Nel 1918 il pievano di Monteporzio vuole sapere da quando in paese si venera una santa spagnola. Mette in fila quattro inventari, vede che due si contraddicono, propone una data — e chiude scrivendo che per la cosa più importante non ci sono documenti.
Ultima verifica: 6 ottobre 2026.
Nella chiesa parrocchiale di Monteporzio, quarto altare a destra di chi entra, c'è una nicchia con una statua di legno. È di sant'Eurosia, e il documento che la descrive — l'inventario parrocchiale del 1918 — dedica a lei l'articolo più curioso dei suoi ventidue.[1]
Non perché racconti molto: l'articolo 21 è lungo una pagina. Ma perché il pievano che lo scrive, don Giovanni Cesari, fa lì una cosa che nel resto dell'inventario non fa quasi mai — invece di riferire, indaga. Non sa da quando quella santa sia venerata in paese, va a cercarlo in quattro inventari più vecchi del suo, trova che due si contraddicono, azzarda una data, e poi chiude con una riga che questo sito potrebbe mettersi in testa alla home:
Nella suddetta dichiarazione si dice che S. Eurosia è la Comprottettrice della Parrocchia, ma non esistono documenti che lo comprovino.[1]
La cappella è una delle due fabbricate nel febbraio 1896 dal capomastro Rossetti Antonio di Mondolfo, «a destra di chi entra, dove era la legnaia a piano terra e la lunga cucina nel piano»: una dedicata alla Madonna del Rosario, l'altra a «S. Eurosia Vergine e Martire». Il motivo dei lavori è demografico e sta scritto nello stesso documento — i fedeli erano 200 a fine Cinquecento e nel 1896 sono 1.210. La vicenda dell'edificio è raccontata nella pagina sulla chiesa di San Michele Arcangelo.[1]
L'altare è il quarto a cornu epistolae e «viene mantenuto dalla pia Azienda di S. Eurosia»: cioè ha un'amministrazione propria, con un libro dei conti — che è poi il posto dove Cesari andrà a cercare la sua prova.
«Di questa Santa si celebra la festa il martedì dopo Pentecoste.»[1]
È una data mobile, legata alla Pasqua, e non è quella del calendario della santa. Sant'Eurosia — o Orosia di Jaca, in Aragona — si festeggia il 25 giugno, ed è invocata «contro le tempeste, i fulmini, le grandinate» e «per i frutti della terra»; il suo culto sarebbe arrivato in Italia con i soldati spagnoli, soprattutto nelle zone collinari da vino del Nord.[2]
Sulla santa in sé questo sito ha una scheda di enciclopedia devozionale, non una fonte storica; e quella scheda si contraddice da sola, perché nell'intestazione dà la morte al 714 e nel racconto la mette nell'880.[2] Serve a dire che tipo di santa sia, non altro.
«Non si conosce l'epoca in cui fu posta in venerazione», comincia l'articolo. Poi il pievano fa l'unica cosa che si poteva fare nel 1918 dentro un archivio parrocchiale: rilegge gli inventari dei predecessori, che in quella chiesa si compilano da almeno due secoli.
| documento | data | che cosa dice di sant'Eurosia |
|---|---|---|
| inventario di don Benedetto Sampaoli | 30 marzo 1715 | non ne parla, e dichiara che nella chiesa «non esistono Reliquie di sorta» |
| inventario di P. Matteo Sampaoli | 12 aprile 1739 | in chiesa c'è «la sola Reliquia di S. Eurosia»; della statua nessuna menzione |
| inventario di don Sante Ducci | 6 settembre 1796 | la statua c'è, ed è «fatta di particolari devoti» |
| dichiarazione nel libro della pia Azienda | 1849 | la festa la istituì il conte Francesco di Montevecchio, che «a proprie spese fece scolpire in legno la statua» |
Subito dopo aver riportato l'inventario del 1715, Cesari aggiunge una riga che non fa parte della sequenza delle quattro date, ma resta nello stesso articolo: «Non si conosce l'autore della Statua, dicesi però sia il medesimo di quella di S. Giustina in Mondolfo.»[1] È un «dicesi» — una diceria riportata dal pievano, non un documento — e questo sito non ha nessuna fonte su una statua di santa Giustina a Mondolfo con cui metterla alla prova: resta un'attribuzione orale del 1918, non verificata qui.
Letta in fila, la serie dà due cose e ne toglie una.
