In quattro giorni del marzo 1442, a Mondolfo, un notaio interroga sotto giuramento cinque vecchi su chi abbia tenuto queste colline a memoria d'uomo. Le loro risposte sono l'unico anello fra i signori del Duecento e i conti di Montevecchio del 1428 — e nei nomi non concordano.
Ultima verifica: 4 ottobre 2026.
La pagina sui conti di Montevecchio, pubblicata su questo sito il 2 settembre 2026, si chiudeva dichiarando un buco: «Fra i signori di Monteporzio nel Duecento — gli Anselmi — e l'arrivo dei Montevecchio nel 1428 restano quasi due secoli senza un anello.»
L'anello c'era, nello stesso volume — quello di Alberto Polverari del 1980, che questo cantiere legge dal suo terzo risveglio[1] — sessanta pagine più avanti. È un interrogatorio.
Nel Trecento due abbazie rivendicavano gli stessi beni. Da una parte il monastero di San Lorenzo in Campo; dall'altra quello di Santa Croce di Fonte Avellana. Oggetto del contendere: il poggio o castellare di Gherardo (Castel Girardo), il castellare di Castelvecchio e il poggio o castellare di Monteporzio.[2]
Polverari spiega la ragione della lite senza addolcirla: «Nella decadenza monacale di quel secolo e nella invadenza dei signori feudali vi era l'incertezza nell'attribuire a quale dei due monasteri avrebbe dovuto riferirsi la concessione enfiteutica, sulla quale i signori giustificavano il possesso delle terre.»[2] Cioè: i signori tenevano le terre in nome di un'abbazia, e non era chiaro quale.
Per deciderlo si fece la cosa che si faceva: si interrogarono i vecchi. Il documento che ne è rimasto sono i dicta testium, e questo sito lo legge nell'Appendice del volume di Polverari, dove è trascritto per intero in latino.[3]
L'esaminatore è ser Ludovico di Ambrogio de Fabro, vicario, notaio e ufficiale del castello di Mondolfo. Non agisce di propria iniziativa: ha ricevuto una lettera da Antonio Baldacci de Ulmo, dottore in legge e vicario del vicariato di Mondavio, che lo delega come commissario.[3]
E siede in nome di due signori i cui nomi contano: Sigismondo Pandolfo e Domenico Malatesta, vicari generali della Chiesa Romana nel temporale — cioè Sigismondo Pandolfo Malatesta e il fratello Malatesta Novello.
Il luogo è descritto con la precisione notarile di chi vuole che l'atto regga: ser Ludovico siede «ad solitum banchum iuris et ubi iura redduntur» — al solito banco del diritto, dove il diritto si rende — nell'ufficio posto dentro le mura del castello di Mondolfo, lungo la via pubblica, confinante con i beni di Massio Castaldo.[3]
Il procuratore che presenta i testimoni è ser Filippo, per conto dell'abate Ugo di San Lorenzo in Campo. Tutti i testimoni sono dunque testimoni di una parte sola. Fonte Avellana, in questo documento, non parla.
In fondo all'atto ser Ludovico data il proprio lavoro: «sub anno D(omi)ni millesimo quadrigentesimo secundo» — 1402.
L'editore dice che è sbagliato, e mostra perché. La data deve stare fra due estremi:
| estremo | anno | ragione |
|---|---|---|
| terminus a quo | 1428 | l'anno in cui Ugo è eletto abate di San Lorenzo in Campo — e nell'atto è già abate |
| terminus a quo (migliore) | 1433 | il possibile ritorno dei fratelli Sigismondo Pandolfo e Domenico Malatesta a Mondolfo, in nome dei quali ser Ludovico siede |
| terminus ad quem | 1462 | l'anno della sconfitta del Cesano |
Dentro quella forbice il 1402 non ci sta. Guazzugli Marini riporta esplicitamente l'anno 1442, e Polverari lo accetta con un punto interrogativo, proponendo una spiegazione meccanica: il copista avrebbe omesso la parola quadragesimo.[3] Cioè millesimo quadrigentesimo [quadragesimo] secundo, 1442, ridotto a 1402 per una parola saltata.
