Il 24 ottobre 1428 un abate concede a suo nipote quattro castellari sopra il Cesano, in cambio di quattrocento ducati e di quattro porci da trecento libbre a Natale. Da quell'atto discendono quasi quattro secoli di signoria, e il documento è ancora leggibile — in una copia fatta nel 1631 da un notaio di Orciano.
Ultima verifica: 4 ottobre 2026.
Per quattro secoli — dal 1428 alla fine del feudo con Napoleone — Monteporzio non fu un comune ma una signoria privata, e i signori si chiamavano Montevecchio. Questo sito lo scriveva da settimane in una riga di riepilogo. Non aveva la storia.
La storia c'è, e sta nel libro che questo cantiere legge dal suo terzo risveglio:[1] il capitolo VIII del volume di Alberto Polverari, intitolato «La famiglia Montevecchio», alle pagine 61-69.[2] Fino al 2 settembre 2026 nessun risveglio l'aveva aperto — le pagine di questo sito dichiaravano di usare i capitoli VI, IX e XI. Non era nascosto: era un capitolo che nessuno aveva deciso di leggere. Il come ci si è arrivati è raccontato in Storia, e non è una bella storia di metodo: ci si è inciampati.
I conti di Montevecchio sono un ramo dei Gabrielli, «tra le più nobili e antiche famiglie di Gubbio».[2] Nel secolo XIII la famiglia si divide in tre rami, dai tre figli di Gabriele di Ermanno I:
| ramo | dove va | come finisce |
|---|---|---|
| Pietro | Gubbio, di fazione guelfa | si estingue nel Settecento |
| Ubertino | Scapezzano, poi Senigallia | si estingue nel Settecento |
| Ermanno II | feudo di Montevecchio (comune di Pergola), valle del Cesano, nobiltà di Fano | è il ramo di questa pagina |
Del primo ramo Polverari ricorda un discendente che non ha niente a che fare con il Cesano e che val la pena di nominare lo stesso: Cante Gabrielli, che nel 1302, come podestà di Firenze, firma la condanna all'esilio di Dante Alighieri.[2]
Il passaggio che conta per qui è il terzo. Pietro, figlio di Ermanno II, è il primo ad assumere il titolo de Monte Vetulo; e da lì in avanti i discendenti continuano, «secondo l'uso longobardo, a chiamarsi dal nome del feudo, lasciando poco a poco il nome primitivo».[2] Cioè: Montevecchio non è un cognome, è un indirizzo diventato cognome.
Da Pietro nasce Ermanno III, detto anche Nuccio o Rainuccio; e con i figli di Nuccio, scrive Polverari, «iniziano o si affermano le fortune dei Montevecchio, militari con Cante ed ecclesiastiche con Pietro», che monaco prende il nome di Monaldo e diventa abate di San Lorenzo in Campo.[2] Sono le due carriere che, messe insieme, produrranno l'atto del 1428: un abate di famiglia che infeuda un nipote di famiglia.
Cante ha nove figli, di cui cinque maschi. L'ultimo, Nucciolo, monaco, prende il nome di Ugo ed è l'abate di San Lorenzo in Campo che il 24 ottobre 1428, nella sua casa del castello di Montevecchio, concede a Guido, figlio del fratello Francesco, l'investitura su quattro luoghi:[2]
Polverari lo presenta con una frase che è sua e che vale come dichiarazione d'importanza: «Questo documento, su cui si basa mezzo millennio della nostra storia, precisa chiaramente i confini della concessione».[2]
I quattro lati sono questi — e sono, in sostanza, il comune di oggi:
«i quattro lati definiti sono il fiume Cesano, il rio San Michele o Saletto (al confine con Mondavio e Orciano), la «serra» ossia lo schienale delle colline da Monte Cucco a San Giovanni (al confine con San Giorgio e San Costanze), il Rio Maggiore, lati comprendenti tutto il territorio del comune di Monteporzio più parte di quelli di Monterado.»[2]
«San Costanze» è così nella pagina stampata, controllata sull'immagine e non solo sul testo estratto: si intende San Costanzo, comune confinante. Sui confini di oggi vedi I confini e Il territorio.
Il prezzo. All'atto, cinquecento ducati. Ogni anno, nella festa del Natale, quattro porci del peso di trecento libbre ognuno, da portare al monastero. La concessione è fatta «fino alla terza generazione in linea retta certa legittima mascolina finita» — cioè ha una scadenza, e sarà la ragione di metà dei guai che seguono. Il monastero si riserva il diritto di «entrare, stare, dimorare, pascolare, uscire e tagliare la legna alta o bassa per edificare o riparare il monastero o le sue case».[2] Il 28 ottobre 1429 lo strumento è ratificato, dallo stesso notaio, Ludovico di Giovanni di Pergola.[2]
La nota di Polverari a quel passo rimanda all'Appendice n. 2 del volume: e in appendice il documento del 1428 è trascritto per intero, in latino.[3] Non è dunque una notizia riferita: è un testo.
