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Il Crocifisso, il colera e due immagini

Nel luglio del 1855 il colera entra in paese. Il popolo ricorre a un Crocifisso di legno che allora non aveva neppure un altare suo. Le due fonti che lo raccontano non vanno d'accordo su chi fu incoronato quel giorno, né sull'anno della cappella — e una terza ne scioglie due su tre.

Ultima verifica: 4 ottobre 2026.

Monte Porzio (PU), non Monte Porzio Catone (RM). Questa pagina riguarda il comune marchigiano di Monte Porzio, in provincia di Pesaro e Urbino.

La chiesa parrocchiale di Monteporzio è intitolata a San Michele Arcangelo, ma nel Novecento porta anche un secondo nome:

«La chiesa di San Michele Arcangelo va sotto il nome anche di Santuario del Crocifisso per la taumaturgica Immagine venerata dai tempi antichissimi, che richiama molti devoti dai luoghi vicini della diocesi e fuori.»[1]

La pagina sull'edificio racconta i muri: quanto è lungo, quando è stato alzato, chi ha pagato. Questa racconta l'oggetto per cui la gente ci veniva da fuori — e il fatto che sta all'origine di quella devozione, che è un'epidemia.

Le fonti principali sono due, a due distanze diverse: l'inventario parrocchiale del 1918 del pievano don Giovanni Cesari, che di gran parte di questi fatti è testimone diretto, e il capitolo di Alberto Polverari del 1980, che riassume il primo e vi aggiunge cose sue.[1] Quando i due divergono — e qui divergono tre volte — la divergenza è scritta in pagina.

Dal 20 agosto 2026 ce n'è una terza, ed è di casa: il sito della parrocchia di San Michele Arcangelo, che nel 2016 ha pubblicato una storia del santuario e vi ha allegato, in PDF, un libretto a stampa del 2000.[2][3] Su due delle tre divergenze quella terza voce dice qualcosa; su una delle due porta una prova di un genere che nessuna delle altre aveva, cioè un'iscrizione.

La catena dei libretti: un secolo di riscritture dello stesso testo

Prima di usarla, conviene guardare da dove viene — perché è una catena, e la catena è dichiarata dagli anelli stessi.

annotestochi lo fa
1908Il santuario di Monteporzio. Cenni storici preghiere e grazie, ed. 3, Senigallia, Tipografia Marchigianadon Giovanni Cesari, pievano
1940Note storiche, datate 15 maggio 1940Renato Canestrari
1941Santuario del SS. Crocifisso in Monteporzio (Pesaro). Note storiche, Preghiere, Grazie, Fano, Società Tipograficadon Carlo Tommasetti, pievano (contiene le note del Canestrari)
2000Santuario del SS. Crocifisso in Monte Porzio. Note storiche, preghiere, grazie, Edizioni Tecnostampa, febbraio 2000don Luigi Gianantoni, pievano parroco
2016la pagina web del santuariola parrocchia

Il sottotitolo è lo stesso per novantadue anni: note (o cenni) storiche, preghiere, grazie. (Dal 1994 nella catena entra anche un quarto autore esterno alla parrocchia, A. Mencucci, con quaranta pagine sui comuni della diocesi di Senigallia: questo cantiere non l'ha mai visto.) E ogni curatore dice di rifare il precedente: Gianantoni scrive di aver voluto «ridare alle stampe, sulla falsariga del libretto stampato 54 anni fa' dal pievano di allora Don Carlo Tommasetti nel corso della seconda guerra mondiale, le memorie del Santissimo Crocifisso»;[2] la pagina web del 2016 chiude la sua parte storica dichiarando «notizie fin qui tratte da» il Canestrari dentro il Tommasetti.[2]

Quello che il libro del 1980 chiama «un opuscolo scritto un secolo fa» dal pievano Cesari è dunque il capostipite, e la pagina web lo cita fra virgolette.[2] Questo cantiere non ha mai visto né il 1908 né il 1941: li conosce solo attraverso chi li riporta.

Il libretto è del 2000 o del 2002? La pagina web scrive «edito da TECNOSTAMPA, Ostra Vetere 2002». Il PDF che la stessa pagina mette a disposizione dice altro: il frontespizio porta «Monte Porzio 2000», il colophon «© Edizioni Tecnostampa, febbraio 2000», la presentazione del vescovo Giuseppe Orlandoni è datata «Senigallia, 2 febbraio 2000» e il curatore firma «Monte Porzio, Anno Giubilare 2000».[3][2] Quattro indizi contro uno: questa pagina cita il libretto come 2000, e segnala il 2002 senza cancellarlo.
Che cosa la catena non è — e non è una mia deduzione: è stampato. Il libretto del 2000, a testa della sua parte storica, dichiara:

«Queste Note, con qualche aggiunta attualizzante a cura del redattore, sono tratte da: R. Canestrari, Note storiche, in Santuario del SS. Crocifisso in Monte Porzio (Pesaro). Note storiche, Preghiere, Grazie, Società Tipografica Fano, 1941; A. Polverari, Monte Porzio e Castelvecchio nella storia, AGE/Urbino, 1980; A. Mencucci, Senigallia e la sua Diocesi. Storia, fede, arte, Volume II, I Comuni della Diocesi, Editrice Fortuna, Fano 1994, pagg. 1323-1362.»[3]

Cioè: il libretto del 2000 e il capitolo del 1980 non sono due voci indipendenti, perché il primo dichiara di aver letto il secondo. E la pagina web del 2016 riassume il libretto. Non sono cinque testimoni: sono riscritture successive, e i tre anelli più recenti si tengono per mano.

Lo si vedeva anche prima di leggerlo, mettendo due frasi una sotto l'altra. Polverari: «il Simulacro stesso, già annerito dai ceri e rovinato dal tempo, viene restaurato dal bolognese Gaetano Grandi». La parrocchia: «l'immagine del Crocifisso, annerita dai ceri e rovinata dai secoli, venne restaurata dal bolognese Gaetano Grandi».[1][2] Vale per il colera, per il triduo, per il 21 ottobre 1855. Un secondo testimone che copia il primo non è un secondo testimone, e il controllo costa il tempo di guardare.

