Accanto al vecchio municipio c'è la cappella privata dei conti di Montevecchio. Sopra la porta una lapide dice che Benedetto XIV liberò dal purgatorio chi vi facesse celebrare messa — e porta una data che non torna con il documento che la spiega.
Ultima verifica: 5 ottobre 2026.
Nel centro storico di Monteporzio, accanto al vecchio municipio con la torre dell'orologio, c'è un secondo edificio religioso oltre alla chiesa di San Michele Arcangelo. La pagina sul centro storico lo nominava di sfuggita — «contigua, una chiesuola: la Chiesa dei Signori Conti» — senza dire altro. Questa pagina raccoglie quello che di quell'edificio dicono le fonti che lo descrivono — che il 20 agosto 2026 erano due, e dal 1° settembre sono tre, una delle quali è un libro scritto su questa chiesuola e su nient'altro. Lo stesso giorno se n'è aggiunta una quarta, che di Monteporzio non si occupa affatto: l'archivio di un artista, a Pavia, che conserva la traccia di un'opera contemporanea dipinta per questa chiesuola.
«Nel paese si trova la cosiddetta chiesuola, che è la cappella pubblica dei conti di Montevecchio e di loro giuspatronato, dedicata a Maria vergine Assunta. La costruzione è del Settecento con un bell'altare di legno dorato e con tele del pittore fanese (un Ceccarini).»[1]
Tre cose, dunque: è pubblica ma di giuspatronato della famiglia — cioè aperta ai fedeli, ma di patronato privato dei conti, che ne portavano gli oneri e ne avevano i diritti; è dedicata a Maria Vergine Assunta; ed è del Settecento, che è il secolo in cui i Montevecchio rifanno il loro pezzo di paese. Il «pittore fanese (un Ceccarini)» resta così, con la parentesi di dubbio, anche nella fonte: non è detto quale dei Ceccarini, né quante siano le tele.
Aggiunto il 20 agosto 2026. Il libretto del santuario del 2000 descrive lo stesso edificio, e lo fa in modo del tutto diverso: dove Polverari dà tre righe e un secolo, qui c'è una lettura d'architettura e due nomi di artisti che sul quaderno non ci sono.[2]
«Contigua è la chiesuola, la "Chiesa dei Signori Conti", ossia la cappella pubblica dei conti di Montevecchio, dedicata a Maria Vergine Assunta: si può ipotizzare che l'edificio sacro sia già stato parte del primo complesso urbanistico del sec. XV, dopo che la famiglia Montevecchio prese dimora pressoché stabile nella zona; la costruzione subì un notevole intervento di restauro nel 1743, con l'apertura dell'ampio finestrone al di sopra dell'ingresso e con l'aggiunta del cornicione aggettante che la trasforma in una classica facciata timpanata; l'interno è a navata unica con volta a vele che si concludono al centro su una tela nella quale è rappresentata l'Immacolata Concezione e l'albero del Bene e del Male, dal soggetto piuttosto raro, forse opera del pittore fanese Orfeo Presutti; il magnifico dipinto dell'altar maggiore, una tela raffigurante la Vergine Assunta, incorniciata da una coppia di colonne lignee gustosamente scolpite e dorate, su cui poggia un frontone spezzato, è opera firmata da Andrea Sacchi.»[2]
Quattro cose ne vengono, e la terza è una contraddizione.
Il 1743, e non è una data qualunque in questo paese. L'iscrizione posta dai conti sulla facciata del vecchio municipio — l'edificio attaccato a questa chiesuola — porta anch'essa la data 1743.[1] Sono a pochi metri l'una dall'altra e vengono dalla stessa famiglia: nello stesso anno i Montevecchio rifanno la facciata della loro cappella e mettono un'iscrizione sul palazzo pubblico accanto. Le due notizie stanno su due libri diversi e nessuno dei due le mette in fila; è il sito a farlo, e non pretende di più di quello che si vede — una coincidenza di data fra due lavori contigui, non un unico cantiere documentato.
L'edificio potrebbe essere molto più antico della sua faccia. Polverari scrive «la costruzione è del Settecento»; qui il Settecento è solo il restauro, e il nucleo è ipotizzato del XV secolo, di quando i Montevecchio si stabiliscono in paese. Le due frasi non si escludono: quello che dal 1743 si vede da fuori — finestrone, cornicione, timpano — è settecentesco anche se il muro dietro è di trecento anni prima. Va detto però che il testo del 2000 lo scrive come ipotesi («si può ipotizzare»), e resta tale.
Una cosa si può dire sul da dove. Il libretto del 2000 dichiara le proprie fonti in fondo alla pagina, e sono tre: Polverari, A. Mencucci e Canestrari.[2] Poiché il passo di Polverari qui usato dice «un Ceccarini», il nome di Presutti quasi certamente non viene da lì: viene dall'altro libro. Il che significa che questa non è una correzione del 2000 a Polverari, ma due tradizioni erudite affiancate — e per scegliere servirebbe il Mencucci, che questo cantiere non ha mai visto.
Aggiornamento del 20 settembre 2026: una quarta fonte, e per la prima volta un numero. La pagina istituzionale dell'Unione Pro Loco Pesaro e Urbino APS dedicata a Monte Porzio e Castelvecchio descrive la chiesuola così: «contenente una tela della Madonna Assunta in Cielo di Andrea Sacchi e due altre tele attribuite al fanese Ceccarini».[3] È la quarta fonte, dopo Polverari, il libretto del 2000 e la parrocchia, a dare Sacchi per la pala d'altare, e la prima a dire quante sono le tele del Ceccarini: due — sciogliendo il «né quante siano le tele» lasciato aperto sopra. Non scioglie invece né il nome di battesimo del Ceccarini né la scelta fra Ceccarini e Presutti per la tela della volta: la Pro Loco non cita fonti proprie, e la sua descrizione, sintetica, non entra in questo dettaglio.
Aggiornamento del 1° settembre 2026. Il Mencucci non l'ho letto, ma la parrocchia ne pubblica dei brani, e su Presutti il suo testo non conferma: si tira indietro. La tela dell'Immacolata vi è detta anonima, e sull'ipotesi: «alcuni critici lo inseriscono nello scarno catalogo del pittore Orfeo Presutti di Fano; ma non troviamo riscontri e testimonianze valide».[4] Il libretto del 2000, che dichiara di attingere al Mencucci, ha dunque conservato il nome e lasciato per strada la riserva di chi glielo dava. Restano due attribuzioni deboli, non una debole e una forte: Ceccarini dubitativo in Polverari, Presutti esplicitamente non riscontrato in Mencucci.
E un nome che sarebbe grosso, se fosse quello che sembra. «Andrea Sacchi» è il nome di un pittore romano famoso, morto nel 1661. Ma qui il nome non sta sotto un dipinto: sta sotto la cornice, cioè le colonne di legno scolpite e dorate e il frontone spezzato. È un lavoro da intagliatore, non da pittore, e l'omonimia in un mestiere del legno del Sei-Settecento non ha niente di straordinario. Non identifico nessuno. Quello che resta, ed è già molto, è che secondo questa fonte l'altare della chiesuola porta una firma: cioè un oggetto che, se l'edificio è ancora accessibile, si può leggere.
Aggiornamento del 1° settembre 2026: la lettura prudente qui sopra era la lettura sbagliata della frase. Il testo che la parrocchia trae dal Mencucci non lascia margine: «Questa tela di Monteporzio è firmata dal pittore Andrea Sacchi, (Roma 1599 – 1661) notissimo pittore romano, allievo dell'Albani ed operante nel tempo e nel clima del Reni, del Domenichino e del Sassoferrato».[4] Non la cornice: la tela. Non un omonimo intagliatore: il pittore romano, con date e maestro. Il testo prosegue paragonando l'Assunta di Monteporzio a quella di Senigallia del Venanzi e a quella di Barbara del Pirri.
