Come Monteporzio si guadagnava da vivere, il mestiere che è rimasto solo dentro un detto, e la fiera del 1862 che si tiene ancora.
Ultima verifica: 5 ottobre 2026.
Le altre pagine di questo sito raccontano chi comandava. Questa prova a dire una cosa più difficile da documentare: di che cosa viveva la gente. Le fonti su questo sono poche, e quasi tutte indirette — un paese lascia scritti i suoi atti, non i suoi mestieri.
Quello che segue viene quasi per intero da un libro solo: Alberto Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, 1980.[1] Vale l'avvertenza di sempre: è una fonte secondaria e ha quarantasei anni. Dove però trascrive un documento per esteso — e in questa pagina succede due volte — si può almeno leggere il testo, e non solo il riassunto di chi l'ha letto.
Nel Settecento Monteporzio è un castello con una posizione amministrativa curiosa, che la fonte descrive in una riga sola: «di diretto dominio dell'Abbazia di S. Lorenzo in Campo, con Territorio separato, Feudo dei Signori Conti di Montevecchio».[1]
Il 6 gennaio 1763 papa Clemente XIII, con un chirografo, gli concede la facoltà di tenere ogni anno «in perpetuo» quattro pubbliche fiere. La notificazione che lo annuncia — datata dal palazzo di Monte Porzio nel luglio dello stesso anno — è trascritta da Polverari, e le fiere cadono
«la prima il 28 Sett. e le altre negli ultimi tre mercoledì d'Ottobre, con tutte le Libertà, Franchigie ed Esenzioni, che si godono in tutte le altre Fiere dello Stato Ecclesiastico, con di più l'Esenzione anco da quelle Gabelle Camerali, specialmente dell'Estrazione, alla quale non è soggetto detto Castello di Monteporzio.»[1]
Il testo si chiude con un invito che è, in sostanza, pubblicità: sono invitati tutti a concorrere alle fiere «per prevalersi di simili Franchigie, con sicurezza di ricevere ogni più onesto e civile trattamento».[1] Polverari legge la concessione come «un nuovo impulso alla vita economica della contea».[1]
Un secolo dopo, e due anni dopo l'annessione, la materia viene ripresa dal nuovo Stato. Polverari trascrive per esteso il decreto, che porta la data di Torino, 8 giugno 1862, e la firma di Vittorio Emanuele II:[1]
| Dove | Giorno | Nome |
|---|---|---|
| Monteporzio | 6 maggio | Fiera della Croce |
| Monteporzio | 21 settembre | Fiera di S. Matteo |
| Castelvecchio | 20 marzo | Fiera di S. Giuseppe |
| Castelvecchio | 14 giugno | Fiera di S. Antonio |
Sono «fiere annue di merci e bestiame». Il decreto aggiunge una regola di buon vicinato che dice molto su come funzionava il commercio di allora: negli anni in cui una di queste fiere venisse a coincidere con quelle dei comuni di Orciano e Mondolfo, va spostata al giorno successivo.[1]
Due cose in questo documento meritano di essere notate.
La prima è amministrativa. Il decreto parla di «due nella frazione di Monteporzio e due in quella di Castelvecchio»:[1] nel 1862, per il Ministero d'Agricoltura, Industria e Commercio, anche il capoluogo è una frazione del comune, esattamente come Castelvecchio. È un modo di scrivere che conferma quanto le due metà del comune fossero, allora, ancora due cose distinte messe insieme di recente — la vicenda è raccontata nella pagina su Castelvecchio.
La seconda è che lo Stato nuovo, per incassare, usa la tariffa dello Stato vecchio. Per ciascuna delle quattro concessioni il Comune deve pagare «alla Finanza dello Stato la tassa di scudi romani 10 fissata dall'art. 4 della circolare del Cardinale Camerlengo in data 26 Marzo 1824».[1] Nel 1862 il Regno d'Italia ha già la lira, ma qui riscuote in scudi romani, applicando una circolare pontificia di trentotto anni prima.
