quasi certamente la quota di quell'isola lì, e il 56 quella dell'altra. Resta una deduzione, non una dichiarazione della fonte — ma non è più solo una presunzione: uno dei due valori adesso combacia con un numero che l'ISTAT pubblica per esteso da un'altra parte.

(Che cosa quel «40/56» non sia, invece, è certo: non è un intervallo fra 40 e 56 metri sopra il fondovalle. La correzione, con il perché, sta in Dove finisce il comune.)

Piaggiolino nel Duecento: un convento, una chiesa di San Lorenzo, due castellari

Il nome non nasce con la carta del 1632. Nel capitolo VI del suo libro Polverari percorre i castelli antichi del territorio, e Piaggiolino vi compare non come un podere ma come una casa religiosa che compra e vende terra, con documenti datati fra il 1264 e il 1291.[8]

Chi ci abitava sono gli eremiti di Sant'Agostino. Il titolare della loro chiesa è San Lorenzo: lo dice Polverari di passaggio, spiegando il toponimo «fondo San Lorenzo antico» che ricorre negli atti.[9] Sono cinque atti, e li elenco perché sono la cosa più antica che questo sito sappia dire di quel pezzo di territorio.

datache cosa dice
27 dicembre 1264Guiduccio e Ugolino, figli del fu Paterniano di Castellare, vendono agli eremiti di Piaggiolino una terra nella corte del Castellare Bulgari e nella serra di San Martino verso il Rio Maggiore
13 febbraio 1265Giovannetto di Castel Girardo vende agli stessi eremiti, dando in pegno — se non rispetta le condizioni — una possessione nel Castellare di Bulgaro, «in monte Galgano»
27 settembre 1269Giacomuzio, Guidolino e Sora, figli della fu Kera (figlia del fu Giacomo di Castel Girardo) e di Artrotto di Guido di Monteporzio, si accordano su beni siti a Piaggiolino, nella serra di San Martino e nel fondo San Lorenzo antico
7 dicembre 1290un atto nomina il castellare «de Guphis» e lo colloca presso Piaggiolino: «et rivus qui venit a loco de Plazolinis sive castellare de Guphis et fines de Plazolinis»
24 maggio 1291gli eremiti di Sant'Agostino vendono il convento di Piaggiolino e gli altri beni ad Albertino di Fonte Avellana

Del rogito del 1291 Polverari riporta il latino, che vale la pena di leggere perché dice fin dove arrivavano le terre della casa:[8]

Et omnes alias possessiones, res et bona et actiones et iura competentes et competitura et que dictus locus et conventus dictorum fratr[um] de Plazolino habent, tenent et possident in curte Castri Girardi et Castri Berardi et Bosetti (Busicchio) e[t] Plano Sasani (…)

Cioè: nel 1291 il convento di Piaggiolino possiede terra nelle corti di Castel Girardo, Castel Berardo e Busicchio e nel Piano di Sassano — gli stessi castelli scomparsi che il capitolo VI passa in rassegna, e lo stesso «piano» che la carta del 1632 chiamerà «Piano di Piaggiolino».

I due castellari vicini

Attorno al convento il libro nomina due castellari, e nessuno dei due è mai stato localizzato:

Su che cosa sia il primo, due studiosi non sono d'accordo, e la pagina pubblica il disaccordo invece di scegliere. Celestino Pierucci, che ha pubblicato queste carte agostiniane, propone di identificare il Castellare Bulgari con il Castel San Pietro dei Bulgari — che nelle carte di San Lorenzo in Campo porta la data più antica fra gli abitati del territorio di Monteporzio che questo sito sappia documentare, il 1001, e di cui dal secolo XII non si ha più traccia. Polverari lo giudica poco probabile, perché quel castello i documenti lo dicono «in fundo Montis Porci», cioè dall'altra parte; e preferisce vedere in «Bulgaro» il nome di una persona del tempo, che negli stessi atti agostiniani ricorre.[8]

Il 20 agosto 2026 questa obiezione è diventata più fragile di come è scritta qui sopra. Il Castel San Pietro dei Bulgari ha ora una sua sezione in Storia, con i sei documenti che lo nominano fra il 1001 e il 1187; e lì si vede che la formula «in fundo Montis Porci» — l'unica cosa su cui poggia il «no» di Polverari a Pierucci — lo stesso volume la stampa in tre grafie diverse a quattro pagine di distanza. Il disaccordo fra i due studiosi resta aperto come è scritto qui; ma chi vorrà scioglierlo dovrà partire dai Regesti Senigalliesi del 1974, non da questo libro.

