Il fiume che passa sotto Monte Porzio si è chiamato Suasanus per un migliaio d'anni. Sette testimoni, dal precetto di papa Adriano I del 782 a Brandimarte nel 1825, visti uno per uno sulla fonte e messi a confronto: non dicono tutti la stessa cosa, e la contraddizione è pubblicata. La ricerca era nata da una lite del 1906 sul luogo della battaglia del Metauro, che uno studioso spostava dal Misa al Cesano.
Ultima verifica: 3 ottobre 2026.
Questa pagina stava fino al 31 agosto 2026 dentro Storia, la pagina di storia di Monte Porzio. Ne è uscita per una ragione che Storia dichiarava da sé, due volte e in due punti diversi: di Monteporzio, qui, non si parla. Nessuno dei luoghi nominati è nel territorio del comune, e nessuno dei documenti letti nomina il paese. Si parla della valle, e soprattutto del fiume che le dà il nome.
Come sia nata è la ragione per cui la prima sezione sembra fuori posto e non lo è: la ricerca comincia da una lite del 1906 sul luogo della battaglia del Metauro del 207 a.C., che uno studioso spostava dal Misa al Cesano. Per capire da dove venisse quell'idea si è risaliti a un libro del 1746, che chiama il Cesano Suasanum; per capire da dove venisse quel nome si è finiti a un precetto papale del 782. Il filo è uno solo, e va letto in quest'ordine.
Il riassunto di tutto questo — la tabella delle attestazioni, dal VII secolo al 1825 — sta nella pagina del territorio, sezione «Come si è chiamato prima». Qui c'è il lavoro: che cosa c'è scritto esattamente su ogni pagina a stampa, chi contraddice chi, e che cosa ciascuna fonte non dice.
Scritto il 19 agosto 2026 dentro Storia, dove questa ricerca è nata. Su Monteporzio in età romana quella pagina continua a non avere niente. Aveva una cosa sola, e riguarda la valle: nel 1906, sulla rivista della Deputazione di storia patria per le Marche, uno studioso propose per iscritto che la battaglia del Metauro del 207 a.C. si fosse combattuta sulle rive del Cesano e non del Misa.
Il libro contestato è di E. Bottini-Massa, Il luogo della battaglia del Metauro, Fano, Bazzani, 1906. Non l'ho letto: quello che segue è la sua tesi come la riassume chi lo recensì, e va presa per quello che è — un resoconto di seconda mano, per giunta ostile.[1]
Secondo il recensore, Bottini-Massa metteva i campi di Livio Salinatore e di Asdrubale «a 2 Km. circa ad W. di Senigallia, sulla riva destra il primo, sulla sinistra il secondo del Misa», e collocava la distruzione dell'esercito punico al villaggio di Cerasa. L'argomento erano i nomi dei luoghi: Madonna del Vallato da un castra vallata, Case dei Castelli da casae castrorum, Cerasa da acies rasa — la fronte di battaglia «sbaragliata, abbattuta, rasa, come messe, al suolo» —, Cerbara da acervi ara, il fosso della Gallerà da Gallica aera.[1]
Il recensore è Aroldo Belardi, socio della stessa Deputazione, e le smonta una per una con argomenti che sono tutti locali:
Poi mette in mezzo la sua:
«Ma non è più ovvio riprendere la opinione, altre volte già emessa, che i due eserciti fossero sulle rive del Cesano e non del Misa?»[1]
Le ragioni che ne dà sono due. La prima è un silenzio: se i campi erano sul Misa, per arrivare al Metauro «avanti al Metauro c'era il Cesano da guadare e del Cesano neppure un motto» in Livio. La seconda è un orologio: la battaglia era finita a mezzogiorno — «et iam diei medium erat» — e «in un'ora Asdrubale non poteva aver fatto, nelle condizioni in cui si trovava, con un esercito mezzo sbandato e demoralizzato, quindici Km. di marcia».[1]
La recensione si chiude senza dare una risposta, e dicendo che la risposta non si trova con i nomi: dal lavoro di Bottini-Massa «questo scaturisce di buono, la necessità cioè di operare anche là dove fu combattuta una delle più gloriose battaglie di Roma scavi che dissipino una buona volta le lunghe incertezze e tolgano l'occasione ad uomini di buona volontà di fare giuochetti di fantasia più o meno industri, ma sempre avversi alla dignità della storia».[1]
1. Non dice dove fu la battaglia. Dice che nel 1906 c'era una lite, e che uno dei due contendenti indicava il Cesano. Belardi stesso scrive che quella opinione era stata «altre volte già emessa» e non dice da chi: non è sua, e da qui non si risale a chi l'abbia formulata per primo. → Aggiornamento del 25 agosto 2026: da Belardi non ci si risale ancora, ma un libro che quella opinione la tiene per scritto adesso c'è, ed è del 1746. Vedi qui sotto, «Chi la pensava così prima». 2. È una recensione. La tesi di Bottini-Massa la conosco solo attraverso chi la demolisce, con i numeri di pagina del libro citati da lui e non visti da me. 3. È ferma al 1906. Che cosa dica oggi la ricerca sul luogo della battaglia, questa pagina non lo sa e non lo afferma. 4. Non tocca Monteporzio. Nessuno dei luoghi nominati — Cerasa, Tomba, Scapezzano, Cerbara, la Gallerà — è nel territorio del comune, e di ritrovamenti antichi a Monteporzio qui non c'è ancora nessuna fonte. 5. Quale Cerasa, non è scritto. La recensione dice solo «il villaggio». Una Cerasa c'è a pochi chilometri da qui, frazione di San Costanzo; ma sul sito del Comune di San Costanzo, consultato il 19 agosto 2026, un elenco delle frazioni non l'ho trovato, e gli aggregatori che lo dicono non sono, per le regole di questo sito, una fonte finale. L'identificazione resta da fare. → Aggiornamento del 29 agosto 2026: metà di questa riserva cade, e non è costata una richiesta di rete. Il posto ha una fonte primaria: nei file delle Basi territoriali ISTAT 2021, gli stessi da cui è fatta la pagina Le sette località, Cerasa è un centro abitato del comune di San Costanzo (codice 041051), a 161 m di quota, con 448 residenti e 183 famiglie al censimento 2021; poco sotto, a 154 m, c'è il nucleo abitato La Croce di Cerasa, di 180 residenti.[2] E in tutta la regione Marche quei file non portano nessun altro abitato che si chiami Cerasa: l'unico nome che le somiglia è Colcerasa, un nucleo del Maceratese, che è parola diversa.[2] Resta però in piedi la metà che conta: una recensione del 1906 che dice «il villaggio di Cerasa» non è detto che parli di questo, e non c'è nulla, nel testo di Belardi, che lo dimostri. Un luogo che esiste ed è unico nella regione non è ancora un'identificazione.
Aggiunto il 25 agosto 2026. La domanda lasciata aperta qui sopra — chi avesse «altre volte già emesso» l'opinione che i due eserciti stessero sul Cesano — non ha una risposta piena, ma ha adesso un nome e una data, e sono di centosessant'anni prima della recensione di Belardi.