Restano indipendenti da questa catena, e per questo contano più di tutto il resto: l'inventario del 1918 di Cesari (documento d'archivio, non racconto per il pubblico), le iscrizioni della cappella, e quel che potrà venire dalle Note del Canestrari 1941, che qui nessuno ha ancora letto. A queste va aggiunto quello a cui la catena stessa rimanda senza riportarlo: le due carte settecentesche del pievano Sampaoli — l'inventario del 30 marzo 1715 e la Memoria del 20 ottobre 1718 —, tutte e due nell'archivio parrocchiale e nessuna delle due vista da questo cantiere. Sono la fine della catena all'indietro: oltre quelle, i libretti non hanno più niente da citare.

E il Canestrari nel libretto del 2000 non c'è. Era la speranza con cui questo cantiere ci si era messo, e leggendo il volume la speranza è caduta: le sue Note Storiche (pp. 17-34 a stampa) non sono una ristampa del testo del 1941, sono un testo nuovo del 2000 che il Canestrari lo cita in nota, pagina per pagina, insieme agli altri due. Le note a piè di pagina sono cinque in diciotto pagine e si leggono così:

notarimanda a
1 (p. 24)«A. Polverari, 15.17.21.27-36; 41-43; 47-51; 53-55; 69; 77-83; 91-105; A. Mencucci, 1329-1333.1341.1353; R. Canestrari, 7-26»
2 (p. 28)«A. Polverari, 63-68; A. Mencucci, 1346-1347»
3 (p. 28)«A. Mencucci, 1350»
4 (p. 31)«Cf. Memoria sulla chiesa parrocchiale di Monte Porzio compilata il 20 ottobre 1718 dal pievano protempore Benedetto Sanpaoli, manoscritto dell'archivio parrocchiale di Monte Porzio, p. 1»
5 (p. 33)«R. Canestrari, 11-12.15.19.21.23-26; A. Polverari, 68-69»

La quarta è l'unica delle cinque che esca dalla catena. Le altre quattro rimandano tutte e sole ai tre autori dichiarati nell'occhiello — Polverari, Mencucci, Canestrari —; questa rimanda a un manoscritto del 1718 conservato nell'archivio parrocchiale, e cioè a una carta. È anche la sola su cui questa pagina abbia qualcosa da dire, perché la frase a cui è attaccata Polverari la attribuisce a un altro documento: se ne parla nel riquadro «La stessa frase, in un altro documento e con un'altra data», qui sotto.

Fino al 5 settembre 2026 questa tabella diceva «quattro» e saltava la nota 4. La riga mancava, e mancava proprio la sola che rimandi a un documento d'archivio invece che a un libro moderno — mentre trenta righe più giù questa stessa pagina la usa e la discute per intero. Le pagine del PDF sono state riguardate una per una il 6 settembre 2026 (pp. stampate 28-34): le note sono cinque, numerate di seguito da 1 a 5, e la 4 sta a p. 31, in fondo alla pagina che apre la sezione «Il Santuario del Santissimo Crocifisso».

Il guadagno è più piccolo di quello sperato ma non è nullo: le note storiche del Canestrari del 1941 stanno alle pagine 7-26 del volume di Tommasetti, e sono dunque una ventina di pagine. Il libro va cercato ancora; adesso però si sa quanto è lungo il pezzo che serve, e si sa che le pagine del 2000 non lo sostituiscono. L'unico punto del libretto in cui il testo del 1941 sembra sopravvivere di persona è in fondo, nell'elenco delle grazie — e di quello parla la sezione «La Pioggia di grazie», più avanti in questa pagina.

«Ab immemorabili»: quello che si sa dell'immagine

L'inventario del 1918 la descrive all'articolo 14:

«L'Altare del SS.mo Crocifisso è il primo a cornu evangeli. Vi è un'immagine del Crocifisso in rilievo, tenuta in grandissima venerazione ab immemorabili dai fedeli monteporziesi e delle popolazioni (Parrocchie) vicine.»[1]

Non un dipinto, dunque, ma un rilievo. Sull'età, nessuna delle due fonti ha un documento di origine: tutte e due risalgono allo stesso testimone più antico, l'inventario di don Benedetto Sampaoli del 30 marzo 1715, che già allora la dice antica. Polverari lo cita per esteso:

«Il medesimo Crocifisso si riconoscie per antichissimo di segnalata Veneratione, et assai miracoloso, massimamente in tempi calamitosi, come Guerra, Peste, Fame, ad petendam pluviam atque Serenitatem, portandosi processionalmente.»[1]

Cioè: nelle calamità — guerra, peste, fame — e per chiedere la pioggia e il sereno, portandolo in processione. È la funzione dichiarata dell'oggetto, scritta nel 1715 da chi lo aveva in consegna, e centoquarant'anni prima del fatto che lo rese celebre.

La stessa frase, in un altro documento e con un'altra data. Il libretto del 2000 riporta queste parole quasi identiche — «il medesimo Crocifisso si riconoscie per antichissimo di segnalata Veneratione, et assai miracoloso, massimamente in tempi calamitosi, come Guerra, Peste, Fame, per chiedere la Pioggia e la Serenità, portandosi processionalmente» — ma le mette in nota a un documento diverso: la «Memoria sulla chiesa parrocchiale di Monte Porzio compilata il 20 ottobre 1718 dal pievano protempore Benedetto Sanpaoli, manoscritto dell'archivio parrocchiale di Monte Porzio, p. 1».[3] Polverari la dà all'inventario del 30 marzo 1715; il libretto alla Memoria del 20 ottobre 1718. Tre anni e due carte diverse, per la stessa frase.