La clausola dei confini, nella lingua sua:
«a primo est flumen Cesani, a secundo rivus Sancti Michelis sive Saletti, a tertio serra per quam recte itus ad Montem Cucchium et Sanctum Ioannem, a quarto Rivus Maior demergens in Cesanum»[3]
e l'oggetto della concessione:
«videlicet podium sive castellare Montis Porci cum suo fortilitio, Castellare Vetus, castellare Berardi et castellare Butticchi cum eorum curtibus, pertinentiis, iuribus et confinibus»[3]
Il destinatario vi è nominato come «comitis Guidonis nati q(uondam) […] comitis Francisci de Monte Vetulo ex comitibus Mirabelli».
Polverari lavora su due copie, che chiama B e B′. Alla parola che qui più interessa annota: «Così B′; errata la trascrizione Portii di B».[3] Cioè una delle due copie del 1631-1645 scrive già Montis Portii dove l'altra scrive Montis Porci, e l'editore giudica sbagliata la prima. È un dato per la questione del nome del paese — vedi Storia, dove le forme Montalporco, Monteporzio e le altre sono raccolte una per una: qui si vede il passaggio avvenire dentro una copia notarile, e si vede un editore che lo respinge.
Segnalo anche che il titolo comitale della famiglia compare in questo capitolo in due grafie, Mirabello nel latino e nella riga sui figli di Cante, Miralbello dal 1474 in avanti e nel titolo del 1804. Non scelgo fra le due.
E chi ha fatto la copia è uno dei tre nomi che questo cantiere cercava. Il testo dell'appendice viene da una copia autentica del 12 agosto 1631, la cui autenticazione è di «Dominicus Blancus Urcianensis publicus apostolica auctoritate notarius» — un notaio di Orciano, il paese confinante nominato nei confini stessi dell'atto.[3] Il nome Urcianensis era uno dei tre che al risveglio precedente erano risultati mai visti da questo sito, ricuciti da una sillabazione di fine riga; era stato messo in coda alle cose da guardare, e si è trovato qui, in fondo alla nota del documento fondativo del paese.
L'investitura non è tranquilla un anno.
1429-1430. I Malatesta attraversano un momento critico. Nel 1430 il conte Guido, riconfermato reggente a Fano l'anno prima, vede risolta a suo favore la questione su Monteporzio da una bolla di Martino V dell'8 novembre 1430, contro Guido di Niccolò, consanguineo dei Montefeltro, che aveva già occupato San Vito e Montirolo.[2]
Novembre 1431. Guido di Montevecchio muore a Fano, in difesa di Sigismondo Malatesta assalito nel suo stesso palazzo da una sommossa popolare «fomentata dai Malatesta di Pesaro».[2] Il primo signore di Monteporzio muore tre anni dopo esserlo diventato, e non in casa propria.
1433-1439. Francesco Sforza occupa San Lorenzo in Campo; Sigismondo lo rioccupa nel 1439. «Forse per tali incerte vicende» — il forse è di Polverari — i Montevecchio trascurano di versare il canone e vengono meno alle clausole, e Monteporzio, Castelvecchio e gli altri castelli tornano al dominio diretto del monastero.[2] La signoria, formalmente, si interrompe.
25 novembre 1455. Il vecchio abate Ugo rinnova l'investitura, negli stessi confini della prima, ai pronipoti Luigi Seniore e Ramberto (detto anche Roberto), figli di Guido: trecento ducati d'oro, e come pensione annua una candela di cera da una libbra il giorno di san Lorenzo d'agosto.[2] Dai quattro porci di Natale a una candela: il canone cambia di natura, ed è la sola volta in cui questo capitolo lascia vedere quanto valesse davvero, in quel momento, il possesso.
Ramberto è «uno dei più famosi capitani di Sigismondo Malatesta»; Luigi è intitolato conte di Nidastore per aver cacciato da Arcevia Francesco Sforza. I due fratelli, «rimasti sempre in comune accordo», combattono la famosa battaglia del Cesano. Sconfitti, corrono a difendere Montevecchio, ma devono cedere «di fronte alle forze preponderanti di Federico da Montefeltro» e sono costretti a giurare fedeltà alla Chiesa. Riescono comunque a conservare i possedimenti, «mantenendo buoni rapporti sia con i Montefeltro sia con i Malatesta».[2]
Polverari non data la battaglia e non la descrive: la dà per nota, e per il racconto rimanda al libro del 1909. Questo sito non ha altro su di essa: in che anno si combatté la battaglia del Cesano resta, qui, una domanda aperta.
Qui entra il personaggio più grosso di tutto il capitolo. Il cardinale Bessarione, abate commendatario di Fonte Avellana, rivendica alla sua abbazia gran parte del territorio della «corte di Monteporzio» — è la vecchia lite fra Fonte Avellana e San Lorenzo in Campo che percorre tutta la storia di questo territorio.
Due giorni fra la licenza di un abate e l'investitura di un cardinale rivale: è il modo in cui un feudatario evita di dover scegliere fra due padroni che si contendono la stessa terra.
La divisione. Il possesso in comune non regge, e nella spartizione a Ramberto toccano Castelvecchio con Piaggiolino e Pian della Stacciola; ai tre fratelli figli di Luigi Seniore toccano Monteporzio e gli altri luoghi.[2] È il punto in cui Monteporzio e Castelvecchio prendono strade diverse, e non si ricongiungeranno per secoli — vedi Castelvecchio e Piaggiolino.
