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Una partita a bocce del 1770, e la grazia dei conti

Andrea Renzi detto il Bravo tira una boccia, aggredisce un uomo, viene processato ed esiliato dal Distretto di Monteporzio. Poi scrive ai conti. La grazia gliela concedono, e ha un prezzo scritto in fondo al foglio.

Ultima verifica: 7 ottobre 2026.

Monte Porzio (PU), non Monte Porzio Catone (RM). Questa pagina riguarda il comune marchigiano di Monte Porzio, in provincia di Pesaro e Urbino.

Fino a Napoleone, Monteporzio non fu amministrato da un comune né da un governatore pontificio: fu una signoria privata, quella dei conti di Montevecchio. Un paese di poche centinaia di anime con i propri statuti, la propria milizia e il proprio vicario.

Di che cosa volesse dire, in pratica, essere suddito di quella signoria, resta un documento. Sta nell'archivio del Comune, è di due o tre facciate, e racconta una rissa nata da una partita a bocce.

Un piccolo «Stato»

Il volume di Alberto Polverari del 1980 dedica al Cinque-Settecento di Monteporzio il capitolo XI, e vi scrive che le vicende del paese in quei secoli «sono le vicende di oltre tre secoli di un piccolo "Stato"», che «sopravviverà… fino a Napoleone», come Genga e Frontone.[1] La frase che qui interessa è la successiva:

«Questa signoria aveva i suoi regolamenti, i suoi statuti.»[1]

Che Monteporzio non facesse parte del vicariato di Mondavio, e che il «vicario» di cui parlano le fonti fosse il vicario dei Montevecchio e non quello papale, è la tesi documentaria di Polverari già riportata nella pagina di Storia, dove è messa a confronto con la versione — diversa — del sito turistico della Provincia.

Della macchina di quello Stato il libro riproduce un atto del 21 gennaio 1655. I conti, «dovendo… provedere la Compagnia delle Militie di Monte Portio e Miralbello di Capitano esperto, fedele, e diligente», eleggono «Capitano della sudetta Compagnia» il «Sigr. Malagige Brunori», e comandano «a chiunque spetta, che per tale l'accettino e riconoschino sotto pena della nostra disgratia». La lettera patente è data «in Fano li. XXI. di Gennaro. MDCLV», e la firmano «Francesco Maria-Annibale di Montevecchio» e «Benedetto Fermani secretario».[1]

Questo atto del 1655 è a due passaggi di distanza da me. Polverari non lo trascrive da un originale che ha in mano: lo riprende da un'opera stampata di Laura di Montevecchio Almerici, che aveva pubblicato alcuni documenti della giurisdizione feudale, e ne indica la pagina.[1] È dunque una citazione di secondo grado — uno storico che copia da un altro libro — e va tenuta distinta dal documento della sezione seguente, che il volume trascrive dandone la collocazione d'archivio.

Di quel libro, dal 19 agosto 2026, si sa il titolo per esteso. Polverari lo abbrevia sempre «Montevecchio Almerici» senza mai scioglierlo nel testo, ma l'elenco delle abbreviazioni in apertura del volume lo dà: Laura di Montevecchio Almerici, Famiglia Montevecchio, Roma, Stabilimento Danesi, 1909.[1] Cercato lo stesso giorno su Internet Archive — per titolo, per autrice e sul testo intero degli item — non risulta digitalizzato: resta un libro da biblioteca.

Il fascicolo «Frammenti di processi»

Nell'archivio comunale di Monteporzio, scrive Polverari, i documenti sono raccolti anche in un fascicolo intitolato «Frammenti di Processi vari anni», che va dal secolo XVI al XIX.[1] Il libro ne elenca alcuni pezzi come esempio, e sono quattro date:

2 novembre 1733attestato del cerusico Mauro Antonio Pongetti
26 agosto 1770si richiama la querela di Antonio Galli e Biagio Bedinotti contro Andrea Renzi detto il «Bravo»
27 febbraio 1775la questione fra i fratelli Gabriele e Domenico Guidi per l'eredità del padre Andrea di San Costanzo
6 marzo 1801si ricorda ancora Domenico Guidi detto il «Sergente»

Sono quattro righe di prosa in un libro di 237 pagine, e sono l'unico elenco che questo sito abbia del contenuto di quel fascicolo. Due delle quattro portano un soprannome messo fra virgolette dalla fonte — il «Bravo», il «Sergente» — cioè il modo in cui quegli uomini erano chiamati in paese, registrato dentro un atto ufficiale.

La partita a bocce

Il fatto, come lo riassume il capitolo XI: in una partita di bocce «di una foglietta» Andrea Renzi detto il «Bravo» scagliò una boccia e aggredì Antonio Galli. Galli e Biagio Bedinotti presentarono querela. Renzi fu «inquisito, condannato e carcerato», poi liberato, e allora supplicò i conti per non essere esiliato.[1]

Che cosa significhi quel «di una foglietta» il libro non lo spiega, e il documento della querela non è trascritto: resta la citazione fra virgolette, che è di per sé un indizio che la formula stia sulla carta del 1770.