Questo sito scrive «1442» seguendo Polverari, e ripete il suo punto interrogativo: la data non è letta su un documento, è ricostruita per esclusione.
I giorni, invece, il documento li dà: 3, 4, 7 e 8 marzo, con l'indicazione delle date «al margine sinistro» del manoscritto.[3]
Il documento li presenta con una formula che dice perché furono scelti: «viri senes ac fide digni» — uomini vecchi e degni di fede. In una causa sul possesso a memoria d'uomo, la vecchiaia è la qualifica.
| testimone | di dove | esaminato il |
|---|---|---|
| Pietro Verdelini (Petrus Verdelini, poi Verdolini) | castello di Mondolfo | 3 marzo |
| Lello Francioni (Lellus Francioni) | castello di Mondolfo | 4 marzo |
| Patricello (Patricillus, poi Patricollus) | castello di San Costanzo, abitante a Fano | 7 marzo |
| Coppo (Choppus, poi Coppus) | castello di San Costanzo | 8 marzo |
| Brunaccio (Bruna(n)tius, poi Brunaccius) | castello di San Costanzo | 8 marzo |
Ogni nome compare nel documento in due forme, perché l'elenco iniziale e la deposizione non sono scritti dalla stessa mano nello stesso momento: Patricillus in elenco e Patricollus in deposizione, Choppus e poi Coppus, Verdelini e poi Verdolini. Sono varianti grafiche dello stesso uomo, non persone diverse.
Nessuno dei cinque è di Monteporzio né di Castelvecchio. Sono di Mondolfo, di San Costanzo, e uno vive a Fano: testimoni dei paesi confinanti, che sui confini si presume dicano il vero perché non ci abitano dentro.
Le deposizioni vere sono tre. Pietro Verdelini, esaminato il 3 marzo, «dixit ut supra asseruit dictus Lellus» — disse come aveva detto Lello; e Brunaccio, l'8 marzo, «dixit prout supra asseruit Coppus». Due dei cinque, cioè, si limitano a confermare il compagno, e il notaio lo registra in una riga.
Il cuore del documento è una catena di possesso. La domanda implicita è: chi ha tenuto queste terre, uno dopo l'altro, fin dove arriva la vostra memoria?
Polverari riassume il risultato in una frase: «Viene qui rivelata la successione dei cinque signori, che immediatamente precedono l'investitura ai Montevecchio.»[2]
1. Giovanni Gugliozzi, forse un Malatesta 2. Andrea, suo figlio 3. Galeotto Malatesta di Rimini 4. Pietro Galeotti 5. Gaspare Galeotti, suo fratello
E dopo di loro, nel 1428, il conte Guido di Montevecchio: che è dove comincia l'altra pagina.
Il nome del primo signore compare nel documento in tre forme diverse: Iohannes Singlocii nella deposizione di Lello, Iohannes Guigliottii poco più avanti nella stessa deposizione, Iohannes Guiglocii e Guiglottii in quelle degli altri.
Polverari propone un'identificazione, e la propone come ipotesi: è il «Giovanni Guidocii de Malatestis» del 1367, quello nel cui palazzo, dentro il castello di Monteporzio, il vescovo di Senigallia investì un prete della pieve di Sant'Angelo — l'atto che questo sito racconta nella pagina della chiesa di San Michele. «Sembra probabile il nome corrotto Guiglocii, Guglottii, Singlocii invece di Guidocii. L'identità sarebbe confermata dal figlio Andrea.»[2]
Se l'identificazione regge, allora il palazzo del 1367 e il primo signore del 1442 sono la stessa persona e lo stesso luogo: chi teneva i tre castellari aveva casa dentro Monteporzio, e ci ospitava il vescovo.
