Un periodico romano stampa nel 1825 uno scritto datato da Monte Porzio e firmato dal duca Pompeo Benedetti già Montevecchio. È il più antico testo che il cantiere abbia trovato in cui qualcuno, scrivendo da qui e non per un ufficio, dica come gli sembra questo posto: l'aria, i campi, il fiume, e «l'ubertosa valle dove signoreggiò un tempo l'antica Suasa».
Ultima verifica: 4 ottobre 2026.
Di questo paese, su questo sito, si leggono finora atti: investiture, censimenti, un processo, una lista di priori, le lapidi dei caduti. Sono documenti scritti su Monteporzio, o a Monteporzio da un ufficio.
Questa pagina è per una cosa diversa: una pagina a stampa in cui qualcuno, seduto qui, dice come gli sembra questo posto. Fu pubblicata a Roma nel 1825, e porta in mezzo, fra la firma e l'inizio del testo, questa riga:
Non è una lettera sul paese. È uno scritto sulle collezioni d'arte di un signore di Mondavio, e Monteporzio ci sta dentro solo perché è il posto da cui chi scrive lo manda.
Il titolo, a p. 241 del tomo, è per esteso:
«Intorno ad alcuni oggetti di belle arti, che sono in Mondavio presso il N. U. sig. Pacifico Giorgi, osservazioni del duca Pompeo Benedetti già Montevecchio di Fano.»[1]
Segue la dedica — «Al suo amico sig. Salvatore Betti» — che occupa una pagina e mezza, si chiude a p. 242 con la firma, e poi la riga di data. Le osservazioni vere e proprie cominciano lì e finiscono a p. 248: descrivono il palazzo del Giorgi a Mondavio, un dipinto attribuito a Giorgione, una cornice intagliata da Romualdo Fati di Sassoferrato e due minuscoli quadretti scavati dentro cilindri d'acero.[1]
Ma le prime due pagine e mezzo del testo parlano di qui, ed è quello che questa pagina raccoglie.
Il nome che firma è Pompeo Benedetti, e il titolo dello scritto lo dice «duca Pompeo Benedetti già Montevecchio di Fano».
I conti di Montevecchio sono la famiglia che tenne Monteporzio in feudo dal Quattrocento alla soppressione napoleonica e che dalla seconda metà del Seicento ne fece la propria residenza abituale.[2] Il loro nome torna in tutto questo sito: sulla lapide dell'orologio, nel processo del 1770, nella lista di chi ha amministrato il paese, nelle carte d'archivio a Firenze. Che uno di loro scriva da Monteporzio nel 1825 non è quindi una sorpresa: è la conferma, in una fonte a stampa e datata, che nel primo Ottocento la famiglia stava ancora qui.
Su chi fosse questo Pompeo, altre due fonti a stampa lo nominano nello stesso giro d'anni:
Chi scrive da Monteporzio nel 1825 non è un dilettante che scrive una volta sola. Di lui si trovano due pubblicazioni a stampa, con luogo, tipografo, anno e numero di pagine — e ciascuna è nominata da due fonti indipendenti fra loro:
Della seconda la recensione dice anche il contenuto, e due cose meritano di essere riportate qui. La prima: il libro si apre con «una lunga dedicatoria colla quale l'operetta s'indirizza al sig. Salvatore Betti, prosegretario dell'Accademia di S. Luca in Roma» — lo stesso destinatario dello scritto del 1825, cinque anni dopo. La seconda: quella dedica «rende conto al medesimo della scoperta fatta nel 1829 in un'antica badia presso Fano di alcune pitture antichissime», che il duca andò a esaminare sul posto e giudicò in parte anteriori a Cimabue. Le Memorie vere e proprie illustrano invece quattro tavolette della raccolta del professor Ciccarini di Urbino.[6]
Nessuno dei due libri parla di Monteporzio, per quanto se ne può sapere da qui: uno è su un Giorgione finito in Olanda, l'altro su pitture trovate presso Fano e su tavolette di Urbino. Contano per un'altra ragione — dicono che l'uomo che nel 1825 datava una lettera «di Monteporzio in riva al Cesano» era, in quegli stessi anni, un conoscitore di pittura che pubblicava a Spoleto e a Pesaro e che la Biblioteca Italiana recensiva. E dicono che Salvatore Betti non era una cortesia occasionale, ma il suo interlocutore per anni.
