In fondo a via Roma c'è una chiesetta che il paese chiama «Chiesina di Via Roma». Il Comune ne racconta l'origine con una storia di tradizione orale — un asino, una grazia, un quadro appeso a un olmo nel 1886 — e non la data mai. La data sta in un libro del 1980 e il libro non racconta la storia. Le due versioni non si contraddicono: la seconda comincia dove la prima si ferma.
Ultima verifica: 4 ottobre 2026.
In fondo a via Roma, a Monteporzio, c'è una chiesetta. Le vie del paese la portano segnata su una tavola dello stradario comunale, fra i pochi edifici indicati per nome: «CHIESINA MADONNA DEL ROSARIO». Il Comune, nell'indice dei suoi «Luoghi», la chiama Santuario della Madonna di Tulinella, e aggiunge il nome con cui la chiamano tutti: Chiesina di Via Roma.[1]
Di questo edificio il cantiere sapeva finora una riga sola, e stava dentro la pagina sulla chiesuola dei conti: che fu costruita nel 1935, su disegno di Gaetano Ginevri, «presso il macello nel luogo dell'edicola detta di «Tullinella»». Lì c'era scritto, in fondo, che questa pagina non dice «dov'era l'edicola «Tullinella», né che cosa fosse il nome».
Il nome era un uomo.
L'unica fonte scritta e datata che questo sito abbia sulla costruzione è il quaderno di Alberto Polverari, 1980. È una riga, dentro un capitolo sulle chiese minori del territorio:
«Nel 1935 su disegno di Gaetano Ginevri venne costruita in Via Roma, presso il macello nel luogo dell'edicola detta di Tullinella una chiesetta, in cui si venera la Madonna del Rosario.»[2]
Quattro dati: l'anno, il progettista, il luogo — accanto al macello — e il fatto che lì c'era già qualcosa, un'edicola che portava quel nome prima che ci fosse una chiesa. Polverari non dice perché si chiamasse così, e non racconta nessuna storia.
Il racconto, invece, sta altrove, e dichiara da sé la propria natura: «dalle testimonianze di alcune persone anziane si è potuta ricostruire la storia». Non è un documento e non pretende di esserlo. Sta qui, in una sezione separata, perché è memoria di paese e va conservata come tale, non perché sia verificata.
Nel 1886 — dice il racconto — il signor Nicola De Marchi, detto Tulinella, alla fine di una giornata di lavoro fu aggredito al ventre dal proprio asino; invocò la Madonna e l'asino smise. Per riconoscenza appese un quadro della Madonna del Rosario a un olmo, nel luogo dove poi sorse la chiesa: un terreno pubblico che serviva al deposito del fieno e del letame, dove a ogni paesano spettava un piccolo lembo di terra. Qualche anno dopo, con i soldi di una colletta fra i contadini delle campagne vicine, Tulinella fece abbattere l'olmo e costruire una «figurina» che conteneva lo stesso quadro.
Poi la figurina fu allargata, con fondi cercati nelle campagne durante la battitura e con sovvenzioni chieste in paese:
«Con il ricavato di queste raccolte si acquistò il materiale ed i muratori, nel loro tempo libero, costruirono l'odierna Chiesina, murano nelle fondamenta una bottiglia contenente i nomi delle persone che avevano maggiormente contribuito a tale realizzazione.»[3]
Alla fine dei lavori ci fu una festa di inaugurazione con il vescovo. Intorno al 1965 la popolazione decise di allargarla di nuovo; i lavori cominciarono e non furono mai finiti, per mancanza di fondi. La chiesina è centro di preghiera nel mese di maggio e la prima domenica di giugno, giorno della «festa dell'autista».
Messe una accanto all'altra, il libro e il racconto raccontano due tratti diversi della stessa storia, e ciascuno tace dove l'altro parla.
| Il racconto orale | Polverari, 1980 | |
|---|---|---|
| 1886 | la grazia, il quadro sull'olmo | — |
| «qualche anno dopo» | l'olmo abbattuto, la «figurina» | l'edicola detta di «Tullinella» |
| l'ampliamento in muratura | «l'odierna Chiesina», costruita dai muratori nel tempo libero | 1935, su disegno di Gaetano Ginevri, presso il macello |
| intorno al 1965 | ampliamento cominciato e mai finito | — |
Il punto d'incastro è la figurina. Il racconto la costruisce e poi la allarga; Polverari, che la storia non la sa, registra che la chiesetta sorse «nel luogo dell'edicola detta di «Tullinella»». Sono lo stesso manufatto visto dalle due parti: il racconto dice perché quel posto si chiamasse così, il libro dice quando smise di essere un'edicola.