Nella Storia della città di Sinigaglia di Lodovico Siena (1746), alle pp. 37 e 39, il racconto della campagna di Asdrubale del 207 a.C. è ambientato per intero su questo fiume. Le due righe che contano, lette sull'immagine delle pagine e non sul testo automatico:[3]
«[…] non più di cinque cento passi lontano dalla parte di Sinigaglia accamparonsi il Console Mario Livio Salinatore, ed il Pretore Licinio presso il fiume Cesano, chiamato allora Suasanum, che fra l'uno, e l'altro Esercito frapponevasi […] occuparono tutta la pianura, che dal detto fiume Cesano fin presso Sinigaglia si dilata, ed estende, come abbiamo da Livio nelle sue Storie, ove scrive: Ad Senam castra alterius Consulis erant, videlicet Salinatoris, & quingentos inde ferme passus Asdrubal aberat.» (p. 37)
«Terminato il Gran Consiglio si diè da' Romani il segno alla battaglia. Uscirono generosi dagli steccati, e valicando il fiume Cesano, si squadronarono all'aperta campagna nelle pianure di Marotta a fronte de' Nemici […]» (p. 39)
Nella stessa pagina 37 Siena mette il campo cartaginese «nel Campo Gallico, cioè, in questa Provincia dell'Umbria Senonia nelle pianure, che in oggi diconsi di Marotta […] collocando l'Esercito sotto Mondolfo in faccia al lido del mare adriatico», e in margine cita Livio e Silio Italico (lib. 15 de secundo Bello Punico).[3]
Tre cose se ne ricavano, e una quarta no.
1. L'opinione del Cesano è vecchia e a stampa. Belardi nel 1906 scrive che era «altre volte già emessa» senza dire da chi. Un libro che la tiene, con le fonti antiche citate in margine, è la storia di Senigallia del 1746 — cioè un testo che chiunque scrivesse di queste cose nelle Marche aveva sullo scaffale. Questo non dimostra che Belardi pensasse a Siena, e nemmeno che Siena sia il primo: dimostra che l'opinione circolava in stampa locale molto prima. 2. La «tesi del Cesano» sono due tesi, non una. Siena mette i campi e lo schieramento sul Cesano, ma la battaglia sul Metauro: nelle pagine 40-41 Asdrubale leva il campo di notte, «incamminandosi verso il fiume Metauro, donde era venuto», e lo scontro finale è combattuto sulle rive del Metauro, «fino alla cima d'un poggio». Dove stessero i campi e dove si combatté sono domande distinte, e la seconda qui non è toccata. 3. Un nome antico del fiume, da una fonte del Settecento. Siena scrive che il Cesano si chiamava allora Suasanum. La stessa identificazione sta nell'Indice dei toponimi del Codice di San Gaudenzio (edizione 2006), che raccoglie sotto Cesano le forme medievali del nome insieme all'antico Suasanus — vedi più su, «plano Saxani».[4] È un riscontro indipendente e anteriore di due secoli e mezzo all'edizione critica, sulla stessa equazione Suasanus = Cesano.
Che cosa non c'entra, e va detto subito: Monteporzio. Siena non lo nomina in queste pagine, e nessuno dei luoghi che nomina — Marotta, Mondolfo, Scapezzano — è nel territorio del comune. Quello che tocca questo sito è il fiume: il Cesano è il confine e la valle di Monte Porzio, e per Siena nel 1746 era il fiume dei campi romani del 207 a.C.
Come è saltata fuori, ed è una nota di metodo. Nel testo automatico di
questo volume la parola «Cesano» non compare nemmeno una volta: fino al primo
Ottocento la s interna si stampa con la s lunga ſ, che è una f senza
traversa, e ogni riconoscimento ottico la legge f. Il libro dice nove volte
«Ceſano» e la macchina scrive nove volte «Cefano». Cercata alla lettera, la
parola dà zero; cercata con strumenti/cerca-senza-spazi.py, che tollera lo
scambio s/f, ne dà nove — otto vere e una che è il «Sinodo Diocesano» del
1735. Su un libro anteriore all'Ottocento, un risultato negativo su una parola
che contiene una s non vale niente finché non si è provata anche la forma con la
f.
Aggiunto il 25 agosto 2026. La domanda più interessante lasciata aperta dalla sezione qui sopra era: Siena dice da chi prende l'identificazione Cesano = «Suasanum»? Le pp. 30-36, cioè tutto quello che precede la frase, non erano mai state lette. Adesso lo sono, e con loro il resto del volume. La risposta è no — e attorno a quel no il libro dice quattro cose che vale la pena mettere in fila.[5]
Uno: la frase è nuda. Cercato su tutte le 446 carte del testo automatico,
tollerando lo scambio s/f e gli spazi, il nome Suasanum compare una
volta sola, ed è quella di p. 37. E sull'immagine di quella pagina, accanto alla
frase, non c'è nessuna nota in margine: la nota più vicina è «Liv. lib. 26»
e sta cinque righe più giù, agganciata alla citazione latina Ad Senam castra
alterius Consulis erant — che parla dei campi presso Sena, non del nome del
fiume.
Due: nelle pp. 30-36 il fiume non c'è. Le sette pagine che precedono raccontano la sconfitta dei Senoni e la deduzione della colonia romana (pp. 30-31), i privilegi e gli edifici della colonia (p. 32), quattro iscrizioni romane del territorio di Senigallia (pp. 33-35 — la seconda murata nella facciata di una casa rurale «presso la Chiesa, e Pieve di San Giovanni nella Villa di Montignano») e l'arrivo di Asdrubale in Italia (pp. 35-36). Del nome antico del Cesano, non un rigo.
Tre: il ragionamento che qui manca, Siena lo fa quindici pagine prima su un altro fiume. Alle pp. 23-24 enuncia un principio generale di toponomastica e lo applica al fiume di Senigallia:
«[…] è ben noto per rapporto alle Storie, che varj fiumi chiamati furono col nome stesso di quelle Città, che o bagnavano al di fuori, o scorrevano al di dentro, od erano lor vicinissime […] Per la qual cosa non è da mettersi in dubbio, che i Senoni dessero anche al fiume della Città di Sena, che all'Occidente la bagnava, il bel nome della Città stessa di Sena, benché poscia il detto fiume appellato fosse ancor col nome di Misa» (pp. 23-24)
Per il Misa, dunque, Siena non si limita ad affermare: dichiara la regola, la argomenta e cita quattro autorità — Biondo Flavio nell'Italia illustrata, Leandro Alberti, l'Alunno nella Fabbrica del Mondo e il Lexicon Universale dell'Hofmann.
Quattro: e la città che servirebbe, il volume la conosce. A p. 19, elencando le città dell'interno rimaste in mano ai Senoni, Siena nomina «Jesi, Ostra, e Suasa» — Suasa, la città romana della valle del Cesano — al riferire di Strabone.
Un dettaglio di data, che non si accorda e va detto. A p. 35 Siena colloca la discesa di Asdrubale in Italia «l'anno di Roma 546., e 206. avanti la Nascita del Redentore». La sezione qui sopra parla della campagna del 207 a.C., seguendo la datazione corrente della battaglia del Metauro. Le due cifre non coincidono, e questa pagina non sceglie fra loro: registra che il libro del 1746 scrive 206.
