Un verbale del 1911 e un inventario del 1918 elencano, con le date, le società di mutuo soccorso, le casse e le confraternite dei due paesi. Il primo dei due lo fa per litigare.
Ultima verifica: 28 settembre 2026.
Di quasi tutto il Novecento di questo paese, su questo sito, finora non c'era niente. Questa pagina copre un pezzo piccolo e preciso — gli anni fra il 1900 e il 1918 — e lo copre per una ragione che non è merito di nessuna ricerca: due documenti di quegli anni sono trascritti per esteso in appendice al libro di Alberto Polverari,[1] e tutti e due, per motivi opposti, si mettono a fare l'elenco delle associazioni del paese.
Il primo è un verbale del 25 marzo 1911, e fa quell'elenco per vincere una lite. Il secondo è un inventario parrocchiale del 1918, e lo fa per dovere d'ufficio.
Sono trascrizioni: Polverari riporta il testo, io riporto la sua trascrizione, e nessuno dei due originali l'ho visto. È la stessa condizione delle due notificazioni sulle fiere del 1763 e del 1862, ed è il grado migliore che questo libro offra — si legge il testo, non il riassunto di chi l'ha letto.
Sulla provenienza, però, i due stanno messi diversamente:
| 1911 | 1918 | |
|---|---|---|
| Che cos'è | verbale del Consiglio Direttivo del Circolo Cattolico S. Filippo Neri | inventario dei beni della chiesa parrocchiale di Monteporzio |
| Dove stava nel 1980 | «libro dei verbali conservato presso l'autore»[1] | non dichiarato dal libro |
| Chi lo scrive | il segretario Igino Guidi; firmato anche dal presidente e dal deputato ecclesiastico | «D. Giovanni Cesari Pievano» |
E qui va detta subito la cosa che conta più di tutte, perché è quella che un lettore veloce sbaglierebbe: i due documenti non sono due testimoni. Don Giovanni Cesari, pievano di Monteporzio, è il deputato ecclesiastico che nel 1911 propone la protesta ed è l'autore dell'inventario del 1918. Dove i due elenchi coincidono — e coincidono — non si sta guardando una conferma indipendente: si sta guardando la stessa persona che scrive due volte la stessa cosa a sette anni di distanza. Vale come prova di coerenza, non come riscontro.
Il Consiglio Direttivo del Circolo Cattolico S. Filippo Neri si riunisce a Monteporzio. Presenti sette persone, e il verbale le numera: Domenico Patrignani, Giovanni Guidi, Guido Guidi, Emilio Polverari, Nicola Sampaoli, Igino Guidi, don Giovanni Cesari.[1] Prima proposta: l'ammissione di due soci, Giacomo Venturi e Giovanni Pierpaoli, votata a scrutinio segreto, sette voti favorevoli e zero contrari ciascuno.
Due di quei sette nomi meritano una nota, aggiunta il 31 agosto 2026. Una nota dello stesso libro, rimandando a Grossi, dà Domenico Patrignani ed Emilio Polverari come i primi presidenti del Circolo:[1] alla riunione del 25 marzo 1911 sono presenti tutti e due. E Emilio Polverari era il padre di Alberto Polverari, l'autore del libro da cui questa pagina è tratta — era il primo organista della pieve, e l'identificazione, con le sue avvertenze, sta in Alberto Polverari. Chi trascrive questo verbale, sessantanove anni dopo, sta dunque trascrivendo una seduta in cui c'era suo padre. Il libro non lo dice.
Seconda proposta: il deputato ecclesiastico fa osservare che sul giornale castelvecchiese «La Pacca» è comparso un articolo che offende i cattolici monteporziesi «accusandoli di retrogradi, di nemici della vita moderna, della civiltà, del progresso». L'ordine del giorno, votato all'unanimità, protesta contro «un insensato giornalucolo Castelvecchiese La Pacca… e precisamente l'articolo "Il Clericalismo a Monteporzio" comparso nel N° 2 del 19 Marzo 1911».
Di quel giornale, su questo sito, c'era soltanto il nome. Adesso ce
ne sono il numero, la data e il titolo di un articolo: La Pacca, n. 2, 19
marzo 1911. Se una copia esiste da qualche parte, è così che la si cerca.