Le possibilità sono due e questo cantiere non sa scegliere: o Sampaoli si ricopiò da un documento all'altro — cosa normalissima per un parroco che compila due volte lo stato della propria chiesa —, oppure una delle due citazioni è sbagliata. Un indizio a favore della seconda: dove Polverari ha il latino «ad petendam pluviam atque Serenitatem», il libretto ha l'italiano «per chiedere la Pioggia e la Serenità» con le stesse maiuscole, che è quello che viene fuori traducendo quel latino, non leggendo un originale. Nessuno dei due manoscritti è stato visto da questo cantiere: stanno entrambi nell'archivio parrocchiale, e la Memoria del 1718 è registrata fra i fondi.

Aggiunta del 20 agosto 2026, e sposta il peso. Leggendo per intero il capitolo IX del quaderno 150 è saltato fuori che Polverari cita lui stesso la Memoria del 1718, e la cita proprio alla p. 1 — la stessa pagina indicata dal libretto — per tutt'altra cosa: che al tempo di quel pievano la sagrestia stava dietro l'altare e serviva anche da coro.[1] Se ne ricava che tutte e due le carte erano già sul tavolo di Polverari, e che il redattore del 2000, il quale dichiara di lavorare su Polverari, aveva sotto gli occhi nello stesso capitolo la frase (attribuita al 1715) e il riferimento completo alla Memoria del 1718, indicazione di pagina compresa. Uno scambio di citazione, in quelle condizioni, costa un attimo. Resta un'ipotesi — non ho modo di dimostrarla, e la prima possibilità (Sampaoli che si ricopia) resta in piedi — ma è la sola delle due che spieghi anche perché proprio quel documento e proprio quella pagina.

Da lì Cesari ricava una stima, e la dichiara tale: «si può benissimo credere che la devozione a questa Immagine sia incominciata nel 1500, perché in un inventario di Don Benedetto Sampaoli del 30 marzo 1715 si dice che questa Immagine è venerata da antichissimo tempo».[1] Il «si può benissimo credere» è suo, e va letto come tale: non è una data, è un ragionamento su una testimonianza già di secondo grado.

Un appoggio indipendente, però, quel Cinquecento ce l'ha. Il 21 giugno 1582, all'altare del Crocifisso, viene eretta la Confraternita del Santissimo Sacramento, «ad istanza del conte Camillo di Montevecchio, come risulta dai documenti esistenti nella Curia Vescovile».[1] E il testo latino di fine Cinquecento che descrive la parrocchia dice che la Società del Corpo di Cristo «fundata est in altari Crucifixi» — è una carta coeva, e la si trova nella pagina sulla chiesa. Nel 1582 quell'altare esisteva e aveva quel titolo: è il punto fermo più antico.

Su quel conte le due fonti danno due nomi lunghi diversi. Polverari scrive «conte Camillo di Roberto di Montevecchio»; Cesari scrive «conte Camillo di Montevecchio», e in un altro punto dello stesso inventario precisa: «e non P. Camillo perché vissuto fino al 1710», cioè si preoccupa di distinguerlo da un omonimo più tardo, il padre filippino Camillo di Montevecchio che compare in questa chiesa fra il 1708 e il 1715. Due Camilli a centoventi anni di distanza, nella stessa famiglia e nella stessa chiesa. Il patronimico «di Roberto» sta solo in Polverari e questo cantiere non sa da dove venga.

Luglio 1855: il colera

«Ma i fasti maggiori si hanno nell'Ottocento. Nel mese di luglio del 1855 infierisce il colera nel paese. Il popolo ricorre al Crocifisso ed appena iniziato il triduo nessuno viene più colpito dal morbo.»[1]

Cesari, che scrive sessant'anni dopo ma da dentro la parrocchia, racconta lo stesso fatto quasi con le stesse parole, e lo chiama per nome:

«Questa devozione aumentò in modo particolare dopo che gli stessi fedeli ricevettero una Grazia singolare nel 1855. La grazia fu questa: nel mese di luglio di quell'anno infieriva il colera in questo Castello; si ricorse subito al SS.mo Crocifisso e, mirabile a dirsi, appena incominciato il triduo più nessuno fu colpito dal morbo.»[1]

Le due fonti concordano su tutto: il mese, l'anno, il triduo, l'esito. E vanno lette per quello che sono — due racconti devoti di un fatto devoto. Quello che documentano senza margine di dubbio è che nel luglio 1855 il colera era in paese; che cosa fermò l'epidemia è, per questa pagina, fuori portata. Nessuna delle due fonti dà un numero di morti, e questo cantiere non ne ha trovato altrove.

È il primo fatto epidemico documentato nella storia di Monteporzio che questo sito registri. In quegli anni il priore del comune era il conte Ermanno di Montevecchio duca Benedetti, in carica dal 1855 al 1860 (gli amministratori); il vescovo di Senigallia, Domenico Lucciardi.

Lo stesso colera, a Castelvecchio, con un'altra immagine

Nell'altra parrocchia del comune la stessa estate lascia la stessa traccia, e su un oggetto diverso. Il quadro della Madonna della Misericordia della chiesa di Sant'Antonio di Padova a Castelvecchio — attribuito da alcuni a Giambattista Salvi detto il Sassoferrato, e donato alla chiesa dalla principessa Maria Barberini — è quello a cui il paese si rivolge: «si ricordano le preghiere fatte a questo altare particolarmente nel colera del 1855 e nella spagnola del 1918».[1]

Due comunità distanti pochi chilometri, la stessa epidemia, due immagini diverse. Nessuna delle due fonti mette in relazione i due episodi: l'accostamento è di questa pagina, e sta in piedi solo perché le due frasi stanno nello stesso libro, a nove pagine di distanza.

Il 21 ottobre 1855, e chi fu incoronato quel giorno

Qui le due fonti si separano per la prima volta, e non su una data: sull'oggetto.