Aggiunto il 25 agosto 2026. La sezione qui sopra si chiudeva dicendo dove cercare: «l'erudizione del Sei-Settecento — Cluverio, Ughelli, i lessici geografici». Il primo della lista è Filippo Cluverio (Philipp Clüver), Italia antiqua, Leida 1624 — il geografo che Siena cita di continuo, e proprio sui Senoni e su Senigallia: «come abbiamo da Filippo Cluverio nella sua Geografia».[6] Se l'equazione veniva da un'autorità, era la prima da controllare. Non viene da lì — e la ragione è più interessante di un semplice no.[7]
Uno: per Cluverio il nome antico del Cesano è Sena. A p. 611, discutendo come si scrivesse in greco il nome del fiume dei Senoni:
«Est autem hic Sena sive Seno amnis haud dubiè is, qui, IIII millia passuum ab urbe Senogalliâ in occidentem versùs, vulgò nunc adcolis vocatur Cesano. nam is, qui ipsam urbem ab occidente abluit, vulgari nunc vocabulo Nigola, est Tabulæ itinerariæ MISVS fluvius» — p. 611, con la postilla in margine «MISVS amnis»
Cioè: il fiume che gli antichi chiamano Sena è senza dubbio quello che quattro miglia a occidente di Senigallia la gente del posto chiama oggi Cesano; e quello che bagna la città stessa da occidente, oggi detto Nigola, è il Misus della Tavola Peutingeriana. Cluverio elenca poi le foci nell'ordine in cui la Tavola le dà — Fl. Mataua, Fl. Miso, Fl. Aspia, Fl. Flosis, Fl. Misiu, Fl. Tunna — e le riconosce, «hodiéque eodem ordine sequuntur», in Metauro, Miso (Nigola), Musone, Tenna.
Due: e Suasa sta su quel fiume, che continua a chiamarsi Sena. A p. 620, sotto la postilla in margine «SVASA municipium»:
«Eius opidi ruinæ exstant in dextrâ Senæ, sive, ut nunc vocatur, Cesani amnis ripâ, sub opido, cui vulgaris adpellatio Castel Leone» — p. 620
Le rovine di Suasa stanno sulla riva destra della Sena, «o, come ora si chiama, del fiume Cesano», sotto il paese che volgarmente si dice Castelleone. Cluverio ha davanti la città e ha davanti il fiume, li nomina nella stessa riga, e il fiume non lo chiama Suasanum: lo chiama Sena.
Tre: nel volume un fiume Suasanum non esiste. Cercata su tutto il primo
volume — 3,3 milioni di caratteri — ogni parola che cominci per Sua- o Fua-
seguita da s o f, cioè tollerando la s lunga: cinque occorrenze intere,
e sono tutte la città o i suoi abitanti (Suasa, Suasam, Suasaos,
Suasani), due delle quali dentro la stessa citazione di Plinio. A queste vanno
aggiunte le forme che quella ricerca non cattura, perché il libro le stampa
in maiuscoletto spaziato e l'OCR le spezza — «S V A S A N I» a p. 620, letta
sull'immagine. Nessuna, intera o spezzata, è un fiume. L'indice generale dell'edizione
del 1624 lo conferma dal suo lato: alla voce Suasa registra «municipium», non
un fiume, e i due fiumi di questo tratto di costa li mette sotto «Misus,
fluvius» e «Seno, amnis».
Che cosa se ne ricava. Sette testimoni, e non dicono la stessa cosa:
| chi | quando | il fiume di Monte Porzio | il fiume di Senigallia |
|---|---|---|---|
| Tavola Peutingeriana | carta romana, nella copia superstite dei sec. XII-XIII | non nominato | Fl. Miso (lettura di Miller)[8] |
| Anonimo Ravennate, Cosmographia IV, 36 | sec. VII-VIII ca. | Suasanon → Cesano, secondo gli editori del 1860 | non nominato[9] |
| precetto («bolla») di Adriano I, per copia del 1053 — non marcato come spurio da Jaffé né da Kehr[10] | 1° novembre 782 | Suasanus, confine di terre «territorio Fanestre»[11] | non nominato |
| Codice di San Gaudenzio, indice dei toponimi | carte dei sec. XII-XIV, ed. 2006 | Suasanus → Cesano[4] | — |
| Cluverio, Italia antiqua | 1624 | Sena / Seno → Cesano | Misus → Nigola (Misa) |
| Siena, Storia della città di Sinigaglia | 1746 | Suasanum → Cesano | Sena, «benché poscia […] ancor col nome di Misa» |
| Brandimarte, Piceno Annonario | 1825 | Suasano → Cesano, e Cluverio «errò»[12] | — |
Le due righe aggiunte il 25 agosto 2026 dopo la sezione che segue sono quelle della Tavola Peutingeriana e del Ravennate; le due del 782 e del 1825 sono del primo pomeriggio dello stesso giorno, dalla sezione «La bolla del 782»; il resto della tabella è del mattino.
Il nome Suasanus non è un'invenzione del 1746: è nelle carte medievali, e questo sito lo aveva già registrato. Ma sul fiume di Senigallia Cluverio e Siena si contraddicono in pieno — per l'uno quel fiume è il Misus e la Sena è un altro fiume, per l'altro quel fiume è la Sena e Misa è un nome venuto dopo. Questa pagina non sceglie: registra le due letture, che sono incompatibili, e le lascia tutte e due alla loro fonte.
E la domanda si sposta di nuovo. Dopo Siena e dopo Cluverio, chi chiama Suasanum il Cesano prima del 1746 restava ignoto. L'ipotesi scritta qui il mattino del 25 agosto era che il nome venisse «o dalle carte medievali — dove il nome c'è — o da un erudito locale». Era troppo poco ambiziosa: la sezione qui sotto, dello stesso giorno, lo trova secoli prima delle carte medievali.
Aggiunto il 25 agosto 2026. Questa pagina si era lasciata due cose in mano: una contraddizione fra Cluverio e Siena sul nome antico del fiume di Senigallia, e una domanda su chi chiamasse Suasanum il Cesano prima del 1746. La prima aveva un arbitro nominato dalle fonti stesse — la Tavola Peutingeriana, che Cluverio cita — e per la prima volta un arbitro raggiungibile. È stato guardato. Ha deciso meno di quanto sembrava, e per strada ha consegnato la risposta all'altra domanda.
Uno: sulla Tavola c'è un fiume, e Cluverio l'ha letta bene. Nel riquadro
4B3 della carta — segmento IV,3 nella numerazione di Bosio, V,3 in quella di
Miller — la strada costiera va da Ad Pirum Filumeni a Sena Galli e poi a
Sestias, e fra le ultime due attraversa un corso d'acqua. Sopra la foce, in
rosso, c'è il nome del fiume. Konrad Miller lo legge Fl· Miso, e il
Barrington Atlas registra «Misus fl.».[8] Questo è esattamente ciò che
Cluverio dice nel 1624: il fiume che bagna Senigallia «est Tabulæ itinerariæ
MISVS fluvius». Sul punto di fatto — che cosa sta scritto sulla carta — ha
ragione lui.
Due: ma la lettura della carta è essa stessa incerta, e va detto. Luciano Bosio avverte che quel nome «la lettura di questo appare tuttavia interpretativa rispetto a quanto si riesce a cogliere nella Carta; la copia di Miller restituisce comunque Miso, ma con una evidente alterazione della scritta dell'originale viennese». La banca dati di Eichstätt riproduce l'immagine del codice, e guardandola ingrandita si vede la difficoltà: la parola rossa è tagliata in due dalla linea verde del fiume, e quel che resta leggibile a occhio è una sequenza di quattro lettere in cui la prima non ha la forma di una m. Sull'altra scheda della stessa banca dati il nome viene per giunta trascritto in una forma diversa, «Misco». Non ho i mezzi per decidere fra le letture, e non ci provo: quello che questa pagina registra è che il nome sulla Tavola comincia per Mis- secondo tutti, e che la sua forma esatta è discussa.
Tre: e la Sena sulla Tavola non c'è affatto. È la nota della scheda su Sena Galli: «Der namensgebende Fluss Sena ist nicht auf der TP eingetragen» — il fiume che dà il nome alla città non è segnato sulla carta. Né vi è segnato il Cesano: nel ritaglio riprodotto dalla banca dati, fra il Fl. Matavrum (il Metauro) e il Fl. Miso non compare nessun altro corso d'acqua con un nome. L'arbitro, sul fiume di Monte Porzio, tace.