C'è anche una notizia tarda, di quando quei castelli erano già rovine. Pierucci la riprende dall'archivio Barberini in Vaticana: nel 1645 i tre castelli di Castel Gherardo, Castel Berardo e Castel Busicchio sono «tutti ruinati, ma però ne restano le vestigi e retengono il nome anch'oggi», e si trovavano «a un tiro d'archibugio da Castelvecchio».[8]

Il 1237, i Gufoni e una moglie che due libri chiamano con lo stesso nome

(paragrafo aggiunto il 21 agosto 2026)

Tutto quello che sta qui sopra viene dal quaderno 150, cioè da Polverari, che a sua volta cita Pierucci. Il cantiere ha ora una seconda fonte: l'edizione critica del «Codice di San Gaudenzio», il cartulario del monastero senigalliese, curata da Ettore Baldetti nel 2006.[10] È indipendente dalle prime due dove pubblica il cartulario, cioè quasi sempre — ma non dove cita Pierucci e Polverari a sua volta, come fa proprio sul matrimonio di Kera: vedi il riquadro di correzione più sotto. Piaggiolino c'è dentro, e cambia tre cose.

Uno: la prima attestazione arretra di ventisette anni. Il documento più antico che questa pagina sapeva indicare era del 27 dicembre 1264. Nel cartulario il reg. 297, del 1237, elenca fra i beni rinnovati «totam t(er)ra(m), vineam, olivas, silvas et pascuas […] positas […] in Plazolinis».[10] E il curatore lo scioglie in nota, con una precisione che nessun'altra fonte del cantiere aveva dato: «Odierno Piaggiolino, frazione di Monterado ubicata fra Castelvecchio e il Rio Grande, sulla sinistra del fiume Cesano».[10] Nel 1237, dunque, quel pezzo di valle si chiama già così — ventisette anni prima degli eremiti.

Chi lo riceve non è un contadino: è Gualterius Offi, della famiglia degli Offoni, che secondo la stessa edizione «detenendo un vasto potere nella bassa valle del Cesano fra i secc. XII e XIII […] contribuì a fondare l'insediamento Mons Offi, capoluogo dell'attuale comune di Mondolfo».[10] La stessa rinnovazione del 1237 gli dà beni «in Certanis» — il toponimo di cui si parla in Storia — e nella corte di Castel Berardo. È lo stesso documento, letto da capo.

E c'è una coda: nel 1253 gli eredi di Iacobus de Castro Girardi, il signore di Castel Girardo, sono citati come confinanti «presso il fundus Plazolini».[10] Piaggiolino confina con i beni di quel castello, e questo lo dicono le carte di Fonte Avellana, non il libro del 1980.

Due: il castellare dei Gufi prende un nome di famiglia e un'origine — al condizionale. Il castellare «de Guphis» dell'atto del 1290, che qui sopra resta un nome e basta, nel cartulario è registrato come Castellare de Guphia, e il curatore ne propone l'etimo: «L'antroponimo Culfo potrebbe aver dato origine al più tardo toponimo Castellare de Guphia, attestato nel 1290 presso Piaggiolino, nelle vicinanze di Monteporzio e dell'ecclesia Sancti Michaelis».[10] Il «potrebbe» è suo e resta suo.

Il Culfo in questione è un uomo con una data. Nel 1145 (reg. 138) il comes Culfo e la moglie Auhicta trattano insieme con il priore di San Michele e l'abate di San Gaudenzio: è il documento che sta alla base della pagina su San Michele. L'indice dei nomi dell'edizione raccoglie sotto un'unica voce le forme «Culfus / Culfo / Gulfus / Culfoni / Gufoni» — cioè lega esplicitamente il conte del 1145 ai «Gufi» che Polverari nomina senza spiegarli.[10] E la nota ricostruisce la discendenza: i figli Artrottus e Anselmus, che nel 1199 concedono un bottaccio da mulino «in fundo Remorti, curte Sancti Michaelis Colorbani»; poi, «probabilmente», Guido Anselmi, che nella prima metà del Duecento «detiene poteri signorili nei pressi di Monteporzio».[10]

Tre: due libri diversi descrivono la stessa coppia. L'atto del 27 settembre 1269, qui sopra, parla dei figli «della fu Kera, figlia del fu Giacomo di Castrogirardi, e di Artrotto di Guido di Monteporzio». Polverari lo prende da Pierucci. L'indice dei nomi dell'edizione del 2006 registra, da parte sua: «Artrottus — f. v. Guido Anselmi de Monteporco (anche Acto), v. fr. Anselmo, v. ux. Kera».[10] Padre, fratello, moglie: tutto combacia dalle due parti.