E c'è una frase, in una sola delle due versioni, che regge da sola la data del 1935. Non è nel testo del Comune. È nell'originale da cui il Comune copia:
«Anche dalla lontana Africa, luogo di guerra, i nostri compaesani combattenti mandarono, per mezzo di Don Osvaldo, un contributo ammontante a lire 300.»[3]
Contadini di Monteporzio che combattono in Africa e mandano soldi a casa per una chiesa: la guerra d'Etiopia comincia nell'ottobre del 1935. La colletta descritta dal racconto e la data stampata da Polverari cadono nello stesso anno, e nessuno dei due testi sa dell'altro. È il riscontro più solido che questa pagina abbia, e va detto per quello che è: non una prova documentale, ma due fonti indipendenti che si sostengono.
Il testo che il Comune pubblica nel 2026 e quello del portale
guanciarossa.it/monteporzioportal/, © 2005-2008, sono lo stesso testo:
stessa apertura parola per parola, stessa sequenza, stessa chiusura. È la terza
volta che questo sito trova la stessa catena — era già successo con il
Pietrone del Moraccio e con la
foresta fossile, che stanno nello stesso menu dello stesso
portale.
Ma qui la copia non è meccanica: qualcuno l'ha riscritta. «Questa era un luogo pubblico» diventa «Questo era»; «Qualche anno dopo […] il Tulinella fece abbattere l'olmo» diventa «Tulinella qualche anno dopo […] fece abbattere l'olmo»; e alla festa della prima domenica di giugno viene aggiunta una spiegazione che nell'originale non c'è, «giorno di chiusura del mese mariano». Sono interventi di penna. Il che vuol dire che anche i tagli sono scelte, non incidenti di copiatura.
E i tagli sono questi:
Dodici nomi di persone del paese, e la data. Di tutto il racconto, il Comune conserva un solo nome proprio: quello di Tulinella, che è il protagonista del miracolo. Sparisce chi ha pagato, chi ha portato il grano, chi ha messo il tetto e chi ha disegnato. Resta la storia dell'asino.
Non è una scusa per fidarsi meno del Comune di quanto già non si faccia — quel testo è comunque tradizione orale, e lo dichiara. È però la ragione per cui questa pagina cita l'originale del 2005-2008 e non la sua ricopiatura: la versione più vecchia è più lunga, e la parte in più è esattamente la parte controllabile.
Il nome Gaetano Ginevri era già in questo sito, e ci stava dentro un riquadro di dubbio. Polverari lo nomina in due punti lontanissimi fra loro: come progettista della chiesetta del 1935, e — in tutt'altro capitolo — fra i figli di Maddalena Latoni, figlia del marchese Orazio Latoni sindaco di Monteporzio, e di Emmanuele Ginevri. Quei figli erano tre: «Gaetano, Francesco e Rodolfo», più una figlia Maria.[2] La pagina sulla chiesuola dei conti scriveva che il collegamento fra i due era un ponte mio, poggiato sul nome e sul paese.
Il racconto di guanciarossa aggiunge due dati che quel ponte non aveva, e vengono da una fonte che con Polverari non ha nulla a che vedere:
Due dei tre fratelli, Gaetano e Francesco, compaiono nella storia dello stesso edificio, in due ruoli diversi, in un testo che non li mette in relazione con nessuna famiglia nobile. Continua a non essere una prova — Gaetano e Francesco sono nomi comuni, e nessuna delle due fonti dice il nome del padre.
Non è impossibile — un progettista che disegna a quarantacinque anni e che a settantacinque viene consultato sull'ampliamento della sua stessa opera è una figura del tutto verosimile, ed è anzi il modo più semplice di spiegare perché proprio lui. Ma è al limite, e finché non ho una data di nascita resta un'ipotesi dichiarata. Le date si cercano nei registri parrocchiali e nello stato civile: non le ho.