Quattro: e sull'antichità la lite resta aperta, con la bilancia dall'altra parte. Perché il nome Miso è attestato solo lì: non lo nomina nessun autore antico e nessuna iscrizione, e la scheda di Eichstätt lo dichiara — «Fehlende literarische oder epigraphische Belege», e per questo la datazione della forma sulla carta è «yet indeterminable». Un fiume Sena presso Senigallia invece gli autori antichi lo nominano: Lucano (Pharsalia II 407) e Silio Italico (VIII 455, «Senonumque de nomine Sena»). E la posizione oggi ritenuta più solida — quella di Nereo Alfieri, ripresa dalla banca dati — è che Sena e Miso siano lo stesso fiume, l'attuale Misa, e che «il termine Sena venne usato in epoca più antica, quando era ancora vivo il ricordo dei Senoni, mentre Miso corrisponderebbe a un'epoca relativamente più recente». Che è, in sostanza, quello che scriveva Siena nel 1746: il fiume della città si chiamava Sena, «benché poscia il detto fiume appellato fosse ancor col nome di Misa». Cluverio ha letto meglio la carta; Siena ha indovinato meglio la storia. Nessuno dei due aveva torto per intero, ed è la ragione per cui il 25 agosto mattina questa pagina ha fatto bene a non scegliere.
Cinque, e vale la sezione: il Suasanum del Cesano è di mille anni prima di Siena. La stessa scheda, citando Bosio, ricorda che «il Cesano è ricordato dall'Anonimo Ravennate con il nome di Suasanon». Il testo è stato cercato e letto. Nella Cosmographia dell'Anonimo Ravennate — compilazione geografica di ambiente ravennate, comunemente datata intorno al VII-VIII secolo — il libro IV, capitolo 36, elenca i fiumi che sfociano nell'Adriatico lungo la costa d'Italia:
«Item in praedicto mari magno Adriatico circa litora eiusdem Italiae flumina plurima funduntur, inter cetera quae dicuntur: Sapis, Maricla, Folia, Metauron, Suasanon, Izinon» — ed. Pinder e Parthey, Berlino 1860, p. 291, righe 8-17, lette sull'immagine della pagina[9]
Cioè, in ordine da nord: il Savio, la Marecchia, la Foglia, il Metauro, Suasanon, l'Esino. Gli editori del 1860 sciolgono i nomi uno per uno in nota, e per il sesto scrivono due parole: «nunc Cesano».
Tre avvertenze su questa citazione, tutte e tre necessarie.
Che cosa ne viene per questo territorio. Il nome che il libro del 1746 usa senza dichiararne la provenienza, e che le carte medievali del Codice di San Gaudenzio portano come Suasanus, è più vecchio delle carte di almeno quattro secoli: sta in una compilazione tardoantica. La catena, per quel che ne è verificato qui, va così: Anonimo Ravennate (VII-VIII sec., Suasanon, nella restituzione del 1860) → carte medievali (Suasanus) → Siena 1746 (Suasanum). La domanda «da dove viene l'equazione Cesano = Suasanum» aveva la risposta sbagliata in testa perché la cercava nell'erudizione del Sei-Settecento: non è un'invenzione dotta, è un nome che è stato in uso.
Un anello della catena, indicato qui il 25 agosto e guardato lo stesso giorno. Bosio, nel passo riportato dalla banca dati di Eichstätt, aggiunge che il fiume «è documentato come Suasanus in una bolla di papa Adriano I del 782». Sarebbe l'attestazione più antica in un documento datato, e starebbe fra il Ravennate e le carte del Codice di San Gaudenzio. Quando questa sezione è stata scritta il documento non era stato cercato, e la frase stava qui dichiarata come non verificata. È stato cercato poche ore dopo, ed è stato trovato: la sezione qui sotto, «La bolla del 782, e il fiume che fa da confine».
Aggiunto il 25 agosto 2026. La sezione qui sopra lasciava scritto, dichiarandolo non verificato, che secondo Bosio il Cesano «è documentato come Suasanus in una bolla di papa Adriano I del 782». Il documento è stato cercato e trovato, ed è stato letto sulla pagina a stampa. È l'attestazione più antica in un documento datato che questo sito abbia in mano per il nome Suasanus — che sia il nome di questo fiume è l'identificazione discussa qui sotto, non una parola del documento.
Dov'è. Sta negli Annales Camaldulenses ordinis Sancti Benedicti di Giovanni Benedetto Mittarelli e Anselmo Costadoni, tomo I, Venezia 1755, nell' Appendice, che ha numerazione propria per colonne: documento III, colonne 10-12. L'intestazione è degli editori del 1755 e dice: «Bulla Adriani papæ I. Dominico abbati monasterii sancti Apollinaris in Classe». Sotto, due righe che valgono quanto il testo: «Anno 782. kal. novembris» e «Ex authentico anni 1053. archivi Classensis».[11]
Che cosa dice, nel punto che riguarda questo territorio. Il papa conferma al monastero di Sant'Apollinare in Classe, presso Ravenna, una lista di fundi. Un primo gruppo sta nel territorio Corneliense (Imola). Poi il documento passa a un secondo gruppo, e qui il nostro fiume compare come confine:
«Verum etiam & vobis concedimus fundum Medoco, fundum Arculis, fundum Serra mediana, fundum Monterubeum, fundum Julianulum in integrum […] constituta territorio Fanestre. Interrafines suprascriptorum fundorum fluvius qui vocatur Suasanus & Aqua albella seu saxo, qui vocatur Baritis, & ripo qui vocatur Amaturio.» — Appendice, col. 11, trascritto dall'immagine della pagina[11]
Cioè: cinque fundi posti nel territorio di Fano, e fra i loro confini «il fiume che si chiama Suasanus e l'Aqua albella, e il sasso che si chiama Baritis, e il rio che si chiama Amaturio».
La data regge da sé. In coda il documento porta: «Data kalendas novembris […] Anno Deo propitio pontificatus domni Adriani in apostolica sede undecimo, indictione sexta». L'undicesimo anno di pontificato di Adriano I — eletto nel febbraio 772 — e l'indizione sesta cadono tutt'e due a cavallo fra il 782 e il 783, e il 1° novembre sta dentro l'incrocio. La data dell'intestazione e quella del testo non si contraddicono.
Quattro avvertenze, e sono tutte in questo ordine di importanza.
Come ci sono arrivato, e perché conta. Non da Bosio, la cui nota rimanda a una bibliografia che non ho. Ci sono arrivato da un erudito di qui: Antonio Brandimarte, Piceno Annonario, ossia Gallia Senonia illustrata, Roma 1825, p. 108, che nel capitolo sulla città di Suasa scrive che il fiume «chiamossi Suasano, come rilevasi da una Bolla del Papa Adriano I, la quale è riferita nel Tomo primo degli Annali Camaldolesi sotto l'anno 782», e ne cita le parole.[12] È lui a dare il volume e l'anno; il resto — colonna, intestazione, trascrizione — è stato verificato sulla pagina.
E Brandimarte è il quarto testimone, quello che prende posizione. Nella stessa pagina, subito dopo, scrive:
«Errarono dunque il Cluverio, Boudrand, Martiniere, Porcheron, che chiamarono questo fiume col nome di Sena.»[12]
Cioè: sul disaccordo che questa pagina registra da due giorni — Cluverio 1624 chiama Sena il Cesano, Siena 1746 lo chiama Suasanum — c'era già nel 1825 chi dava torto a Cluverio per nome, e con un documento in mano. Questa pagina non per questo sceglie: Brandimarte è un testimone in più, non un arbitro, e il suo argomento vale quanto vale il documento del 782 con i suoi limiti. Ma la lite aveva un pezzo di storia che qui mancava.