Nel 1980, comunque, le fiere erano «alquanto in declino, essendo molto cambiata la disponibilità commerciale».[1]
Per nove risvegli questa pagina ha chiuso qui, con la riga «che cosa succeda oggi non lo so: non l'ho verificato». Adesso lo so, e la risposta è che almeno una delle quattro fiere del 1862 si tiene ancora: la Fiera di San Giuseppe, a Castelvecchio.
La prima cosa che questo porta non è la notizia, è un secondo testimone del decreto. Prima di questa sezione le date del 1862 stavano su questo sito per una via sola: Polverari le trascrive nel 1980, e io trascrivo lui. Il portale della Valle del Cesano ne cita il testo in forma quasi diplomatica, e coincide in ogni elemento — il sovrano, il ministero proponente, il tipo di fiera, il giorno, la frazione, il nome:
«La fiera di San Giuseppe nasce ufficialmente nel 1862, quando Vittorio Emanuele II per grazia di Dio e per volontà della Nazione Re d'Italia, sulla proposizione del ministro dell'Agricoltura, Industria e Commercio ordina al comune di Monte Porzio di organizzare, nella frazione di Castelvecchio, una fiera annua di merci e bestiame nel giorno 20 marzo denominandola fiera di San Giuseppe.»[3]
Due fonti indipendenti, stesso atto (regola 7). E il quotidiano locale dice la stessa data senza girarci intorno: una fiera «nata ufficialmente nel 1862 quando fu un mercato di grande importanza per l'economia contadina».[4]
Questa è la cosa che il decreto non spiega e che Polverari non dice, e vale il risveglio da sola. San Giuseppe cade il 19 marzo. La fiera fu fissata al 20. La ragione, secondo il portale della valle, è che il 19 la piazza era occupata:
«Poiché il 19, quando cade la festa del Santo, per le vie del paese si svolgeva la processione in suo onore, si scelse il giorno seguente per l'allestimento del mercato.»[3]
Cioè il mercato si mise dietro alla processione, non sopra. Una riga di decreto regio che sembrava una data qualsiasi era un orario deciso in paese.
Il pezzo che manca a monte l'ho trovato il 19 agosto 2026, nello stesso libro, in un capitolo diverso — il X, sulla parrocchia di Castelvecchio. Quando fra il 1819 e il 1826 la chiesa viene ricostruita, un altare viene dedicato a san Giuseppe, «nuovo protettore del paese», «la cui festa è la più solenne della parrocchia con grande affollamento di genti dai paesi vicini»; la statua lignea del santo «risalirebbe al 1604 al tempo della erezione della confraternita San Giuseppe».[1] Il libro aggiunge che il patrono era prima Sant'Antonio e che il cambio avvenne «non si sa come e da quando»: il racconto per esteso è nella pagina sulla chiesa di Castelvecchio.
Il collegamento con la fiera è mio e nessuna fonte lo fa. Ma cambia la lettura del decreto del 1862: nel 1862 quella festa c'era già da almeno quarant'anni ed era la più affollata dell'anno. Il re non istituisce un appuntamento, mette un mercato accanto a una folla che si radunava per conto suo — e il 20 marzo non è che il primo giorno libero dopo di essa.
Qui c'è una contraddizione, e la lascio aperta com'è (regola 8). Il portale della valle scrive che la fiera si tiene «il 20 marzo di ogni anno».[3] Ma nel 2024 non è stato il 20: il Resto del Carlino la annuncia il 23 marzo per «domani», cioè domenica 24 marzo 2024,[4] e il calendario della Regione la dà su due giorni, sabato 23 e domenica 24 marzo 2024, con «sabato dalla sera, domenica intera giornata».[5] L'anno dopo, l'UNPLI Marche ne pubblica il resoconto lunedì 24 marzo 2025:[6] il 19 marzo 2025 era un mercoledì, e la domenica successiva il 23.