La cosa più utile del verbale, però, viene dalla replica di un consigliere. Giovanni Guidi approva la protesta e aggiunge che nello stesso verbale «si mettano per ordine cronologico le nostre istituzioni cattoliche di carattere economico-sociale», per far vedere che sono anteriori a quelle di Castelvecchio e che «le idee di vera democrazia cristiana sono uscite prima da noi».
Il segretario esegue. Ed è per questo che oggi esiste un elenco datato delle associazioni dei due paesi.
| Data | Istituzione |
|---|---|
| 8 settembre 1900 | Istituzione del Circolo S. Filippo Neri (undici iscritti alla prima adunanza)[2] |
| 18 settembre 1900 | Mutuo soccorso |
| 21 giugno 1903 | Fanfara Cattolica |
| 2 giugno 1904 | Oratorio festivo |
| 22 novembre 1907 | Banda Cattolica |
| 13 dicembre 1909 | Laboratorio femminile S. Eurosia |
| 30 ottobre 1910 | Cassa operaia S. Filippo Neri |
| 26 marzo 1911 | «si sta costituendo un mutuo soccorso e unione femminile "SS. Sacramento"» |
| Data | Istituzione |
|---|---|
| ottobre 1902 | Cassa rurale di S. Antonio di Padova |
| (senza data) | Cooperativa di consumo appolitica |
| 1905 | Circolo democratico |
| (senza data) | Fanfara |
| 1907 | Mutuo Soccorso |
| 1° gennaio 1910 | Mutuo soccorso femminile |
Tre osservazioni che stanno dentro il documento e non fuori.
La prima riga di Castelvecchio ha una nota. Alla Cassa rurale di S. Antonio di Padova — cioè all'unica istituzione castelvecchiese anteriore a tutte quelle monteporziesi tranne due — il verbale attacca una nota propria: «Una buona parte dei soci appartiene a Monteporzio». È il documento che si difende dal proprio elenco nel punto esatto in cui l'elenco gli dà torto.
L'ultima riga di Monteporzio è datata il giorno dopo la seduta. La riunione è del 25 marzo 1911, e l'ottava voce porta la data del 26. Trascrivo com'è scritto. Non so se sia un errore di penna, di stampa o di lettura ottica, né se la voce sia stata aggiunta al verbale il giorno seguente.
Le due liste non sono compilate con lo stesso metro. Quella di casa ha otto voci, sei delle quali con giorno e mese; quella dell'altro paese ne ha sei, due senza data e una col solo mese. Chi scrive conosce meglio le proprie cose — o le elenca meglio.
Le date qui sopra non vengono da un registro delle associazioni: vengono da un verbale redatto allo scopo dichiarato di dimostrare che le istituzioni di un paese vengono prima di quelle dell'altro. Chi scrive ha un interesse diretto nell'ordine cronologico che sta compilando.
Questo non le rende false — un'associazione fondata nel 1900 non si può retrodatare davanti a chi c'era, e l'elenco fu letto e approvato da sette persone del posto. Ma per quel che ne so oggi, nessuna di queste date è confermata da una seconda fonte, e la lista di Castelvecchio è un elenco scritto da avversari. Le do per quello che sono: ciò che i cattolici di Monteporzio dichiararono pubblicamente il 25 marzo 1911.
Il posto dove si controllerebbero è l'archivio della Prefettura di Pesaro o quello del Tribunale, dove statuti e società di mutuo soccorso si registravano.
Sette anni dopo, lo stesso don Cesari compila l'inventario della chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo, e l'articolo 6 elenca le confraternite.[1] Ne esce una serie molto più lunga, che va dal Cinquecento al 1911:
| Fondazione | Sodalizio | Che cosa dice il documento |
|---|---|---|
| 21 giugno 1582 | Confraternita del SS.mo Sacramento | concessa per bolla pontificia «ad istanza del Conte Camillo di Montevecchio»; statuto approvato dal vescovo di Senigallia Domenico Lucciardi il 6 agosto 1852 |
| prima del 1715 | Confraternita del SS.mo Rosario | soppressa nel 1787, ricostituita il 24 settembre 1888 |
| febbraio 1897 | Aggregazione della Sacra Famiglia | «circa 800 ascritti» che pagano L. 0,10 all'anno |
| 6 aprile 1900 | Confraternita di Maria SS.ma Addolorata | retta da una priora; «il distintivo è un vestito a lutto» |
| 25 marzo 1909 | Comunione riparatrice | diretta dalla presidente dell'Unione Femminile; «non ha né Statuto, né Regolamento» |
| 30 ottobre 1910 | Cassa Operaia «S. Filippo Neri» | «lo scopo di essa è di combattere lo Strozzinaggio: riceve depositi e fa prestiti ai Soci» |
| 8 dicembre 1911 | Unione Femminile «SS.mo Sacramento» | ha anche «lo scopo di beneficienza» |
Due incroci fra i due documenti, e sono l'unica cosa che qui si può controllare.