Un dettaglio che conferma l'avvertenza sul Ravennate. Brandimarte, sempre lì, aggiunge: «Nell'anonimo ravennate si trova tal fiume col nome di Suasnon». Scrive Suasnon — senza la a — e nel 1825 non poteva fare altrimenti: l'edizione Pinder-Parthey, quella che restituisce Suasanon leggendo la lettera erasa del codice, è del 1860, trentacinque anni dopo. L'apparato del 1860 dice appunto «Suasnon editi», cioè «Suasnon nelle edizioni». Un lettore del 1825 conferma dall'esterno, senza saperlo, quello che la sezione qui sopra dichiarava: la vocale in mezzo è degli editori.
Due attestazioni più tarde, che Brandimarte riporta di seconda mano. Dalla Storia di Fano dell'Amiani cita due bolle per il monastero di San Paterniano di Fano, dove Suasano non è più solo il fiume ma il distretto: Adriano IV, 1156, «et quod habetis in Curte S. Eleutherii in Suasano»; Alessandro III, 1178, «totam curtem S. Eleutherii, et omnia, quae habetis in Monte Avii, et Suasano».[12] Queste due righe sono state poi cercate e lette sull'Amiani stesso: vedi Le due bolle del 1156 e del 1178, lette sull'Amiani più avanti.
La catena, aggiornata. Anonimo Ravennate (VII-VIII sec., Suasanon nella restituzione del 1860, Suasnon nelle edizioni precedenti) → precetto di Adriano I, 1° novembre 782, per copia del 1053 (Suasanus, confine di terre nel territorio di Fano) → bolla di Adriano IV, 5 maggio 1156 e bolla di Alessandro III, 17 aprile 1178, stampate dall'Amiani (in Suasano, nome di distretto) → carte del Codice di San Gaudenzio, sec. XII-XIV (Suasanus) → Siena 1746 (Suasanum) → Brandimarte 1825 (Suasano). Fra il nome tardoantico e il nome del Settecento non c'è un salto: c'è un uso continuo.
Aggiunto il 25 agosto 2026, pomeriggio. La sezione qui sopra lasciava aperta la domanda che regge tutto il resto. Un precetto papale dell'VIII secolo conservato solo in una copia notarile di 271 anni dopo è, per la diplomatica, un oggetto da guardare con attenzione: se il pezzo fosse un falso dell'XI secolo, la riga più antica della tabella dei testimoni non sarebbe del 782 ma del 1053, e questo sito starebbe datando male la cosa più antica che ha. La domanda è stata portata dove si decide — i due repertori generali degli atti dei papi — e la risposta è che nessuno dei due lo dà per spurio.
Prima però va detto come si legge una risposta di questo genere. Né Jaffé né Kehr scrivono mai «questo documento è autentico»: sono repertori, e il loro mestiere è registrare, non argomentare. Ma tutti e due marcano i falsi, e lo fanno con lo stesso segno, una croce (†) davanti al numero. La risposta sta quindi in ciò che non c'è. È un argomento dal silenzio, e vale solo perché il silenzio è raro: Kehr conta da sé, nella prefazione a questo volume, sessantuno atti spuri su millequattrocentosettantaquattro.[13]
Jaffé-Ewald, 1885. Nella seconda edizione dei Regesta pontificum Romanorum il nostro documento è il n. 2437 (era il 1867 nella prima edizione), a p. 297, e il numero non porta la croce:
«782. (Ind. 5. — 1. Sept. — 6, Pont. a. 10. — 9. Febr. — 11.) | Nov. 1. | 2437 (1867) Monasterii S. Apollinaris Classensis bona, petente Dominico abbate, confirmat, ea lege …» — e la voce si chiude a p. 298 con la fonte e l'incipit: «Mittarelli Ann. Cam. I. append. 10. — „Convenit impertire“».[10]
È lo stesso documento: stesso monastero, stesso abate Dominico, stessa data, stessa edizione del 1755, stessa colonna 10.
E Jaffé fa una cosa in più, che vale più dell'assenza di una croce: se ne serve. In testa al pontificato di Adriano I, a p. 289, spiega che il papa cambiò il modo di datare le carte a partire dal 1° dicembre 781, e stampa il formulario nuovo con tre soli esemplari a sostegno. Il nostro è uno dei tre, e compare due volte:
«Scriptum per manum | Theodori notarii et scriniarii — in mense Nov., ind. V. (1. Dec. 781, ep. 2435) | Iohannis scriniarii — „ „ Oct., „ VI. (1. Nov. 782, ep. 2437) | Christophori not. et scrin. sedis nostrae — „ „ Iun., „ IX. (1. Iul. 786, ep. †2454) | Datum kal. . . per manum | Anastasii scriniarii (1. Nov. 782, ep. 2437), primicerii (1. Iul. 786, ep. †2454) …»[10]
Due cose, in quelle quattro righe. La prima: nella stessa tabella, a due righe di distanza, Jaffé marca con la croce l'esemplare del 786 e non marca il nostro. Non è una svista di stampa: è un giudizio, e riguarda proprio la parte del documento — l'escatocollo — dove un falsario si tradisce. La seconda: i due nomi che Jaffé mette in tabella, Iohannes scriniarius che scrive e Anastasius scriniarius che data, sono esattamente quelli che si leggono in fondo al testo stampato nel 1755 — «Scriptum per manus Johannis scriniarii in mense octubrio indictione suprascripta sexta. † Bene valete. Data kalendas novembris per manus Anastasii scriniarii».[11]
E il controllo della data fatto a mano più sopra — «La data regge da sé» — aveva ragione. L'intestazione dell'anno in Jaffé è una concordanza: nel 782 l'indizione è la quinta fino al 1° settembre e poi la sesta; l'anno di pontificato è il decimo fino al 9 febbraio e poi l'undicesimo. Il documento dice indizione sesta e anno undicesimo, e porta la data del 1° novembre: cade nell'unica finestra in cui le due cose stanno insieme. Quel controllo, qui sopra, era stato fatto con un ragionamento; ora ha dietro la tavola di chi quel ragionamento lo ha fatto per tutti i documenti del secolo.
Kehr, Italia pontificia, 1911. Il volume che copre Ravenna è il V, Aemilia sive provincia Ravennas. Il monastero di Sant'Apollinare in Classe ha un capitolo suo, alle pp. 101-108, e il nostro precetto è il n. 5, a p. 103. Anche qui il numero è nudo — mentre i nn. 6 e 7, che gli stanno subito sotto nella stessa colonna, portano l'asterisco, che in questo repertorio vuol dire «atto perduto, di cui si ha solo notizia»:
«5 — 782 nov. 1 — Hadrianus I Dominico [abbati etc.]: concedit fundos nominatim illustratos in territorio Corneliensi et in territorio Fanestre, iuris palatii apost. Ravennatis … | B¹ a. 1053 nov. — Ed. Mittarelli Ann. Camald. I App. c. 10 n. 3 ex B¹. — Regg. J. 1867. JE. 2437.» — letto sull'immagine[13]
Il regesto di Kehr conferma dall'esterno anche la struttura del documento che questa pagina descriveva: due gruppi di fundi, uno nel territorio di Imola (Corneliensi) e uno nel territorio di Fano (Fanestre).