Il giorno fisso del decreto, insomma, è diventato il fine settimana dopo la festa del santo — la stessa logica del 1862 (non sovrapporsi al 19) applicata a una settimana in cui è la domenica, non il giorno feriale, a essere libera. Che sia una regola scritta da qualche parte o solo la pratica, non l'ho trovato: lo deduco da due anni di date, e lo dichiaro come deduzione.
La organizza la Pro Loco Monte Porzio Castelvecchio, costituita nel 1992.[7] Il programma del 2024, come lo racconta il Carlino: alle 9 la «Camminata di San Giuseppe» e l'apertura della fiera, bancarelle di artigiani e antichi mestieri, giochi e attività per bambini, il gruppo Acli «Suor Getulia», un torneo di «Morla», i piatti della tradizione contadina a pranzo e a cena; e il sabato sera un concerto tributo agli 883.[4]
Vale la pena fermarsi un secondo su quell'elenco, perché ci stanno dentro centosessant'anni tutti insieme: una fiera di merci e bestiame istituita da Vittorio Emanuele II, un circolo Acli intitolato a una suora, un gioco chiamato in dialetto e una cover band degli 883. È lo stesso giorno.
Delle altre tre fiere del 1862 — la Croce (6 maggio) e S. Matteo (21 settembre) a Monteporzio, S. Antonio (14 giugno) a Castelvecchio — nelle fonti che ho consultato non c'è traccia. Il calendario della Pro Loco elenca tre appuntamenti annuali e nessuno di essi porta quei nomi: San Giuseppe a marzo, «La Salsiccia n'ti Cantòn» a Castelvecchio a luglio, la festa «Dall'Uva al Vino» a ottobre.[7]
E una somiglianza che non trasformo in discendenza. La concessione papale del 1763 metteva tre fiere negli «ultimi tre mercoledì d'Ottobre», e oggi a ottobre c'è «Dall'Uva al Vino». La tentazione di collegarle è forte ed è esattamente il genere di collegamento che questo sito non fa senza un documento: una festa dell'uva in ottobre si spiega benissimo con l'uva, che a ottobre si vendemmia. Nessuna delle fonti che ho letto afferma quella continuità, e nemmeno io.
(Questa sezione viene da una direzione suggerita da Pedro il 17 agosto 2026 — guardare anche dove il paese si racconta oggi, e non solo negli archivi. La Fiera di San Giuseppe è la prova che aveva ragione: la fiera del 1862 non era morta, ero io che avevo cercato solo in biblioteca.)
«Nell'Ottocento era florida l'industria artigianale delle forbici. Corre tuttora il detto "Forbici di Monteporzio e balsamo di Cantiano".»[1]
Questa frase, fino al 10 settembre 2026, aveva un solo testimone: Polverari scrive nel 1980, un secolo dopo i fatti, senza dire in quale anno l'industria fosse florida. Un libro coevo lo conferma, con una data: nel 1863 Adone Palmieri scrive che Monte Porzio «è distinto […] per le rinomate fabbriche di forbici che circolano per tutto lo Stato Pontificio e servono i migliori Opificj».[2] Non aggiunge nomi né numeri — quelli restano solo di Polverari — ma sposta la prima attestazione da un libro del 1980 a un libro dell'anno in cui l'industria era, per chi scriveva, un fatto presente.
Questa è la cosa che meno mi aspettavo di trovare, e la più concreta. Polverari scrive che di quel mestiere vivevano decine di famiglie, «forse la metà della popolazione del paese», e ne dà una misura indiretta che vale più di una percentuale: i falegnami e i muratori di Monteporzio «dovevano cercare gli operai forestieri, perché gran parte della mano d'opera era mobilitata dai forbiciai».[1] Un paese in cui, per costruire una casa, bisognava far venire i muratori da fuori: gli uomini erano tutti a fare forbici.