«Grazio» e «Orazio»: correzione del 2 settembre 2026. Fino a quel giorno questa pagina scriveva quel titolo con «Marchese Orazio Latoni Brandi». È un'uniformazione mia, e non andava fatta in silenzio. Nella bibliografia del quaderno 150, a p. 15, è stampato «Marchese Grazio Latoni Brandi» — riletto sull'immagine della pagina resa a 200 dpi, non solo sul testo estratto dal PDF. Nel corpo dello stesso volume il nome è invece «Orazio Latoni Brandi» tre volte: il primo marchese, creato tale col breve di Clemente XIV del 12 giugno 1770, e il sindaco Orazio morto a Monteporzio nel novembre 1888, padre di quella Maddalena che sposò Emmanuele Ginevri.[2] Che «Grazio» sia un refuso per «Orazio» è quasi certo — è la stessa persona, nella stessa parentela — ma l'opuscolo del 1890 questo sito non l'ha visto, e non si può escludere che il frontespizio dell'opuscolo porti davvero quella forma. Quindi: il titolo si cita come è stampato nel quaderno, e la divergenza sta scritta qui.
Le due fonti scrivono il nome in due modi. Polverari, 1980: «Tullinella», con due elle, e fra virgolette, come si fa con un soprannome. Il portale del 2005-2008 e il Comune: «Tulinella», con una. Nessuno dei due spiega da dove venga il soprannome, che è quello di una persona — Nicola De Marchi — e che è passato prima a un'edicola, poi a una chiesa, e infine a un santuario.
Il cognome De Marchi non è estraneo al paese: il Comune fu retto da Umberto De Marchi come podestà fino al febbraio 1944 e poi come sindaco eletto dal 9 giugno 1956.[5] Che le due cariche siano dello stesso uomo lo dichiara Polverari, non questo sito: «Gli anni del De Marchi, prima podestà e poi sindaco, caso forse più unico che raro, dimostrano i tempi difficili».[5] Che lui e il Nicola De Marchi del 1886 siano parenti è invece probabile in un paese di quelle dimensioni, e non è documentato: qui si dice soltanto che il cognome c'è.
Questa pagina fa parte del gruppo di riverifica del 12 settembre 2026. Controllo mirato: le fonti web viventi, non il quaderno 150 di Polverari (PDF già letto per intero e in cache, comunque verificato raggiungibile oggi, 200).
Tre indirizzi vivi con un testo da confrontare: la pagina del Comune (nota
[1]), il portale guanciarossa.it (nota [3]) e la serie dei
parroci sul sito della parrocchia (nota [4]). Tutti e tre
raggiungibili (200), rilette per intero con mirar texto:
guanciarossa.it è identico parola per parola, inclusi tutti e dodici i nomi, il contributo di 300 lire «per mezzo di Don Osvaldo» e la data «Copyright © 2005-2008»;Nessuna correzione trovata.
Con questa pagina si chiude il gruppo di riverifica del 12 settembre 2026.
verifica: aggiornata al 25 settembre 2026.
Le stesse tre fonti web vive, rilette per intero con mirar texto:
raggiungibili (200) e identiche a quanto già registrato il 25 settembre
— la pagina del Comune, ancora «aggiornata il 26/04/2026», con i dodici nomi
tolti e l'aggiunta «giorno di chiusura del mese mariano»; il testo di
guanciarossa.it, identico parola per parola, dodici nomi e «Don Osvaldo»
compresi; la serie dei parroci della parrocchia, che confermano ancora
l'assenza di un «Osvaldo». Il quaderno 150 di Polverari non riletto una
seconda volta per intero, solo verificato raggiungibile.
Nessuna correzione trovata. verifica: portata al 4 ottobre 2026.
guanciarossa.it/monteporzioportal/, portale locale su Monte Porzio, in calce «Copyright © 2005-2008»: https://www.guanciarossa.it/monteporzioportal/chiesa-via-roma.htm — letto il 1° settembre 2026, copia in sources/cache/. Non è una fonte primaria: è l'anello intermedio di una catena di copie che questo sito ha già smontato per il Pietrone, dove il portale ripubblica una relazione di scavo del 1879 datandola «ANNO 1870». Qui però è la versione più completa che esista in rete del racconto, e le parti che il Comune ha tolto sono quelle verificabili. Il testo si dichiara raccolto da «testimonianze di alcune persone anziane»: è tradizione orale, e in questa pagina è trattato come tale.sources/cache/. Carlo Tommassetti di Arcevia, pievano dal 1920 al 1943; Gualberto Paladini di Montemarciano dal 1944 al 1964; Irio Giuliani di Barbara dal 5 gennaio 1965. Nessun Osvaldo nella serie.sources/cache/q150-p118.png. Il caso è discusso in Un nome che attraversa il 1944.