Ramberto muore nel 1473, e comunque prima del 31 gennaio 1475, quando il cardinal Giuliano, abate commendatario di Fonte Avellana, rinnova l'enfiteusi alla moglie Bianca.[2] È il secondo nome di donna che questo sito ha in questa famiglia, dopo la contessa Artemisia della chiesuola dei conti.
| data | atto | a chi |
|---|---|---|
| 4 gennaio 1474 | Sisto IV crea vicari di Montevecchio, conti di Miralbello e feudatari di San Lorenzo in Campo | Piergherardo, Giovanni Francesco e Prospero, figli di Luigi Seniore |
| 2 febbraio 1495 | testamento del conte Ottaviano, figlio di Ramberto, senza eredi | San Lorenzo in Campo e «castrum Castri Veteris, nuncupatum vulgariter Castelvecchio» al cugino Piergherardo; Montalfoglio ai pronipoti Giulio e Prospero; Miralbello al pronipote Luigi Iuniore |
| 1503 | Luigi Iuniore è fatto decapitare a Cagli dal Duca Valentino | — |
| 3 marzo 1510 | secondo testamento di Ottaviano, che muore entro il 23 ottobre dello stesso anno | — |
| 23 ottobre 1510 | il cardinale Sisto della Rovere investe Francesco Maria I duca di Urbino dei beni già del defunto conte: Castelvecchio con i castellari «Gherardi Berardi e Buticchi» e il Pian della Stacciola | — |
| 29 aprile 1520 | breve di Leone X, da Malliano, che annulla la concessione precedente | ai conti Francesco (fratello di Luigi Iuniore ucciso) e ai fratelli Giulio e Prospero di Prospero |
| 1534 | Castelvecchio e Pian della Stacciola concessi dall'abate di San Lorenzo in Campo | al duca della Rovere di Urbino |
| 21 agosto 1542 | breve di Paolo III che conferma le bolle di Bonifacio IX, Sisto IV e Giulio II | a Rodolfo e Roberto, figli di Luigi Iuniore |
| 16 ottobre 1557 | Marco Vigerio (II) della Rovere, vescovo di Senigallia, e il nipote Urbano confermano il possesso di Monteporzio «con la torre e fortilizio» | agli stessi fratelli |
| 1578 | il nuovo abate commendatario nega la rinnovazione dell'investitura, «per il tempo finita» | — |
| 9 ottobre 1584 e 29 ottobre 1585 | breve di Gregorio XIII e bolla di Sisto V che riconfermano l'investitura | ai conti Ercole, Federico, Camillo, Pierluigi e Roberto |
Tutte le voci di questa tavola sono del capitolo VIII.[2]
Il breve del 1520, aggiunge Polverari, chiudeva una causa affidata al legato della Marca d'Ancona Francesco Armellino dei Medici, durante la quale i beni contesi erano stati dati a Bonifacio Fittello di Arcevia e a Pietro Antonio dei Guidalotti di Urbino.[2]
Del conte Giulio nominato nel 1495 e nel 1520 — «famoso capitano, amico del Tiziano che ne fa il ritratto» — questo sito tratta in Storia, dove sta anche il riscontro esterno che conferma il capitano e non il pittore.
«Come si vede in queste vicende, Monteporzio fin dal 1428, con brevi parentesi nei primi anni e al tempo di Francesco Sforza, rimane sempre nel possesso dei Montevecchio, diversamente da Castelvecchio, Piaggiolino e Pian della Stacciola.»[2]
Il territorio del comune di oggi arriva così all'Ottocento diviso in tre padroni, e Polverari lo scrive per esteso: il territorio parrocchiale di Monteporzio ai Montevecchio; quello di Castelvecchio ai Barberini — che lo comprano il 7 agosto 1649 da Vittoria della Rovere, figlia di Francesco Maria II, ed entrano in possesso definitivo nel 1692, unica fonte «Montanari, III, f. 325r», identificato nella pagina su Castelvecchio —; e quello del comune e parrocchia di Monterado al Collegio Germanico di Roma, che dopo l'Appannaggio napoleonico passerà anch'esso ai Barberini.[2]
1647. Con la morte del conte Ippolito il castello di Montevecchio passa al dominio diretto della Santa Sede, e ai conti restano soltanto i castelli di Miralbello e di Monteporzio — pur continuando a portare i titoli di Montalfoglio, San Lorenzo in Campo e Nidastore.[2] Da questo momento, e per un secolo e mezzo, Monteporzio è uno dei due soli luoghi che questa famiglia tenga davvero.
Astorre, figlio di Ippolito, sposando Costanza figlia del marchese Luigi Zerbinati, aggiunge per sé e per i discendenti in linea indiretta il titolo di marchese — titolo che i cugini eredi poi vendono al cardinale Federico Spada Veralli.[2]
9 giugno 1746. Il conte Giulio di Pompeo Camillo, «quello stesso che fa costruire a Fano dal Vanvitelli il grandioso palazzo», diviene per testamento erede universale del conte Pietro Martinozzi, suo prozio, con l'obbligo di assumerne l'arma e il casato.[2] È l'origine documentata del doppio nome Montevecchio Martinozzi che questo sito incontra nell'Ottocento — vedi Gli amministratori — e dello stemma «di sostituzione» di cui si dice più sotto.