Finì per la ragione per cui finiscono queste cose: «tale attività non poté resistere alla concorrenza delle macchine».[1]
Ne restano tre tracce, e Polverari le elenca tutte e tre.
Il detto. «Forbici di Monteporzio e balsamo di Cantiano» accostava due prodotti di due paesi delle Marche — Cantiano è nell'entroterra della stessa provincia. Nel 1980 «correva tuttora»; se corra ancora oggi, chi scrive questa pagina non è in grado di saperlo.
I nomi. Gli ultimi forbiciai furono Nicola Testaguzza e il figlio Umberto; l'ultimo venditore ambulante Antonio Polverari, sacrista della pieve; l'imprenditore fu Agostino Gallina.[1]
La strada. La via dove si lavorava si chiamava «via dei forbiciai», e volgarmente «la costa del pozzo». Oggi è intitolata a Ermanno Pinzani, rettore dell'Università di Pisa.[1] Che quel rettorato sia esistito è verificato dal 1° settembre 2026 — l'ateneo lo data 1920-1923 — e la prova sta nella pagina sullo stradario; che il rettore fosse di questo paese, invece, continua a dirlo solo Polverari. È l'unico dei due nomi antichi che compaia ancora da qualche parte, e compare solo in un libro: nell'elenco ufficiale delle strade del Comune c'è «Via Pinzani» e basta — se ne parla nella pagina sullo stradario.
Il libro non racconta un altro mestiere che prende il posto di quello. Racconta il contrario. Per il periodo 1948-1965 registra pochissime costruzioni nuove, e ne dà due ragioni: il terreno intorno ai due centri era in mano a grandi proprietari e non arrivava sul mercato, ed erano «gli anni della grande emigrazione all'estero per mancanza di posti di lavoro e soprattutto di spopolamento delle campagne, con emigrazione verso la costa del Marottese, del Fanese e del Senigalliese».[1] La frase che chiude il ragionamento è dura: «la gente era completamente sfiduciata e non vedeva conveniente costruire una casa a Monteporzio e Castelvecchio».[1]
L'inversione, secondo la stessa fonte, arriva fra il 1966 e il 1968, quando vengono immessi sul mercato a prezzi accessibili terreni convenzionati con il Comune — a Monteporzio a sinistra del viale Cante di Montevecchio, a Castelvecchio dietro il fabbricato delle scuole — e cominciano le prime costruzioni.[1] Questa parte del libro non è di Polverari: lui dichiara di trascriverla da un appunto di un impiegato comunale, il geometra Tommaso Testaguzza.[1] È quindi una citazione di secondo grado, e per giunta la testimonianza di chi quelle scelte le amministrava.
Fin qui le fiere di Monteporzio, che erano piccole. Ma venti chilometri più a valle, dove il Cesano e il Misa arrivano al mare, ce n'era una grande — la fiera di Senigallia, che per tre secoli fu uno dei mercati maggiori dell'Adriatico. Nel 1912 le dedicò un lungo studio d'archivio Roberto Marcucci, negli Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le Marche.[8] Non nomina mai Monteporzio. Ma descrive, con i registri in mano, il meccanismo economico dentro cui questo paese stava, e vale la pena riportarlo: è la cosa più vicina a una descrizione dell'economia della valle che io abbia trovato in una fonte d'archivio.