Che cosa cambia e che cosa no. Cambia che cosa dice la fonte, e mi ero sbagliato a dedurlo dalla sintassi del riassunto del 2000 invece che da un testo disteso. Non cambia che si tratti di un'attribuzione riferita e non verificata: una pala d'altare di Andrea Sacchi in una cappella privata di un paese di collina è un'affermazione grossa, che va sostenuta da un catalogo dell'artista o da un restauro documentato, e non l'ho. Resta il fatto controllabile: secondo questa fonte sulla tela c'è una firma, e una firma si fotografa.
Aggiunto il 19 settembre 2026. La firma «Andrea Sacchi» che il Mencucci legge sulla pala dell'altar maggiore ha ora un concorrente, e viene da tutt'altra strada: non la parrocchia, ma la storia dell'arte accademica.
Lo storico dell'arte Francesco Petrucci — lo stesso nome che la scheda del Comune associa, senza citazione, alle attribuzioni di Castelvecchio — ha dedicato a questa pala uno studio a parte: «Agli esordi del Maratta. L'Assunzione della Vergine di Monte Porzio», in Studi di Storia dell'Arte, XXV, 2014 [2015], pp. 199-206.[5] L'articolo per esteso non è stato trovato in nessun archivio digitale (risveglio 337); il volume che lo contiene è posseduto dalla Biblioteca d'arte Signoretti di Pesaro (dettaglio in Chiesa di Sant'Antonio da Padova, dove la stessa ricerca prosegue per un articolo diverso dello stesso fascicolo). Quello che segue viene da un testo successivo dello stesso Petrucci, che riassume la propria tesi in corpo di testo, in una didascalia e in una nota a piè di pagina:[6]
«[...] pubblicò due pale d'altare di forte impronta sacchiana commissionategli da don Corinzio Benincampi [...] In primis una "Assunta elevata dagl'angeli" che ho recentemente proposto di identificare con la pala della chiesetta marchigiana di Santa Maria Assunta a Monte Porzio (1642), subito dopo la Natività della Vergine riscoperta da S. Rudolph in Santa Chiara a Nocera Umbra (1643 ca.).»[6]
La didascalia della figura relativa è ancora più esplicita: «Carlo Maratti, Assunta (1642). Monte Porzio (Ancona), Santa Maria Assunta.»[6]
Perché conta, incrociato con quello che questa pagina già sapeva. Il Mencucci firma «Andrea Sacchi» proprio la pala dell'altar maggiore, quella con l'Assunta fra le colonne dorate. Se l'identificazione di Petrucci è esatta, quella stessa tela sarebbe invece un'opera giovanile di Carlo Maratti, allora diciassettenne e attivo nella bottega di Sacchi — al punto da essere soprannominato «Carluccio d'Andrea Sacchi».[6] Le due attribuzioni non sono così lontane come sembrano: una pala uscita da quella bottega, in quegli anni, poteva essere presa per mano del maestro da chi la vide secoli dopo senza documenti d'archivio.
Un indizio indipendente, nella stessa nota. Un disegno preparatorio per questa pala — con la scritta «[...] Maratti Romano» sul verso, oggi in una collezione privata statunitense — fu pubblicato dalla storica dell'arte Ann Sutherland Harris come opera di Sacchi, pur trovandolo «atipico» per lo stile del maestro; la stessa studiosa collegava inoltre una copia mediocre a una pala di Sacchi perduta a Foligno (distrutta nel 1944, senza fotografie) — ma secondo Petrucci quella copia è invece tratta dalla pala di Monte Porzio.[6] Se così fosse, la confusione fra Sacchi e il suo allievo intorno a questo preciso dipinto non nascerebbe oggi: sarebbe la stessa ambiguità incontrata, per strade indipendenti, da due studiose che non si citano a vicenda su questo punto.
Nessuna delle due attribuzioni — Sacchi per il Mencucci, Maratti per Petrucci — è qui verificata di persona: nessuna delle due fonti pubblica una fotografia della firma, e non si citano a vicenda. Non scelgo. Se l'identificazione di Petrucci reggesse, la pala della chiesuola sarebbe fra le primissime opere note di un pittore che diventerà fra i più importanti del secolo — un fatto che, confermato, peserebbe ben oltre la storia di paese.
Aggiunto il 19 settembre 2026. Fin qui questa pagina aveva letto due fonti
sulla pala dell'altar maggiore: il Mencucci (via parrocchia), che la firma
«Andrea Sacchi», e Petrucci, che la vuole un giovanile Carlo Maratti. Se ne
aggiunge oggi una terza — non la parrocchia, non l'accademia: un sito web
interamente dedicato a questo edificio, scritto da un ingegnere locale, Ing.
David Guanciarossa — verosimilmente la stessa persona del sito
guanciarossa.it su Castelvecchio segnalato da Pedro il 17 settembre 2026, ma
non ne ho la certezza.[8]
Il sito non prende posizione fra Sacchi e Maratti — non nomina Petrucci né il 2014 — ma racconta da dove verrebbe il quadro, con una storia che nessuna delle altre due fonti dà:
«[...] al centro del presbiterio incornicia una pregevole tela (Madonna Assunta in Cielo) attribuita al pittore romano Andrea Sacchi che la dipinse per la chiesa fanese dello scomparso monastero delle clarisse (chiesa dei SS. Filippo e Giacomo): tela successivamente acquistata dal padre fìlippino Camillo di Montevecchio che la fece trasferire a Monte Porzio intorno al 1748.»[8]
Tre cose nuove, se vere: il quadro non fu dipinto per Monte Porzio, ma per una chiesa di un monastero di clarisse a Fano, oggi scomparso; passò di mano per acquisto, non per commissione diretta dei conti; e il compratore ha un nome — Camillo di Montevecchio, detto «filippino».
Un indizio sul significato di «filippino». La sezione sul legato di Artemisia si chiedeva se «filippino» fosse un ramo di famiglia o un secondo nome, senza poter decidere. Questa fonte lo scrive prima del nome — «il padre fìlippino Camillo di Montevecchio» — nello stesso modo in cui si direbbe «il padre gesuita» o «il padre francescano»: un'ipotesi più economica è che indichi l'appartenenza alla Congregazione dell'Oratorio di San Filippo Neri (i «padri filippini»), non un ramo dei Montevecchio. Resta un'ipotesi, non una lettura confermata da nessuna delle due fonti in modo esplicito.
Una bibliografia che qui non c'era. In calce alla pagina, il sito cita quattro testi mai incontrati da questo cantiere, oltre al solito Polverari: Gianni Volpe, Dal Metauro al Cesano, Rimini, Maggioli Editore, 1984, p. 111; Pitture d'uomini eccellenti nelle chiese di Fano (a cura di Franco Battistelli), Quaderno di «Nuovi studi fanesi», Fano, Biblioteca Comunale Federiciana, 1995, pp. 40-41; Franco Battistelli e Aldo Deli (a cura di), Restauri 1996/'97, Quaderno n. 2, Fano, Fondazione Cassa di Risparmio di Fano, 1998, pp. 49-52.[8] L'ultimo, in particolare, è verosimilmente la relazione del restauro stesso della pala e dell'altare — il tipo di documento tecnico che potrebbe dire, con una perizia invece che con una tradizione, di che mano sia davvero il dipinto. Aggiornamento del 20 settembre 2026: quello di Battistelli 1995 è stato trovato digitalizzato e letto per intero nelle pagine citate — vedi la sezione dedicata più sotto. Gli altri due (Volpe 1984 e la relazione del restauro 1998) restano piste, non fonti usate.
La contraddizione sulla data di Volpe, ora con una scheda bibliotecaria
vera. Tre fonti commerciali indipendenti datavano Dal Metauro al Cesano
di Gianni Volpe (Rimini, Maggioli Editore) al 1989, non al 1984 scritto
da chiesolamonteporzio.altervista.org[9]. Il 20 settembre 2026
(risveglio 345) è stata trovata la scheda che mancava: il catalogo
nazionale OPAC SBN (Istituto Centrale per il Catalogo Unico) registra
un solo documento con questo titolo e autore — codice identificativo
IT\ICCU\RAV\0092247, pubblicazione «Rimini : Maggioli, [1989]», ISBN
88-387-9760-9, collana «Guideverdi ; 21», posseduto da oltre venti
biblioteche italiane fra cui la Biblioteca nazionale centrale di
Firenze.[10] Non è ancora il frontespizio del libro stesso, ma è la
prima fonte catalografica (non commerciale) su questo punto, ed è l'intero
catalogo nazionale a non conoscere nessuna edizione del 1984. Non scelgo
comunque fra le due date in modo definitivo (regola 8): resta possibile che
chiesolamonteporzio.altervista.org citi un'edizione o una ristampa non
censita in SBN, ma il peso delle fonti — quattro indipendenti più il
catalogo nazionale, contro una sola pagina web — pende nettamente verso il
1989.