Polverari dichiara però i propri dubbi nella stessa nota: la lettura del Codex Serpentis «per l'inchiostro sbiadito» non è sicura, e «si dovrebbe chiarire la genealogia di questi Malatesta». Aggiunge un indizio esterno, sotto forma di domanda aperta: nella Descriptio Marchiae del cardinale Albornoz si legge che nel contado di Fossombrone ci sono rocche «quas tenent filii Guilloci de Malatestis», e altrove «Castrum Gagliardi per filios Guillocii de Malatestis». «Sono questi figli Guilloci gli stessi?» — la domanda è sua.[2]
Questo cantiere è andato a leggere il documento nella sua sede, non più solo nella citazione che ne dà Polverari: è il documento n. 325 dell'edizione di Theiner, Descriptio Marchiae Anconitanae, Massae Trabariae etc. facta tempore Card. Egidii Albornotii circa an. MCCCLVI — cioè circa il 1356, ai tempi del cardinal Albornoz —, alle pp. 338-348 del secondo tomo del Codex diplomaticus dominii temporalis S. Sedis.[4] Le due frasi ci sono entrambe, a poche righe di distanza dentro lo stesso elenco, a p. 343: fra le città «tenute senza titolo, tirannicamente», «Castrum Galiardi per filios Guilliocii de Malatestis»; poco più avanti, fra le rocche del contado di Forum Sempronii — cioè Fossombrone —, «Rocha S. Blasii, Rocha S. Gervasii (quas tenent filii Guilloci de Malatestis)». Alla domanda di Polverari si può ora rispondere: sì, sono la stessa famiglia — la stessa frase, con la stessa grafia oscillante fra Guilloci e Guilliocii, dentro lo stesso documento, per due possedimenti diversi dello stesso contado. Nel 1356 i «figli di Guilloccio de' Malatesta» tenevano insieme il castello di Gagliardo e le due rocche di San Biagio e San Gervasio nel territorio di Fossombrone.
Quello che questo non prova è se questo Guilloccio sia il padre del Giovanni Guidocii/Guiglocii che la nota di Polverari propone come primo signore di Monteporzio. È un'ipotesi nuova, di questo cantiere, non di Polverari, e resta da verificare.
Sulla profondità nel tempo Polverari è più netto: Giovanni possiede tutto il territorio «fin dai primi anni del Trecento; anzi, stando ai documenti finora conosciuti, non è escluso che tale inizio sia negli ultimi anni del Duecento».[2]
Galeotto Malatesta di Rimini non è un signorotto locale. Polverari lo presenta come «un personaggio tra i più celebri della storia italiana del Trecento»: prima della venuta del cardinale Albornoz aveva conquistato quasi tutte le Marche con il fratello Malatesta e il nipote Malatesta Ungaro, «rendendo la signoria dei Malatesta la più vasta dopo quella dei Visconti»; sconfitto a Paderno, torna in auge, è fatto senatore di Roma, e muore vecchio di ottantasei anni a Cesena il 21 gennaio 1385.[2]
Polverari esclude esplicitamente gli altri due Galeotto Malatesta possibili: Galeotto Roberto, per l'età (1411-1431), e Galeotto di Malatesta dei Sonetti del ramo di Pesaro, perché i testimoni nominano espressamente i Malatesta di Rimini.[2]
I cinque testimoni non raccontano la stessa catena — e le catene sono tre, perché due di loro si limitano a confermare il compagno. Questa pagina pubblica la divergenza invece di sceglierne una, e riporta a parte la spiegazione che ne dà Polverari, che è una lettura e non un documento.