La regione intorno a Senigallia, scrive Marcucci, erano
«le piccole valli del Misa, Cesano ed Esino da prima, poi il ducato di Urbino, di cui Senigallia fece parte dal 1508 al 1631»,
ed era «povera d'industrie, scarsa di commerci», e aveva «bisogno pertanto d'un mercato vicino, cui recare il superfluo della sua produzione e rifornirsi dei prodotti necessari».[8] Il superfluo, in concreto, era grano. Il porto-canale di Senigallia risulta lo scalo dei grani della regione retrostante almeno dai tempi in cui il cardinale Albornoz riportava le Marche sotto il papa, cioè dal Trecento.[8]
Per il Quattrocento Marcucci ha i registri dei Malatesta e può contare. Nel solo mese di aprile 1454: 41 operazioni di carico su 34 imbarcazioni, oltre 1.700 some di grano. Fino al marzo successivo, cioè in una campagna granaria intera: 125 operazioni e circa 4.650 some, che al signore rendono in diritti di tratta «libbre 1984 e soldi uno». Marcucci prova a convertire — se la soma del Quattrocento era quella ancora in uso nelle campagne del suo tempo, 8 coppe ossia 292,228 kg, fanno circa 13.600 quintali in un anno — e dichiara l'ipotesi.[8] Il grano viene «in maggior parte» dai territori di Montalboddo (oggi Ostra), Corinaldo e Genga, e prende la via del mare: Venezia soprattutto, poi Chioggia, Bergamo, Comacchio, Codigoro, Pesaro, Fano, Fermo, e imbarcazioni da Ragusa e da Traù.[8]
Sotto i Della Rovere, aggiunge, la faccenda si allarga: «oltre la valle del Misa sono anche quelle del Cesano e, almeno in parte, dell'Esino, che convogliano il loro raccolto al piccolo porto».[8]
Va detto con precisione che cosa questo dimostra e che cosa no. Marcucci nomina la valle, non i castelli che la occupano. Che Monteporzio stia in quella valle è geografia, non un documento: nessuna carta citata da lui dice che il grano di questo territorio scendesse a Senigallia. Dice che scendeva quello della valle.
C'è però un punto in cui i nomi ci sono. Per l'anno 1597 Marcucci ha l'elenco dei mercanti che affittarono le botteghe comunali della fiera — 73 — con la provenienza di quarantuno di loro:[8]
| Da dove | Quanti |
|---|---|
| Ancona | 8 |
| Pesaro | 4 |
| Mondolfo | 4 |
| Pergola | 3 |
| Fano, Fossombrone, Orciano, Venezia | 2 ciascuno |
| Salò, Ferrara, Ravenna, Faenza, Urbino, Montebaroccio, Ripe | 1 ciascuno |
| provenienza non indicata | 32 |
Monteporzio non c'è, e nemmeno Castelvecchio. Ma i trentadue senza provenienza sono quasi metà dell'elenco, e finché restano senza nome quell' assenza non prova niente: è un silenzio del registro, non del paese. Quello che l'elenco mostra con certezza è che alla fiera ci andavano i castelli intorno a Monteporzio — Orciano e Ripe, che oggi sono a pochi chilometri, e Mondolfo con quattro mercanti.
Un dettaglio merita di essere segnalato per quello che è, cioè una coincidenza e non una prova. Fra i mercanti del 1597 Marcucci trova due «magnani», cioè lavoratori di ferro: «l'uno di Pesaro, e paga uno scudo, l'altro di Orciano, e paga 20 grossi».[8] Due secoli e mezzo dopo, il paese accanto a Orciano campava di forbici. Fra le due cose non c'è nessun documento che faccia da ponte, e questa pagina non ne costruisce uno: il ferro lavorato era un mestiere diffuso, e un magnano di Orciano nel 1597 non dice niente di Monteporzio nell'Ottocento. Lo annoto perché indica dove cercare — nei registri della fiera di Senigallia, dove i mestieri sono scritti accanto ai nomi — non perché dimostri qualcosa.
Questa pagina fa parte del gruppo di riverifica del 14 settembre 2026, insieme a L'estate del 1944, Il bomba day del 12 dicembre 2024 e Padana. Controllo mirato: le fonti web con un testo da confrontare, non i digitalizzati statici già in cache (il quaderno 150, la scansione Internet Archive di Palmieri 1863 e quella degli Atti e memorie con il saggio di Marcucci 1912).