Polverari, nel capitolo sul Crocifisso, scrive: «Alla festa di ringraziamento del 21 ottobre di quell'anno partecipa il cardinal Domenico Lucciardi, vescovo di Senigallia».[1] Il lettore ne ricava che il cardinale venne per il Crocifisso.

Cesari, all'articolo 16 del suo inventario — quello dedicato all'altare della Madonna della Misericordia — dice che cosa il cardinale fece:

«Il 21 Ottobre 1855 l'Immagine fu coronata solennemente dall'Emin. Cardinale Domenico Lucciardi vescovo di Senigallia, e, in detto giorno, dopo di averla portata in processione, fu posta alla pubblica venerazione nel 2° Altare a Cornu evangeli.»[1]

La terza voce, qui, non serve a niente — e vale la pena dire perché. La pagina della parrocchia scrive: «Alla grande festa di ringraziamento del 21 ottobre di quell'anno partecipa il cardinal Domenico Lucciardi vescovo di Senigallia: il Crocifisso attraversa processionalmente le vie del paese».[2] Sembra un secondo voto a favore di Polverari. Ma Polverari scriveva «Alla festa di ringraziamento del 21 ottobre di quell'anno partecipa il cardinal Domenico Lucciardi, vescovo di Senigallia»: la frase è la stessa a un aggettivo di distanza. Non è un testimone: è la stessa frase due volte. Quello che aggiunge — la processione del Crocifisso per le vie — non compare in Polverari e sta nel racconto che la pagina dichiara di prendere dal Canestrari del 1940.

L'immagine incoronata quel giorno è dunque la Madonna della Misericordia, non il Crocifisso. Le due cose non si contraddicono — la festa poteva essere di ringraziamento per il colera e l'incoronazione riguardare l'altro oggetto — ma la sintesi del 1980, nominando quel giorno dentro il paragrafo sul Crocifisso, fa sparire l'immagine che fu incoronata. È lo stesso meccanismo già visto per il campanile del 1888, dove il riassunto perde chi ha pagato.

E c'è un motivo per cui è facile confonderli: fino al 1883 le due immagini stavano allo stesso altare.

L'altare che il Crocifisso non aveva

Questo è il fatto che riordina tutti gli altri, e sta solo nell'inventario del 1918:

«Questa Miracolosa Immagine rimase in quell'Altare (della Madonna della Misericordia) fino al 26 Settembre 1883, giorno in cui venne esposta all'Altare Maggiore e il 29 di detto mese il Cappuccino P. Gioacchino da Loreto la portò in Processione e la collocò per la prima volta nella nuova Cappella dove si trova oggi.»[1]

Quindi: per tutto il tempo in cui fu «venerata ab immemorabili», fino al 1582 e oltre, fino al colera del 1855 e per altri ventotto anni, il Crocifisso di Monteporzio non ebbe un altare proprio. Stava a quello della Madonna della Misericordia — il secondo, poi il primo a cornu evangeli — e ci restò fino a tre giorni di fine settembre del 1883, di cui l'inventario conserva le date esatte e il nome del frate cappuccino che lo portò.

La cappella nuova fu fatta «su proposta del Rev.do pievano D. Antonio Gradoni e a spese dei fedeli, come risulta dai libri d'amministrazione del 1883»; nel 1899 due cancelli di ferro di Giuseppe Frediani, del 4 agosto, impedirono ai fedeli di entrarvi.[1]

L'anno della cappella: il libro ne stampa due, e sono a cinquant'anni di distanza. Il capitolo di Polverari dice: «Nel 1833 dal pievano Gradoni, con l'aiuto di Gioacchino Pinzani, si costruisce la cappella». L'inventario di Cesari, stampato nello stesso volume, dice 1883 e cita i libri d'amministrazione di quell'anno.

Ho reso a immagine, a 200 dpi, la pagina 79 dell'edizione stampata: c'è scritto 1833, quattro cifre nitide. Non è un guasto della mia estrazione del testo, è sulla carta.

Il controllo si fa dentro il libro, senza uscirne. Lo stesso capitolo, sei pagine prima, elenca i pievani di Monteporzio con gli anni: Antonio Gradoni di Corinaldo, 1854-1887. Nel 1833 non era pievano — a Monteporzio c'era Francesco Cervelli — e il colera che, per tutte e due le fonti, precede la costruzione della cappella, è del 1855. Un 1833 non ci sta né prima né dopo.

Registro la contraddizione senza correggere la pagina stampata: quello che si può dire è che ogni elemento verificabile dentro il volume — la lista dei pievani, la data del colera, i libri d'amministrazione, le tre date di settembre — sta dalla parte del 1883, e che nessuno sta dalla parte del 1833.

Aggiunta del 20 agosto 2026, ed è di un altro genere. La pagina della parrocchia trascrive la lapide che sta a sinistra della vetrata, dentro la cappella. Non è un libro che riassume un altro libro: è una scritta incisa nel luogo di cui si discute.

QUESTA CAPPELLA N. S. GESÙ CROCIFISSO DEDICATA PER LA CURA E LE SPESE DI ANTONIO GRADONI SAC. PIEVANO DI GIOACCHINO PINZANI E DEI FEDELI NELL'ANNO 1883 PER LO ZELO E LE SPESE DI GIOVANNI CESARI SUO SUCCESSORE DEGLI ABITANTI PAESANI ED ESTERI FU DECORATA CON PITTURE AD ACQUERELLO DURANTE [L'ANNIVERSARIO] SECOLARE COSTANTINIANO NELL'ANNO 1912[2]

Il testo è disposto su due colonne e la trascrizione le intreccia riga per riga, per cui va letto a coppie: questa cappella … dedicata per la cura e le spese di Antonio Gradoni sac. pievano, di Gioacchino Pinzani e dei fedeli, nell'anno 1883; per lo zelo e le spese di Giovanni Cesari suo successore, degli abitanti paesani ed esteri, fu decorata con pitture ad acquerello … nell'anno 1912.