Cercata poi nei cinque tomi che precedono, uno per uno, e non c'è. I tomi XXI-XXV — che sono i volumi del 1824 e del 1825, cioè i più vicini alla lettera e i primi da guardare — sono stati scaricati per intero e interrogati in locale, tollerando le confusioni tipiche del riconoscimento ottico.[8] «Pompeo» compare ventisette volte e non è mai lui: è Sesto Pompeo e Pompeo Magno nelle memorie numismatiche (ventuno volte su ventisette), il pittore Pompeo Batoni, il console romano Pompeo Senecione, la colonna «detta finora di Pompeo» ad Alessandria, e un Pompeo Bucciarelli di Urbania. «Benedetti» nove volte, e sono tre cose diverse — il conte Francesco Benedetti Forestieri, traduttore di elegie; la famiglia Militi o de' Benedetti, in una serie di biografie di casate di Urbania; e i benedettini di un monastero, letti come un cognome. «Montevecchio» e «Ferentillo», i due nomi con cui firmava, zero volte in tutt'e cinque i volumi. Resta un mancato ritrovamento, non un'assenza — ma è un mancato ritrovamento fatto con lo strumento più forte che questo cantiere abbia, sul testo vero e non su un indice di ricerca altrui.
La data del 1830 è letta su un OCR. Nella scansione della Biblioteca
Italiana l'anno del libro compare come i8jO. Che sia 1830 lo dicono due cose
intorno: il fascicolo che lo recensisce è del gennaio-marzo 1831, e la scoperta
di cui il libro racconta è del 1829. Ma la cifra, letta, è quella.
«Già Montevecchio» e «duca di Ferentillo» sono due cose che questo sito non sa spiegare. La pagina sugli amministratori registra già che i due titoli — conte di Montevecchio e duca Benedetti — corrono appaiati nella stessa persona, e che «duca Benedetti» non è una seconda persona ma parte del nome. Quel «già», però, e il ducato di Ferentillo (in Umbria, non nelle Marche), restano da capire.
Aggiornamento del 2 settembre 2026: il ducato di Ferentillo è spiegato, il «già» no. Il capitolo VIII del volume di Polverari, letto quel giorno per la prima volta da questo cantiere, dà l'atto: Ermanno di Montevecchio, figlio del conte Giulio, diviene duca di Ferentillo e principe di Umbriano del Precetto per breve di Pio VII del 27 aprile 1804. Non è dunque un feudo antico della famiglia in Umbria, ma un titolo pontificio ottenuto ventun anni prima di questa lettera. La stessa nota di Polverari riporta una stampa del 25 agosto 1804 dove il titolare si firma «Ermanno di Montevecchio Martinozzi Benedetti»: e lì compare, in fila con gli altri, il Benedetti che questa lettera porta. Il triplo cognome viene dall'eredità Martinozzi del 1746. Tutto in I conti di Montevecchio.
Resta aperto dove stia questo Pompeo nell'albero, e che cosa significhi il «già» davanti a Montevecchio.