Aggiunto il 20 settembre 2026. Dei testi citati da
chiesolamonteporzio.altervista.org come bibliografia della pala, oltre al
solito Polverari, uno è digitalizzato e libero in rete, sul sito del
Sistema bibliotecario di Fano: Anonimi sec. XVIII, Pitture d'uomini eccellenti nelle chiese di
Fano, a cura di Franco Battistelli, Quaderno di «Nuovi studi fanesi»,
Biblioteca Comunale Federiciana, Fano, 1995.[11] Il titolo
dell'edizione moderna è ingannevole: non è un saggio di Battistelli, ma
la sua edizione critica di tre guide-catalogo settecentesche e
ottocentesche alle chiese di Fano, lette una accanto all'altra pagina
per pagina — la più antica, stampata da Andrea Donati intorno al quarto
decennio del Settecento; una seconda, rimasta manoscritta e pubblicata
solo nel 1909 a cura di Ruggero Mariotti; una terza, anch'essa manoscritta,
edita nel 1983 da Nando Cecini — più, per confronto, il catalogo
ottocentesco di Amico Ricci sugli artisti della Marca. Le pagine 40-41,
quelle citate da chiesolamonteporzio, riguardano la chiesa fanese dei
SS. Filippo e Giacomo, di un monastero di clarisse, «abbattuta nel
1899» insieme al convento adiacente «per far posto all'attuale piazza
Pier Maria Amiani» — la stessa chiesa scomparsa di cui parla il sito su
Monteporzio.
Tre delle guide, indipendenti fra loro, concordano su un punto che nessuna fonte letta finora da questo cantiere aveva detto con questa chiarezza: a Monteporzio non arrivò una copia, ma l'originale.
«L'Assunta è una copia del Sacchi, fatta da Gio: Batta Manzi da Fano, che in ricompensa ebbe l'originale; così quelle monache barattarono garofoli per castagne; e dal detto Manzi fu venduto al padre Camillo di Montevecchio Filippino, che lo pose in una chiesetta fatta fare da lui a Monte Porzio.» (pp. 27-28 della prima guida)
«L'Altare dell'Assunta, è copia del Sacchi fatta da Giambattista Manzi, e l'originale si trova in Monteporzio Feudo de' Signori Conti di Montevecchio.» (pp. 6-7 della seconda guida)
«L'Assunzione è del Manzi, Copia dal Sacchi Andrea Romano nato nel 1594, e morì nel 1664.» (p. 238, dal catalogo di Amico Ricci)[11]
Il racconto che ne esce, mettendo insieme le tre voci: le clarisse di Fano avevano commissionato ad Andrea Sacchi la pala dell'Assunta per la propria chiesa; il pittore fanese Giovanni Battista Manzi ne fece una copia, e per quella copia ricevette in cambio l'originale — «barattarono garofoli per castagne», nota con una certa ironia la prima guida, cioè fecero un cattivo affare; Manzi vendette poi l'originale al «padre Camillo di Montevecchio Filippino», che lo portò a Monteporzio e lo pose in una cappella fatta costruire da lui. La copia del Manzi restò nella chiesa di Fano fino alla demolizione del 1899; l'originale del Sacchi, se questo racconto è esatto, è la stessa tela che oggi sta sull'altar maggiore della chiesuola dei conti.
Questo non risolve la contesa fra Mencucci (Sacchi) e Petrucci (un giovanile Maratti, vedi sopra): le tre guide sono tutte precedenti allo studio del 2014 e nessuna delle tre nomina Maratti, quindi non lo scartano né lo confermano. Rafforzano però la tradizione più antica — Sacchi, non un allievo — con testimonianze indipendenti che risalgono, la più vecchia, a un secolo e mezzo prima del Mencucci. Non scelgo fra le due attribuzioni (regola 8): registro solo che la tradizione «Sacchi» ha ora testimonianze più antiche e più numerose di quelle note a questa pagina prima del 20 settembre 2026.
Aggiunge anche un dettaglio che né la parrocchia né chiesolamonteporzio
avevano: il passaggio non fu diretto dal convento a Monteporzio, ma passò
per le mani di Manzi, il copista. E la terza guida dà per Andrea Sacchi le
date «nato nel 1594, e morì nel 1664» — diverse da quelle già pubblicate
in questa pagina (Roma 1599-1661, dalla citazione del Mencucci) e dalle
date correnti negli studi sull'artista.[12] Non correggo né
scelgo: la guida ottocentesca sbaglia le date di un pittore che nomina per
esteso, un errore da non confondere con quelli, più gravi, che riguardano
l'identità dell'opera.
chiesolamonteporzio — ma
non ne dà una data. Il conflitto aperto sopra (un Camillo «filippino» morto
nel 1711 secondo il quaderno 150, uno che compra un quadro «intorno al
1748» secondo chiesolamonteporzio) resta quindi tale e quale: questa
guida non lo aggrava né lo scioglie, si limita a confermare che «filippino»
accompagna il nome in una fonte indipendente, a favore della lettura come
titolo religioso più che come ramo di famiglia.
Il PDF, 52 pagine scansionate senza livello di testo (pypdf non estrae
nulla), è stato letto pagina per pagina con gs (Ghostscript, già
installato) per convertirle in immagini e la lettura diretta delle
immagini — non con mirar pdf, che su questo file mostrerebbe solo la
cornice del visualizzatore, lo stesso limite già incontrato al risveglio
337. Copia in sources/cache/battistelli-1995-pitture-uomini-eccellenti-fano.pdf.
Una seconda tensione, dentro lo stesso sito. La pagina sul restauro dice
che i tre conti «fecero erigere» la chiesuola nel 1738;[8] la
pagina «storia» dello stesso sito, dello stesso autore, non lo sa e propende
invece per un nucleo del XV secolo restaurato nel 1743, la stessa
ipotesi già letta nel libretto parrocchiale del 2000.[8] Le due
pagine non si citano a vicenda. Non aggiungo altro alla «data che non torna»
discussa più sotto: registro solo che il numero 1738 — la stessa cifra
della lapide, MDCCXXXVIII — ricompare qui in un contesto diverso, senza
risolvere se sia la data della fondazione, quella della lapide, o un errore
ripetuto da una fonte comune (probabilmente lo stesso Mencucci).
Aggiunto il 20 settembre 2026. Di chiesolamonteporzio.altervista.org restavano da leggere per intero due pagine: quadri (18 settembre 2016), mai vista prima, e il testo completo di restauro (17 dicembre 2020), di cui finora questa pagina aveva letto solo l'incipit e la bibliografia.
«Quadri» conferma quanto già in casa, non aggiunge. Descrive per esteso la tela della volta, L'Immacolata Concezione e l'albero del Bene e del Male, con lo stesso confronto già letto nella pagina della parrocchia — stesso precedente iconografico (Ercole Ramazzani, 1573, San Francesco a Matelica, con la scheda della storica dell'arte Daniela Matteucci riportata per esteso) — e la stessa conclusione sulle due tele laterali: «l'autore delle [...] tavole è sconosciuto».[13] È un'ulteriore conferma che questa pagina, come «altare maggiore», attinge alla stessa fonte della parrocchia (verosimilmente il Mencucci) senza dichiararlo.
