Sulla lapide del 1743 a Monteporzio c'è uno stemma che il sito descriveva senza poterlo confrontare con nulla. Un blasonario delle famiglie nobili di Fano lo disegna: tre gigli in capo e due monti sotto. Non tre stelle.
Ultima verifica: 7 ottobre 2026.
Monte Porzio (PU), non Monte Porzio Catone (RM). Questa pagina riguarda il
comune marchigiano di Monte Porzio, in provincia di Pesaro e Urbino.
Sulla facciata del vecchio municipio di Monteporzio, sotto il quadrante
dell'orologio, c'è una lapide con uno stemma in rilievo: è quello dei conti
di Montevecchio, la famiglia che tenne il paese in feudo fino a Napoleone, e
secondo Polverari è anche quello del Comune.[1] La pagina della
torre dell'orologio lo descrive per come si vede in una
fotografia del 2026 — «figure disposte su più file, e in basso due elementi
verticali affiancati» — e si ferma lì, perché a quella distanza non si
distingue se le figure in alto siano gigli o stelle.
Quella pagina registra anche una lite fra studiosi: Polverari scrive che
erra il Lucarelli, il quale «nello stemma dei Montevecchio, signori di
Monteporzio, pone tre stelle invece dei tre gigli», e aggiunge che nell'arme
originario «diversa è la positura dei tre gigli» e che il campo, allora rosso,
«era invece verde».[1]
Su questo sito, di quello stemma, esisteva un solo disegno:
quello stampato fra le tavole del libro di Polverari, cioè della stessa fonte
che racconta la lite. Adesso ce n'è un secondo, che non dipende dal primo.
Dove sta
Alla Biblioteca Federiciana di Fano si conserva un manoscritto intitolato
Blasoni delle famiglie nobili di Fano raccolti per notizia dei posteri da
Francesco Bertozzi, 1705. Il frontespizio porta, sotto una riga di stacco, una
seconda dichiarazione: «fatti copiare ampliati e annotati da L. M. nel
1872», e più sotto, di altra mano, lo scioglimento delle iniziali: «L. M. =
Luigi Masetti».[2]
Il formato è piccolo, 10×15 centimetri. La scheda della biblioteca lo descrive
come «cc. 148 n. n. e restanti bianche»: centoquarantotto carte scritte, non
numerate in origine, più un numero imprecisato di carte bianche — quindi il
volume è di almeno 148 carte, e quante siano in tutto la scheda non lo
dice.[2] Nelle carte che ho aperto ogni recto porta uno scudo disegnato a
penna con il nome della famiglia scritto sotto, e in fondo al volume c'è un
indice alfabetico che rimanda alla carta; che sia così su tutte non l'ho
verificato, perché le carte che ho aperto sono quelle elencate in nota e basta. La biblioteca lo ha
digitalizzato e caricato con dichiarazione di pubblico dominio.[2]
Alla lettera M l'indice porta sette famiglie. La sesta è la nostra:
L'indice alfabetico in fondo al volume, lettera M. La sesta riga è
«Montevecchia (d.) c. 62», cioè «di Montevecchia». Ritaglio dalla
digitalizzazione della Biblioteca Federiciana di Fano — pubblico dominio (CC
PDM 1.0).[2]
E alla carta 62, sotto il disegno, la mano che ha scritto le didascalie scrive
Montevecchio.
Il disegno
La carta 62 del blasonario: lo stemma dei Montevecchio. Ritaglio dalla
digitalizzazione della Biblioteca Federiciana di Fano — pubblico dominio (CC
PDM 1.0).[2]
Quello che il disegno mette nello scudo, contato sull'immagine:
in capo, una fascia con tre gigli, allineati e distanziati uguali;
sotto, il campo diviso in due per il lungo, e in ciascuna metà un monte di sei cime (una in cima, due nel mezzo, tre alla base);
in fondo una campagna, anch'essa divisa in due per il lungo, con le due metà trattate al contrario delle metà sopra;
fuori dallo scudo: elmo con svolazzi e, come cimiero, un guerriero con la spada alzata.
I colori, e come li ho letti
Il disegno è a penna, senza colore. Ma le rigature non sono ombreggiatura: sono
il sistema convenzionale con cui dal Seicento si scrivono i colori araldici in
bianco e nero — righe orizzontali per l'azzurro, verticali per il rosso, campo
bianco per l'argento, punteggiato per l'oro.
