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La torre dell'orologio e la lapide dei conti

Una fotografia scattata in paese risponde a una domanda che questo sito si era posto: l'iscrizione del 1743 sotto l'orologio comunale c'è ancora? La lapide sì, lo stemma sì. Le quattro righe no.

Ultima verifica: 4 ottobre 2026.

Monte Porzio (PU), non Monte Porzio Catone (RM). Questa pagina riguarda il comune marchigiano di Monte Porzio, in provincia di Pesaro e Urbino.

Questa pagina nasce al contrario delle altre. Di solito qui si parte da un documento e si va a vedere che cosa dice del paese. Questa volta si parte dal paese: una fotografia della torre dell'orologio, scattata a Monte Porzio e inviata l'11 agosto 2026 da un residente che risponde alle domande di questo sito.[1]

Serviva a chiudere una frase che stava scritta in un'altra pagina. In fondo a Come è cresciuto il paese, fra le cose che quella pagina dichiarava di non sapere, c'era questa: «Non so che cosa esista ancora. La campanella della Polissena, l'arco fra i palazzi, l'iscrizione del 1743 sotto l'orologio: nel 1980 c'erano tutte e tre. Chi passa di lì lo sa meglio di me.»

Adesso, di quelle tre, una si sa. E la risposta non è quella che mi aspettavo.

La facciata del vecchio municipio di Monteporzio, in pietra e intonaco chiaro, con al centro una torretta: in alto una croce in ferro con banderuola, sotto una cella campanaria a vela con una campana, poi il quadrante bianco dell'orologio con le ore in numeri romani; più in basso una lastra rettangolare liscia, un riquadro incassato con uno stemma in rilievo e un oculo tondo con grata. Ai lati due ali dell'edificio a due piani con finestre; in basso il portale centrale e due porte laterali ad arco.
La torre dell'orologio sul vecchio municipio di Monteporzio. Fotografia di un residente del paese, scattata a Monte Porzio (PU) e inviata l'11 agosto 2026, pubblicata qui con il suo permesso, dato lo stesso giorno; su sua richiesta non ne faccio il nome. Non è un'immagine a licenza libera: chi volesse riusarla deve chiederlo a chi l'ha scattata, non a me.[1]

Che edificio è

La torre sta sulla facciata del vecchio municipio di Monteporzio. Il libro di Alberto Polverari lo chiama «orologio comunale»,[2] e una didascalia fotografica del volume lo dice per esteso: «Lapide con lo stemma dei Montevecchio e iscrizione sulla facciata del vecchio municipio».[3]

È lo stesso edificio che nella carta topografica settecentesca è indicato come «Palazzo del Pubblico dove sta il Vicario» e che, scrive Polverari, «fino ai tempi recenti era sede del municipio».[2] Quando quel «fino ai tempi recenti» finisca, lo dice un'altra didascalia dello stesso volume: «Monteporzio, Municipio nuovo, inaugurato l'8 marzo 1968».[3]

L'iscrizione del 1743

Polverari la riporta così — è la stessa citazione che sta in Come è cresciuto il paese, e qui è al suo posto:

«Pompeius. Federicus. Rainaldus. / comites. Montis. Veteris. / ex cur An(no) D(omini) / MDCCXXXXIII»[2]

Cioè: Pompeo, Federico e Rinaldo, conti di Montevecchio, anno del Signore 1743. Le abbreviazioni fra parentesi sono sciolte da Polverari; ex cur lo lascio come sta, perché scioglierlo sarebbe indovinare. I tre sono di rami diversi della stessa famiglia: Pompeo (Camillo) di Annibale e Rinaldo di Francesco Maria II della linea di Rodolfo, e Federico, succeduto al padre Giuseppe di Camillo di Pierluigi II.[2]

Lo stesso volume, alle tavole fuori testo, fotografa la lapide. Ho guardato quella fotografia e le quattro righe si vedono, nell'ordine e nella lunghezza che la trascrizione fa prevedere. Ci si legge POMPEIVS FEDERICVS RA…, COMITES MONTIS VETERIS, EX CVR AN D e, in fondo, una riga di numeri romani che comincia per MDCC.[3]

Due avvertenze su questa lettura, perché conta meno di quanto sembri:

Una cosa però la fotografia la dice da sé, ed è piccola ma vera: sulla pietra le lettere sono maiuscole lapidarie con la V al posto della U — FEDERICVS, EX CVR — dove la trascrizione stampata normalizza in Federicus, cur. È il genere di dettaglio che si perde sempre nel passaggio da una pietra a una pagina.