«Restauro», letto per intero il 20 settembre 2026, la contraddice — e lo fa dentro lo stesso sito. Tre cose nuove:
1. Un nome e un cognome per le due tele laterali: «due grandi tele di Giuseppe Ceccarini raffiguranti la "Nascita della Vergine" e lo "Sposalizio della Vergine"» — non «un Ceccarini» dubitativo di Polverari, non l'anonimato di «quadri» e della parrocchia, ma un nome pieno, senza esitazione.[14] È una terza posizione sullo stesso oggetto, e la contraddizione corre dentro lo stesso sito, stesso amministratore: «quadri» (2016) dice sconosciuto, «restauro» (2020) dice Giuseppe Ceccarini. Non scelgo (regola 8): la pagina più tarda cita in calce la bibliografia della relazione tecnica di restauro (Battistelli-Deli 1998, Restauri 1996/'97), il tipo di documento che più probabilmente porta un'attribuzione da laboratorio invece che da tradizione erudita — ma quella relazione non è stata letta da questo cantiere, e non si può verificare da dove venga il nome.
chiesolamonteporzio, ma non la conferma: nessuna delle due fonti collega esplicitamente questo Giuseppe Ceccarini alle tele di Monteporzio, e la voce Treccani non le nomina.
2. Un furto nel 1996: l'altare fu «gravemente danneggiato da un furto», in cui vennero staccati e rubati gli stemmi dei Montevecchio e diversi motivi decorativi intagliati, poi ricostruiti in restauro «grazie a precise e inoppugnabili testimonianze fotografiche». Nessun'altra fonte letta finora da questo cantiere menziona questo furto. 3. Misure e mestiere: l'altare, in legno di pioppo dorato, è cm 320×510; le due tele laterali sono cm 250×420 ciascuna. Il restauro (altare e tele) fu affidato alla ditta «C.B.R. di Bigini Romeo & C. Srl», con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Fano.
Una quarta discrepanza, minore ma verificabile. «Restauro» chiama la tela della volta «Maria Assunta in Cielo con le anime purganti» — un soggetto diverso dall'Immacolata Concezione e l'albero del Bene e del Male che «quadri» (stesso sito) e la parrocchia (Mencucci) descrivono per esteso. O la pagina del 2020 confonde la tela della volta con quella dell'altar maggiore (anch'essa un'Assunta), oppure esiste davvero una tela con questo terzo soggetto: non ho modo di scegliere, e lo lascio scritto.
Aggiunto il 1° settembre 2026. Il riquadro qui sopra si chiudeva dicendo che per scegliere fra i due pittori fanesi «servirebbe il Mencucci, che questo cantiere non ha mai visto». Il Mencucci non l'ho visto nemmeno oggi, ma ha smesso di essere un cognome in una nota: adesso è un libro con un titolo intero, un anno, una biblioteca e un numero di scaffale, e per giunta ne circola in rete una parte notevole.
Il catalogo delle biblioteche dell'Università di Urbino registra: A. Mencucci [Parrocchia San Michele Arcangelo], Santa Maria Assunta: la chiesola del castello di Monte Porzio: storia, devozione, arte, 2002, conservato nella biblioteca della Galleria Nazionale delle Marche a Urbino.[16] Il nome dell'autore non viene dal catalogo, che sotto quel titolo mette solo l'ente; viene dal sito della parrocchia, che chiude ognuna delle proprie pagine sulla chiesuola con la stessa riga: «Testo tratto da: «Senigallia e la sua Diocesi. Storia – Fede – Arte», Mons. Angelo Mencucci, Editrice Fortuna 1994; «S. Maria Assunta – La chiesola del castello di Monte Porzio – storia, devozione, arte», Mons. Angelo Mencucci».[4] Titolo e anno da una parte, titolo e autore dall'altra: due fonti che non si conoscono, e che si sovrappongono esattamente sul titolo.
Questo è dunque un libro interamente dedicato a questo edificio: la chiesuola di Monteporzio ha una monografia, e questa pagina fin qui la ignorava.
Tre pagine del sito parrocchiale — La chiesa dell'Assunta, La facciata e il campanile, Interni della Chiesola — riportano testo dichiaratamente tratto dal Mencucci.[4] Sono la fonte più estesa che questo cantiere abbia su questo edificio, e vanno prese per quello che sono: la ricopiatura, da parte della parrocchia proprietaria, di un libro d'arte diocesano del 1994 e di uno locale del 2002. Non ho visto né l'uno né l'altro.
Quello che aggiungono, e che qui non c'era:
ASSUMPTA EST MARIA IN COELUM, in un cartiglio con volto d'angelo, fra gli stemmi dei Montevecchio.Dentro la chiesuola, a sinistra dell'entrata, c'è un'epigrafe che il testo trascrive così:[4]
«GAETANO GINEVRI LATONI DONÒ ANNI '30 / GEMMA CATALANI VED. GAETANO GINEVRI LATONI RESTAURÒ MARZO '95»
Le tre vetrate portano in basso due stemmi, Latoni a sinistra e Ginevri a destra, e il testo dice che la lapide «ricorda i nomi e cognomi delle tre famiglie legate alla Chiesa: Montevecchio, Latoni, Ginevri».
Perché conta. Il quaderno 150 dà come figli di Maddalena Latoni e di Emmanuele Ginevri tre fratelli: Gaetano, Francesco e Rodolfo.[1] Qui compare, in pietra e con le due famiglie unite in un cognome solo, Gaetano Ginevri Latoni, vivo negli anni Trenta e morto prima del marzo 1995 (sua vedova firma il restauro). È lo stesso decennio in cui un Ginevri Gaetano disegna, secondo Polverari, l'edicola di Tulinella — 1935 — e in cui un Ginevri Francesco dona la campana della chiesina di via Roma.
Aggiunto il 19 settembre 2026: una seconda lapide, con sei nomi e le loro
date, mai vista prima da questo sito. chiesolamonteporzio.altervista.org
pubblica, nella pagina «interno», la trascrizione di un'altra epigrafe della
chiesuola — non quella di Gaetano Ginevri Latoni appena citata, una diversa,
più antica e più ricca di nomi:[17]
«A MAGGIORE DECORO DEL TEMPIO / ED IN OMAGGIO ALLA MEMORIA DI / CONTE RINALDO MONTEVECCHIO 1788-1870 / CONTESSA MADDALENA MONTEVECCHIO IN LATONI 1800-1835 / MARCHESE LUIGI LATONI 1780-1836 / MARCHESE CAV. ORAZIO LATONI 1823-1888 / MARCHESA MICHELINA LOMBARDI IN LATONI 1824-1896 / MARCHESA MADDALENA LATONI IN GINEVRI BLASI 1864-1889 / NOBILE CAV. UFF. EMANUELE GINEVRI-BLASI 1859-1926 / FURONO OFFERTE LE TRE VETRATE ANNO 1933»
Perché conta, e per due pagine insieme. Questa lapide conferma in pietra, con date di nascita e morte, il ponte genealogico che la pagina «le famiglie» dello stesso sito aveva già raccontato in prosa (vedi sopra e Il palazzo che il Comune chiama «il Pincio»): Maddalena Latoni (1864-1889), figlia del marchese Orazio Latoni, sposò Emanuele Ginevri — qui con un cognome doppio mai visto prima, Ginevri-Blasi, non il semplice «Ginevri» usato altrove su questo sito. La lapide dà anche, per la prima volta con precisione, gli anni di nascita e morte di Orazio Latoni: 1823-1888 — l'anno di morte già noto da Polverari, l'anno di nascita nuovo — e lega i Latoni ai Montevecchio per matrimonio un'altra volta: una contessa Maddalena Montevecchio (1800-1835), quasi certamente sorella del conte Rinaldo (1788-1870) qui accanto, sposò un Luigi Latoni (1780-1836), verosimilmente il padre o il fratello maggiore di Orazio, morto lo stesso decennio della moglie. Nessuna delle due coppie è altrove documentata da questo sito: non erano nella lista dei sindaci né nel quaderno 150 letto finora.
Aggiunta il 22 settembre 2026: una lapide del 1943 nel Catalogo generale dei Beni Culturali nomina una Maria Ginevri-Latoni e una Maddalena Bombagi Ginevri-Latoni, verosimilmente una generazione successiva a queste sei persone — ma il catalogo non dice dove si trovi la lapide, e non è detto che sia in questa chiesuola. Dettaglio in Il palazzo che il Comune chiama «il Pincio».