Due cose ne vengono. La prima: la pietra dice 1883, e con essa i tre nomi nell'ordine in cui il libro del 1980 li mette. Il «1833» stampato a p. 79 resta quello che era, un refuso di stampa, ma adesso ha contro anche un'epigrafe.

La seconda scioglie il dubbio sul secondo nome. Polverari diceva che Gradoni ebbe «l'aiuto di Gioacchino Pinzani», Cesari diceva «a spese dei fedeli» e non nominava nessuno; questa pagina, per prudenza, non li identificava. La lapide mette Pinzani accanto al pievano, e la pagina della parrocchia va oltre e dice chi era, appoggiandosi allo stesso Polverari: Gioacchino Pinzani, sindaco di Monteporzio nel 1878-1881 e nel 1889-1890, di una famiglia arrivata in paese verso la metà dell'Ottocento, insieme ad Annibale Pinzani farmacista e sindaco (1870-1873, 1890-1902) e a Ermanno Pinzani.[2] È lo stesso uomo che questo sito ha fra gli amministratori. L'identificazione non è mia: è della parrocchia, che la ricava da Polverari.

Due avvertenze su quell'identificazione, e tutte e due tolgono peso.

La prima: la pagina della parrocchia qui non è una fonte in più. Cita le pagine di Polverari da cui prende i tre Pinzani («come risulta dalla ricerca di A. POLVERARI, alle pagine 68. 82. 94. 97. 98. 100. 101»), e il terzo fratello, Ermanno Pinzani «rettore magnifico dell'Università di Pisa», è la stessa affermazione che lo stradario di questo sito registra da Polverari e che nessuno ha mai riscontrato altrove. Rimane di una fonte sola.

Aggiornamento del 1° settembre 2026. Il rettorato non è più di una fonte sola: l'elenco ufficiale dei rettori dell'Università di Pisa registra Ermanno Pinzani rettore dal 1920 al 1923, e da rettore lo dà anche il suo discorso a stampa del 12 marzo 1922. Le prove stanno nello stradario. Attenzione però a che cosa questo riscontra e che cosa no: conferma il rettore, non il monteporziese. Che quell'uomo sia della famiglia Pinzani di questo paese — cioè il pezzo che serve qui — resta affermato da Polverari e dalla parrocchia, e da nessun altro.

La seconda: di Gioacchino Pinzani gli amministratori del comune ne registrano tre mandati — 1853-1854, 1878-1881 e 1889-1890 (gli amministratori). Trentasette anni fra il primo e l'ultimo sono possibili per un uomo solo e non sono provati per un uomo solo. Quello della lapide del 1883 sta fra i due estremi e questo è tutto.

In quella stessa occasione, aggiunge Polverari, «il Simulacro stesso, già annerito dai ceri e rovinato dal tempo, viene restaurato dal bolognese Gaetano Grandi».[1]

Le processioni, e una folla nel 1916

L'inventario del 1918 elenca le uscite del Crocifisso dalla chiesa che il suo autore ricorda o trova scritte:

dataoccasione
29 settembre 1883trasporto nella cappella nuova, con il cappuccino P. Gioacchino da Loreto
21 agosto 1898processione
3 maggio 1905processione, con il cardinal Giulio Boschi e mons. Tito Maria Cucchi, vescovo diocesano
7 maggio 1916processione «per impetrare la pace», con «oltre Diecimila persone devote»

L'ultima riga è quella che dice di più. Nel 1896 la parrocchia contava 1.210 fedeli; nel maggio 1916 l'Italia è in guerra da undici mesi. Diecimila persone è otto volte la parrocchia: la cifra è di Cesari, che c'era e che scrive due anni dopo, e questo cantiere non ha modo di controllarla — ma anche presa larga dice che quel giorno il paese si riempì di gente venuta da fuori.

La processione del cardinal Boschi: 1904 o 1905? Polverari scrive che Cesari «organizza solenni festeggiamenti, come quelli del 1904, ai quali partecipa anche il cardinal Giulio Boschi, arcivescovo di Ferrara e già vescovo di Senigallia». Cesari data la processione con Boschi al 3 maggio 1905.

Nel 1904 succede però qualcos'altro, ed è nello stesso inventario: l'8 luglio 1904 Cesari chiede al vescovo di poter conservare il Santissimo Sacramento nella cappella del Crocifisso; il rescritto arriva il 9 e il 10 luglio il Sacramento vi è riposto, tolto dall'altare maggiore dove era sempre stato. È un fatto del 1904 che riguarda quella cappella. Se il riassunto del 1980 abbia unito due anni vicini, non lo so: registro le due date come stanno.

Il 20 agosto 2026 una terza voce li separa. La pagina della parrocchia racconta i due anni uno dopo l'altro e dà a ciascuno il suo fatto: «Nel 1904 la cappella è arricchita dell'artistico tabernacolo offerto dalla contessa Maria di Montevecchio Flajani. L'anno successivo si organizzarono nuovi e solenni festeggiamenti che culminarono nelle grandiose giornate del 3 e 4 maggio, con intervento di mons. Vescovo Diocesano, del Cardinale Giulio Boschi Arcivescovo di Ferrara».[2]

Cioè: 1904 il ciborio della contessa, 1905 la festa con Boschi — che è esattamente ciò che dice l'inventario del 1918, aggiungendovi il 4 maggio. Non è una prova, perché quel racconto discende dagli stessi antenati; è però la lettura che tiene insieme tutti i dati senza scartarne nessuno, e questa pagina la adotta dicendo da dove viene. Il 1904 del libro del 1980 resta il più probabile accorpamento di due anni vicini in cui la cappella si arricchì due volte.