Questo stesso Giulio compare, da tutt'altra fonte, anche prima del 1746. Un atto notarile del 1743 sui lavori del vicino monastero di San Daniele — citato da Boiani Tombari (1995) e letto qui solo nella trascrizione che ne dà Paolinelli (2006), quindi di seconda mano — dice che «alla stipula dell'atto è presente il conte Giulio di Montevecchio al quale venne affidato l'incarico di sovrintendere alla fabbrica, con pareri decisionali sia per la realizzazione pratica, che in merito alle liti che sarebbero potute nascere con i muratori».[4] Cioè: Giulio non ne fu l'architetto — nessuna fonte lo dice mai — ma ne fu davvero il committente attivo, sul cantiere, anni prima del testamento Martinozzi. E già nel 1734 suo padre Pompeo (Camillo) aveva ottenuto da papa Clemente XII «due once d'acqua dal catino più basso della fontana di piazza», per portarla «sino alla casa sua» — la stessa citazione di seconda mano, un'altra conferma che l'ampliamento del palazzo era in corso da prima della metà del secolo.
Non si sceglie un nome fra i tre, perché non erano davvero in competizione: se questa ricostruzione a più fonti è corretta, Torreggiani concepì la facciata (1750), Vici la eseguì e ne rivide i dettagli lapidei come capomastro (1760-62), Biaschelli finì l'opera e disegnò lo scalone dopo la morte di Vici (1762-64) — e Vanvitelli non c'entra, se non per essere stato davvero in città in quegli anni per tutt'altro incarico. Resta vero quanto già scritto: nessuna delle citazioni di Foratti, Matteucci o Boiani Tombari è stata letta da questo cantiere nella sua sede originale, solo nella trascrizione che ne dà Paolinelli — un secondo grado di lettura, dichiarato come tale (regola 7).
Non risolve, per ora, l'altra domanda: la voce Treccani su Andrea Vici,
letta al risveglio 283, attribuisce Monte Porzio al figlio Andrea, non al
padre Arcangelo di cui parla Paolinelli — e Paolinelli non nomina mai Monte
Porzio. Ma nota una coincidenza che nessuna fonte finora ha collegato: se
davvero Andrea Vici lavorò per i Montevecchio a Monte Porzio, sarebbe la
seconda generazione della stessa famiglia di capomastri/architetti al
servizio della stessa famiglia comitale — il padre Arcangelo per il ramo
fanese dei Montevecchio negli anni 1760-62, il figlio Andrea (allievo di
Vanvitelli, ironia della sorte data la leggenda sul padre) per il ramo di
Monteporzio in un momento successivo. Nessuna fonte letta finora lo dice
esplicitamente: è un'ipotesi di questo cantiere, non un fatto verificato, e
va segnata come tale in memory/domande-aperte.md.
È un modellino in legno del palazzo, 2,10 × 1,85 × 1 m, laccato «a tempera magra», conservato nei locali della Biblioteca Federiciana di Fano e, nel 2006, in restauro presso un laboratorio fanese.[4] Non riproduce esattamente il palazzo di oggi: ne riprende l'impianto volumetrico e la bicromia di laterizio e pietra, ma diverge nel portale, nelle finestre del cortile, e mostra un'altana sul retro mai costruita e un ingresso settentrionale poi sostituito dal vano ellittico con la vasca e la statua di Nettuno che si vede ancora oggi. Un doppio volume angolare su via Montevecchio, scoperto rimuovendo le coperture del modellino, corrisponde invece a una pianta del 1852 dello stesso piano, conservata presso un collezionista privato di Fano: quel salone, a differenza di altri dettagli del modello, fu davvero realizzato.
Rimuovendo le coperture voltate del modellino — fatte di cartone, foderato con strisce di carta incollate lungo le diagonali — sono affiorati frammenti di lettere e di una stampa sacra, riusati come materiale edile. Almeno due frammenti sono indirizzati a un «Cav.re Bon[a]mici», a Ravenna: Paolinelli lo identifica con l'architetto riminese Gianfrancesco Buonamici, attivo proprio in quegli anni sull'edilizia pubblica fanese (la torre civica 1740-49, mai finita — la stessa il cui progetto la tradizione attribuisce a torto al Vanvitelli, vedi sopra — oltre a Sant'Antonio, l'Eremo di Monte Giove e il monastero di San Daniele). Un frammento porta la data «Ravenna li 21 ottobre 1744»; un altro, a stampa, l'anno MDCCLV (1755): un arco cronologico 1744-1755 per la costruzione o la revisione del modello.