E Kehr dà una cosa che Jaffé non ha: dove sta la copia. La riga «B¹ a. 1053
nov.» dichiara la tradizione del testo, e la sigla B¹ è sciolta nella pagina
precedente come una copia conservata nell'archivio del monastero, che dopo la
soppressione passò a Forlì e ai tempi di Kehr era nella Biblioteca Classense
di Ravenna. Vale a dire: il «ex authentico anni 1053» che gli editori del 1755
stampano in testa al documento non è soltanto una loro dichiarazione. Un
catalogatore del 1911 registra quella copia fra le carte del monastero, e ne dà
il mese. La cosa fisica dietro la pagina a stampa esiste, ed è stata vista da
qualcun altro. (Questo scioglimento della sigla è stato letto nel testo
digitalizzato del volume e non sull'immagine della pagina: è l'unico punto di
questa sezione che non sia stato verificato sul vetro.)
Che cosa questa risposta chiude, e che cosa non tocca affatto.
Aggiunto il 25 agosto 2026, sera. Le due attestazioni più tarde stavano qui sopra di seconda mano — Brandimarte che cita l'Amiani — e con l'avvertenza di usarle solo così. L'Amiani è del 1751, è fuori diritti ed è digitalizzato: ora sono state lette dov'erano stampate. Le due citazioni reggono alla lettera, e la pagina che le contiene dà tre cose che Brandimarte non dava.
Dove stanno. Pietro Maria Amiani, Memorie istoriche della città di Fano, Fano 1751, parte seconda. In coda al volume c'è un piccolo codice diplomatico con numerazione romana propria: la bolla di Adriano IV alle pp. X-XI, quella di Alessandro III alle pp. XIII-XVI. Per ciascuna Amiani dichiara in nota l'archivio da cui la prende — «Archiv. di S. Paterniano Lett. A.» la prima, «Archiv. di S. Paterniano» la seconda.[14]
La prima. Amiani la intitola «Bolla di Adriano PP. IV., nella quale si confermano i Privilegj, e Beni del Monastero di S. Paterniano», è indirizzata a «Viviano Abbati Monasterij S. Paterniani» ed elenca i beni uno per uno. La riga che interessa qui:
«Medietatem Castri Urciani cum omnibus quae habetis in Curte ejus, & quod habetis in Curte S. Eleutherii in Suasano. Quartam partem Castri Montis Majoris…» — letto sull'immagine della p. X[14]
La seconda. Stesso titolo dato dall'editore — «Bolla di Alessandro PP. III. nella quale conferma i beni, e Privilegj del Monastero di S. Paterniano» — e stessa struttura, con l'abate cambiato:
«…medietatem Castri Urciani cum omnibus, quae habetis in curte ejus. Totam curtem Sancti Eleuterij, & omnia, quae habetis in Monte Avij, & Suasano, tres partes Castri Podij…» — letto sull'immagine della p. XIV[14]
Prima cosa nuova: le date, che Brandimarte non riporta. Tutti e due i documenti si chiudono con la formula di data per esteso, e non con il solo anno che il sito aveva finora:
«Datum Beneventi per manum Rolandi Sanctae Romanae Ecclesiae Presbiteri Cardinalis, & Cancellarij III. Non. Maij, Indictione IV. Incarnationis Dominicae anno MCLVI. Pontificatus vero Domini Adriani Papae IV. Anno secundo.» — p. XI[14]
«Datum Laterani per Manus Alberti Sanctae Romanae Ecclesiae Praesbiteri Cardinalis, & Cancellarii XV. Kalendas Maij, Indictione XI., Incarnationis Dominicae Anno MCLXXVIII. Pontificatus vero Domini Alexandri Papae III. Anno XVIIII.» — p. XVI[14]
Sciolte al giorno: Benevento, 5 maggio 1156 (III Nonas Maii, contando all'indietro e includendo il giorno d'arrivo, come si contava) e Laterano, 17 aprile 1178 (XV Kalendas Maii).
E l'indizione torna in tutte e due. È il controllo già fatto sul precetto del 782, e qui si fa a mente: l'indizione di un anno si ottiene dividendo per quindici l'anno aumentato di tre, e per una data di primavera — prima che l'indizione nuova cominci in autunno — vale l'anno corrente. Per il 1156 dà quattro, per il 1178 dà undici: esattamente i due numeri stampati. Anche gli anni di pontificato sono coerenti al loro interno — il secondo anno di Adriano IV colloca da sé l'inizio del suo pontificato nel 1154, il diciannovesimo di Alessandro III nel 1159. Nessuno dei due documenti si contraddice sulla propria data, che è tutto quello che un controllo del genere può dire.
Seconda cosa nuova, ed è un'avvertenza: «bolla» è parola dell'Amiani. Il testo della seconda non comincia con il papa, comincia con il notaio che lo copia:
«In Nomine Domini Amen. Hoc est exemplum quarundam litterarum Papalium absque aliqua Bulla, quarum tenor talis est. Alexander Episcopus Servus Servorum Dei. Dilectis Filiis Alberto Abbati Monasterij S. Paterniani…» — p. XIII[14]
Cioè: quello che Amiani stampa come «bolla» è la copia di lettere papali che il sigillo non ce l'avevano — e a dirlo è chi la copia, non chi la critica. È la terza volta in tre giorni che su questo sito la parola «bolla» risulta dell'editore e non del documento: era già successo con il precetto del 782, che si chiama da sé «apostolicum preceptum confirmationis». Quando una fonte dichiara da sé un limite, quel limite si pubblica: non toglie nulla alla riga sul Suasano, che è dentro il testo copiato, ma dice esattamente che cosa si ha in mano.
Terza cosa: si può ora giudicare Brandimarte come intermediario. Messe una
accanto all'altra, le differenze fra ciò che stampa l'Amiani e ciò che cita
Brandimarte sono tutte e sole ortografiche — & sciolto in et, Sancti
abbreviato in S., Eleuterij e Avij normalizzati in Eleutherii e Avii.
Nessuna parola aggiunta, nessuna tolta, nessun senso cambiato. Su questi due
passi Brandimarte è un testimone fedele che ammoderna la grafia, ed è un elemento
in più — non una garanzia — per le altre citazioni che questo sito prende da lui.
Che cosa queste due pagine non dicono.
Da libri a stampa fuori diritti, guardati sull'immagine della pagina e non solo sul testo automatico, e da due repertori generali degli atti dei papi. Ogni citazione ha in nota l'edizione, la pagina o la colonna, e il giorno in cui è stata letta; dove il testo automatico e l'immagine non concordano lo si dice. Nessuna di queste fonti nomina Monte Porzio, ed è la ragione per cui questa pagina non sta dentro Storia, da cui è uscita il 31 agosto 2026. La lite del 1906 non è risolta qui, e questa pagina non sa che cosa dica oggi la ricerca sul luogo della battaglia del Metauro.