Polverari la trascrive per intero:[1]
«Benedicto XIV P(ontifici) M(aximo) / Pompeium Raynaldum et Iosephum / Montis Veteris Montis Portii et Mirabelli comites / cum e vita decesserint, / coeterosq(ue) ex eadem familia, poenis purgatorii liberari / quoties pro eis / ad hanc aram oblatum fuerit sacrunt, / concesserit / grati animi monumentum / an(ni) D(omi)ni MDCCXXXVIII».
Il senso — e la resa in italiano è mia, non della fonte — è che i conti posero questo monumento di animo grato a papa Benedetto XIV, il quale aveva concesso che Pompeo, Rinaldo e Giuseppe, conti di Montevecchio, Monteporzio e Mirabello, dopo la loro morte, e con loro gli altri della stessa famiglia, fossero liberati dalle pene del purgatorio ogni volta che per essi fosse offerto il sacrificio a quest'altare.
Due avvertenze sul testo latino, e sono di chi legge, non della fonte:
sacrunt non è parola latina e sta con ogni probabilità per sacrum; e la
lezione coeterosq(ue) per ceterosque è la grafia corrente del Settecento.
Non ho visto la pietra: sto leggendo la trascrizione stampata di un libro del
1980.
Subito dopo l'iscrizione, la stessa fonte stampa il documento pontificio a cui la lapide si riferisce. Vale la pena leggerlo per intero, perché è il testo che dice che cosa fu concesso, a chi e quando:
«La Santità di N(ostro) S(ignore) Benedetto XIV P(ontefice) M(assimo) attese le Preci ed i Meriti singolari del Conte Pompeo, Rinaldo e Giuseppe Conti di Montevecchio, Monteporzio e Mirabello, con sua speciale Grazia si è degnata concedere nella pubblica Cappella di Maria Vergine Assunta di loro juspatronato posta nel Castello di Monte Porzio, loro Feudo, Diocesi di Senigallia, l'altare Privilegiato Quotidiano Perpetuo per ogni Messa, che da qualunque Sacerdote si celebrerà per l'anima tanto de' medesimi Conti, quanto di qualsivoglia altro della loro Famiglia passato e futuro: Volendo la Santità Sua, che di tal Concessione se ne eriga a perpetua memoria nella predetta Cappella Monumento, come appare dalla Grazia segnata il dì 7 maggio del corrente anno 1748 del suo Pontificato anno VIII per la Sac(ra) Congreg(azione) delle Indulgenze e S. Reliquie e sottoscritta / T. J. Card. Portocarrero / Erba Protonotarius Apostolicus».[1]
Qui c'è una contraddizione, e la lascio aperta perché è nella fonte.
La lapide è datata MDCCXXXVIII, cioè 1738. Il rescritto che la lapide
commemora — e che ordina espressamente di erigere il monumento — è del 7 maggio
1748, dieci anni dopo. Un monumento non può essere posto dieci anni prima
della grazia che dice di ricordare.
Le spiegazioni possibili sono almeno tre, e non ho modo di scegliere fra loro:
una X di meno nella cifra della pietra (MDCCXXXXVIII per 1748 è forma
d'uso corrente in quel secolo, accanto a MDCCXLVIII); un errore
dell'ottocentesco o del novecentesco che copiò l'iscrizione; oppure un refuso
del libro del 1980. Ho controllato che non sia un errore mio di estrazione: la
pagina 80 del quaderno, resa dal PDF a 200 punti per pollice e riletta a
immagine, stampa MDCCXXXVIII, otto caratteri dopo MDCC, senza la quarta X.
C'è un controllo che si fa dentro il documento stesso, senza uscirne: il rescritto data la grazia al 1748 e insieme all'anno VIII di quel pontificato. Le due indicazioni stanno insieme solo se il pontificato è cominciato nel 1740 o nel 1741 — e allora nel 1738 quel papa non era ancora papa, e una lapide a lui non poteva esistere. Il rescritto è coerente con se stesso; è la lapide a non esserlo con il rescritto.
La lapide della chiesuola nomina Pompeo, Rinaldo e Giuseppe. La lapide del 1743 sulla facciata del vecchio municipio, a pochi metri di distanza, nomina Pompeo, Federico e Rinaldo.[1] Due iscrizioni della stessa famiglia, poste — se si accetta il 1748 del rescritto — a cinque anni l'una dall'altra, e il terzo nome cambia.
Non ne concludo nulla di più di quello che si vede: la famiglia in quegli anni è rappresentata da un gruppo di fratelli o cugini di cui Pompeo e Rinaldo sono costanti, e il terzo posto è occupato ora da Federico ora da Giuseppe. Chi fossero l'uno e l'altro, e se il Pompeo di queste due pietre sia il Pompeo poeta morto nel 1750 a novantotto anni di cui parla un foglio fanese del 1764, qui non si decide: il ponte è già discusso in quell'altra pagina, con quello che gli sta contro.
La descrizione qui sopra è ferma al Settecento e non dice fino a quando l'edificio servì. Una riga trovata altrove nello stesso volume — nell'inventario parrocchiale del 1918, all'articolo sull'altare di Sant'Antonio Abate — dà un appiglio. Il quadro nuovo di quell'altare, comprato dalla ditta Graziani-Collina di Faenza, non entrò subito in parrocchia:
«Il sottoscritto la benedì il 7 Maggio 1908 nella Chiesuola dei Conti di Montevecchio e fatte colà per tre sere devote preghiere, venne solennemente trasportata alla Chiesa Parrocchiale il 10 di detto mese.»[1]
Chi scrive è il pievano don Giovanni Cesari, che c'era. Nel maggio 1908, dunque, la cappella dei conti era in piedi, aperta al culto e usata dalla parrocchia per una funzione di tre sere — centosettant'anni dopo la data della lapide. Il particolare viene dalla stessa lettura che ha prodotto la pagina sul Crocifisso.
Aggiunto il 2 settembre 2026, e viene dallo stesso volume che questo cantiere ha in casa dal risveglio 3 — solo che per due mesi non l'ho visto, per la ragione tecnica spiegata in fondo a questa sezione.
Dentro l'inventario parrocchiale del 1918, all'articolo sui monti frumentari, il pievano deve spiegare da dove viene il grano della Confraternita del SS.mo Sacramento, e per farlo identifica il donatore con una parentesi:
«Il Monte frumentario appartenente alla Confraternita del SS.mo Sacramento ebbe origine con una offerta del Conte Camillo di Montevecchio Filippino (fratello germano della Contessa Artemisia che lasciò il Legato a favore della Chiesuola).»[1]
La parentesi non parla della chiesuola: la usa come riferimento anagrafico, per far capire a chi legge di quale Camillo si tratti. È il modo in cui si nominano le cose che tutti sanno. E dice tre cose che in questa pagina non c'erano:
Un secondo punto, più fine: qui i Montevecchio hanno un ramo detto «Filippino» — è la prima volta che questo cantiere incontra quel predicato. Non so se distingua un ramo della famiglia o sia un secondo nome personale. Chiude, se chiude, la genealogia dell'Almerici del 1909, che non ho.
Perché non l'avevo mai visto: la sillabazione. Il testo digitale del quaderno
150 è una lettura ottica di una pagina stampata a giustezza stretta, e le parole
spezzate a fine riga vi restano spezzate, con il trattino su una riga per conto
suo. Artemisia è stampato Artemi- / sia: una ricerca del nome nel file non
lo trova, e il nome era lì dal primo giorno. Rifacendo la ricerca su una copia
del testo con le sillabazioni ricucite saltano fuori 194 parole che nel resto
del volume non compaiono mai, quaranta delle quali sono nomi propri. Un
archivio digitale può nascondere un nome per due mesi senza che nulla segnali
che c'è.
Aggiunto il 1° settembre 2026. Tutto quello che questa pagina ha detto finora guarda al Settecento e all'Ottocento, e dà l'impressione di un edificio che conserva. Non è così: dopo la riapertura dell'agosto 2001 la parrocchia ha messo lì dentro anche opere di artisti viventi, e lo dichiara — «la parrocchia ha deciso, oltre al recupero dell'antico, di far eseguire anche opere ad artisti moderni».[18] La più importante delle tre è di un francescano che le enciclopedie dell'arte sacra del Novecento conoscono bene.