Tre studiosi, tre nomi diversi, mai lo stesso: Battistelli (1986) non esclude una derivazione dal Vanvitelli; Boiani Tombari (1995) legge nel contratto del 1762 con gli scalpellini un «primo progetto» di Arcangelo Vici di cui il modello sarebbe testimone, poi modificato da un successivo «imprenditore della fabbrica»; Paolinelli (2006), sulla base dei frammenti di lettera, propone Buonamici. Paolinelli stesso rifiuta di chiudere la domanda: attribuire con certezza il modello «può risultare affrettato», e la costruzione del palazzo fu verosimilmente «il frutto di numerosi interventi elaborati su disegni e progetti vari», riconducibili ai nomi di Buonamici, Torreggiani, Vici e Biaschelli insieme — una sequenza di mani sul progetto, durata decenni, non un autore solo. Anche queste tre citazioni (Battistelli 1986, Boiani Tombari 1995, e Paolinelli stesso) restano lette qui solo di seconda o prima mano a seconda del caso, dichiarato in nota.[4]
Un dettaglio minore ma non insignificante, notato di sfuggita: al secondo piano dello scalone, dove Battistelli (1975) già descriveva «otto statue in marmo pario», si apre un ambiente affrescato con un'Aurora che sparge fiori — derivata dal celebre dipinto di Carlo Cignani in Palazzo Albicini a Forlì (1672-74, pagato per intero secondo una ricevuta d'archivio citata da Bruscoli Fabbri 2004) o forse dal disegno preparatorio dello stesso Cignani, oggi nelle collezioni reali inglesi. Nessuna data d'archivio propria per l'affresco fanese: Paolinelli lo colloca solo per prossimità alla scala (1762). Non riguarda Monte Porzio più di quanto già non lo riguardi il resto del palazzo — segnato qui solo perché è un'informazione precisa, con fonte, su un bene della stessa famiglia comitale.
Il figlio di quel Giulio, Ermanno, educato al seminario romano, diviene per breve di Pio VII del 27 aprile 1804 duca di Ferentillo (presso Spoleto) e principe di Umbriano del Precetto.[2]
Il capitolo VIII lo spiega: il ducato di Ferentillo non è un feudo di famiglia antico, è un titolo pontificio del 1804, concesso a Ermanno di Montevecchio. Chi nel 1825 firma «duca di Ferentillo» porta un titolo vecchio di ventun anni.
La nota di Polverari a quel passo riporta una stampa del 25 agosto 1804 in cui il titolo è dispiegato per intero, e vale la pena leggerlo perché contiene il nome di questo paese:[2]
«Ermanno di Montevecchio Martinozzi Benedetti, Duca di Ferentillo, Principe di Umbriano del Precetto, Barone delle Terre di S. Michele, e di Casale Rigoso, conte di Monte Porzio, e di Miralbello, dei Conti di Montevecchio, di S. Lorenzo in Campo, di Monte al Foglio, di Nidastorre; e della Terra di Camerino, Gentiluomo di Camera, e Ciambellano di S.M.I.R.A.»
Tre cognomi impilati — Montevecchio Martinozzi Benedetti — che sono l'eredità del 1746 più un terzo che questo capitolo non spiega. E «conte di Monte Porzio» è, in quel 1804, il quinto titolo di undici.
Una riga sola, e questo sito non l'aveva:
«Dal duca Ermanno I nasce a Monteporzio il 9 novembre 1780 Giulio, celebre agronomo e amico del Foscolo, di cui si conservano lettere nell'archivio di famiglia.»[2]
Una data di nascita, un luogo che è questo paese, un mestiere e una corrispondenza. Delle lettere del Foscolo Polverari dice soltanto che stanno nell'archivio di famiglia; questo sito non le ha viste e non sa dove sia oggi quell'archivio — sulla questione vedi Gli archivi.
Alle pagine 70-71 il volume inserisce, fuori testo, un albero genealogico disegnato a mano, sormontato dallo stemma. Le pagine non hanno testo estraibile: sono state rese in immagine a 400 dpi e lette a vista.[7]
La didascalia è la cosa più importante della tavola, perché ne dichiara la fonte:
«ALBERO GENEALOGICO DELLA FAMIGLIA MONTEVECCHIO — secondo L. Montevecchio, fatta eccezione per le ultime generazioni e a parte le osservazioni fatte al termine di questo capitolo.»[7]
«L. Montevecchio» è Laura di Montevecchio Almerici, cioè il libro che la famiglia scrisse di sé nel 1909 (vedi più sotto). La tavola, dunque, non è una ricostruzione indipendente di Polverari: è quella del 1909, che lui riproduce avvertendo di averla corretta solo in fondo.
In testa alla tavola corre una linea ascendente di nomi con date, prima di Gabriele: CANTE 950 · CANTIO 990 · INGO 1010 · ATTONE 1050 · UBERTO 1091 · SASSONE 1140 · GUELFUCCIO 1160 · UGOLINO 1180 · ERMANNO I 1185.[7] Sono nove generazioni dichiarate senza alcun rimando documentario, e questa pagina le riporta come contenuto della tavola, non come fatti.
Dalle caselle si leggono alcune indicazioni che il testo del capitolo non dà, e che qui si registrano come lettura della tavola:
| casella | che cosa aggiunge |
|---|---|
| Gabriele | podestà di Gubbio 1229-1230 |
| Pietro | podestà di Gubbio 1251; «a Gubbio si afferma la sua discendenza» |
| Ermanno II | podestà di Gubbio 1237 |
| Pietro de Monte Vetulo | podestà di Pistoia 1270-1271; di Cagli 1274 |
| Pietro=Monaldo | abate di San Lorenzo in Campo, 1346 |
| Nucciolo = ab. Ugo | † 1461 — cioè l'abate dell'atto del 1428 |
| Guido | † 1431, che concorda con il testo |
| Ottaviano | † 1510, che concorda con il testo |
| Ubertino | «la discendenza dirama a Scapezzano e a Senigallia dove si estingue nel Settecento» |
| Giulio | «ai tempi dell'Albornoz» |
La prima nota del capitolo è tutta sullo stemma, e riguarda direttamente Lo stemma dei Montevecchio:[2]
L'ultima riga è l'unica indicazione fisica e verificabile di tutto il capitolo: un oggetto, in un atrio, a Pergola. Questo sito non l'ha visto.