Nella cappella, nel 1904, arriva anche «un artistico ciborio, donato dalla Contessa Maria di Montevecchio-Flajani»; il 17 agosto 1911 Cesari fa costruire il cupolino; lo stesso anno Romolo Wirth indora le cornici e l'altare, e il 7 novembre 1912 la cornice della nicchia dell'immagine; nel 1912 i pittori Giovanni e Igino Guidi verniciano a smalto tutta la cappella; il 7 febbraio 1913 si compra dalla ditta Isacco Padovano di Senigallia il cristallo smerigliato da 7 millimetri che chiude la nicchia.[1]

6 maggio 1934: l'incoronazione

«Il 6 maggio 1934, nell'occasione dell'Anno Santo per il XIX Centenario della Redenzione, la sacra Immagine viene incoronata con oro da monsignor Filippo Maria Mantini, vescovo di Cagli e Pergola, essendo pievano don Carlo Tommasetti, il quale nell'anno seguente arricchisce la cappella di marmi e pitture.»[1]

Settantanove anni dopo la Madonna della Misericordia, tocca al Crocifisso. Il fatto stava solo in Polverari, perché l'inventario di Cesari è del 1918 e si ferma prima; la pagina della parrocchia lo racconta per esteso, e il racconto viene dal Canestrari del 1940, cioè da chi c'era.[2]

Il pievano è don Carlo Tommasetti, arrivato a Monteporzio il 3 aprile 1921. L'occasione è l'Anno Santo straordinario indetto da Pio XI nel 1933 per il XIX centenario della Redenzione. Si formano due comitati, e i nomi dicono com'era fatto il paese in quegli anni: il comitato d'onore sotto la presidenza del vescovo di Senigallia Tito Maria Cucchi e del podestà di Monte Porzio Alfeo Cerioli, quello esecutivo sotto il cav. Cesare Canuti.[2] Tutti e due sono nella serie degli amministratori, e le date tornano: Canuti fu podestà negli anni Venti (1921-1925, 1926, 1929), Cerioli dal 1930 al 1937. Nel 1933 il primo è un ex podestà che presiede il comitato che lavora, il secondo è il podestà in carica che presta il nome a quello d'onore.

E su quel cognome arriva un voto. La lista dei podestà stampata nel volume del 1980 scrive «ALFEO CERIGLI», il testo dello stesso volume scrive due volte «Cerioli»: la divergenza è aperta in amministratori dal risveglio in cui quella pagina fu scritta. La pagina della parrocchia, nel 2016, scrive «Alfeo Cerioli».[2] Fa due contro uno, ma i due potrebbero essere lo stesso: la parrocchia cita Polverari per i Pinzani nella stessa pagina, e può averlo seguìto anche qui. La divergenza resta aperta.

Un pellegrinaggio dal 1° aprile al 30 settembre 1934; poi domenica 6 maggio 1934 l'incoronazione con «una corona d'oro massiccio, offerta dalla pietà del popolo», compiuta da monsignor Mantini davanti al vescovo diocesano, a parte del capitolo della cattedrale, ad autorità, parroci, confraternite.[2]

La cappella del 1935, e chi la fece

Prima di rimettere l'immagine nella nicchia, un comitato rifà la cappella. La pagina della parrocchia nomina le tre imprese — ed è il genere di dato che le sintesi perdono per prime:

lavoroditta
marmiFratelli Tecchi di Fano
pittureFratelli Bedini di Ostra
vetrata policromaditta Giuliani Cesare di Roma

L'inaugurazione è del 3 maggio 1935, alla presenza di monsignor Oddo Bernacchia, vescovo di Termoli-Larino, che consacrò la chiesa e l'altare; il 5 maggio la processione.[2] Anche qui la parrocchia trascrive le iscrizioni: sul bordo anteriore dell'altare «E QUESTO ALTARE CONSACRÒ ODDO BERNACCHIA VESCOVO DI TERMOLI-LARINO 3 MAGGIO 1935», e sulla lapide a destra della vetrata il riassunto di tutta l'impresa — la corona d'oro come dono votivo, la cappella adornata «CON VETRATA DIPINTI E MARMI», le balaustre, «PER OPERA DI CARLO TOMMASETTI PARROCO» e «I DEVOTI DEL MEDESIMO SIMULACRO», «NELL'ANNO 1935 DURANTE IL XIX CENTENARIO DELLA REDENZIONE».[2]

I Bedini di Ostra tornano. La chiesa di Sant'Antonio di Padova a Castelvecchio fu decorata nel maggio 1944 da Michelangelo Bedini di Ostra. Nove anni prima i «Fratelli Bedini di Ostra» dipingono la cappella del Crocifisso a Monteporzio. Che sia la stessa bottega di famiglia è quasi certo e non è scritto da nessuna parte: l'accostamento è mio, e vale come indizio, non come identificazione.

Dal 1940 al 2000: la serie non si interrompe

La pagina del 1980 si fermava alla giornata del Reduce del 1945, e questa pagina con lei. La parrocchia porta la serie avanti di cinquantacinque anni, e ogni tappa è la stessa cosa: l'immagine esce di chiesa.

dataoccasionechi presiede
3 maggio 1940processione tradizionale, e ingresso ufficiale in paese del nuovo vescovomons. Umberto Ravetta
14 settembre 1945«giornata del Reduce», feste di ringraziamento del dopoguerrapievano don Gualberto Paladini
195925° dell'incoronazione, con tutto il seminario diocesanovescovo Umberto Ravetta
198450° dell'incoronazione, sante missioniparroco don Irio Giuliani, vescovo Odo Fusi Pecci, che «per primo portò processionalmente l'immagine»
7 maggio 2000Giubileo: settenario, processione per le vie, bacio dell'immaginevescovo Giuseppe Orlandoni, pievano don Luigi Gianantoni

Nel 2000 il santuario è «insignito dalla Penitenzieria Apostolica come luogo nel quale si poteva lucrare l'indulgenza del Grande Giubileo»,[2] e per l'occasione esce il libretto di don Gianantoni: l'ultimo anello della catena descritta in cima a questa pagina.