La Cassa Operaia S. Filippo Neri porta la stessa data — 30 ottobre 1910 — in tutti e due. E l'Unione Femminile SS.mo Sacramento, che nel marzo 1911 il verbale dà come «si sta costituendo», nell'inventario risulta istituita l'8 dicembre 1911: i due testi si tengono, a nove mesi di distanza. Resta però quello che è scritto sopra — stessa mano, non due testimoni.
Sulla Confraternita del SS.mo Rosario l'inventario conserva la ragione di una soppressione, e vale trascriverla: il cardinale Bernardino Honorati la sciolse con decreto del 26 febbraio 1787 perché «non v'era chi dirigesse la Confraternita se non due donne con titolo di Priore: nelle adunanze non vi era la pace, non vi era ordine e regolare condotta». Nel 1715 quella confraternita contava «20 Fratelli e 60 Sorelle».
L'inventario è anche un documento di lavoro non finito: dove il pievano dovrebbe scrivere il deposito della Cassa Operaia, il testo stampa «Oggi ha un deposito di L. ….», e dove dovrebbe contare i fratelli del Rosario scrive «ha raggiunto il N. di fratelli di cappa e il N. di fratelli e sorelle di devozione». Gli spazi in bianco sono rimasti in bianco. Le cifre che servirebbero — quanti soci, quanti soldi — sono esattamente quelle che mancano.
La Cassa Operaia del 1910 nasce per «combattere lo Strozzinaggio». Non era la prima istituzione del paese a fare quel mestiere: prima dei soldi c'era il grano, e lo stesso inventario dedica un articolo ai monti frumentari.[1]
Il meccanismo, in una riga del documento: il grano «doveva essere prestato ai poveri durante l'inverno, e questi dovevano restituirlo nell'estate con un piccolo compenso».
Il monte frumentario della Confraternita del SS.mo Sacramento nasce da un lascito del conte Camillo di Montevecchio Filippino: con rogito del 6 ottobre 1707 lascia dieci rubbia di grano da prelevare dal suo terreno «vocabolo Caruparsiccio» subito dopo la sua morte, avvenuta nel 1711 — ma per una lite con il conte Francesco la confraternita non ebbe quel grano che alla fine del 1720. Cresceva in due modi: il compenso dei poveri che restituivano, e una coppa di grano che spettava alla confraternita ogni volta che accompagnava il funerale di un non confratello, purché i confratelli fossero almeno diciotto.
L'altro monte frumentario, quello della Confraternita del SS.mo Rosario, «non si sa come abbia avuto origine»; l'inventario del pievano Benedetto Sampaoli, in data 30 marzo 1715, racconta che i conti di Montevecchio in tempo di carestia cedevano il grano ai poveri d'inverno perché lo restituissero d'estate.
Il 26 febbraio 1787 il cardinale Honorati li fonde in uno solo, di 25 rubbia, amministrato dalla Confraternita del SS.mo Sacramento, e ordina che il ricavato del resto — scudi 31,95 — sia versato all'Episcopio. Nel 1867, in forza della legge di quell'anno, il monte frumentario passa tutto al presidente della Congregazione della Carità di Monteporzio: da istituzione di confraternita a istituzione civile. Che cosa fosse quella Congregazione, quanto durò e che altro amministrava (compreso un lascito di un marchese Latoni diverso dall'asilo raccontato più sotto) è in La Congregazione di carità e il Lascito Latoni, da una scheda SIUSA che cita le stesse due pagine di Polverari appena citate qui.