Che cosa mostra la fotografia di oggi

Nella fotografia dell'11 agosto 2026, sotto il quadrante dell'orologio, ci sono — dall'alto in basso — una lastra rettangolare incorniciata da modanature, un riquadro incassato con dentro lo stemma in rilievo, e più sotto un oculo tondo con una grata.

Confrontata con la fotografia stampata nel libro, la corrispondenza è puntuale: stessa cornice, stesso stemma, stessa posizione dentro il riquadro, stesso oculo tondo sotto. È la stessa lapide, ed è ancora al suo posto.

Ma sotto lo stemma, dove nella fotografia del libro stanno le quattro righe dell'iscrizione, oggi la superficie è liscia. Non una riga sbiadita: nessuna traccia di righe.

Dettaglio della lapide. Dentro una cornice di pietra chiara, incassata nel muro, uno stemma scolpito in rilievo occupa la parte alta: uno scudo sagomato con volute laterali, sormontato da una corona. Sotto lo stemma, per circa due terzi dell'altezza del riquadro, la superficie appare liscia e priva di incisioni. In basso, fuori dalla cornice, un oculo tondo con grata.
La lapide, ritagliata dalla fotografia qui sopra. È la stessa immagine, senza altri interventi: ritaglio e ingrandimento al doppio, che non aggiunge dettaglio e serve solo a renderla visibile in pagina. Lo spazio sotto lo stemma è quello dove la fotografia del 1980 mostra le quattro righe dell'iscrizione. Fotografia di un residente, 11 agosto 2026, pubblicata con il suo permesso.[1]

Perché questo confronto vale, e fin dove.

Il rischio ovvio è che l'iscrizione ci sia e che io non la veda — troppo pochi pixel, o il sole a picco che annulla i solchi poco profondi. Il controllo che ho fatto per escluderlo è contare i pixel di tutte e due le immagini, e va in senso contrario: nella fotografia del libro l'area occupata dal testo misura circa 55×25 punti d'immagine, e lì le quattro righe si leggono; nella fotografia del 2026 la stessa area della lapide ne misura circa 85×60, cioè più del doppio, e non mostra nulla. Il controllo poteva fallire — se la foto di oggi fosse stata la più povera delle due, questo paragrafo non esisterebbe.

Resta però quello che il confronto non decide, e sono tre cose:

Lo stemma: tre gigli, non tre stelle

La didascalia del libro dice che lo stemma della lapide è quello dei Montevecchio,[3] e Polverari annota che il paese ha lo stemma in comune con quella famiglia.[2]

Su come sia fatto, il libro registra un disaccordo fra studiosi, e vale la pena riportarlo perché è dichiarato in nota: secondo Polverari erra il Lucarelli, p. 276, «che nello stemma dei Montevecchio, signori di Monteporzio, pone tre stelle invece dei tre gigli: a ciò contraddicono i documenti e lo stemma originario sito al palazzo dei conti a Montevecchio, portato a Pergola alla fine del feudo ed ora conservato nell'atrio di quel palazzo comunale».[2] Nella stessa nota aggiunge che nell'arme originario «diversa è la positura dei tre gigli» e che il campo, oggi rosso, «era invece verde».[2]

Che cosa siano i tre gigli si vede in un disegno che il volume stampa fra le tavole, intitolato «Stemma dei Montevecchio e del Comune di Monteporzio».[3] È uno scudo solo, sormontato da una corona murale — quella dei comuni, a torri e merli — e diviso in due: nella parte alta tre gigli, due in cima e uno in mezzo più in basso; sotto, due monti a piramide affiancati, uno per metà dello scudo. Il disegno dà dunque ragione alla nota di Polverari sui gigli, ed è anche il modo più chiaro in cui il libro dice che lo stemma del Comune e quello della famiglia sono la stessa cosa.