Il conto, allora, è questo: dal 1715 — quando un pievano scrive che l'immagine si porta in processione «in tempi calamitosi» — al maggio 2000, l'oggetto continua a fare la stessa cosa. Duecentottantacinque anni di una funzione sola, documentata a intervalli.

Fin dove arriva la documentazione, e dove si ferma. L'ultimo fatto qui documentato è del maggio 2000 e viene da una pagina web scritta nel 2016. Che il Crocifisso sia ancora in quella cappella oggi, nel 2026, è probabile e non è documentato su questo sito. Nessuno di questo cantiere è mai entrato in quella chiesa.

E nell'altra parrocchia il ciclo si chiude più tardi: il 7 maggio 1961 il cardinal Giuseppe Ferretto incorona la Madonna della Misericordia di Castelvecchio, alla presenza di sette vescovi.[1]

La «Pioggia di grazie»: un registro, e la cucitura in vista

L'ultima parte del libretto del 2000 — pp. 97-108 a stampa — si intitola «Pioggia di grazie» ed è una cosa che questo sito non aveva ancora incontrato: un elenco datato e numerato di guarigioni attribuite all'immagine. Il testo che lo introduce dichiara come è nato:

«Soltanto negli ultimi settant'anni di vita del Santuario, i Parroci di Monte Porzio si interessarono per raccogliere notizie di segnalate grazie ottenute dal miracoloso Crocifisso e di annotarne qualcuna nei libri parrocchiali. L'elenco, edificante e significativo, si inizia con la data del 23 maggio 1858 e continua ininterrotto fino ai giorni nostri […] Non è possibile poter includere, in un volumetto di piccola mole, un elenco di oltre centocinquanta grazie ottenute ed annotate».[3]

Due cose sono dichiarate lì dentro e vale la pena separarle. La prima è che l'elenco vero non è questo: sta nei libri parrocchiali, conta oltre centocinquanta voci, e il libretto ne stampa una scelta. La seconda è la data d'inizio, 23 maggio 1858 — tre anni dopo il colera del 1855, cioè l'annotazione delle grazie comincia dopo il fatto che rese celebre l'immagine, non prima.

Il contenuto di queste pagine non è pubblicato qui. Sono nomi e cognomi di persone private con la loro malattia scritta accanto, e le ultime voci riguardano persone che con ogni probabilità sono vive. Il libretto le stampa perché è un libro di devozione fatto per la comunità che le conosce; questo sito non è quello, e la regola 23 del cantiere dice di documentare fatti e ruoli pubblici, non vite private. Quello che si può descrivere è la forma dell'elenco, ed è la forma a dire una cosa che il testo non dice.

Il numero 40, stampato due volte

Le voci sono numerate. Scorrendo la numerazione, la datazione fa questo:

vocedata in testa alla voce
n. 42 novembre 1886
n. 527 febbraio 1887
n. 615 maggio 1888
n. 712 giugno 1891
……
n. 35aprile 1935
n. 36settembre 1935
n. 371936
n. 38(segue, stessa serie)
n. 391926
n. 40luglio 1967
n. 40agosto-novembre 1978

Fino alla n. 38 la serie corre in ordine e si ferma agli anni Trenta. Poi la numerazione inciampa: il 40 è stampato due volte, su due voci diverse, e le date tornano indietro e poi saltano di trent'anni. Le ultime tre voci, inoltre, guardano al presente di chi scrive: una dice che il protagonista «ancora oggi, nel 2000, all'età di 86 anni, viene da Orciano nel nostro Santuario a rendere grazie», un'altra che la lode «continua ancora nel 2000».[3]

Lettura mia, e la dichiaro tale. Un elenco che finisce ordinato negli anni Trenta, e a cui si attaccano in coda tre voci recenti con un numero ripetuto, ha l'aspetto di un elenco ereditato e continuato: le voci 1-38 verrebbero dal libretto del 1941, dove un elenco di grazie era annunciato già nel sottotitolo, e le tre finali sarebbero l'aggiunta del curatore del 2000. Il numero doppio è l'errore di chi appende in fondo a una lista che non ha rinumerato. Se è così, queste pagine sono l'unico punto del libretto del 2000 in cui si legge ancora il testo del 1941 — e quel libretto questo cantiere non l'ha mai visto.

Non è provato: per provarlo servirebbe il volume del 1941 a fianco. Ci sono però altri due indizi nella stessa direzione. Uno: la frase «negli ultimi settant'anni», in un libro del 2000, non torna con un elenco che comincia nel 1858 (farebbe 142 anni); torna molto meglio in un libro del 1941. Due: fra le didascalie delle tavole il libretto annuncia «Monte Porzio: il panorama del paese nel 1941 e come appare oggi» — cioè in redazione avevano sotto mano materiale del 1941.[3]

Resta il fatto nudo, che non dipende da nessuna di queste letture: a Monte Porzio esiste, o esisteva, un registro di grazie tenuto dai parroci nei libri parrocchiali, aperto il 23 maggio 1858 e con oltre centocinquanta voci. È una serie continua di due secoli sulla vita di un paese — malattie, parti, epidemie, guerre — e sta in un archivio che questo sito conosce solo per l'elenco dei suoi fondi.

Un passaggio dalla chiesuola

Un dettaglio dell'articolo 17 dell'inventario chiude un cerchio con la chiesuola dei conti, che su questo sito ha una pagina sua. Il quadro nuovo dell'altare di Sant'Antonio Abate, comprato dalla ditta Graziani-Collina di Faenza, non entrò in chiesa direttamente:

«Il sottoscritto la benedì il 7 Maggio 1908 nella Chiesuola dei Conti di Montevecchio e fatte colà per tre sere devote preghiere, venne solennemente trasportata alla Chiesa Parrocchiale il 10 di detto mese.»[1]

È la prova che nel 1908 la cappella dei conti era in uso e aperta al culto — cosa che la pagina sulla chiesuola non poteva dire, perché la sua unica fonte la descriveva soltanto.