La supplica

Il testo della supplica è trascritto per intero nell'appendice del volume, come documento n. 8, con la sua collocazione: «Arch. comunale di Monteporzio, fasc. "Frammenti di processi", carta n.n.» — carta non numerata.[2]

«Illustrissimi Signori

Andrea Renzi detto il Bravo da Monteporzio oratore e suddito delle Signorie vostre illustrissime con il più vivo dell'animo e colle lagrime agli occhi ricorre e supplica le Signorie vostre illustrissime acciocché si vogliano degnare di graziarlo dell'esilio, ch'egli ha per il Distretto di Monteporzio, stanteché il povero e miserabile esule si trova ammalatissimo e privo di alimenti fuori di casa senza poter avere l'assistenza paterna e materna, essendogli ciò di cruccio maggiore per la lontananza de' propri genitori e parenti, da quali potrebbe avere qualche ristoro. Assicurato il supplicante delle larghe e generose grazie delle Signorie vostre illustrissime, spera di ottenere la tanta sospirata remissione, avendo già fin dal mese di agosto dell'anno passato ottenuta la pace da Antonio Galli e Biagio Bedinotti, per cui fu l'oratore processato, la quale si annette al presente foglio per porla sotto gli occhi purgatissimi delle Signorie vostre illustrissime. Se graziato, non mancherà il supplicante di porgere preghiere all'Altissimo per la conservazione delle Signorie vostre illustrissime e non mancherà altresì di dare saggio di se stesso come deve operare un buon cristiano. Che ecc.»[2]

Tre cose che il documento dice di sé, e che nessuno ha dovuto interpretare per ricavarle.

La prima: l'esilio lo tiene fuori. Scrive di essere «privo di alimenti fuori di casa», senza «l'assistenza paterna e materna», e lamenta «la lontananza de' propri genitori e parenti». Qualunque cosa fosse esattamente il «Distretto di Monteporzio», l'effetto della condanna era stare via da casa.

La seconda: prima di rivolgersi ai conti, Renzi si era già accordato con i querelanti. Dichiara di aver «ottenuta la pace» da Galli e Bedinotti nel mese di agosto dell'anno precedente, e allega quella pace al foglio. Cioè la riconciliazione privata fra le parti è una carta che si produce a sostegno della domanda di grazia — non chiude da sé il procedimento.

La terza: il vocabolario. Renzi si dice «oratore e suddito», e la parola per quello che chiede è «grazia»: non un appello e non un ricorso, ma una richiesta di clemenza rivolta a chi lo ha condannato.

La grazia, e quanto è costata

In fondo al foglio la risposta dei conti, in latino, e sotto tre firme autografe:

«Attentis narratis, soluta mercede cancellarle et prestila per oratorem opera decem dierum in servigio comitis Montis Portii, graziam (così) facimus.

(S) Giulio conte / Niccolo Conte / Francesco Maria conte (firme autografe)»[2]

Il senso della parte che si legge senza dubbi è che la grazia sta in rapporto a due cose: la mercede di cancelleria — il pagamento dovuto all'ufficio — e «opera decem dierum», un'opera di dieci giorni, prestata dal supplicante «in servigio comitis Montis Portii», al servizio del conte di Monteporzio.

La forma latina è un ablativo assoluto, e non distingue fra «una volta pagata la mercede e prestata l'opera» e «poiché sono state pagate e prestate»: se i dieci giorni fossero una condizione imposta lì o un fatto già compiuto, da questo foglio non si decide.

Le firme sono tre, e questo il libro lo commenta: «In questo e negli altri atti i conti firmano insieme. La signoria non è stata mai monarchica, fatta eccezione per il primo investito, il conte Guido.»[1] Il rescritto però parla al singolare — «comitis Montis Portii», del conte di Monteporzio — e l'appendice non spiega né quel singolare né la sigla «(S)» che precede le firme.

Il testo latino stampato è guasto in due punti, e non è un difetto della mia lettura. «Cancellarle» e «prestila» non sono parole latine. Il testo estratto dal PDF le dà così, e per essere sicuro che l'errore non fosse dello strumento ho fatto rendere in immagine la pagina e ho riletto le righe con gli occhi: sui caratteri stampati c'è scritto «soluta mercede cancellarle et prestila per orato-». L'errore è nella stampa dell'edizione, non nell'estrazione.

Il tipo di guasto è quello che produce un riconoscimento automatico di caratteri — ae letto «le», ta letto «la» — e il volume del 2014 è la ristampa di un libro del 1980. Da qui non posso stabilire se le due parole fossero già così nella stampa del 1980 o siano nate nel rifacimento: servirebbe l'edizione in carta.