Aggiornamento del 19 agosto 2026. Adesso quel disegno non è più solo. Un blasonario delle famiglie nobili di Fano, raccolto nel 1705 e ricopiato nel 1872, disegna lo stemma dei Montevecchio, e ci sono tre gigli — dunque non tre stelle — e sotto due monti affiancati. È un testimone che non dipende dal libro di Polverari, e sul modo in cui i gigli sono disposti dice una cosa diversa dalla sua tavola. Il disegno, i suoi colori e i limiti del confronto stanno in Lo stemma dei Montevecchio, disegnato a Fano.

Sulla fotografia del 2026, invece, questa disputa non si risolve. Si distinguono uno scudo sagomato con volute laterali, sormontato da un elemento a tesa larga e da una corona; dentro lo scudo, figure disposte su più file, e in basso due elementi verticali affiancati. Quella descrizione — che ho scritto guardando la fotografia prima di aprire la tavola, ed è per questo che la riporto — è compatibile con lo schema del disegno: figure ripetute in alto, due monti sotto. Ma compatibile non è identificato: quante siano le figure in alto, e se abbiano forma di giglio o di stella, a quella dimensione non si vede. Chi passa in piazza lo vede meglio di qualunque fotografia.

Il quadrante

Il quadrante è bianco, circolare, con le ore in numeri romani. Sotto il perno delle lancette porta una scritta in maiuscolo, nitida e leggibile nella fotografia: TREBINO.

Dettaglio del quadrante dell'orologio: disco bianco con le ore in numeri romani neri e un punto fra l'una e l'altra, due lancette nere che segnano quasi mezzogiorno. Sotto il perno delle lancette, in stampatello nero, la scritta TREBINO.
Il quadrante, ritagliato dalla stessa fotografia e ingrandito al doppio. La scritta TREBINO sotto il perno delle lancette è l'unica cosa che di questo orologio io abbia letto direttamente, invece di leggerla in un libro. Fotografia di un residente, 11 agosto 2026, pubblicata con il suo permesso.[1]

È il nome del costruttore, secondo l'uso degli orologi da torre — ma questo è già un ragionamento mio, non una lettura: quello che ho verificato è solo che sul quadrante c'è scritta quella parola.

Che cosa si sa, e che cosa no, di quel nome

Una ditta di orologi da torre che si chiama così esiste: Trebino, di Uscio in provincia di Genova. L'azienda dichiara di sé di essere «nata nel 1824 a Uscio», di costruire orologi da torre e campane in bronzo, e di fabbricare i quadranti «in ogni dimensione e materiale».[4] Il Ministero della cultura ne registra il museo d'impresa — «Museo dell'Orologio da Torre "Roberto Trebino"», via Cannoni, Uscio (GE) — nato il 15 maggio 2004, e scrive che l'azienda «da circa 200 anni esporta la tecnologia e genialità applicata agli orologi da torre e alle campane».[5]

Le due fonti concordano, e vanno prese per quello che sono: non sono due fonti. La frase del Ministero descrive l'azienda con le parole dell'azienda — è una scheda di museo, compilata da chi il museo lo tiene. Vale come conferma che quel soggetto esiste ed è riconosciuto; non come verifica indipendente della data del 1824.

E soprattutto:

Nessuna fonte lega quella ditta a questo orologio.

Che il TREBINO scritto sul quadrante di Monteporzio sia la ditta di Uscio è verosimile — è un cognome ligure e una specializzazione rara — ma verosimile non è documentato. Non ho trovato nessun elenco di installazioni che nomini Monte Porzio, e sul sito del Comune non c'è nulla sull'orologio: fra i 243 indirizzi della sua mappa del sito, cercando «orologio», «restauro», «torre» e «facciata», compaiono solo le schede del municipio nuovo.

Quindi restano aperte, e non le chiudo con una somiglianza di nomi: chi abbia fabbricato questo meccanismo, e di che anno sia. L'iscrizione del 1743 riguarda i tre conti, non l'orologio.

Aggiunto il 10 settembre 2026. Un documento d'archivio racconta che nel 1900-1903 il Comune comprò due orologi da torre nuovi — uno per il centro, uno per Castelvecchio — dalla ditta Campazzi di Novara, consegnati il 20 maggio 1903: la vicenda è in I due orologi comprati nel 1903. Non so se sia lo stesso orologio di questa pagina: se lo fosse, il nome Campazzi non torna con il TREBINO di oggi, e quella pagina lascia la domanda aperta invece di sceglierla.