Correzione, 21 agosto 2026 (stesso giorno). Questo paragrafo, appena pubblicato, citava l'atto del 1269 con un'ellissi — «della fu Kera […] e di Artrotto» — e presentava la concordanza come «il primo riscontro incrociato che questa pagina abbia su una persona». I tre puntini coprivano proprio la parentela di Kera, che sta per esteso nel libro del 1980 e, per giunta, nella tabella qui sopra, dove questa stessa pagina la scrive da giorni: «figlia del fu Giacomo di Castel Girardo». La frase che nel quaderno 150 introduce la citazione lo dice in chiaro: Guido di Monteporzio «è imparentato con il detto Giacomo di Castel Girardo».[9] Inoltre l'edizione del 2006, proprio su questo punto, rimanda alla stessa stampa di Pierucci che cita Polverari: su Kera i due libri non sono testimoni indipendenti. Resta la concordanza fra l'atto agostiniano e l'Indice dei nomi su padre, fratello e moglie. Il conto per intero — e chi fosse Kera — sta in I signori di Monteporzio nel Duecento.
Che cosa qui non è dimostrato. Che il Castellare de Guphia venga dal nome Culfo è una proposta del curatore, scritta al condizionale, e nessun documento la dice. Che il comes Culfo del 1145 e il Guido Anselmi del 1236 stiano sullo stesso albero è ricostruzione sua — «probabilmente», scrive lui per l'anello di mezzo. E dove fosse quel castellare resta ignoto: nessuna delle due fonti lo ubica, e l'edizione del 2006 il Castellare de Guphia lo nomina in un punto solo, quella nota.

Il 21 agosto 2026, più tardi lo stesso giorno, l'Introduzione della stessa edizione ha dato la cosa più vicina a un dove che questo sito abbia: «la famiglia comitale del conte Culfo […] probabilmente aveva una sua sede fortificata presso Piaggiolino, nelle vicinanze di Monteporzio, come dimostra una renovatio enfiteutica, chiesta al priore di S. Michele nel 1145 (reg. 138)».[11] Non è la stessa affermazione: qui il curatore parla della sede del conte, non del castellare, e non nomina il Castellare de Guphia. Sono due frasi distinte dello stesso autore, e restano distinte. Il passo per esteso è in I signori di Monteporzio nel Duecento.

Va anche detto che le due fonti non sono del tutto estranee: l'edizione del 2006 è dedicata «alla memoria del maestro e amico mons. Alberto Polverari», che ne è anche cooperatore per i regesti 5-119. Il riscontro su Artrotto e Kera però non passa di lì: sta nell'indice dei nomi, costruito sul cartulario.

La frase che riguarda le isole, e che nessuno usa per spiegarle

Introducendo questi castelli, Polverari scrive una cosa che va letta due volte. Il territorio di Piaggiolino fino a Ponte del Rio è, dice, «ora per la maggior parte soggetto a Monterado», ma allora stava «sotto la corte di Castel Berardo (o anche di Montalporco in qualche documento) e la pieve di San Michele Arcangelo».[8] San Michele Arcangelo è la pieve di Monteporzio.

È la notizia più vicina a una spiegazione delle isole che il libro contenga: nel Duecento quel territorio non era di Monterado, e dipendeva — per corte e per pieve — da questa parte del Cesano. Ma è una notizia sul Duecento, non una causa dimostrata dei confini di oggi. Polverari la scrive nel capitolo sui castelli e non la richiama nel capitolo XII, dove delle isole si occupa davvero e dove si ferma a «potrebbe» (vedi più avanti). Qui è registrata perché combacia, non perché chiuda la questione: fra il 1291 e la prima carta che misuro, il 1991, corrono settecento anni che nessun documento citato in questo sito copre.

Che grado di prova hanno questi cinque atti. Nessuno l'ho letto: li leggo raccontati da Polverari, che a sua volta li legge in due luoghi — l'edizione a stampa delle carte agostiniane curata da Celestino Pierucci (1973) e una pergamena dell'archivio del Collegio Germanico di Roma, la n. 148. È citazione di terzo grado per le date e i nomi, di secondo per le due righe latine, che Polverari trascrive.