| chi | la catena che dà | chi nomina in più | chi salta |
|---|---|---|---|
| Lello Francioni, e con lui Pietro Verdelini | Giovanni → Andrea → Galeotto Malatesta di Rimini → Pietro di Galeotto → conte Guido di Montevecchio, conte di Miralbello | è l'unico che arriva fino ai Montevecchio | Gaspare |
| Patricello | Giovanni → Andrea → i magnifici signori Malatesta (al plurale) → Pero di Galeotto → Gaspare suo fratello | Gaspare | il nome proprio di Galeotto; i Montevecchio |
| Coppo, e con lui Brunaccio | Giovanni → Andrea → Pietro e Gaspare di Galeotto | — | i Malatesta, del tutto |
La spiegazione di Polverari: il plurale di Patricello «si può spiegare ricordando la solidarietà tra i membri della famiglia riminese»; e il salto di Coppo e Brunaccio «si può spiegare o perché non erano bene informati oppure considerando Pietro come vicario dei Malatesta».[2] Sono due ipotesi, ed entrambe si aprono con «si può spiegare».
Vale la pena di notare che cosa fa la divergenza: i due testimoni di Mondolfo ricordano i Malatesta e non Gaspare; i tre di San Costanzo ricordano Gaspare e male i Malatesta. Chi sta più vicino ricorda meglio la fine della catena, chi sta più lontano ricorda meglio il nome grosso. Questa osservazione è mia, non è nel libro, e non prova nulla.
È il particolare più concreto del documento, e su questo i testimoni vanno d'accordo.
Giovanni, finché visse, «curavit et curando manutenuit supradicta bona usque ad pontem Rivi Maioris, ipsum pontem manutenenda suis sumptibus et expens(is), esigendo pedagiorum solutiones a transeuntibus cum mercantiis et rebus quibuscumque».[3]
Cioè: teneva quei beni fino al ponte del Rio Maggiore, manteneva quel ponte a sue spese, ed esigeva il pagamento dei pedaggi da chi passava con mercanzie e con qualunque cosa.
Coppo lo ripete quasi con le stesse parole — «usque ad pontem Rivi Maioris, manutenendo dictum pontem exigendo semper pedagia a transeuntibus» — e Brunaccio conferma. A Patricello viene fatta la domanda in forma diretta: «a istanza di chi si esigevano i pedaggi di chi passava per quei luoghi?», e risponde: a istanza di Giovanni Gugliottii finché visse, e dopo la sua morte, di continuo, per i predetti subesecutori.[3]
Polverari lo riassume così: «si precisa che egli teneva la manutenzione del ponte al Rio Maggiore (Ponte del Rio o Ponte Rio) e che tutti quelli che vi passavano con le loro mercanzie di qualsiasi specie dovevano versare il tributo.»[2]
Questo è il primo documento su questo sito che attesti un pedaggio nel territorio di Monteporzio, e la prima volta che il nome di Ponte Rio — oggi una frazione — compare legato alla cosa da cui plausibilmente prende nome: un ponte, con qualcuno che lo teneva in piedi e si faceva pagare per attraversarlo. Che il ponte del documento sia esattamente quello che ha dato il nome alla frazione è, allo stato, un'inferenza; il documento dice «pons Rivi Maioris», non «Ponte Rio».
Lello aggiunge una seconda misura, che non è il ponte: i possessori tennero i beni colti e incolti con vigne, prati, selve, boschi, acque e sorgenti «a passu Rivi Maioris usque ad passus Ghirone tendendo in Cesanum» — dal passo del Rio Maggiore fino al passo Ghirone, verso il Cesano.[3] Il passus Ghirone questo sito non sa dove sia; è finito fra le domande aperte.
Patricello, il terzo testimone, dà i confini per intero. Il paragone con il documento del 1428 — l'investitura dell'abate Ugo al nipote Guido, trascritta nella stessa Appendice — si fa da sé:
| lato | 1442, deposizione di Patricello | 1428, investitura dell'abate Ugo |
|---|---|---|
| primo | ab uno flumen Suasani | a primo est flumen Cesani |
| secondo | rivus Sancti Michaelis seu Saliceti | rivus Sancti Michelis sive Saletti |
| terzo | serra per quam itur de directo ad Montem Cuchum | serra per quam recte itus ad Montem Cucchium et Sanctum Ioannem |
| quarto | Rivus Maior tendens in Suasanum | Rivus Maior demergens in Cesanum |
È la stessa clausola, con lo stesso ordine dei quattro lati. Polverari lo dice in una riga: i confini dei testimoni «corrispondono più o meno a quelli indicati nella concessione dell'abate Ugo al nepote Guido».[2]
Le differenze sono due, e sono piccole ma reali: nel 1428 il terzo lato aggiunge San Giovanni accanto a Monte Cucco, e i due testi scrivono il rio del secondo lato in due modi, Saliceti e Saletti.