L'inventario dà tre cifre sullo stesso momento — l'inizio del 1787 — e non stanno insieme:
| grano | |
|---|---|
| Monte frumentario del SS.mo Sacramento | some 22, coppe 6, provende 3 |
| Monte frumentario del SS.mo Rosario | some 23, coppe 4, provende 3 |
| «Tutti e due avevano» | some 41, coppe 6, provende 2 |
I due addendi da soli fanno 45 some, più dieci coppe e sei provende. Non so quante coppe stiano in una soma né quante provende in una coppa — sono misure locali di capacità e non ho trovato la tavola di ragguaglio — ma la conversione qui non serve: se coppe e provende sono sottomultipli della soma, la somma non può in nessun caso scendere sotto 45 some, e il totale scritto ne dichiara 41. Mancano all'incirca quattro some, cioè quasi un decimo del tutto.
Tre spiegazioni possibili, e non so sceglierne una: il totale può riferirsi a un momento diverso dai due parziali (il decreto è del 26 febbraio, i parziali sono detti «al principio dell'anno»); il pievano del 1918 può aver copiato male da carte più antiche; o una cifra può essersi rotta nel passaggio a stampa e poi in lettura ottica — nel testo digitale della ristampa si leggono errori evidenti di quel tipo («Pesare» per Pesaro, «dirczione» per direzione).
Il controllo vero è sulla pagina stampata, p. 192 del quaderno, e su chi abbia in mano l'inventario originale.
Aggiunto il 20 agosto 2026, e sposta in avanti di sette anni il limite di questa pagina. Il racconto viene dal libretto del santuario del 2000, che è fonte tarda e dichiaratamente derivata,[3] ma che qui riferisce cose di cui altrove non ho traccia.
27 febbraio 1918: arrivano le Suore Francescane. Non ci vengono mandate: ci arrivano perché la guerra le ha cacciate da casa. Sono sfollate da Solagna di Vicenza — cioè dal fronte, dopo Caporetto — e giungono a Monte Porzio da Padova. Vivono i primi tre mesi al secondo piano del Municipio. Poi la contessa Maria Luisa di Montevecchio Flajani chiede al cugino, il duca Astorri, un appartamento nel palazzo attiguo, «che fu subito ceduto con tutte le suppellettili necessarie».[3]
Quello che fanno, secondo la stessa fonte, è un elenco lungo — e quante fossero non è detto: catechismo giornaliero ai fanciulli, oratorio festivo e doposcuola nella sala parrocchiale, «la rinomata scuola di cucito e ricamo nel palazzo ducale», l'asilo infantile, la visita ai malati e la cura della chiesa parrocchiale.[3]
Vale la pena vedere che cosa fa questa notizia agli elenchi del 1911 stampati più sopra. L'oratorio festivo c'era già, fondato il 2 giugno 1904; il Laboratorio femminile S. Eurosia era del 13 dicembre 1909. Sette e nove anni dopo, quelle stesse attività risultano in mano a un ordine religioso arrivato da fuori per caso di guerra. Se sia una continuazione o una ripartenza, la fonte non lo dice — e io non lo deduco: dice solo che nel 1918 le facevano loro.
1925: l'asilo di viale Canti. L'amministratore del marchese Latoni, il signor Cesare Canuti, ottiene «per l'asilo e l'abitazione delle suore la fabbricazione di un bell'edificio in viale Canti», che
«viene costruito e donato al Comune dalla marchesa Eleonora Ricci ved. Latoni nel 1925, in memoria dei figli Luigi e Agnese, morti in giovane età.»[3]
È l'unico caso, su questa pagina, di un'istituzione del paese che nasce per lutto privato di una famiglia nobile e diventa proprietà del Comune — non un mutuo soccorso di operai, non una confraternita, non una cassa. I Latoni questo sito li conosce da un'altra parte: il marchese Orazio Latoni fu sindaco di Monteporzio e morì in paese nel novembre 1888, e sua figlia Maddalena sposò un Ginevri — sta nella pagina sulla chiesuola dei conti, che ne cita la fonte.