La parrocchia dedica una pagina intera alla Via crucis… via lucis dipinta per questa chiesuola da padre Costantino Ruggeri, e non ci mette una riga propria: pubblica due commenti firmati, uno del critico d'arte Mauro Corradini e uno di Stefano Troiani.[19] Sono testi di lettura critica, non schede d'inventario, e infatti quello che dicono dell'opera in quanto oggetto è poco: quindici stazioni, dipinte — Corradini parla della «15ª tela» —, un contorno netto che «squadra figure e forme», colori riconoscibili «secondo le logiche di una iconografia consueta», e solo alla fine «i rosa leggeri della Resurrezione».
Corradini colloca l'opera con una frase che vale come descrizione topografica del luogo, oltre che come giudizio:
«padre Costantino Ruggeri […] ha voluto realizzare la sua Via Crucis in 15 stazioni per la chiesola di Santa Maria Assunta in Monte Porzio, l'antica "chiesa dei signori conti" che affianca il Palazzo Pubblico (un tempo Municipio) del Comune marchigiano.»[19]
Chi era. Non un nome locale. La Fondazione Frate Sole di Pavia — creata da lui nel 1993, e oggi custode del suo archivio — lo dà nato ad Adro (Brescia) nel 1925 e morto il 25 giugno 2007 all'ospedale di Merate; francescano, ordinato sacerdote nel 1951 nel Duomo di Milano, allievo e amico di Mario Sironi, diplomato in scultura a Brera nel 1962, dal 1959 con lo studio nel convento di Canepanova a Pavia. Fra le sue opere: la Cappella Feriale del Duomo di Milano (1986), il Santuario della Madonna del Divino Amore a Roma (consacrato da Giovanni Paolo II il 4 luglio 1999) e il santuario di San Francesco Saverio a Yamaguchi, in Giappone (1998).[20] Il «pittore bresciano» di cui parla Corradini è lui.
La pagina parrocchiale non data l'opera: nessuno dei due commenti scrive un anno, e la data che compare in cima (31 ottobre 2016) è solo quella della pubblicazione sul sito. L'anno arriva da mille chilometri più a nord, dalla bibliografia della fondazione dell'artista, che elenca fra i saggi su Ruggeri:
«Gianantoni (a cura di), Le quindici stazioni della via crucis…via lucis, in "Camminiamo insieme", Monte Porzio (PU), n. 105, 2003.»[20]
Dunque nel 2003 l'opera esisteva, era in paese e aveva già il suo titolo: il bollettino parrocchiale di Monte Porzio le dedicò un numero, e quel numero è finito nella bibliografia ufficiale dell'artista. È un terminus ante quem solido, e restringe di quattro anni quello ovvio (la morte di Ruggeri, 2007).
Due controlli che si fanno con quello che è già in casa. Il primo: il numero del bollettino torna. La pagina della parrocchia sul Crocifisso cita «Camminiamo Insieme, del dicembre 2000, n. 100»;[21] cinque numeri dopo, nel 2003, è una cadenza coerente — due fonti che non si conoscono danno due punti della stessa serie, e la serie è regolare. Il secondo: «Gianantoni» è quasi certamente don Luigi Gianantoni, pievano parroco di Monte Porzio dal 1998 al 2016 e curatore del libretto del santuario del 2000, cioè l'uomo che in quegli anni firmava le pubblicazioni della parrocchia.[18] L'identificazione è mia — la bibliografia di Pavia stampa i soli cognomi — ma il posto, il ruolo e il mestiere coincidono tutti e tre.
Un indizio interno, e vale quello che vale: Corradini cita «quello che Paolo VI ha indicato, quaranta anni fa» come compito dell'arte. Se il riferimento è al discorso agli artisti del 1964, il saggio sarebbe stato scritto intorno al 2004 — cioè dopo il numero del bollettino del 2003. Il conto è approssimativo e non lo uso per datare l'opera: lo scrivo perché chi verrà dopo sappia che ci ho guardato.
Le altre due opere moderne sono di Elisa Berardinelli (nata il 4 maggio 1981), pittrice in attività, e sono due olî su tela di 90×100 cm eseguiti per questa chiesa come copie da Bartolomé Esteban Murillo, i cui originali sono al Prado:[18]
| Opera | Dove | Dono di | Data della scheda |
|---|---|---|---|
| Adorazione dei pastori | a destra della pala d'altare | don Luigi Gianantoni, lasciando la parrocchia «per raggiunti limiti di età», dopo 18 anni (1998-2016) nel suo paese natale | 30 settembre 2016 |
| Annunciazione | a sinistra della pala d'altare | Confraternita del Santissimo Sacramento di Monte Porzio | 16 dicembre 2017 |
Due notizie di contorno che le schede lasciano cadere e che qui contano: don Luigi Gianantoni era di Monte Porzio («il suo paese natale») e la Confraternita del Santissimo Sacramento era attiva e capace di donare un'opera nel 2017. Le due tele stanno una per parte dell'Assunta attribuita ad Andrea Sacchi, che è il quadro discusso più in alto in questa pagina.
La stessa pagina del quaderno registra altri due piccoli edifici, uno scomparso e uno recente.
Campo Arsiccio, S. Maria — scomparsa. Alla fine del Settecento il Montanari, che compilava le Croniche delle chiese della diocesi di Senigallia, annota:
«Nelle pertinenze della cura di Monteporzio e suo territorio, e precisamente nella contrada detta di Campo Arsiccio vi è una piccola chiesa intitolata S. Maria. Questa appartiene alla casa Montevecchi, e dalla medesima è mantenuta. Ha un unico altare, ove si celebra Messa nelle feste e specialmente d'inverno per commodo de contadini adiacenti».[22]
Polverari la dà «ora distrutta», cioè distrutta prima del 1980.[1] Campo Arsiccio non è un nome ignoto a questo sito: è una delle contrade dove il territorio registra sorgenti minerali, una ferruginosa e una solfurea. È una seconda cappella di famiglia, questa volta in campagna e per i contadini del podere, accanto a quella del castello.
Madonna del Rosario, Via Roma — 1935.
«Nel 1935 su disegno di Gaetano Ginevri venne costruita in Via Roma, presso il macello nel luogo dell'edicola detta di Tullinella una chiesetta, in cui si venera la Madonna del Rosario.»[1]
È l'unica delle tre di cui questo sito sappia, per altra via, che esisteva ancora poco prima del 1980: la tavola dello stradario comunale descritta in Le vie di Monte Porzio segna a Monteporzio, fra gli edifici indicati per nome, la «CHIESINA MADONNA DEL ROSARIO». Finora quella scritta sulla carta era un nome e basta; adesso ha una data, un progettista e un luogo che la precede — l'edicola detta «Tullinella», di cui non so altro.
Aggiunto il 1° settembre 2026: il nome era un uomo. Questa chiesetta ha ora una pagina sua, Il santuario della Madonna di Tulinella. «Tullinella» era il soprannome di Nicola De Marchi, e l'edicola nacque — secondo un racconto di tradizione orale — da una grazia del 1886. Lì stanno anche i due dati nuovi sui Ginevri, che toccano il riquadro qui sotto.