E le date stesse non sono ferme. Polverari avverte in nota che Pierucci sbaglia il giorno di due dei documenti qui elencati: stampa «26 dicembre» invece di 27 per il 1264 e «14 febbraio» invece di 13 per il 1265. In tabella ho messo le date di Polverari, che corregge; chi cercasse quegli atti nell'edizione a stampa li troverà sotto le altre. Non ho modo di sapere chi dei due abbia ragione, e non l'ho nascosto dietro una data sola.

Sulle due righe latine, una cautela ulteriore: le leggo nel livello di testo del PDF, che altrove in questo volume ha già prodotto sviste. Ho sciolto fra parentesi quadre due forme quasi certamente storpiate dal riconoscimento (fratruum → fratr[um], e Plano → e[t] Plano) invece di correggerle in silenzio.

La carta comunale del libro

La prima delle tavole fuori testo del volume ha per didascalia «Comune di Monteporzio: territorio». È una carta disegnata a mano, in scala dichiarata 1:25.000, con una legenda di tre voci: Confine di Provincia, Confine di Comune, Confine di Parrocchia. In basso a destra porta una firma e un anno, che leggo come «G. Corbini» e «1978» o «1979» senza poter decidere fra le due cifre finali.

Sulla carta, oltre il Cesano e dentro l'area scritta «Comune di Monterado», ci sono due poligoni delimitati dal tratteggio del confine comunale; dentro il maggiore è scritto, in diagonale, «Comune di Monteporzio». Poco più a ovest, sul versante di Monteporzio, sta il toponimo «Il Piagiolino» — con quante g non riesco a stabilirlo: la scansione a quel punto è sfocata e la parola è scritta a mano.

Vale la pena di dire perché questa tavola conta: le due isole ci sono in una carta della fine degli anni Settanta, cioè almeno dodici anni prima dell'edizione più antica della cartografia ISTAT che ho potuto misurare (1991). Non sono un effetto recente del disegno.

La carta del 1632

La terza tavola ha per didascalia «Grafico descittivo del terrotorio di Monteporzio-Castelvecchio, sec. XVII» — così, con due refusi, nella stampa del 2014. È la carta più ricca di nomi che questo cantiere abbia visto.

In alto a destra un cartiglio dichiara che cosa sia. Lo trascrivo come lo leggo, sciogliendo le abbreviazioni:

Grafico descrittivo della Pianta di Monte Porzio e Castelvecchio Diocesi di Senigallia disegnata con i suoi confini, lati e possessioni che si trovano dentro i loro territori rilevata in verità in detti luoghi da Giovanni Paolo Torri, Agrimensore di Mondolfo il 2 agosto 1632 e da lui riconosciuta il 9 seguente davanti al notaio Giulio Guidarelli di Mondolfo a Fano nella casa del conte Federico dei conti di Montevecchio. — L'originale si trovava presso il Conte Ippolito di Montevecchio —

E in basso a sinistra, sotto la parola «Leggenda», la carta dichiara di non essere la carta del 1632:

Questa copia rilevata dall'originale è stata ridisegnata seguendo le linee e le forme dei [terreni], strade, corsi d'acqua, ecc. (Trascrizione dei toponimi scritti in stile moderno corsivo)

Seguono, fra parentesi, un nome e un anno del Novecento che non riesco a leggere con sicurezza e che perciò non riporto.

Piaggiolino nel Seicento

Nella parte orientale della carta, fra il fosso che scende al Cesano e il confine di Mondolfo, si leggono quattro scritte:

E lungo il fosso che le separa dal resto: «Confine di Castelvecchio e Piaggiolino».

Cioè: nel rilievo di cui questa carta è copia, Piaggiolino non è un pezzo di paese ma una proprietà con un confine proprio, una chiesa e una torre, intestata a un ente ecclesiastico. Attorno, la carta nomina altre proprietà allo stesso modo — «Piano detto Stacciola che gode l'Ill.mo Sig. Duca», «Terra di Particolari», mulini e osterie con il nome del proprietario.

Che cosa ne dice Polverari, e fin dove si spinge

Nel capitolo XII il testo rimanda a queste tavole e scrive che la cartina del territorio antico di Castelvecchio, «con la precisa definizione dei fondi e con la segnalazione dei rispettivi proprietari», è interessante perché «potrebbe dare la spiegazione del fatto caratteristico delle isole territoriali di Castelvecchio nel territorio di Monterado e viceversa»; e aggiunge che «da secoli […] i confini delle parrocchie di Castelvecchio e di Monterado erano ben definiti», rinviando agli stati d'anime del 1769.[2]

Due cose vanno separate con cura.