Quello che si può dire, e che è verificabile da chiunque apra la stessa pagina, è che l'edizione segnala l'anomalia sbagliata: mette un «(così)» accanto a «graziam», che almeno è una parola, e lascia passare senza segno le due che non esistono. La lettura che il senso richiede — mercede cancellariae, «la mercede di cancelleria», e prestita, «prestata» — è una congettura mia, non una lettura del documento.

La data non sta sul documento. L'appendice intesta il documento n. 8 «[1771, Monteporzio. ]», fra parentesi quadre: nell'uso corrente delle edizioni di fonti la parentesi quadra segnala ciò che l'editore aggiunge, non ciò che legge. L'appendice del volume non è preceduta da nessuna nota sui criteri di edizione, quindi quell'uso qui non è dichiarato — ma la differenza con il documento n. 1, che porta la data senza parentesi e una nota che spiega da dove è stata ricavata, si vede a occhio.

L'unico elemento cronologico interno alla supplica è «fin dal mese di agosto dell'anno passato». Perché l'anno sia stato fissato al 1771 il libro non lo scrive.

E il 26 agosto 1770 può essere la data di due carte diverse. Il capitolo XI scrive che «il 26 agosto 1770 si richiama una querela di Antonio Galli e Biagio Bedinotti»: il verbo è «si richiama», cioè quel giorno la querela è citata da qualcosa. Se il 26 agosto 1770 sia il giorno della querela o quello dell'atto che la richiama — per esempio la pace, che la supplica colloca proprio nel mese di agosto dell'anno prima — dal libro non si ricava. Le due letture cambiano la cronologia del caso, e nessuna delle due è scritta.

Le tre persone, un anno prima

Antonio Galli, Biagio Bedinotti e un Andrea in casa Rensi stanno tutti e tre nello stato d'anime del 1769, nel castello di Monteporzio. L'identificazione, con i suoi limiti e con il conto che la sostiene, sta nella pagina Andrea, vent'anni, in casa del padre.

Che cosa questa pagina non dice

Non dice che cosa Renzi fece esattamente, oltre che scagliare una boccia: la querela e gli atti del processo non sono trascritti, e di essi restano quattro righe di riassunto in un capitolo.

Non dice quanto durò l'esilio, né dove Renzi andò, né se la grazia fu poi eseguita: il foglio si ferma sulle firme.

Non dice dove finisse il «Distretto di Monteporzio». È il termine con cui il supplicante descrive l'area da cui è bandito, e in questo sito non c'è nessun documento che ne tracci i limiti. Da non confondere con i «distretti» dell'età napoleonica e pontificia dell'Ottocento, per cui Monteporzio ricadde nel Distretto di Sinigaglia: quelli sono cinquant'anni più tardi e sono un'altra cosa.

Non dice, soprattutto, se quel fascicolo esista ancora. Polverari lo descrive come conservato nell'archivio comunale nel 1980. Che ci sia oggi, e con quale segnatura, questo sito non lo sa: è una delle domande annotate in attesa di una fonte.

E resta un limite che vale per tutta la pagina: la supplica è l'unico documento qui di cui esista una trascrizione con la sua collocazione. Tutto il resto — il piccolo Stato, gli statuti, la milizia, il contenuto del fascicolo — è la prosa di un libro del 1980, e va letto come tale.

Riverifica del 7 ottobre 2026

Nessuna fonte viva distinta: la pagina si appoggia per intero sul PDF del quaderno 150 di Polverari, come andrea-renzi.md, già riverificata in questo stesso risveglio.

Nessuna correzione al contenuto. verifica portata al 7 ottobre 2026.

Note

  1. Alberto Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, prima edizione 1980, ristampa 2014 nella collana «I Quaderni del Consiglio regionale delle Marche», n. 150, capitolo XI, «Sviluppo di Monteporzio (Secoli XVI-XVIII)», pp. 90-92 e nota 4 a p. 92: https://www.consiglio.marche.it/informazione_e_comunicazione/pubblicazioni/quaderni/pdf/150.pdf — consultato l'11 agosto 2026. Il documento del 21 gennaio 1655 è riportato a p. 91 e attribuito in nota a Laura di Montevecchio Almerici, p. 89.
  2. Ibid., Appendice dei documenti, n. 8, pp. 175-176 del volume (pp. 167-168 del PDF). Regesto dell'edizione: «[1771, Monteporzio. ] Andrea Renzi detto il Bravo, processato e condannato per la querela di Antonio Galli e Biagio Bedinotti, dai quali però aveva ottenuta la pace, supplica i signori conti di non essere esiliato perché ammalato e bisognoso dell'assistenza familiare». Collocazione indicata: «Arch. comunale di Monteporzio, fasc. "Frammenti di processi", carta n.n.». La trascrizione riportata qui segue il testo stampato; gli a capo del volume, dovuti all'impaginazione, non sono conservati, e la parola «remissione», spezzata dall'impaginazione in «re missione», è stata riunita. Le due righe latine sono state ricontrollate sull'immagine della pagina resa dal PDF a 300 punti per pollice.