Che cosa questa pagina non dice

Note

  1. Alberto Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, prima edizione 1980, ristampa nella collana «I Quaderni del Consiglio regionale delle Marche» n. 150, Consiglio regionale delle Marche: https://www.consiglio.marche.it/informazione_e_comunicazione/pubblicazioni/quaderni/pdf/150.pdf — consultato il 19 agosto 2026. Il capitolo IX, sulla parrocchia di Monteporzio, è alle pp. 73-81: la lista dei pievani alle pp. 76-77, il Santuario del Crocifisso alle pp. 79-80. Il documento n. 13 (inventario del pievano don Giovanni Cesari, 1918) alle pp. 184-206: l'altare maggiore all'art. 13, il Crocifisso all'art. 14 (pp. 197-198), la Madonna della Misericordia all'art. 16 (pp. 199-200), Sant'Antonio Abate all'art. 17 (p. 200). La chiesa di Castelvecchio e la Madonna della Misericordia del Sassoferrato al cap. X, pp. 87-88, dove Polverari dichiara di riprendere le notizie da Renato Bolletta, pp. 44-58. La data «1833» è stata riletta sulla p. 79 del PDF resa a 200 dpi con gs, perché il testo a stampa di questa edizione ha guasti di riconoscimento dei caratteri: la cifra è nitida e stampata così. Sulla stessa pagina il pievano Tombari è stampato «Tombali» e Pesaro «Pesare». Polverari trascrive Cesari e Sampaoli; io trascrivo la trascrizione di Polverari. Nessuno degli originali è stato visto: l'inventario del 1918 e quello di don Benedetto Sampaoli del 30 marzo 1715 sono nell'archivio parrocchiale di Monteporzio.
  2. Parrocchia di San Michele Arcangelo di Monte Porzio, «Il Santuario del Santissimo Crocifisso», pagina datata 31 ottobre 2016: https://www.parrocchiamonteporzio.it/2016/10/31/il-santuario-del-santissimo-crocifisso/ — consultata il 20 agosto 2026. La pagina non è firmata. Dichiara le proprie fonti in due punti: chiude la parte fino al 1940 con «notizie fin qui tratte da: CANESTRARI Renato, Note storiche, 15 maggio 1940, in TOMMASETTI don Carlo, Santuario del SS. Crocifisso in Monteporzio (Pesaro). Note storiche, Preghiere, Grazie, Società Tipografica, Fano 1941», e cita «A. POLVERARI, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, alle pagine 68. 82. 94. 97. 98. 100. 101» per i Pinzani. Da lì viene il testo delle due lapidi della cappella e dell'iscrizione dell'altare, che questo cantiere non ha visto sul posto. Il commento di Erino Toderi è citato dalla stessa pagina come pubblicato in Camminiamo Insieme, dicembre 2000, n. 100 — bollettino parrocchiale che questo cantiere non ha mai consultato. Affidabilità: buona per i fatti della parrocchia, che è l'ente che li vive; da non contare come voce indipendente dove ripete Polverari parola per parola. Un errore materiale è visibile: la processione del 1916 vi è detta «nel mezzo della Seconda Guerra Mondiale», ed è la Prima — l'inventario del 1918, che la data al 7 maggio 1916, è di due anni dopo il fatto.
  3. Parrocchia San Michele Arcangelo, Santuario del SS. Crocifisso in Monte Porzio. Note storiche, preghiere, grazie, a cura di don Luigi Gianantoni pievano parroco, Monte Porzio 2000; al verso del frontespizio «© Edizioni Tecnostampa, febbraio 2000». PDF di 101 pagine, scaricabile dal sito della parrocchia: https://www.parrocchiamonteporzio.it/wp-content/uploads/2016/10/librosantuario.pdf — scaricato il 20 agosto 2026 e messo in cache. È una scansione per immagini, senza strato di testo: non si cerca, si legge una pagina per volta rendendola a immagine con gs. Al 20 agosto 2026 sono state lette venticinque pagine del PDF su 101: le pp. 3-5, 9, 11 e 16-17 (frontespizio, colophon, prima tavola, presentazione del vescovo Giuseppe Orlandoni datata Senigallia 2 febbraio 2000, fotografia della chiesa, occhiello Note Storiche con la dichiarazione delle fonti); le pp. 17-32, cioè tutte le note storiche, dall'inizio alla firma «Parrocchia di S. Michele Arcangelo in Monte Porzio, Anno Giubilare 2000»; e poi le pp. 35, 50, 70, 86, 88, 95, 96, 97, 98, 100 e 101 — sondaggi che coprono le preghiere, l'apertura e la chiusura dell'elenco delle grazie, l'indice (pp. 109-110 a stampa) e le didascalie delle tavole in terza di copertina. L'indice dà la struttura del volume: Il vescovo diocesano p. 9, Al lettore p. 13, Note storiche p. 17 (con le tre partizioni «Dalla preistoria al presente», «La pieve di San Michele Arcangelo» p. 25, «Il Santuario del SS.mo Crocifisso» p. 31), Preghiere pp. 37-81, Canti pp. 85-92 (fra cui «Io sento la tua voce», dichiarato inno ufficiale al SS.mo Crocifisso), Grazie ricevute — Pioggia di grazie p. 97. La numerazione a stampa non coincide con quella del PDF e lo scarto non è fisso (p. 9 del PDF = 10 stampata; p. 17 = 19; p. 95 = 106): in mezzo ci sono tavole non numerate. La presentazione del vescovo e la prefazione del curatore sono anche in trascrizione sulla pagina «Alcune sue pubblicazioni» della parrocchia: https://www.parrocchiamonteporzio.it/2016/11/23/alcune-sue-pubblicazioni/ — consultata il 20 agosto 2026.