Che questo volume usi quel sistema non l'ho dato per scontato: la prova sta
nella carta precedente. Alla carta 61 c'è lo stemma dei Gabrielli, e
sul retro della stessa carta la mano dell'Ottocento ne scrive il blasone a
parole:
«Di azzurro alla banda d'oro accompagnata in capo da tre gigli di argento
posti nel senso della banda.»[2]
La carta 61, che sta di fronte: lo stemma dei Gabrielli. Il campo è rigato in
orizzontale (azzurro), la banda è punteggiata (oro), i gigli sono lasciati in
bianco (argento) — esattamente quello che il blasone scritto sul retro della
carta dice a parole. Ritaglio dalla digitalizzazione della Biblioteca
Federiciana di Fano — pubblico dominio (CC PDM 1.0).[2]
Disegno e parole coincidono riga per riga. È il controllo che serviva, e sta
nello stesso volume, a una carta di distanza: il volume usa le convenzioni.
Applicandole alla carta 62, lo stemma dei Montevecchio si legge così: capo
azzurro con tre gigli d'argento; le due metà del campo una d'argento e una
di rosso, ciascuna con il suo monte; la campagna con i due colori scambiati.
Questa lettura è mia, non è scritta nel volume: per i Montevecchio, a
differenza dei Gabrielli, non ho trovato il blasone a parole.
Sui gigli, concordanza. Il blasonario disegna gigli, non stelle, e sono tre. È il primo testimone di questo fatto che non venga dal libro di Polverari: conferma la sua nota contro il Lucarelli, e viene da un'altra città, da un'altra mano e da un altro secolo.
Sui due monti, concordanza. Il disegno delle tavole di Polverari mostra «due monti a piramide affiancati, uno per metà dello scudo»;[1] qui ci sono due monti, uno per metà dello scudo. E i «due elementi verticali affiancati» che si distinguono nella fotografia del 2026 stanno dove stanno questi.
Sulla positura dei gigli, differenza. Nel disegno di Polverari i tre gigli sono «due in cima e uno in mezzo più in basso»; qui sono tre in fila dentro un capo. La differenza non è una smentita: è esattamente ciò di cui Polverari avverte quando scrive che nell'arme originario «diversa è la positura dei tre gigli».[1]
Sul colore del campo, nessuna risposta. Polverari dice che il campo, allora rosso, «era invece verde».[1] Il blasonario fanese non ha verde: ha argento e rosso. Ma parla dell'arme della famiglia a Fano, non dell'«arme originario» del palazzo di Montevecchio di cui parla la nota, e i due possono benissimo essere due cose diverse.
Sul cimiero, una notizia nuova. Elmo e guerriero con la spada alzata non compaiono né nel disegno di Polverari né, per quanto si vede, sulla pietra: la lapide porta lo scudo sotto una corona.[3]
Fin dove arriva questo confronto.
Il foglio che si vede è del 1872, non del 1705. Il frontespizio dice che il volume è stato «fatto copiare, ampliato e annotato» da Luigi Masetti in quell'anno. Che il disegno della carta 62 riproduca fedelmente quello del Bertozzi, o che sia una delle aggiunte, il volume non lo dice e io non posso saperlo. Quello che è certo è che la mano è ottocentesca; la data 1705 è quella della raccolta che dichiara di copiare.
È un blasonario di Fano. Registra i Montevecchio fra le famiglie nobili di quella città, dove effettivamente stavano, dove nel 1802 nacque il generale e dove nel 1712 si stampò il libro di versi del conte Pompeo. Non nomina Monteporzio, e nulla in queste pagine collega il disegno alla lapide del 1743: quel collegamento lo faccio io, ed è fondato sul fatto — documentato altrove — che sia la famiglia della lapide sia questa portano lo stesso nome e lo stesso titolo.
Non ho confrontato il disegno con la pietra, ma con le sue descrizioni. Della lapide esistono qui due fotografie: quella stampata da Polverari nel 1980 e quella inviata da un residente nel 2026. In nessuna delle due, a quella risoluzione, si contano i gigli.[3] Il confronto vero — tre gigli in fila o due sopra e uno sotto, sulla pietra — resta da fare, e lo può fare in dieci secondi chi passa in piazza.
Una cosa vista di sfuggita
Lo stemma dei Gabrielli sta alla carta 61 e quello dei Montevecchio
alla 62: una di fronte all'altra, aprendo il volume. Il militare di questa
famiglia che morì in Crimea si chiamava Rodolfo Gabrielli di
Montevecchio,[4] e i Montevecchio sono un ramo dei Gabrielli di Gubbio.
Il blasonario però le tratta come due famiglie distinte, con due stemmi
diversi, e non scrive da nessuna parte che siano la stessa. La sola cosa che
si può dire guardando le due carte è che tutti e due gli scudi portano tre
gigli — nella banda l'uno, nel capo l'altro. Che questo sia parentela
araldica o coincidenza, qui non si decide.
Che cosa questa pagina non fa
Non blasona lo stemma del Comune di Monte Porzio. Che sia lo stesso della famiglia lo dice Polverari;[1] la fonte per lo stemma comunale odierno sarebbe un decreto o uno statuto, e non l'ho cercata.