attiememoriedepu03depuuoft: https://archive.org/details/attiememoriedepu03depuuoft — il testo OCR (djvu.txt) è stato scaricato il 18 agosto 2026 e riletto dalla copia locale il 19 agosto 2026, senza nuove richieste di rete. Le pagine del libro recensito che Belardi cita (pp. 7, 9-10) sono sue, non mie. Le citazioni qui sopra sono state ricopiate a mano dall'OCR correggendo i soli refusi evidenti di lettura ottica — in questo volume «Metauro» è stampato a tratti «Metanro» e «Rimini» «Kimini»; le parentesi quadre non ce ne sono, e dove il senso restava dubbio la frase non è stata usata. Che il recensore sia Aroldo Belardi si legge dalla firma in calce alla recensione (l'OCR spezza il cognome in «B e lardi»); un «Belardi prof. Aroldo» compare nell'elenco dei soci stampato nel volume IX della stessa rivista. La proposta del Cesano sta a p. 231, le etimologie contestate alle pp. 229-230, la chiusa a p. 232.R11_21_WGS84.zip, tavole TAB/LOC_R11_21.csv (elenco delle località: campi PRO_COM, LOC21_ID, TIPO_LOC, NOME, ALTITUDINE) e TAB/SEZ_R11_21.csv (sezioni di censimento con POP21, FAM21). Righe con PRO_COM = 41051, cioè San Costanzo: 4105110001 Cerasa, TIPO_LOC = 1 (centro abitato), 161 m, cinque sezioni di censimento che sommano 448 residenti e 183 famiglie; 4105120001 La Croce di Cerasa, TIPO_LOC = 2 (nucleo abitato), 154 m, una sezione, 180 residenti. La corrispondenza fra il codice 41051 e il nome «San Costanzo» è letta sul file ISTAT del bilancio demografico 2021 della provincia di Pesaro e Urbino, in cache dal 27 agosto 2026. Ricerca su tutte le 2.449 località della regione: gli unici nomi che contengono la stringa «cerasa» sono i due qui sopra e Colcerasa, nucleo abitato in provincia di Macerata (PRO_COM = 43012). Nessuna richiesta di rete: il file è in cache dal 27 agosto 2026 (sources/cache/istat-basi-territoriali-marche-2021.zip), scaricato per la pagina Le sette località, dove stanno la provenienza e le avvertenze sul suo uso. Riletto il 29 agosto 2026. Il file è in UTF-16 con separatore di tabulazione: letto come UTF-8 dà una riga sola di caratteri nulli. Affidabilità: alta per l'esistenza, la quota e la popolazione della località; nulla ai fini dell'identificazione del «villaggio di Cerasa» della recensione del 1906, che è cosa che questi file non possono dire.storiadellacitta00sien il 25 agosto 2026 — page/n44_w2400.jpg e page/n46_w2400.jpg, cioè n = pagina a stampa + 7 — e lette sull'immagine, non sul testo automatico; il numero di pagina è stato letto nell'intestazione stampata di ciascuna (sources/cache/siena-leaf44.jpg, siena-leaf46.jpg, con i ritagli siena-p37-alto.png, siena-p37-basso.png, siena-p39-alto.png). Il seguito della campagna — la ritirata notturna verso il Metauro e la battaglia sulle rive di quel fiume — è citato dal solo testo automatico, che qui è leggibile e non porta cifre. Nel testo automatico ogni «Cesano» è reso «Cefano» (s lunga letta f): il conto delle nove occorrenze è stato fatto con strumenti/cerca-senza-spazi.py, e delle nove una non è il fiume ma la sequenza di lettere dentro «Sinodo Diocesano», nella serie dei vescovi. Delle otto vere, quattro sono queste pagine 37-39, due il fatto d'arme del 1462 già citato più giù in questa pagina, e due voci dell'indice finale del volume.sources/cache/csg-p452.png); la nota d'apparato del reg. 325 avverte che nel cartulario il comitatus Senegalie «citato nell'originale» è «qui erroneamente omesso». Le forme del nome del Cesano stanno nell'Indice dei toponimi, voce «Suasanus / Sesano / Sexanus / Sexano / Sasano / Sexani / Sazani / Cesano — flumen». Letto il 21 agosto 2026.sources/cache/siena-1746-djvu.xml, 446 carte, con la corrispondenza carta → pagina a stampa presa da siena-1746-page_numbers.json e verificata sull'intestazione stampata alle carte 45 e 47). Nessuna richiesta di rete. L'assenza di una nota in margine al nome Suasanum è invece verificata sull'immagine della p. 37 già scaricata il 25 agosto (sources/cache/siena-p37-basso.png), dove si legge anche che quella nota è «Liv. lib. 26» e non 27 come dava il testo automatico. La ricerca del nome è stata fatta su tutte le carte cercando ogni parola che cominci per Sua- o Fua- seguita da s o f, cioè tollerando la s lunga: dà due sole occorrenze, Suafa alla carta 27 (p. 19) e Suafmum alla carta 45 (p. 37) — il secondo è Suasanum con la n letta m, e la lettura è confermata sull'immagine. Il limite del metodo va dichiarato: un riconoscimento ottico può distruggere una parola oltre il riconoscibile, e questo conto non lo esclude. Il testo per pagina separa le parole con due spazi, e una prima ricerca fatta con uno spazio singolo ha dato zero perfino su «chiamato allora», che è una frase presente: la regola del 24 agosto — sull'OCR si cerca sempre togliendo gli spazi — vale anche per le ricerche fatte al volo, non solo per lo strumento che le fa.Clu[uv], perché l'OCR ne fa anche «Cluveuo»). Le citazioni riguardano tutte i Senoni e Senigallia: due volte per la sede dei Senoni sull'Adriatico («Postremi omnium…», con rimando «Cluverius lib. I»), una per Senigallia capo e metropoli della Gallia Senonia («come abbiamo da Filippo Cluverio nella sua Geografia»), una per la colonia romana («Senogallia maritima Umbriæ urbs…») e una per dissentirne su una data («quantunque il Cluverio voglia per equivoco…»). Nessuna delle cinque è nel punto in cui Siena scrive Suasanum (p. 37) né in quello del principio sui nomi dei fiumi (pp. 23-24). Il conto è su un solo livello di testo e ne porta il limite.ned-kbn-all-00001291-001 (primo dei tre volumi in cui la copia è divisa), scaricata il 25 agosto 2026. Come sono state trovate le due pagine, e quanto è costato: prima il solo livello di testo piatto (3,3 MB), su cui è stata fatta la ricerca tollerante alla s lunga; poi, per sapere in che pagina a stampa stessero le occorrenze senza comprare immagini a caso, l'indice generale stampato nel secondo volume della stessa copia (item ned-kbn-all-00001292-001), che dà «Misus, fluvius. 611.19» e «Suasa, municipium. 620.7» — pagina e riga. Le due carte sono state poi scaricate e lette sull'immagine: la corrispondenza carta → pagina a stampa (carta n663 = p. 611, carta n672 = p. 620, scarto 52) è stata verificata sull'intestazione stampata di tutte e due, e su altre due carte prese prima con uno scarto sbagliato (n659 = p. 607, n668 = p. 616). Le citazioni latine sono trascritte dall'immagine, non dal testo automatico, che su questo volume è pessimo (rende «Cæterùm inter Suasam & Senam» in «Cajteriiminter Suafam&: Senam»). Il conteggio delle occorrenze di Sua-/Fua- è invece fatto sul testo automatico, e ne porta il limite: un riconoscimento ottico può distruggere una parola oltre il riconoscibile.id=2565 (Fl. Miso·, riquadro 4B3), https://www1.ku.de/ggf/ag/tabula_peutingeriana/trefferanzeige_en.php?id=2565, e scheda id=173 (Sena Galli·, riquadri 4B2/4B3), https://www1.ku.de/ggf/ag/tabula_peutingeriana/trefferanzeige_en.php?id=173 — consultate il 25 agosto 2026 (le schede portano come ultimo aggiornamento rispettivamente il 18 novembre e il 29 ottobre 2025). Che cos'è questa fonte: un'edizione commentata dei nomi della carta, che per ogni toponimo raccoglie la lettura di Konrad Miller (Itineraria Romana, col. 389 