Dà due termini. Nel 1715 in quella chiesa non c'è niente di sant'Eurosia, nemmeno una reliquia; nel 1739 la reliquia c'è ed è l'unica della chiesa. La statua compare fra il 1739 e il 1796. Sono confini larghi, ma sono confini scritti.
Toglie l'accordo su chi pagò. Il 1796 dice che la statua fu fatta di particolari devoti — cioè da privati, al plurale, per devozione. Il 1849 dice che la fece scolpire un conte, da solo, a spese sue. Cesari non sceglie fra le due e non le segnala nemmeno: le stampa una dopo l'altra e passa oltre.
E la sua conclusione è una terza cosa ancora:
Per concludere, allo scrivente sembra che la statua di S. Eurosia sia stata fatta circa il 1750, e in quell'epoca sia istituita anche la festa.[1]
Vale la pena tenerlo distinto dal resto della pagina, perché è l'unica data qui che non viene da una carta: le altre quattro sono inventari con giorno, mese e anno, questa è l'opinione di un uomo che li stava leggendo nel 1918.
C'è un inciampo dentro l'articolo 21, e si scioglie restando nello stesso documento. La dichiarazione è del 1849; il conte Francesco che vi è nominato come fondatore della festa, scrive Cesari due righe dopo, morì nel 1802.
L'articolo 19 dello stesso inventario, quello sull'altare del Carmine, elenca la discendenza per tutt'altro motivo — una causa su un legato di messe non pagato: il conte Francesco muore nel 1802 e lascia eredi Antonio e Gaetano; morto Antonio, rifiutano l'eredità i suoi figli Francesco, Rinaldo e Rodolfo; e la contessa Teresa, che nel 1899 paga il debito di famiglia alla parrocchia, è «figlia del Conte Francesco».[1]
Ci sono quindi due conti Francesco di Montevecchio, nonno e nipote. La lettura più semplice è che a firmare nel 1849 sia il secondo, e che parli del primo — cioè che la dichiarazione sia una memoria di famiglia scritta quarantasette anni dopo la morte dell'uomo di cui parla, e settant'anni o più dopo il fatto. Questa lettura è mia: l'inventario non la fa, e non dice quale dei due Francesco firmi la dichiarazione del 1849.
Se è giusta, cambia il peso della fonte: la carta che attribuisce la statua al conte non è un testimone del fatto, è un ricordo tramandato dentro la casata che ne trae onore. E la carta più vicina all'oggetto — l'inventario del 1796, meno di cinquant'anni dopo — dice un'altra cosa: che la statua la fecero fare dei devoti.
Della statua e della festa, dopo il 1918, questo cantiere non ha niente. Del nome, invece, sì: il 13 dicembre 1909 a Monteporzio si istituisce un Laboratorio femminile «S. Eurosia», che compare nell'elenco delle istituzioni economiche e sociali della parrocchia — la stessa lista che porta la banda cattolica, la cassa operaia contro l'usura e il mutuo soccorso. Sta nella pagina circoli, casse e confraternite.[1]
Nel 1909, cioè, il nome di questa santa era abbastanza vivo in paese da essere scelto per intitolarci il laboratorio di cucito delle donne. Chi lo scelse aveva davanti la stessa statua di cui, nove anni dopo, il suo pievano avrebbe scritto che non si sa chi l'abbia fatta.
santeurosia.org), che si tiene ogni anno a Castelvecchio —
ma quello frazione di Savignano sul Rubicone, in provincia di Forlì-Cesena,
non il nostro. Il programma cita esplicitamente «Via Castelvecchio — Savignano
sul Rubicone FC» come luogo dell'evento. È lo stesso tipo di errore che la
regola 10 chiede di prevenire per Monte Porzio Catone, qui su un secondo nome
che i due paesi condividono per caso: un «Castelvecchio» in Romagna e il
nostro, frazione di Monteporzio (PU). Nessun legame fra le due devozioni è
stato trovato, e nessuno è probabile: sono a più di 100 km di distanza.
Riletta per intero con mirar texto la scheda di Santi, beati e testimoni
su sant'Eurosia: identica alla lettura del 19 agosto e al controllo del 2
ottobre (risveglio 441) — stessa incoerenza interna sulla data di morte
(714 nell'intestazione, 880 nel racconto), stesso «Aggiunto/modificato il
2004-12-16». Il PDF di Polverari (quaderno 150, fonte principale della
pagina) non è stato riscaricato: è un documento statico già in cache
dal 19 agosto 2026, senza motivo di sospettarne una modifica. Nessuna
correzione al contenuto.
gs, perché il testo a stampa di questa edizione ha guasti di riconoscimento dei caratteri.