Patricello colloca il tutto «in comitatu Senegalię», nel contado di Senigallia. Sui confini di oggi, e su quanto siano gli stessi, si veda I confini e Il territorio.
Nel 1442 il Cesano è chiamato in due modi da due testimoni esaminati a quattro giorni di distanza dallo stesso notaio:
Suasanum è il fiume di Suasa, la città romana distrutta; Cesanum è il nome che è arrivato fino a oggi. Nel 1428 l'atto notarile userà Cesani e Cesanum. Su questo fiume e sui suoi nomi la pagina è Il Cesano; qui si registra soltanto che le due forme convivono nello stesso fascicolo processuale, e che chi scriveva non sentiva il bisogno di uniformarle.
Un'altra differenza fra i due documenti, che questa pagina segnala senza risolverla.
| 1442, i testimoni | 1428, l'investitura | |
|---|---|---|
| Monteporzio | podium sive castellare Montisporci | podium sive castellare Montis Porci cum suo fortilitio |
| Castelvecchio | castellare castri Veteris | Castellare Vetus |
| Castel Girardo | podium sive castellare Ghirardi | — |
| Castel Berardo | — | castellare Berardi |
| Busicchio | — | castellare Butticchi |
Nel 1442 i castellari nominati sono tre, e fra loro c'è Castel Girardo; nel 1428 sono quattro, e Castel Girardo non c'è, mentre ci sono Berardo e Busicchio. Su questi luoghi, e su quali siano stati identificati sul terreno, si veda I comuni scomparsi e I signori di Monteporzio nel Duecento.
Fra le domande poste a Patricello ce n'è una che non è di rito, ed è quella per cui l'interrogatorio fu fatto:
«Interrogatus si dicta bona fuerunt umquam possesa per abbatem monasterii Sancte Crucis Fontis Avellane dixit quod non.»[3]
Interrogato se quei beni fossero mai stati posseduti dall'abate del monastero di Santa Croce di Fonte Avellana, disse di no.
È un testimone prodotto dalla parte avversa a Fonte Avellana, ed è l'unica volta in tutto il documento in cui l'abbazia rivale viene nominata.
Le altre tre domande poste a Lello sono formule, e proprio per questo mostrano la procedura di un processo del Quattrocento meglio di qualunque descrizione:
| domanda | risposta |
|---|---|
| Interrogatus in causa scientie — come fa a saperlo | «quia omnia supradicta sibi piene constabunt»: perché tutto quanto sopra gli risulta pienamente |
| Interrogatus quam supradictarum partium ipse testis vellet obtinere — quale delle due parti vorrebbe che vincesse | «partem ius habentem»: la parte che ha ragione |
| Interrogatus si odio, pretio, amore aut aliqua humana gra(tia)… — se ha deposto per odio, per denaro, per amicizia o per qualche favore umano | «se testificatum fuisse pro veritate tantum»: di aver testimoniato soltanto per la verità |
E la chiusa del notaio, che è la firma di un mestiere: «Que omnia acta et facta fuerunt per me ser Ludovicum de Fabro… Ad quorum omnium fidem propria manu scripsi signumque meum posui consuetum. Ego Lodovicus notarius.»[3]
L'apparato critico di Polverari registra dove il manoscritto — che è una copia semplice del secolo XV — porta delle sottolineature. Sono tre, e cadono qui:
Quello che si può dire con certezza è che un lettore antico segnò a matita, o a penna, esattamente i punti in cui si nominano i castelli contesi e l'abbazia avversaria. Che fosse un avvocato che preparava una causa, o un archivista che cercava un titolo, il documento non lo dice, e questa pagina non lo indovina.