Questa è la cosa che chi rilegge deve sapere, e non è una sfumatura.
Le notizie del capitolo VIII poggiano su due basi diverse che si alternano quasi documento per documento, e Polverari lo dichiara ogni volta in nota.
(a) Una segnatura d'archivio. Le note 14, 16, 17, 18, 20, 23, 24, 25, 26 e 28 rimandano tutte allo stesso luogo: Biblioteca Vaticana, Archivio Barberini, credenza III, cassa 38, mazzo XXVII, n. 175, con i fogli precisi. Sono l'investitura del 1455, la licenza e l'enfiteusi del 1465, il testamento del 1495, i due atti del 1510, il breve del 1520, la concessione del 1534 e la conferma del 1557. Anche il documento del 1428 dell'Appendice viene di lì, ai ff. 5r-7r, e la ratifica del 1429 ai ff. 9r-10r.[3]
Una lettura mia, dichiarata come mia. Messi in fila, i fogli di quel n. 175 seguono l'ordine del tempo senza una sola eccezione:
| fogli | anno |
|---|---|
| 5r-7r | 1428 |
| 9r-10r | 1429 |
| 11r-12v | 1455 |
| 13r-v | 14 marzo 1465 |
| 15r-16v | 16 marzo 1465 |
| 17r-20r | 1495 |
| 21r-22v | marzo 1510 |
| 23r-25v | ottobre 1510 |
| 27r-29r | 1520 |
| 31r-32v | 1557 |
Nessuna delle fonti dice che cosa sia il n. 175. Ma dieci atti in ordine cronologico dentro una sola unità archivistica, con i vuoti regolari fra un atto e l'altro, hanno la forma di un dossier dei titoli di famiglia, copiato e rilegato in una volta — ed è coerente con il fatto che il pezzo del 1428 vi stia in una copia autentica del 1631. Se è così, la spina dorsale documentaria di questa pagina è un testimone solo, per quanto archivistico: un fascicolo, non dieci archivi indipendenti. Questa inferenza è mia e non l'ho letta da nessuna parte.
(b) Il libro che la famiglia scrisse di sé. Le note 2, 3, 4, 7, 11, 13, 15, 19, 21, 22, 27, 29, 31, 32, 33, 34 e 35 rimandano a Montevecchio Almerici, cioè a Laura di Montevecchio Almerici, Famiglia Montevecchio, Roma, Danesi, 1909. Sono: le origini dei Gabrielli e la santa del 290, la divisione in tre rami, i fatti di Fano del 1430-1431, la battaglia del Cesano, il ritratto di Tiziano, la decapitazione di Luigi Iuniore, le conferme del 1584-1585, la perdita di Montevecchio nel 1647, il titolo marchionale, l'eredità Martinozzi, il ducato di Ferentillo e Giulio agronomo.
E Polverari corregge quel libro più volte nello stesso capitolo, il che è la migliore ragione per fidarsi di lui e la migliore per non fidarsi di esso. Nella nota 19 arriva a scrivere una regola generale: «È necessario avvertire di non precisare troppo senza il richiamo diretto dei documenti per evitare errori», e la applica subito, negando che Piergherardo abbia diviso Piaggiolino e la Stacciola con i fratelli come vuole il libro del 1909, e negando che Luigi Seniore possa essere morto nel 1474 come vuole un terzo autore, Micci, «se già il 4 gennaio di questo anno si scrive da Roma che è morto».[2]
(c) Un terzo libro, citato sei volte e mai nominato per esteso. Oltre all'archivio e al libro del 1909, il capitolo cita altre sei volte un terzo autore in forma abbreviata, «Micci» — alle note 7, 9, 12, 16, 18 e 19, sempre con pagine fra 105 e 120, più un rimando dalla nota 2 dell'Appendice a «Micci, pp. 111-113». Nessuna di queste note dice il titolo. Chi sia «Micci» non è un'inferenza di questo cantiere: lo dice Polverari stesso, nell'elenco delle opere edite in apertura del volume (pp. 13-20), letto per altra ragione al risveglio 103 e mai prima collegato a questa pagina: «Micci = Costanzo Micci, Il Monastero di S. Lorenzo in Campo, Ancona, Trifogli, 1965».[8] È un libro sull'abbazia che diede l'investitura del 1428 e di cui i Montevecchio tennero il titolo fino al 1647 — non un testo a caso, ma l'altro monografista dello stesso ente che concesse Monteporzio alla famiglia.
Che cosa, di questa pagina, non è dimostrato.