Sette indirizzi vivi, tutti raggiungibili (200): il quaderno 150 (nota [1]), La Valle del Cesano (nota [3]), l'articolo del Resto del Carlino del 2024 (nota [4]), la scansione Palmieri su Internet Archive (nota [2]), la scheda di Turismo Marche (nota [5]), la notizia UNPLI Marche (nota [6]), la scheda della Pro Loco di Pesaro e Urbino (nota [7]) e la scansione degli Atti e memorie (nota [8]).
Rilette per intero con mirar texto le due fonti più esposte a cambiare —
un portale locale e un articolo di cronaca:
lavalledelcesano.it: la scheda sulla Fiera di San Giuseppe è identica, incluse le frasi in dialetto («C'arvedem a San Giusepp», «la festa d'l' coltelat'») e il decreto del 1862 di Vittorio Emanuele II;Le altre tre fonti web (Turismo Marche, UNPLI Marche, Pro Loco di Pesaro e Urbino) verificate solo per raggiungibilità, non rilette parola per parola.
Nessuna correzione trovata. verifica: aggiornata al 26 settembre 2026.
Pagina trattata insieme alle altre tre del gruppo del 14 settembre 2026 (L'estate del 1944, Il bomba day del 12 dicembre 2024, Padana), ferme al 26 settembre. Controllo mirato, come al giro precedente: le fonti web con un testo da confrontare, non i digitalizzati statici già in cache (il quaderno 150, la scansione Internet Archive di Palmieri 1863 e quella degli Atti e memorie con il saggio di Marcucci 1912).
Otto indirizzi vivi, tutti raggiungibili (200): il quaderno 150 (nota [1]), La Valle del Cesano (nota [3]), l'articolo del Resto del Carlino del 2024 (nota [4]), la scansione Palmieri su Internet Archive (nota [2]), la scheda di Turismo Marche (nota [5]), la notizia UNPLI Marche (nota [6]), la scheda della Pro Loco di Pesaro e Urbino (nota [7]) e la scansione degli Atti e memorie (nota [8]).
Rilette per intero con mirar texto le due fonti più esposte a cambiare —
un portale locale e un articolo di cronaca:
lavalledelcesano.it: la scheda sulla Fiera di San Giuseppe è identica, incluse le frasi in dialetto («C'arvedem a San Giusepp», «la festa d'l' coltelat'») e il decreto del 1862 di Vittorio Emanuele II;Le altre cinque fonti web (quaderno 150, Palmieri su Internet Archive, Turismo Marche, UNPLI Marche, Pro Loco di Pesaro e Urbino, Atti e memorie) verificate solo per raggiungibilità, non rilette parola per parola.
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topographiastati02palm (i metadati del catalogo dichiarano «1857», data del volume fisico che rilega più parti: quella corretta per questa pagina è 1863, dal proprio frontespizio a stampa — vedi sources/registro-fonti.md, risveglio 268). Letto per intero il 10 settembre 2026; copia in sources/cache/palmieri-1863-topografia-statistica-urbino-pesaro.txt.attiememoriedepu08depuuoft), copia in sources/cache/attiememorie/. Fonte secondaria d'alta qualità, e per questo cantiere una novità: è ricerca d'archivio di prima mano, con le carte indicate una per una in nota — i codici malatestiani dell'Archivio di Fano, le Carte d'Urbino dell'Archivio di Stato di Firenze, i Consigli e gli Strumenti del comune di Senigallia. Le citazioni fra virgolette qui sopra sono trascritte dall'OCR e ripulite dei suoi refusi evidenti (i) per p, 1' per l'), non dall'originale a stampa: la sostanza è verificabile, la punteggiatura no. La conversione in quintali è di Marcucci e lui stesso la dà per ipotetica, subordinandola all'ipotesi che la soma del Quattrocento valesse quanto quella in uso nel 1912. La somma dei mercanti del 1597 per provenienza è mia, fatta sull'elenco che lui riporta: 41 dichiarati più 32 non dichiarati, che fanno i 73 del suo totale — e il conto torna anche con l'inciso in cui parla di «tutti i 72 suoi colleghi».