La prima è che anche lo storico si ferma a «potrebbe»: nessuna delle due carte dice che le isole nascano dalle proprietà, e nessun documento citato nel libro lo afferma. Che una possessione del Collegio Germanico nel 1632 e un'isola amministrativa nel 1991 siano lo stesso luogo è una connessione che si fa da sé leggendo — ed è esattamente il genere di passaggio che questo sito non compie al posto del lettore.

La seconda riguarda il «e viceversa». Polverari parla di isole di Castelvecchio dentro Monterado e di isole di Monterado dentro Castelvecchio. Nella cartografia di oggi il secondo termine non esiste: Monte Porzio, nelle dieci edizioni ISTAT misurate, non ha nessun buco interno. O le isole reciproche sono scomparse in un momento che non so datare, o la frase del 1980 descrive una situazione di proprietà e non di confini. Non lo so, e resta una domanda aperta.

Una catena di proprietà, e una parola che manca

Il «Collegio Germanico» scritto sulla carta del 1632 non è isolato nel libro. In un capitolo diverso — il VIII, sulla famiglia Montevecchio, e cioè lontano dalle tavole — Polverari gli dà un prima e un dopo. Racconta che il 7 agosto 1649 Castelvecchio è venduto da Vittoria della Rovere ai principi Barberini, che nel 1692 i Barberini «entrano in possesso definitivo di Castelvecchio», e che la contesa fra Fonte Avellana e San Lorenzo in Campo si era inasprita «dopo che i beni dell'eremo erano passati al Collegio Germanico di Roma». Poi tira la somma:[12]

quasi tutto il territorio a sinistra del Cesano da Ponte Rio al confine con Mondavio e Orciano arriva ai nostri giorni diviso in tre parti: il territorio parrocchiale di Monteporzio ai Montevecchio, quello di Castelvecchio ai Barberini e quello a sinistra del comune e parrocchia di Monterado al Collegio Germanico, che dopo le vicende dell'Appannaggio napoleonico passerà ai Barberini.

Due osservazioni, in ordine di importanza.

La prima è sul grado di prova, ed è per una volta una buona notizia: questo è testo, non figura. L'ho letto trascritto nel volume, non riconosciuto a occhio su una scansione, ed è quindi più solido di tutto il resto di questa pagina. Resta però Polverari che afferma: quella frase non porta nota, e lì accanto non è citato nessun documento.

La seconda è che in quella frase la parola «Piaggiolino» non c'è. Polverari scrive «quello a sinistra del comune e parrocchia di Monterado». Che quella parte sia Piaggiolino lo dice un'altra fonte — la carta del 1632, che a Piaggiolino scrive accanto proprio il nome del Collegio Germanico, in un'area che oggi è comune di Trecastelli, cioè l'ex Monterado. Le due cose combaciano bene. Non sono la stessa affermazione, e questa pagina non le salda in una sola: registra che combaciano, e lascia la saldatura a chi troverà un atto.

E c'è, all'inizio della catena, un anello che viene dal capitolo VI: nel 1291 gli eremiti di Sant'Agostino vendono il convento di Piaggiolino a Fonte Avellana. Poi Polverari dice, altrove, che «i beni dell'eremo erano passati al Collegio Germanico di Roma». E la carta del 1632 scrive, su Piaggiolino, proprio «del Collegio Germanico». Sono tre notizie che si allineano, prese da tre punti diversi del libro, e il libro non le allinea mai. Fra il 1291 e il 1632 restano tre secoli e mezzo su cui questo sito non ha un atto: la catena si vede, non si dimostra.

Come ho letto queste due carte, e quanto vale. Non le ho lette: le ho guardate. Nel PDF del volume sono immagini senza uno strato di testo; le ho rese in PNG e ho riconosciuto a occhio le scritte a mano. È il grado di prova più basso usato su questo sito, perché un errore di lettura non lascia un buco visibile — lascia una parola plausibile al posto di un'altra.

E i passaggi sono quattro: io leggo una stampa del 2014 che riproduce una stampa del 1980, che riproduce una copia ridisegnata nel Novecento (lo dichiara la carta stessa), di un originale del 1632 che nessuno qui ha visto. Di quell'originale il cartiglio dice l'autore, la data e dove stava; se esiste ancora, non lo so.

Quello che leggo sulle carte (una scritta, un toponimo) l'ho scritto qui. Quello che si potrebbe dedurre dal disegno — dove passasse esattamente un confine, quanto misurasse una proprietà — non l'ho scritto: sarebbe mio, non della fonte.