Il testo comincia col paesaggio. Sono le prime righe dopo la data, a p. 242:
«Sono queste le amene pendici dell'appennino, d'onde scorrono limpide fonti a render pieno il fiume Cesano. È questa l'ubertosa valle, dove signoreggiò un tempo l'antica Suasa, ed or popolate terre e castella ne rallegrano le apriche colline. Più lungi innalzo io volentieri lo sguardo e il pensiero a quegli alpestri colli, d'onde fra l'olezzare purissimo del sereno aere si gode lo spettacolo maestoso delle montagne a cui è capo il nevoso Catria, e indi quello della sottoposta pianura del mio Piceno ricca d'ogni maniera d'amenità, e di abitazioni, ed irrigata da spessi tortuosi fiumi che alla marina mettono foce.»[1]
Poi gli antenati, e sono i suoi. Il passo è a cavallo fra p. 242 e p. 243:
«Seduto qui in riva a queste acque, mi è dolce il rimembrare come sul più arduo calle dei vicini monti i miei antenati diedero illustri prove di possanza e di cristiana pietà, erigendo fra un povero stuolo di coloni guerrieri, torri inconcusse, religiosi conventi e modesti sepolcri. Ancor se ne additano in que' solinghi recessi le alte ruine, che all'obblio de' tempi ed al ludibrio della invidia resistono.»[1]
E infine perché ci sta volentieri, a p. 243:
«Renderanno sempre a me cara la solitudine di questo campestre soggiorno la placida ilarità de' campi, la salubrità dell'aria, le memorie degli avi, il sovvenir beato de' verdi anni trascorsi, e molto più la felice indole generosa e culta degli abitanti delle vicine contrade, che un vivo contrapposto forniscono ora all'asprezza dei luoghi, ora alla nuda miseria, non però mai trista e lugubre al pari della cittadinesca infingardaggine.»[1]
1. Suasa, detta di passaggio. Che l'antica Suasa stia in questa valle non è una notizia: la pagina Il Cesano ricostruisce il nome Suasanus del fiume fino a un precetto del 782 e discute a lungo gli eruditi che ne scrissero — fra cui Brandimarte, Piceno Annonario, che è dello stesso anno 1825. Quello che questa riga aggiunge non è il fatto, è il registro: qui Suasa non è un'ipotesi da dimostrare, è un'ovvietà che si nomina di sfuggita guardando il paesaggio — «è questa l'ubertosa valle, dove signoreggiò un tempo…» — cinquant'anni prima degli scavi del 1878 raccontati nella pagina del Pietrone del Moraccio.
2. «Questo campestre soggiorno.» Chi scrive non dice di stare in un castello né in un palazzo: dice soggiorno campestre, e insiste sulla solitudine, sui campi, sulla salubrità dell'aria. Nel 1825, per un duca romanizzato che ha girato «molte estranee vastissime provincie d'Europa», Monteporzio è una villeggiatura di campagna.
3. L'aria — e non è la prima volta. La pagina sul territorio riporta già «aria soave» e «clima salubre», ma sono un giudizio del Settecento che arriva qui attraverso il libro del 1980: due passaggi di mano. Questo è lo stesso giudizio detto in prima persona, da chi ci sta, con una data sopra. Resta quello che è — un'impressione, non una misura; ma è la seconda volta, e le due volte non dipendono l'una dall'altra.
4. Nessuna delle cose del paese è nominata. Nel testo non c'è la chiesa, non c'è la torre dell'orologio, non c'è una via, non c'è un abitante con nome e cognome. Monteporzio è il punto da cui si guarda, non la cosa guardata.
E la cosa che non se ne ricava: chi fossero «gli abitanti». L'elogio è esplicitamente rivolto agli «abitanti delle vicine contrade», non a quelli di Monteporzio. Che il complimento arrivi anche ai suoi vicini di casa è probabile e non è scritto: qui resta come lo scrive lui.
Non cercandola. Il 27 agosto 2026 il cantiere ha smesso di chiedere a Internet
Archive quali libri si chiamino in un certo modo e ha cominciato a chiedergli
quali libri nominino Monteporzio, dentro le pagine. La riga di data è uscita
alla prima interrogazione, insieme a
una frase della storia ufficiale britannica del 1944 e ad altre
piste ancora aperte. La ricerca era "Monteporzio" "Mondavio": le virgolette
servono, perché senza di esse i risultati sono quasi tutti di Monte Porzio Catone
(RM), che è un altro paese.