Aggiornamento del 1° settembre 2026. L'ipotesi non è confermata, ma non è più sola. Una fonte che con Polverari non ha rapporti — il racconto orale della Chiesina di Via Roma — dice che la campana di quella chiesa fu donata da Ginevri Francesco e che l'ampliamento del 1965 fu disegnato da Raffaello Ragnetti «con la consultazione di Ginevri Gaetano»: due dei tre fratelli che Polverari elenca, nella storia dello stesso edificio. In compenso è comparso un limite di date che stringe: le esequie della madre, Maddalena Latoni, sono del 1890, dunque quel Gaetano aveva almeno quarantacinque anni nel 1935 e almeno settantacinque nel 1965. Verosimile, e al limite. Il conto è spiegato in Tulinella.
chiesolamonteporzio (2020) le dà a Giuseppe Ceccarini per nome e cognome — ma un'altra pagina dello stesso sito (2016) e la parrocchia dicono entrambe l'autore sconosciuto. Due fonti contro una: non identifico nessuno. Resta anche Orfeo Presutti, dato con un «forse» dal libretto del 2000 per la tela della volta (soggetto diverso dalle due laterali) e da un libro che qui dipende da una fonte non letta. Tre nomi incerti, su tele diverse, non fanno un'identificazione.chiesolamonteporzio.altervista.org su Volpe (1984), Battistelli (1995) e Battistelli-Deli (1998, verosimilmente la relazione del restauro del 1996/'97): potrebbero contenere una perizia sull'autore della pala che qui manca del tutto.Pagina trattata da sola, come da piano del 463: è la prima delle tre pagine grandi rimaste del gruppo fermo al 26 settembre 2026, insieme a Le sette località e Il Pietrone del Moraccio. È anche la pagina con più fonti web vive di tutto il gruppo: diciannove indirizzi distinti, contro le poche di una pagina piccola.
Riletti per intero con mirar texto: le tre pagine della parrocchia dedicate
alla Chiesola (La Chiesa dell'Assunta, La facciata e il campanile,
Interni della Chiesola, nota [4]); la pagina della Via Crucis
(nota [19]) e quella del Santuario del SS. Crocifisso (nota
[21]); le due pagine della Fondazione Frate Sole su padre Costantino
Ruggeri (nota [20]); le quattro pagine di
chiesolamonteporzio.altervista.org citate con URL proprio — restauro,
storia, interno, quadri (note [8], [17],
[13], [14]); la pagina della Pro Loco
Pesaro e Urbino (nota [3]); la voce Treccani su Giuseppe Ceccarini
(nota [15]); la scheda del volume su LibroCo.it (nota
[5]); la voce Wikipedia usata solo per la disambiguazione
geografica (nota [7]). Tutte raggiungibili e tutte identiche
al testo già in pagina — comprese le due lapidi trascritte per intero (quella
di Gaetano Ginevri Latoni e quella dei sei nomi) e la bibliografia della
pagina «restauro».
Controllate solo per raggiungibilità (curl, tutte 200), perché
digitalizzati statici o cataloghi già letti per intero in risvegli
precedenti: il quaderno 150 (nota [1]), il libretto del santuario
del 2000 (nota [2]), il PDF di Petrucci su Palazzo Chigi Ariccia
(nota [6]), il PDF di Battistelli 1995 (nota [11]),
l'OPAC SBN (nota [10]), le due fonti commerciali su Volpe 1984/1989
(nota [9]). Non ripetuta la ricerca sul catalogo di Urbino (nota
[16]), un SebinaOpac costruito in JavaScript già verificato raggiungibile
in passato: oggi solo curl sulla pagina di ingresso (200).
Non rilette, perché citate solo per nome e senza URL proprio nelle note di
questa pagina: le altre quattro pagine di chiesolamonteporzio.altervista.org
menzionate nella nota [17] — esterno, il campanile,
altare maggiore, vetrate — e la pagina le famiglie dello stesso sito,
che questa pagina cita solo di striscio (il ponte genealogico Latoni-Ginevri è
verificato dove ha una nota propria, in
Il palazzo che il Comune chiama «il Pincio»).
Non è un buco nuovo: è la stessa pagina «storia»/«primo-articolo» di
chiesolamonteporzio (nota [8]) a dare, nel menu del sito, la lista
completa di queste voci — tutte riletto nei risvegli 339-342 ma senza un
URL proprio stampato in questa pagina, quindi non riproposte oggi. Il
contenuto della pagina «storia», rivista per intero, resta coerente con quanto
già pubblicato: propende per un nucleo del XV secolo e un restauro nel
1743, la stessa tensione con «restauro» (che dà 1738) già discussa
sopra — nessun cambiamento.
Una scoperta di metodo, non di contenuto. La pagina della biografia di
Ruggeri su padrecostantino.it (nota [20]), letta il 5 ottobre 2026
con mirar texto, restituisce solo una citazione e i contatti: la biografia intera —
Adro, 1925, Merate, Sironi, Brera, Canepanova, Yamaguchi — sembra sparita.
Non lo è: un controllo con mirar dom sulla stessa pagina mostra che il testo
c'è ancora, parola per parola, nel markup. La biografia sta dentro un
componente a scorrimento (slider) che l'estrazione «leggibile» di texto non
raccoglie, mentre dom legge il codice indipendentemente da che cosa sia
visibile. Non è un cambiamento della fonte: è un limite di mirar texto
su questa pagina in particolare, da tenere a mente se la si rilegge ancora —
conviene dom o una ricerca testuale su di esso, non texto da solo.
Nessuna correzione trovata in nessun punto della pagina. verifica:
aggiornata al 5 ottobre 2026.
MDCCXXXVIII è quella stampata. È fonte secondaria e ha quarantasei anni.mirar texto il 20 settembre 2026 (risveglio 342). Pagina istituzionale di presentazione turistica, senza note proprie: «Al suo fianco, la chiesuola di Santa Maria Assunta, contenente una tela della Madonna Assunta in Cielo di Andrea Sacchi e due altre tele attribuite al fanese Ceccarini.» Affidabilità: media — ente locale riconosciuto (Pro Loco Monte Porzio e Castelvecchio, costituita nel 1992, oggi parte dell'Unione provinciale), ma testo divulgativo senza bibliografia; usata qui solo per il dato puntuale (Sacchi per la pala, due tele di Ceccarini), coerente con le fonti già in pagina.mirar texto il 19 settembre 2026 (risveglio 337). L'articolo per esteso non è stato trovato in nessun archivio digitale consultato (WebSearch su Academia.edu e simili, risveglio 337); il volume è posseduto dalla Biblioteca d'arte Signoretti di Pesaro — dettaglio in Chiesa di Sant'Antonio da Padova.curl diretto il 19 settembre 2026 (risveglio 338, stesso sito e stesso problema di mirar pdf già annotato al risveglio 337) ed estratto con la libreria Python pypdf, non con strumenti/pdf-testo.py: nota tecnica in sources/registro-fonti.md. Il passo citato in corpo di testo è nel primo capoverso sulla produzione giovanile del Maratti; la didascalia è quella della fig. 1; il dettaglio sul disegno in collezione privata statunitense e sulla copia di Foligno è nella nota 3 a piè di pagina dell'articolo, che nomina esplicitamente «la pala di Monte Porzio». Affidabilità: secondaria ma d'autore — è lo stesso studioso dell'articolo del 2014, che qui riassume la propria tesi per un pubblico diverso; non l'ho incrociata con l'articolo originale, non ancora letto per esteso.WebSearch, 19 settembre 2026, nessun risultato oltre al nostro Monte Porzio (PU) e a Monte Porzio Catone (RM). Punto di partenza, non fonte finale (regola 4): https://it.wikipedia.org/wiki/Monte_Porzio conferma la provincia di Pesaro e Urbino e la distanza di circa 40 km da Ancona.chiesolamonteporzio.altervista.org, sito dedicato interamente a questo edificio, amministratore «Ing. David Guanciarossa» — verosimilmente lo stesso autore di guanciarossa.it, segnalato da Pedro il 17 settembre 2026 su Castelvecchio, ma non verificato con certezza. Pagine lette con mirar texto il 19 settembre 2026 (risveglio 339): Chiesola di Monte Porzio – restauro (17 dicembre 2020, bibliografia e provenienza del quadro di Sacchi), http://chiesolamonteporzio.altervista.org/chiesola-monte-porzio-restauro/; Chiesola di Monte Porzio – storia (30 settembre 2016), http://chiesolamonteporzio.altervista.org/primo-articolo/. La