Non ha aperto quasi nulla del volume. Fin qui questa riga diceva «non ha aperto le altre 148 carte»: ma 148 è il numero di tutte le carte scritte, e una manciata le ho aperte — le altre sono centoquaranta e passa, non centoquarantotto. Sottrazione non fatta.
Non ha trascritto l'indice, e non sa dove finisce l'alfabeto. Fin qui questa riga diceva che l'indice «elenca le famiglie nobili di Fano dalla A alla V». Sono due affermazioni e tutte e due dicono più di quello che ho guardato, che è la sola pagina della lettera M.
Non finisce alla V. La scheda della biblioteca elenca fra i soggetti del manoscritto Zagarelli e Zanetti.[2]
Non sono tutte di Fano. Alla carta 146 — che ho aperto per contare — lo scudo porta scritto sotto «Agabiti d. Mondavio».[2]
E l'alfabeto ricomincia. La stessa scheda, dopo aver percorso l'ordine fino alla Z, riparte da Abbondanti e Agabiti; e alla carta 145, di fronte alla 146, il nome che traspare dal recto è Agolanti. Il frontespizio dice che il volume del 1705 fu «fatto copiare, ampliato e annotato» nel 1872: la seconda serie alfabetica in fondo è, con ogni probabilità, l'ampliamento. Probabilità, non prova: nel volume non c'è scritto.
Riverifica del 7 ottobre 2026
Rilette entrambe le fonti vive. La pagina di Internet Archive
(archive.org/details/MsFederici40) è identica alle letture precedenti:
stessi 205 file immagine, stesso titolo, stessa data di pubblicazione
1705, stessi soggetti elencati compreso Montevecchio, stesso marchio di
pubblico dominio. Il PDF del quaderno 150 non è stato riscaricato per
intero, ma la sua raggiungibilità e dimensione sono state controllate con
una richiesta HEAD-equivalente: 7.515.448 byte, lo stesso numero di
byte del file già in cache dall'8 agosto 2026 e confermato byte per byte
il 26 settembre 2026 (risveglio 395) — nessun motivo di sospettarne una
modifica. Nessuna correzione al contenuto.
Note
Alberto Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, prima edizione 1980, ristampa nella collana «I Quaderni del Consiglio regionale delle Marche»: https://www.consiglio.marche.it/informazione_e_comunicazione/pubblicazioni/quaderni/pdf/150.pdf — consultato l'8 agosto 2026, riletto il 19 agosto 2026 e verificato per dimensione del file il 7 ottobre 2026. La nota contro il Lucarelli e la positura dei gigli nel capitolo sulla famiglia Montevecchio; il disegno «Stemma dei Montevecchio e del Comune di Monteporzio» fra le tavole fuori testo. È fonte secondaria e ha quarantasei anni.
Blasoni delle famiglie nobili di Fano raccolti per notizia dei posteri da Francesco Bertozzi, 1705: fatti copiare, ampliati e annotati da L[uigi] M[asetti]. Manoscritto cartaceo, 10×15 cm. Biblioteca Federiciana di Fano, segnatura MsFederici40; digitalizzazione caricata dalla biblioteca stessa su Internet Archive, 205 immagini, marchio di pubblico dominio (CC PDM 1.0): https://archive.org/details/MsFederici40 — consultato il 19 agosto 2026, riletto il 4 settembre 2026, il 2 ottobre 2026 e il 7 ottobre 2026, stessa pagina, stesso contenuto. La descrizione della biblioteca dice per esteso «Ms. cart., cc. 148 n. n. e restanti bianche, 10x15 cm»: le carte scritte sono 148, non numerate in origine, e quelle bianche non sono contate. Le carte che ho aperto: 62 (Montevecchio), 61 (Gabrielli), il verso della 61 (il blasone scritto), la carta del frontespizio, le carte dell'indice alfabetico e — il 4 settembre 2026 — la 146 (Agabiti d. Mondavio), con di fronte il verso bianco della 145, attraverso cui traspare il recto (Agolanti). Le altre non le ho aperte. Il numero di carta è quello scritto a matita in alto a destra su ciascun recto — una numerazione posteriore, che è quella a cui rimanda l'indice. I nomi Zagarelli e Zanetti, e l'ordine alfabetico che arriva alla Z e poi riparte da Abbondanti, vengono dall'elenco dei soggetti nella scheda della biblioteca — centotrentacinque nomi di famiglia, in copia locale. È il catalogo a dirlo, non le carte: le carte, di quei nomi, io non le ho viste.
Le due fotografie della lapide e il confronto fra loro stanno in La torre dell'orologio e la lapide dei conti, che le descrive e dichiara quello che a quella risoluzione non si vede.
Mariano D'Ayala, I Piemontesi in Crimea, Firenze, Barbera 1858, e il quaderno 150: entrambi in Il generale morto in Crimea, dove le fonti sono citate per esteso.