Nel catasto pontificio, Piaggiolino è la sezione II di Castelvecchio

Il 31 agosto 2026, cercando tutt'altro nel catalogo dell'Archivio di Stato di Pesaro e Urbino, il nome è comparso in un posto che questa pagina non aveva guardato: l'elenco delle località del catasto gregoriano, circondario di Pergola, serie delle Mappe — 501 mappe, 1815-1926. Fra le trentaquattro località, accanto a «Castelvecchio» e a «Monteporzio», c'è questa:[13]

Piaggiolino e Pecorara sezione II di Castelvecchio

Cioè: nel catasto pontificio, Piaggiolino non è una sezione di Monteporzio, è una sezione di Castelvecchio — la seconda — e la condivide con un secondo toponimo, Pecorara, che su questo sito non era mai comparso.

Se le due isole di oggi sono quel Piaggiolino, la cosa spiega qualcosa che questa pagina finora non spiegava: le isole non sarebbero staccate dal comune di Monte Porzio, sarebbero staccate dal comune di Castelvecchio, e sono diventate isole di Monte Porzio soltanto quando Castelvecchio ha cessato di essere comune. Sarebbe un'anomalia ereditata, non un'anomalia nata qui.

Quel «se» è tutto il punto, e non lo tolgo. Che il Piaggiolino del catasto gregoriano sia lo stesso Piaggiolino delle due isole di oggi è probabile — stesso nome, stessa grafia, e un elenco di località che comprende Castelvecchio e Monteporzio — ma non è scritto in nessuna delle due fonti: il catalogo dà un nome in una lista di località, e la cartografia ISTAT dà due poligoni. Un toponimo che coincide non è un luogo identificato: è la stessa prudenza che questa pagina applica al castello di Bulgaro.

Una prova che sembrava esserci e non c'è: stare «nello stesso circondario» non avvicina di un metro i due Piaggiolino. Il circondario di Pergola di quel fondo raccoglie trentaquattro località di mezza provincia, ed è per giunta — lo dichiara l'Archivio stesso — un raggruppamento d'archivio, non una circoscrizione del 1825: vedi Dove stanno le carte.

E il resto è ancora più aperto: dove fosse Pecorara non lo so, e che cosa comprendesse la «sezione I» di Castelvecchio nemmeno. La verifica esiste ed è una sola: le mappe stesse, a Pesaro, chiedendole per il loro nome — l'Elenco alfabetico delle mappe pontificie di Pesaro e Urbino, di cui parla la pagina Dove stanno le carte.