per il Miso, col. 213 per Sena Galli), la voce del Barrington Atlas («Misus fl.», 42 E1), la RE, Nissen, e per esteso i commenti di Richard Talbert e di Luciano Bosio. Le citazioni riportate in pagina — l'avvertenza di Bosio sulla lettura «interpretativa», la tesi di Alfieri, la nota «Der namensgebende Fluss Sena ist nicht auf der TP eingetragen» e la datazione «yet indeterminable» per assenza di riscontri letterari o epigrafici — sono trascritte da lì, nelle lingue in cui la banca dati le dà. Il rimando ad Alfieri è a N. Alfieri, I fiumi adriatici delle regioni augustee V e VI, in «Athenaeum» XXVII (1949), pp. 122-141, poi in Scritti di topografia, 2000, pp. 88 sgg.: non letto qui. Sull'immagine della carta: la scheda id=2565 incorpora un ritaglio fotografico del codice (insetimages/TPPlace2565insetneu.png), scaricato e ingrandito il 25 agosto — vi si leggono chiaramente «Sena Galli·» e la cifra XII spezzata dal fiume, e in rosso sopra la foce una parola di cui è netta solo la parte finale. Il ritaglio non è riprodotto su questo sito: il codice è fuori diritti, la fotografia non necessariamente. La stessa banca dati, nella scheda id=173, trascrive il nome del fiume come «Misco = Misus», mentre nella scheda id=2565 lo dà come «Fl. Miso·»: la discordanza è delle schede, non di questa pagina.ravennatisanonym00geoguoft, consultata il 25 agosto 2026. Come è stata trovata e che cosa è stato letto sull'immagine: prima il livello di testo piatto dell'item (930 kB, una richiesta), su cui la ricerca tollerante di Suasan-/Fuasan- dà due sole occorrenze in tutto il volume — il passo e la voce dell'indice, «Suasanon fl. 291 16», che dà pagina e riga; poi la carta corrispondente, resa a 2400 px di larghezza (n320, corrispondenza carta → pagina a stampa verificata sull'intestazione stampata, che porta «IV 36 291»; una prima carta presa con lo scarto sbagliato, n321, era la p. 292). L'elenco dei fiumi e le tre righe di apparato sono state trascritte dall'immagine, non dal testo automatico, che sull'apparato è illeggibile (rende la lettura del codice come «suassnon»); sulla pagina il segno fra la s e la n è un carattere tipografico di lettera erasa. La datazione della Cosmographia al VII-VIII secolo è quella corrente e non è stata verificata su una fonte propria: è riportata come uso comune, non come accertamento di questa pagina.JE. con cui il documento viene citato). Copia digitale fuori diritti su Internet Archive, item regestapontificu01cath (esemplare della University of Toronto), consultata il 25 agosto 2026. Che cosa è stato letto sull'immagine e che cosa no: sull'immagine la voce n. 2437 a p. 297 con l'intestazione dell'anno 782, la sua chiusa a p. 298 e la tavola del formulario di Adriano I a p. 289 — cioè tutte le citazioni riportate qui. Sul solo testo digitalizzato, invece, l'avvertenza della prefazione che stabilisce il segno dei falsi («Insignitae sunt autem epistolae spuriae signo †»): non serve però a reggere l'argomento, perché l'uso della croce si vede stampato sulla stessa p. 289, sull'esemplare del 786 (ep. †2454). Come è stata trovata la pagina: la numerazione a stampa non si ricava dal testo piatto, dove le intestazioni correnti finiscono mescolate al testo — due carte sono state comprate a vuoto prima di ricorrere alla ricerca interna dell'item, che dà l'indice di carta del riscontro; l'intestazione stampata di ogni pagina è stata poi controllata prima di leggerne il corpo. Giudizio d'affidabilità: è il repertorio generale degli atti pontifici, lo strumento di riferimento per questa domanda; va però letto per quello che è — una registrazione, non una dimostrazione — e la sua data è il 1885.bub_gb_bz36hl2wHhUC (digitalizzazione Google di un esemplare della Biblioteca Universitaria di Bologna), consultata il 25 agosto 2026. Come è stato trovato e che cosa è stato letto sull'immagine: il volume è di 769 carte e l'Appendice ha numerazione propria per colonne; sul livello di testo piatto dell'item (3,4 MB, una richiesta) la ricerca tollerante della s lunga — [Ss]ua[sfl][ae]n — dà una sola occorrenza in tutto il tomo, che l'OCR rende «Suafanus»; la carta corrispondente (n476) è stata individuata con la ricerca interna dell'item e verificata sull'intestazione stampata, che porta «10 APPENDIX TOMI I. 11». Sono state trascritte dall'immagine, e non dal testo automatico, l'intestazione del documento, il passo sul fiume e le sottoscrizioni finali. Nel passo citato «Interrafines» è ciò che il 1755 stampa (per inter affines, «fra i confini»); Brandimarte, citando lo stesso luogo nel 1825, salta la parola e normalizza in «suprascriptorum fundorum Fluvius, qui vocatur Suasanus, et aqua Albella». Giudizio d'affidabilità: edizione settecentesca di erudizione alta e dichiarata — gli editori indicano l'esemplare da cui stampano — ma il documento è tràdito da una copia del 1053 e l'autenticità del precetto non è stata verificata qui su repertori moderni.italiapontificia05cath (esemplare della University of Toronto), consultata il 25 agosto 2026. Letto sull'immagine il n. 5 per intero, con i numeri che lo precedono e lo seguono, così da vedere in che modo il volume segna gli atti perduti (asterisco) e non li segna qui. Letti sul solo testo digitalizzato: lo scioglimento della sigla B¹ e la storia dell'archivio Classense (p. 102), l'avvertenza sui segni in testa all'Elenchus pontificum Romanorum (l'asterisco vale «acta deperdita sive quorum simplex notitia habetur», la croce «acta spuria»), e la cifra della prefazione (1474 atti nel volume, di cui 61 spuri). Un controllo fatto sul testo intero: la parola Suasanus, cercata in forma tollerante, non compare da nessuna parte in questo volume — il regesto di Kehr riassume e non trascrive i nomi dei fundi. Giudizio d'affidabilità: alta e specialistica; è il repertorio per diocesi che sta sopra Jaffé, e per la provincia di Ravenna è ancora oggi il punto di partenza. Anche qui la data conta: 1911.bsb10940984 (https://www.digitale-sammlungen.de/en/view/bsb10940984), consultata il 25 agosto 2026. Tutte e cinque le righe citate qui sono state lette sull'immagine della carta, non sullo strato OCR: le carte sono, nella numerazione digitale dell'esemplare, 00374 (p. X), 00375 (p. XI), 00377 (p. XIII), 00378 (p. XIV) e 00380 (p. XVI); i ritagli conservati stanno in sources/cache/ come amiani-t2-pX-suasano.jpg, amiani-t2-pXI-datum.jpg, amiani-t2-pXIII-exemplum.jpg, amiani-t2-pXIV-suasano.jpg e amiani-t2-pXVI-datum.jpg. Le pagine sono state trovate con la ricerca a testo pieno interna all'esemplare messa a disposizione dalla stessa biblioteca, che su Suasano dà un solo riscontro nel tomo II e nessuno nel tomo I (bsb10940983). Nel testo latino citato qui la «s» lunga della stampa è resa con la «s» comune, e le abbreviazioni non sono sciolte: & resta &. Giudizio d'affidabilità: alta per ciò che il volume è, cioè una raccolta erudita del Settecento che trascrive documenti d'archivio dichiarando ogni volta l'archivio; ma non è un'edizione critica — non dà apparato, non descrive il supporto, non dice se il pezzo che trascrive sia originale o copia se non quando il testo lo dice da sé (ed è il caso della seconda, che si dichiara exemplum). Dove siano oggi quei due pezzi, il volume non lo dice.