Sopra il quadrante, una cella a vela con una campana, e in cima una croce in ferro con banderuola. Nella fotografia del libro, che riprende la stessa facciata da lontano, la sagoma è la medesima: croce, cella con campana, quadrante, e sotto i due riquadri.[3]

Che cosa questa pagina non dice

Riverifica del 25 settembre 2026 (parziale)

Tre fonti web, tre esiti diversi:

La fotografia inviata via Telegram l'11 agosto 2026 resta testimonianza locale, non riverificabile: non c'è nulla da ricontrollare su una fonte che non è sul web.

Nessuna correzione trovata su quanto è stato possibile ricontrollare oggi; la scheda del Ministero della cultura resta da riprovare.

Riverifica del 4 ottobre 2026

La scheda del Ministero della cultura sul museo Trebino, in timeout puro il 25 settembre, oggi è raggiungibile e riletta per intero con mirar texto: stesso testo, «nasce il 15/05/2004 a Uscio (GE)» e «da circa 200 anni esporta la tecnologia e genialità applicata agli orologi da torre e alle campane», stessa data di pubblicazione (2020-04-14) e di ultimo aggiornamento (2020-12-23) già note. Anche il sito dell'azienda Trebino è stato riletto per intero: identico, «nata nel 1824 a Uscio (Genova)» compreso. Con questo controllo il blocco del 25 settembre su questa pagina è completo: nessuna delle due fonti web vive resta da riprovare.

Nessuna correzione trovata. verifica: portata al 4 ottobre 2026.

Note

  1. Fotografia della torre dell'orologio di Monte Porzio inviata via Telegram l'11 agosto 2026 da un residente del paese, con la didascalia «Torre del orologio a monte porzio». È testimonianza locale: la cito come tale, e su richiesta dell'autore non ne faccio il nome. Le letture che ne ricavo sono mie. La fotografia è riprodotta qui con il permesso esplicito di chi l'ha scattata, chiesto e ottenuto l'11 agosto 2026; quando questa pagina è nata, qualche ora prima, il permesso non c'era ancora e l'immagine non era mostrata. Dell'originale sono pubblicati l'intero e due ritagli ingranditi al doppio: nessun altro intervento, nessun ritocco.
  2. Alberto Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, prima edizione 1980, ristampa nella collana «I Quaderni del Consiglio regionale delle Marche», Consiglio regionale delle Marche: https://www.consiglio.marche.it/informazione_e_comunicazione/pubblicazioni/quaderni/pdf/150.pdf — consultato l'8 agosto 2026. L'iscrizione dell'orologio, il «Palazzo del Pubblico» e i tre conti stanno nel capitolo XI, pp. 95-96; la nota sullo stemma dei Montevecchio e sull'errore attribuito al Lucarelli nel capitolo sulla famiglia Montevecchio; l'«Oratorio festivo» del 1904 nell'elenco delle istituzioni economico-sociali di Monteporzio. È fonte secondaria e ha quarantasei anni.
  3. Le fotografie fuori testo del volume stanno alle pp. 225-235 della numerazione a stampa (pp. 215-225 del PDF). Nel testo estratto dal PDF sono pagine vuote — sono immagini senza uno strato di testo — e si guardano rendendo la pagina in PNG; le sole didascalie sono nel testo. La lapide è a p. 227 della numerazione a stampa, la facciata del vecchio municipio a p. 226, il municipio nuovo del 1968 a p. 234. Quanto scrivo di quelle fotografie l'ho letto a vista su un'immagine, non trascritto da un testo: è il grado di prova più basso in uso su questo sito, e per questo qui sopra distinguo con cura ciò che leggo da ciò che deduco.
  4. Trebino Roberto s.n.c., Uscio (GE), sito dell'azienda: https://www.trebino.it/ — consultato l'11 agosto 2026. È una fonte di parte su sé stessa: la uso per quello che l'azienda dichiara di sé, non come prova di ciò che dichiara.
  5. Ministero della cultura, scheda del «Museo degli orologi da torre Roberto Trebino»: https://cultura.gov.it/luogo/museo-degli-orologi-da-torre-roberto-trebino — consultato l'11 agosto 2026. Istituzionale per l'esistenza e la data del museo; per la storia dell'azienda ripete parole dell'azienda.