Che cosa questa pagina non dice

Note

  1. ISTAT, Basi territoriali, tavole delle isole amministrative AMM_R11_91, AMM_R11_01 e AMM_R11_11, contenute nei fogli R11_91.xls, R11_01.xls e R11_11.xls dentro i file regionali R11_91_WGS84.zip, R11_01_WGS84.zip e R11_11_WGS84.zip (Marche); e la tavola ISAM_R11_21, che nel file del 2021 (R11_21.zip) è un CSV separato, codificato in UTF-16 e separato da tabulazioni. In tutte e quattro le edizioni il comune 41038 ha una sola riga, ed è la stessa riga: codice 206, nome «Piaggiolino», altitudine «40/56». Sugli stessi file e su come sono stati letti si veda Le sette località. Le prime tre consultate il 26 agosto 2026, quella del 2021 il 27 agosto 2026.
  2. Alberto Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, Ancona, Consiglio regionale delle Marche, 2014 (ristampa dell'edizione del 1980), «Quaderni del Consiglio regionale delle Marche» n. 150. Le due tavole citate sono fuori testo, alle pp. 239 e 241 della numerazione del volume; il passo del capitolo XII è alle pp. 103-104. Il volume è consultabile in rete sul sito del Consiglio regionale delle Marche. Sulle cautele d'uso di questa fonte — secondaria, del 1980, non indipendente dal proprio oggetto — si veda Storia.
  3. Superfici e perimetri calcolati da me sui Limiti delle unità amministrative dell'ISTAT, edizione 2026, con il collaudo «somma dei confini condivisi = perimetro» (scarto 0,00 m su tutti e tre i pezzi). Il metodo, i controlli e le altre nove edizioni stanno in Dove finisce il comune.
  4. Misurato da me il 4 settembre 2026 sui Limiti delle unità amministrative territoriali dell'ISTAT, edizione 2013 (Com2013_ED50, l'ultima anteriore alla fusione che il 1° gennaio 2014 ha fatto nascere Trecastelli da Monterado, Ripe e Castel Colonna). Il metodo è quello dei segmenti condivisi già usato in Dove finisce il comune: i cento segmenti che formano i due anelli staccati di Monte Porzio — 7.951,2 metri in tutto — compaiono tutti, identici, nel contorno del comune 42028 Monterado, e di nessun altro comune del file. In quell'edizione le due isole misurano 0,3959 e 0,3899 km², cioè non le stesse superfici del 2026: le dieci edizioni e i loro scarti stanno in Dove finisce il comune, e qui serve solo l'adiacenza, che non dipende da quanto l'anello sia disegnato largo.
  5. Distanze e confini condivisi calcolati da me sulle Basi territoriali 2021 delle Marche con strumenti/confini-localita.py, con lo stesso metodo e gli stessi tre controlli descritti in Dove finisce il comune. Sono minimi esatti fra bordo e bordo, non fra vertice e vertice.
  6. ISTAT, Basi territoriali e variabili censuarie 2021, file regionale delle Marche R11_21_WGS84.zip, strato delle sezioni di censimento SHP/R11_21_WGS84.shp e relativo .dbf: campi PRO_COM, SEZ21, LOC21_ID, COD_ISAM, POP21 e SHAPE_Area. Il comune 41038 ha quaranta sezioni; quattro hanno COD_ISAM = 206. I nomi delle località vengono dalla tavola TAB/LOC_R11_21.csv dello stesso file (4103810003 = Padana, quota 40 m; 4103840002 e 4103840003 = case sparse). Le due isole in cui sono state collocate vengono invece dai Limiti delle unità amministrative territoriali al 1° gennaio 2026 (Com01012026_WGS84), gli stessi anelli misurati in cima a questa pagina: per ciascuna sezione ho calcolato il centro dell'area e verificato con un test di punto-dentro-poligono in quale dei tre anelli del comune cade. Coordinate in WGS 84 / UTM 32N in tutti e due i file, quindi confrontabili senza conversione. Lettura dei file e calcoli miei, con strumenti/shp.py, il 29 agosto 2026; il metodo e i suoi collaudi sono gli stessi di Dove finisce il comune. Rifatto il 4 settembre 2026, questa volta confrontando le superfici invece dei soli centri: le sezioni 10, 13 e 19 sommano 454.098,499 m² e la 20 ne fa 377.978,045, che sono le stesse cifre dei due anelli dei Limiti 2026 fino al millesimo di metro quadro; la sezione 20 e l'anello dell'isola minore hanno gli stessi quarantasei vertici alle stesse coordinate, e le quaranta sezioni sommano 18.334.020,847 m² contro i 18.334.020,849 dei tre anelli. I due file non sono due misure indipendenti: portano la stessa geometria, e quello che il confronto verifica è che il campo COD_ISAM sia etichettato bene — vedi il riquadro nel corpo della pagina.
  7. Verificato da me il 4 settembre 2026 sul file delle Basi territoriali 2021 delle Marche: sommando il campo POP21 delle quaranta sezioni di Monte Porzio raggruppate per LOC21_ID si ottengono 1.194, 1.128, 51, 21, 8, 1 e — per i tre codici di case sparse — 349, che sono tutte e sette le righe della tabella di Le sette località, presa da un altro file (LocalitaPuntuali_21.zip). Sette su sette alla persona, case sparse comprese: è la firma di una derivazione, non di due conteggi che si incontrano. La tavola TAB/LOC_R11_21.csv dello stesso file, per parte sua, non ha nessuna colonna di popolazione — ha codice, tipo, nome, quota — quindi i nomi delle località e i loro abitanti vengono già di per sé da due posti diversi dello stesso censimento.