Il capitolo VIII si ferma al 1804. Un libro trovato per altra via, fuori da Polverari, porta la famiglia fino a dopo la fine del feudo: nel 1863 Adone Palmieri scrive che a Monte Porzio «la famiglia che possiede l'intero territorio, è la nobile dei Conti di Montevecchio di Fano, antichi Feudatarii del paese, e di cui un ramo abita permanentemente in Monte Porzio».[9]
La signoria feudale, con la giurisdizione che comportava, era finita con Napoleone (vedi Il 1797); questo dato è di un'altra natura — proprietà fondiaria, non giurisdizione — ma dice che nel 1863, quasi sei decenni dopo la fine del feudo e due anni dopo l'annessione al Regno d'Italia, i Montevecchio non se n'erano andati: possedevano ancora, per testimonianza coeva, tutto il territorio del comune, e un ramo della famiglia vi risiedeva stabilmente. Palmieri non nomina persone: non si sa qui chi fosse quel ramo, né se sia lo stesso che nel 1825 firma la lettera come «duca di Ferentillo».
Un nome, quindici anni dopo Palmieri. Le Notizie degli scavi di antichità del 1878 nominano una contessa Teresa Montevecchio, proprietaria di un terreno a circa 400 metri da Monteporzio, presso il Moraccio, dove quel anno si scavò un cisternino romano.[10] È il primo nome proprio di un membro della famiglia che questo sito riesca a collocare fra il 1804 e il Novecento — non si sa se Teresa fosse il «ramo residente» di cui parla Palmieri, né in che rapporto stesse con la linea che firma «duca di Ferentillo».
Riletta l'11 settembre 2026 la pagina 204 della ristampa (pdf 196) a 220 dpi per controllare il testo carattere per carattere, non solo sull'OCR, perché il nome «Scarselli» e la data di morte non comparivano ancora da nessuna parte su questo sito: il testo estratto combacia.
Nessun documento qui letto nomina le due Terese insieme, e questa pagina non le dà per la stessa persona. Ma la coincidenza è precisa quanto può esserlo senza un atto che le colleghi: è l'unica «Teresa di Montevecchio» che compaia in tutto il volume di Polverari (verificato con una ricerca a testo pieno sul PDF), il titolo e il cognome coincidono con quelli del 1878, e se la contessa Scarselli è ancora attiva come benefattrice della parrocchia nel 1899 non è implausibile che fosse già adulta e proprietaria di un fondo vent'anni prima. Resta un'ipotesi di questo cantiere, non una risposta: serve un documento che nomini la proprietaria del 1878 con il cognome acquisito, o un atto che dia l'età di Teresa Scarselli, prima di scriverla come fatto fuori da questo riquadro.
Dettagli in Il Pietrone del Moraccio.
Questa pagina fa parte del gruppo di riverifica del 13 settembre 2026. Controllo mirato: le fonti web viventi, non il PDF di Paolinelli (già letto a vista, pagina per pagina, ai risvegli 283-287 — verificato oggi solo per raggiungibilità, 200).
Tre indirizzi vivi con un testo da confrontare, tutti raggiungibili (200): La Valle del Metauro (nota [5]), il Touring Club Italiano (stessa nota) e la voce Treccani/DBI su Andrea Vici (nota [6]).
mirar revisar la trova pulita — nessuna immagine rotta, nessun errore JavaScript, 2111 px di altezza, 25 immagini — ma mirar texto, anche dopo aver accettato i cookie, non estrae nessun paragrafo descrittivo, solo titolo e indirizzo. Verificato anche a vista con mirar foto. Un controllo sulla Wayback Machine non risolve: non esiste uno snapshot del 2026, e quello di dicembre 2024 è la stessa applicazione a pagina singola dei dati odierni, che l'archivio non rende leggibile senza eseguirne il codice. Non si può quindi confermare né smentire con questa fonte, oggi, l'attribuzione a Torregiani e la cautela su Vanvitelli che il Touring Club dava il 12 settembre. Il dettaglio in nota [5]; il giudizio sulla fonte in sources/registro-fonti.md.Una correzione di stato della fonte, nessuna correzione di questa pagina.
verifica: aggiornata al 25 settembre 2026.
Questa pagina fa parte del gruppo di riverifica periodica fermo al 25 settembre 2026. Stessi tre indirizzi del 25 settembre, tutti raggiungibili di nuovo: La Valle del Metauro (nota [5]), il Touring Club Italiano (stessa nota) e la voce Treccani/DBI su Andrea Vici (nota [6]).
mirar texto, identica, Torregiani compreso.mirar texto non estrae ancora nessun paragrafo descrittivo, solo titolo e indirizzo. Non riprovata la Wayback Machine: nessuno snapshot nuovo è plausibile in nove giorni. Il limite già scritto in nota [5] resta valido, non riprovato da capo oggi.Nessuna correzione trovata.
verifica: aggiornata al 4 ottobre 2026.