La copia da cui il testo viene è una copia semplice del secolo XV conservata alla Biblioteca Vaticana, Archivio Barberini, cred. III, cas. 38, mazzo XXVII, n. 178.[3]
Questo importa per una ragione di metodo. La pagina sui conti di Montevecchio osservava che quasi tutte le sue prove d'archivio vengono da un unico numero, il n. 175 dello stesso mazzo, i cui fogli seguono l'ordine cronologico e che ha la forma di un dossier dei titoli di famiglia. Il documento di questa pagina porta un numero diverso, il 178, ma sta nello stesso mazzo del medesimo archivio. È un secondo pezzo, non un secondo archivio: allarga la base di una unità, non la sposta.
Un riscontro davvero indipendente, però, esiste: nel Fondo Urbinate dell'Archivio di Stato di Firenze è repertoriato un «Confronto di documenti concernenti la controversia fra le Badie di S. Lorenzo in Campo e S. Croce della Fonte Avellana, chi avesse migliore e più antico diritto sopra Castelvecchio», che questo sito elenca nella pagina Le carte di Firenze. La stessa lite è dunque documentata in due fondi diversi, in Vaticano e a Firenze. Il pezzo fiorentino questo cantiere non l'ha visto: ne ha soltanto la voce d'inventario.
Che cosa, di questa pagina, non è dimostrato.
Questa pagina fa parte del gruppo di riverifica del 13 settembre 2026.
Controllo mirato: un solo indirizzo vivo, la pagina di dettaglio Internet
Archive del Codex diplomaticus di Theiner (nota [4]) —
raggiungibile (200). Il testo del documento 325 era già stato scaricato e
riletto per intero il 13 settembre 2026 ed è in cache
(sources/cache/theiner-codex-ii-descriptio-marchiae-1356.txt): non riletto
oggi, perché statico. Il quaderno 150 di Polverari, unica altra fonte, è un PDF
già in cache dal terzo risveglio: verificato solo per raggiungibilità (200), non
riletto.
Nessuna correzione trovata.
verifica: aggiornata al 25 settembre 2026.
Stesso controllo mirato: la pagina di dettaglio Internet Archive del Codex diplomaticus (nota [4]) verificata raggiungibile (200), non riletta — testo statico, già confrontato per intero il 13 settembre 2026. Il quaderno 150, unica altra fonte, verificato raggiungibile (200), non riletto.
Nessuna correzione trovata.
verifica: portata al 4 ottobre 2026.
sources/cache/quaderno-150-consiglio-marche.pdf, dal risveglio 3.sources/cache/q150-doc3-001.png e -002.png): il testo estratto vi combacia parola per parola, comprese le forme Patricollus, Coppus e Pero d(omi)ni Scaletti, che l'editore annota «si intenda Galeotti». La nota 16 dà la tradizione del testo — copia semplice del sec. XV, Biblioteca Vaticana, Arch. Barberini, cred. III, cas. 38, mazzo XXVII, n. 178 [B] — il rimando a Guazzugli Marini, p. 36 nota 75, e il ragionamento sulla data.archive.org/details/CodexDiplomaticusDominiiTemporalisV2), scaricato e riletto per intero il 13 settembre 2026; copia in sources/cache/theiner-codex-ii-descriptio-marchiae-1356.txt. Le due citazioni sono entrambe a p. 343 della stampa: l'intestazione di pagina ripetuta reca, per un difetto di scansione o di stampa, due date diverse («1856» e «1380», entrambe lette come refusi per 1356, l'anno del titolo del documento e l'anno di pontificato di Innocenzo VI a cui la sezione appartiene) — non è un secondo dubbio sulla datazione, solo un artefatto tipografico/OCR annotato per onestà.