  8. Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, cit., capitolo VI, «I castelli», pp. 50-54 della numerazione a stampa (pp. 47-51 del PDF). Il territorio di Piaggiolino «fino a Ponte del Rio» e i due castellari sono a p. 53; l'atto del 1290 sul castellare «de Guphis» è alla nota 23 di p. 54, che lo cita dall'archivio del Collegio Germanico di Roma, pergamena n. 148; gli atti del 1264 e del 1265 sono alla nota 22, dalle carte agostiniane pubblicate da Celestino Pierucci, pp. 221-225, docc. 5 e 6 — con l'avvertenza di Polverari che Pierucci ne stampa il giorno sbagliato. La vendita del 1291, con le righe latine, è alla nota 15 di p. 52 (Pierucci p. 243), che riporta anche la notizia del 1645 sui tre castelli in rovina dall'archivio Barberini in Biblioteca Vaticana, Credenzone III, casella 38, mazzo 27 C n. 175. L'ipotesi di Pierucci sull'identificazione del Castellare Bulgari e l'obiezione di Polverari sono nella stessa nota 22. L'edizione citata è: Celestino Pierucci, Carte Agostiniane (1249-1291) tra le carte di Fonte Avellana, in Analecta Augustiniana, XXXVI (1973), pp. 205-245. Non l'ho vista: la conosco solo attraverso le note di questo volume.
  9. Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, cit., capitolo VII, «I signori feudali», p. 56 della numerazione a stampa (p. 53 del PDF) e nota 3, che rimanda a Pierucci pp. 225-229. È il punto in cui il volume, spiegando l'atto del 27 settembre 1269, aggiunge fra parentesi che «san Lorenzo è il titolare della chiesa di Piaggiolino». Il volume non dice su che documento lo sappia.
  10. «Codice di San Gaudenzio». Cartulario di un monastero riformato delle Marche (Senigallia, aa. 1106-1324), a cura di Ettore Baldetti; cooperatori Alberto Polverari (regg. 5-119) ed Eros Gregorini (regg. 120-238), indici di Simona Gambarara. Deputazione di Storia Patria per le Marche, Fonti per la storia delle Marche, n.s., V; Ernesto Paleani editore, Cagli 2006, ISBN 88-7658-138-3. PDF integrale sul sito della Deputazione, https://www.deputazionemarche.it/ita/img/2026/fonti_storia_marche/CODICE%20SAN%20GAUDENZIO/Codice%20San%20Gaudenzio.pdf, scaricato il 21 agosto 2026, in sources/cache/codice-san-gaudenzio.pdf. I passi citati, letti il 21 agosto 2026 sul livello di testo del PDF (che in questo volume è composto a computer, non riconosciuto otticamente): reg. 297 (a. 1237), p. 242 del volume, con «in Plazolinis» nel testo e la nota 10 («Odierno Piaggiolino, frazione di Monterado ubicata fra Castelvecchio e il Rio Grande, sulla sinistra del fiume Cesano»); reg. 243 (a. 1160), p. 196, nota 1, per gli Offoni, per Gualterius Offi e per l'elenco dei luoghi della rinnovazione del 1237, che comprende «in Certanis» e «in Plazolino»; reg. 138 (a. 1145), p. 113, nota 1, per l'etimo del Castellare de Guphia, per i figli Artrottus e Anselmus e per Guido Anselmi; reg. 209 (a. 1223), p. 170, nota 3, per gli eredi di Iacobus de Castro Girardi confinanti presso il fundus Plazolini nel 1253 (CFA IV, nn. 719, 723). Dagli indici: Indice II, Antroponimi, voci «Artrottus» e «Culfus / Culfo / Gulfus / Culfoni / Gufoni»; Indice III, Toponimi, voce «Plazolino / Plazolinis / Piaggiolino», che rinvia a I. CLXV, C. 138.1, 209.3, 243.1, 297, 297.10. Giudizio d'affidabilità in sources/registro-fonti.md: alta sul testo, da controllare sui rimandi.
  11. Codice di San Gaudenzio, cit., Introduzione, p. CLXV. Pagina senza testo estraibile nel PDF, resa in immagine a 150 dpi con ghostscript e letta a vista il 21 agosto 2026 (sources/cache/csg-p165.png). Vedi I signori di Monteporzio nel Duecento.
  12. Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, cit., capitolo VIII, «La famiglia Montevecchio», p. 68 della numerazione a stampa (p. 65 del PDF). La frase è riportata qui integralmente perché è l'unico punto del volume in cui il possesso del Collegio Germanico su quella parte di territorio è affermato in parole e non solo scritto su una carta.
  13. Mappe, serie del sub-fondo «Circondario di Pergola» del Catasto gregoriano di Pesaro e Urbino, scheda in SIAS — Sistema informativo degli Archivi di Stato, Archivio di Stato di Pesaro e Urbino, https://sias-archivi.cultura.gov.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=comparc&Chiave=418200 — consultata il 31 agosto 2026. Estremi 1815-1926, consistenza 501 mappe, prodotte dalla Cancelleria del censo di Pergola (1819-1860) e dall'Ufficio tecnico erariale di Pesaro e Urbino (1881-1926). La riga è trascritta letteralmente dall'elenco delle località, che è in ordine alfabetico e in cui «Piaggiolino e Pecorara sezione II di Castelvecchio» sta fra «Orciano» e «Rossa». La scheda non dice dove sia Piaggiolino, né lo mette in rapporto con le isole amministrative di oggi: quel rapporto è una mia ipotesi, dichiarata come tale.