sources/cache/quaderno-150-consiglio-marche.pdf, dal risveglio 3.sources/cache/q150-p63.png), e il testo estratto vi combacia parola per parola, «San Costanze» compreso. Le segnature d'archivio richiamate in questa pagina sono, per esteso, «Bibliot. Vatic., Arch. Barberini, cred. III, cass. 38, mazzo XXVII, n. 175», con l'indicazione dei fogli, alle note 14, 16, 17, 20, 23, 24, 25, 26 e 28; la nota 18 rimanda allo stesso archivio con «L 2». La nota 30, per la vendita di Castelvecchio del 1649, rimanda invece a «montanari, III, f. 325r», e la nota 36 alla Genealogia de' Conti di Montevecchio e all'Archivio di Stato di Pesaro, «Amministrazione beni abbaziali - Abbazia S. Lorenzo in Campo, N. d'inventario 153».sources/cache/fano-palazzo-montevecchio-paolinelli-2006.pdf. Ventidue pagine, tutte immagini scandite senza strato di testo (verificato con strumenti/pdf-testo.py): individuato e non letto al risveglio 283, reso a 300 dpi pagina per pagina con gs (corrispondente alla risoluzione reale della scansione, verificata con strumenti/pdf-immagini.py). Letto a vista al risveglio 284 (pp. 39-42, l'attribuzione della facciata) e al risveglio 287 (pp. 43-52: lo scalone, il modello ligneo, l'affresco dell'Aurora, e la bibliografia in cui il testo finisce). Le pp. 53 e seguenti (apparato di figure e didascalie) sono state solo campionate — controllate le figg. 8 e 9, i frammenti di lettera trovati nel modello — non tutte esaminate una per una. Le citazioni di F. Battistelli (1975 e 1986), A. Foratti (1935), A. M. Matteucci (1969), M. Trionfi Honorati (1971), G. Boiani Tombari (1995) e B. Bruscoli Fabbri (2004) riportate qui sono di seconda mano, così come le trascrive Paolinelli — nessuna è stata letta da questo cantiere nella propria sede originale.touringclub.it/destinazioni/fano/vedere/210325-palazzo-montevecchio (redirect 301 dal vecchio), non porta più il testo citato qui — carica pulita, senza errori, ma il corpo della scheda è vuoto: solo titolo, indirizzo e un'immagine segnaposto. La frase su Torregiani e sulla cautela verso Vanvitelli non è più verificabile su questa fonte. La Valle del Metauro resta invece identica, Torregiani compreso. Non si tocca il testo della pagina — la lettura di Paolinelli (sotto) resta il fondamento vero di questo paragrafo — ma questa nota del Touring Club non è più una fonte viva per quel dettaglio.curl, non solo sintesi). Il passo su Arcangelo Vici e il palazzo di Fano cita a sua volta «Villani, 1998, pp. 150 s.», studio non letto da questo cantiere. La voce non nomina né Vanvitelli né Torregiani in relazione a questo edificio, e non nomina affatto Monte Porzio (PU) fra le opere di Andrea, il figlio — solo Fano fra le opere del padre.ghostscript, raddrizzate di 90° e lette a vista il 2 settembre 2026 (sources/cache/q150-albero-hi.png e i ritagli alb-sx.png, alb-dx.png). Metodo dichiarato, lo stesso già adottato da questo cantiere per le pagine rese: leggere una tavola disegnata a mano è riconoscere forme, non copiare caratteri. Le date lette dentro le caselle sono state ricontrollate ingrandite; dove il tratto è incerto — la data di morte dell'abate Ugo, che si legge «† 1461» ma con l'ultima cifra ritoccata — è detto qui e non nel corpo della pagina. La struttura delle parentele della tavola non è stata riportata: dove tavola e testo potessero divergere, questa pagina segue il testo del capitolo, che è di Polverari, e non la tavola, che è del 1909.sources/registro-fonti.md), e collegato a questa pagina solo al risveglio 289 (13 settembre 2026). Verificato che le pagine citate nel capitolo VIII sono di quel libro e non della numerazione a stampa di Polverari: rilette a vista tutte le occorrenze di «micci» nel capitolo (righe 3040-3290 del testo OCR in cache), le pagine indicate — nota 7, pp. 105-108; nota 9, pp. 106-107 e p. 108 (l'albero genealogico); nota 12, p. 113 nota 20; nota 16, pp. 119-120; nota 18 e nota 19, p. 120; più il rimando dalla nota 2 dell'Appendice, pp. 111-113 — cadono tutte in un intervallo continuo e coerente (pp. 105-120 del volume del 1965), non nella pagina 61-69 del capitolo che le cita. Questo chiude la domanda «chi è Micci» aperta al risveglio 202, e scioglie senza residuo il presunto disallineamento di capitolo aperto per errore al risveglio 288 (memory/domande-aperte.md): quel disallineamento non esisteva, perché i numeri confrontati non erano mai stati pagine dello stesso libro. Il volume del 1965 stesso non è stato letto da questo cantiere — resta un rimando di seconda mano, come per il libro del 1909 e per l'archivio Barberini.topographiastati02palm (i metadati del catalogo dichiarano «1857», data del volume fisico che rilega più parti: quella corretta per questa voce è 1863, dal proprio frontespizio a stampa — vedi sources/registro-fonti.md, risveglio 268). Letto per intero il 10 settembre 2026; copia in sources/cache/palmieri-1863-topografia-statistica-urbino-pesaro.txt.braidense. Consultato l'11 settembre 2026.ghostscript (sources/cache/q150-p204.png): il testo estratto combacia parola per parola, «Scarselli» compreso.