Le tre pagine citate qui — 241, 242, 243 — sono state riguardate una per una sulle immagini della scansione, non lette solo nel testo riconosciuto automaticamente: il riconoscimento di quel volume rende «1825» come «i8a5» e «Dev.mo» come «Devino», e una citazione presa da lì sarebbe stata sbagliata.
giornalearcadico26roma: https://archive.org/details/giornalearcadico26roma — consultato il 27 agosto 2026. Digitalizzazione della Natural History Museum Library, Londra, per la Biodiversity Heritage Library; stato dichiarato: pubblico dominio. Le pp. 241, 242 e 243 sono state lette sulle immagini delle carte (leaf 244, 245 e 246 della scansione), e tutte le citazioni di questa pagina vengono da lì; le pp. 244-248 solo dal testo riconosciuto automaticamente.giornalearcadico30roma: https://archive.org/details/giornalearcadico30roma — consultato il 27 agosto 2026. Letto nel solo testo riconosciuto automaticamente, non sull'immagine della pagina: il numero di pagina è quello che il testo riconosciuto porta in testa alla colonna. Questo tomo non nomina Monteporzio (verificato con ricerca sul testo intero per «Monteporzio», «Monte Porzio», «Porzio»).elogiostoricodir00pung. Di questo libro non ho letto nulla se non due finestre di un centinaio di caratteri restituite dalla ricerca sul testo interno il 27 agosto 2026: «Sig. Duca di Ferentillo Pompeo Benedetti dei Conti di Montevecchio (Saggio intorno le pit…» e «…Duca Pompeo Benedetti de' Conti di Montevecchio dobbiamo la notizia della bella copia…». Niente numeri di pagina, niente contesto. È citato qui solo per il titolo di duca di Ferentillo, e a quel titolo va data esattamente la fiducia che merita una finestra di cento caratteri.levitedepiueccel04vasa: https://archive.org/details/levitedepiueccel04vasa — testo scaricato e letto il 27 agosto 2026. Letto nel solo testo riconosciuto automaticamente, non sull'immagine della pagina. La nota è dei curatori, non del Vasari, e riguarda un quadro di Giorgione: cita la Lettera pittorica del duca «Pompeo Benedetti da Montevecchio» con luogo, tipografo, anno e numero di pagine, e rimanda al Giornale Arcadico, tomo XXX, pp. 385-386. Le vicende del quadro (conte Cassi, vendita del 1846, Guglielmo II d'Olanda) stanno nella stessa nota.bibliotecaitalia61mila: https://archive.org/details/bibliotecaitalia61mila — testo scaricato e letto il 27 agosto 2026, e presente in sources/cache/. Letto nel solo testo riconosciuto automaticamente. Le citazioni fra virgolette (la dedicatoria a Salvatore Betti, la scoperta del 1829 nella badia presso Fano) sono trascritte da lì, sciogliendo gli errori evidenti dell'OCR; l'anno del libro nel testo riconosciuto compare come i8jO. La pagina 97 è confermata dall'indice del tomo, che alla voce «Delle opere di maestro Gentile da Fabriano, Memorie pittoriche di Pompeo Benedetti» dà «97».supplementtouniv00nati. Di questo volume non ho letto nulla se non una finestra di un centinaio di caratteri restituita dalla ricerca sul testo interno il 27 agosto 2026: «FERENTILLO (Pompeo Benedetti, Duca di). — Delle opere di Maestro Gentile da Fabriano, memorie pittoriche di Pompeo Benedetti gia Montevecchio, Duca di Ferentillo…». È citato qui per una cosa sola — che il libro esiste come oggetto schedato in una biblioteca — e a quello va data esattamente la fiducia che merita una finestra di cento caratteri.giornalearcadico21roma … giornalearcadico25roma, https://archive.org/download/<id>/<id>_djvu.txt, fra 0,7 e 0,8 MB ciascuno) e interrogati in locale con strumenti/cerca-senza-spazi.py, che ignora gli spazi del riconoscimento ottico e tollera le confusioni ricorrenti (s/f/5, l/1/i, o/0) — lo stesso strumento che al risveglio 159 aveva fatto ricomparire i nomi di Mondavio e Corinaldo che un grep normale non trovava. Il tomo XXV porta in frontespizio MDCCCXXV, il XXI MDCCCXXIV: i cinque volumi coprono il 1824 e il 1825. I conteggi citati qui sopra sono di quello strumento, e ogni contesto è stato letto uno per uno.