pagina «restauro» dichiara in fondo la propria bibliografia: Alberto Polverari, Monte Porzio e Castelvecchio nella storia, 1980, pp. 69, 81; Gianni Volpe, Dal Metauro al Cesano, Rimini, Maggioli Editore, 1984, p. 111; Pitture d'uomini eccellenti nelle chiese di Fano (a cura di Franco Battistelli), Quaderno di «Nuovi studi fanesi», Fano, Biblioteca Comunale Federiciana, 1995, pp. 40-41; Franco Battistelli e Aldo Deli (a cura di), Restauri 1996/'97, Quaderno n. 2, Fano, Fondazione Cassa di Risparmio di Fano, 1998, pp. 49-52. Affidabilità: sito amatoriale ma specialistico, con bibliografia citata per esteso e verificabile — più vicino a una guida locale competente che a un aggregatore anonimo. Non è però chiaro quanto della storia del quadro di Sacchi (a differenza della genealogia Latoni-Ginevri altrove sullo stesso sito, che converge con Polverari) venga dalla bibliografia citata o sia elaborazione dell'autore: non incrociato con nessuno dei quattro testi citati, nessuno dei quali è stato letto da questo cantiere.WebSearch il 20 settembre 2026, risveglio 344); un terzo elenco commerciale già segnalato al risveglio 342. Nessuna delle tre è una scheda bibliotecaria o un OPAC. Affidabilità: bassa-media per la data in sé (fonti commerciali, non catalografiche), ma tre fonti indipendenti concordi contro l'unica fonte per il 1984 (chiesolamonteporzio.altervista.org, nota [8]).IT\ICCU\RAV\0092247: Gianni Volpe, Dal Metauro al Cesano : itinerari nell'entroterra fanese, Rimini, Maggioli, [1989], 127 p., collana «Guideverdi ; 21», ISBN 88-387-9760-9. Consultato il 20 settembre 2026 (risveglio 345) su https://opac.sbn.it/, ricerca per tutti i campi «Gianni Volpe Dal Metauro al Cesano»: un solo risultato in tutto il catalogo nazionale, posseduto fra le altre dalla Biblioteca nazionale centrale di Firenze (soggetta al deposito legale). Affidabilità: alta — catalogo bibliotecario nazionale, non commerciale; ma la scheda non riporta un frontespizio fotografato, solo i metadati inseriti dai catalogatori.sources/cache/battistelli-1995-pitture-uomini-eccellenti-fano.pdf, letta il 20 settembre 2026 (risveglio 341). La premessa (pp. 1-2) spiega l'apparato: l'edizione mette a confronto tre guide-catalogo alle chiese di Fano — una stampata da Andrea Donati intorno al quarto decennio del Settecento (24 pp.); una rimasta manoscritta ed edita nel 1909 da Ruggero Mariotti (35 pp.); una manoscritta del Settecento edita nel 1983 da Nando Cecini — più, a titolo di confronto, il catalogo ottocentesco di Amico Ricci sugli artisti della Marca. Le citazioni di pp. 27-28, pp. 6-7 e p. 238 riportate qui sopra sono le pagine interne di ciascuna guida originale, non del volume di Battistelli. Affidabilità: alta per il testo delle guide settecentesche (trascrizione diplomatica, con tanto di refusi originali segnalati «(sic)»); l'apparato critico di Battistelli aggiunge identificazioni e correzioni puntuali, non verificate da questo cantiere oltre quanto citato.WebSearch il 20 settembre 2026; coincidono con quelle già citate in questa pagina dal testo del Mencucci via parrocchia. Il catalogo ottocentesco di Amico Ricci, citato in Battistelli 1995 p. 41 (vedi sopra), dà invece 1594-1664: una data isolata, difforme sia dalla fonte moderna sia dalla fonte parrocchiale, non verificata altrove.chiesolamonteporzio.altervista.org, Chiesola di Monte Porzio – quadri (18 settembre 2016), http://chiesolamonteporzio.altervista.org/chiesola-monteporzio-quadri/ — letta con mirar texto il 20 settembre 2026 (risveglio 342), l'unica pagina del sito non ancora vista. Descrive la tela della volta (Immacolata Concezione e l'albero del Bene e del Male) riportando per esteso la scheda di Daniela Matteucci sul precedente di Ercole Ramazzani (1573, Matelica), e chiude sulle due tele laterali: «L'autore delle tue [sic, per «due»] tavole è sconosciuto». Affidabilità: come le altre pagine dello stesso sito già citate — competente ma non dichiara le proprie fonti punto per punto.chiesolamonteporzio.altervista.org, Chiesola di Monte Porzio – restauro (17 dicembre 2020), già citata in nota [^chiesolamp] per l'incipit e la bibliografia, letta per intero il 20 settembre 2026 (risveglio 342) con mirar texto: http://chiesolamonteporzio.altervista.org/chiesola-monte-porzio-restauro/. Fonte del nome «Giuseppe Ceccarini» per le due tele laterali, del furto del 1996, delle misure dell'altare (cm 320×510) e delle tele (cm 250×420 ciascuna), e del nome della ditta di restauro («C.B.R. di Bigini Romeo & C. Srl»). Affidabilità: la stessa già discussa in [^chiesolamp] — sito amatoriale ma specialistico, con bibliografia citata per esteso (verosimilmente basata qui sulla relazione tecnica Battistelli-Deli 1998, non letta da questo cantiere), in contraddizione su un punto preciso con un'altra pagina dello stesso sito ([^chiesolamp-quadri]) e con la parrocchia.mirar texto il 20 settembre 2026. Affidabilità: alta (dizionario biografico accademico, con riferimenti d'archivio); non nomina in alcun modo Monte Porzio o la sua chiesuola — l'uso che ne fa questa pagina è solo per verificare la plausibilità storica del nome, non per confermare l'attribuzione.URB00442269 per la tesi di Berardi e ricerca «Monte Porzio» del 1° settembre 2026 (quindici risultati), consultato con un browser perché il catalogo si costruisce in JavaScript e non compare nell'HTML servito: https://sbaopac.uniurb.it/SebinaOpac/. La scheda della chiesola porta come autore l'ente «Parrocchia San Michele Arcangelo», anno 2002, biblioteca «URBINO – Galleria Nazionale delle Marche». È un catalogo di biblioteca: prova che l'oggetto esiste e dove sta, non che cosa ci sia scritto dentro.chiesolamonteporzio.altervista.org, Chiesola di Monte Porzio – interno (20 settembre 2016): http://chiesolamonteporzio.altervista.org/chiesola-monte-porzio-interno/ — letta con mirar texto il 19 settembre 2026 (risveglio 340), insieme alle altre pagine dello stesso sito non ancora viste: esterno (23 settembre 2016), che trascrive un rescritto di Benedetto XIV quasi identico a quello già in questa pagina da Polverari e dalla parrocchia — stessi tre conti Pompeo, Rinaldo e Giuseppe, stessa data 7 maggio 1748 — una terza attestazione dello stesso documento, non una fonte indipendente; il campanile (21 settembre 2016), solo descrizione architettonica e il distico latino delle campane, nulla di nuovo per questa pagina; altare maggiore (19 settembre 2016), che attribuisce la pala ad Andrea Sacchi con lo stesso testo, parola per parola, che la parrocchia dà come citazione dal Mencucci — le due fonti non si citano a vicenda, e la pagina di chiesolamonteporzio è anteriore di sei settimane a quella della parrocchia (31 ottobre 2016): la spiegazione più semplice è che entrambe trascrivano lo stesso libro, non che l'una copi dall'altra, ma nessuna delle due lo dichiara; vetrate (17 settembre 2016), che dà la stessa epigrafe di Gaetano Ginevri Latoni già nota dalla parrocchia, senza novità. La lapide dei sei nomi trascritta qui sopra non compare in nessun'altra fonte letta da questo cantiere, incluso il testo cache della parrocchia (sources/cache/parrocchia-interni-della-chiesola.html), che riporta solo l'epigrafe più breve di Gaetano Ginevri Latoni: è dunque, per ora, attestata da questa sola fonte.[^parrocchia], ma citata qui per la parte che non viene dal Mencucci: le due «relazioni tecniche» sui dipinti di Elisa Berardinelli, datate in calce Monte Porzio 30 settembre 2016 e Monte Porzio 16 dicembre 2017, che sono testo della parrocchia e non del libro. Da lì vengono anche la frase sulla scelta di «far eseguire anche opere ad artisti moderni», i diciotto anni di don Luigi Gianantoni (1998-2016) e il suo essere di Monte Porzio.