Il rapporto con la marchesa Eleonora, chiuso rileggendo una pagina già scritta. Non serviva una fonte nuova: la pagina sul generale di Montevecchio e quella sulle scuole danno già, dalla stessa nota di Polverari, i tre figli del marchese Luigi Latoni e di Maddalena di Montevecchio — Orazio (il sindaco appena nominato), monsignor Francesco (vescovo di Senigallia) e Giuseppe. È a Giuseppe che quella nota dà per moglie un'Eleonora, e alla loro figlia Agnese attribuisce il nome dell'asilo[4] — la stessa Agnese «morta in giovane età» per cui l'atto notarile del 1925 dice che la marchesa Eleonora fece costruire l'edificio. La marchesa Eleonora non era dunque né moglie né nuora di Orazio, ma cognata: sposa di suo fratello Giuseppe.
Tutte e tre le cose si chiudono meglio in paese che in archivio: l'edificio dell'asilo del 1925 dovrebbe essere ancora lì, e un edificio donato al Comune lascia una delibera.
Aggiornamento del 1° settembre 2026: due su tre sono chiuse, e non da una delibera. Il sito della parrocchia pubblica un racconto più lungo dello stesso episodio, firmato «Sr. Renata» e scritto per il novantesimo del 2008, che cita per esteso la cronaca del convento;[5] e in fondo alla pagina mette la fotografia della copertina del contratto.[6] Il duca è Astorre — così lo scrive la copertina dell'atto, di suo pugno fra i contraenti —, e il viale è Cante, non «Canti». Resta aperta la terza: la congregazione esatta delle suore e fino a quando siano rimaste. Il racconto del 2008 le chiama «povere figlie di San Francesco» e «nostre suore», ma la sigla dell'istituto non la scrive.
Secondo aggiornamento del 1° settembre 2026: la congregazione ha un nome, e viene da un libro del 1961 che la parrocchia tiene sul proprio sito. Nella stessa sezione del sito c'è una pagina di due righe, Centenario delle Suore Francescane, che dice: «Primo centenario di fondazione delle Suore Francescane Missionarie del Sacro Cuore 21 aprile 1861-1961 S. Maria degli Angeli - Gemona». Sotto, un link che nessuna sitemap segnala porta al volume commemorativo del centenario, 119 pagine, stampato nel 1961 con nulla osta e imprimatur diocesani del 17 marzo 1961.[7]
Che cosa è provato e che cosa no. È provato che congregazione sia quella: le Francescane Missionarie del Sacro Cuore, fondate il 21 aprile 1861 presso la chiesina di S. Maria degli Angeli a Gemona, in Friuli. Che siano queste le suore arrivate a Monteporzio nel 1918 è invece una deduzione mia, e poggia su tre cose che si tengono: la parrocchia pubblica quel libro nella propria sezione sulle suore del paese; la cronaca del 2008 le chiama «figlie di San Francesco»; e soprattutto la geografia della fuga torna. Un istituto nato e radicato in Friuli, e delle religiose che nel febbraio 1918 arrivano nelle Marche come «profughe di guerra» dopo essere state «sfollate da Solagna di Vicenza»: è il percorso di chi scappa dall'invasione seguita a Caporetto (ottobre-novembre 1917). Nessuna fonte scrive questa frase; la scrivo io, e la lascio qui, in chiaro, come ipotesi.
Il libro non nomina Monte Porzio, almeno non nelle pagine che ho potuto leggere. È di 118 pagine senza strato di testo, e l'ho sfogliato a immagine: dalla pagina 57 elenca le case dell'istituto una provincia religiosa alla volta (Americana, Orientale, Veneta di S. Maria degli Angeli con sede a Gemona del Friuli, Romana di Maria SS. Immacolata con sede in via Tor de' Schiavi a Roma, Francese, delegazione del Cile). Quello che la sezione romana dice, e che riguarda anche questo paese, è una riga sola: «La Provincia si estende nell'Agro Pontino, nell'Umbria, nella Toscana, nelle Marche con le sue Scuole Materne e le sue attività parrocchiali».[7] Nel 1961, dunque, l'istituto teneva scuole materne nelle Marche; che una di quelle fosse l'asilo Latoni di Monteporzio è verosimile e non è scritto lì. Resta aperto anche fino a quando le suore siano rimaste.
Le due cose non hanno lo stesso peso e vanno tenute separate.
La copertina del contratto è un documento. Quattro campi a stampa riempiti a penna: repertorio n. 7349, data dell'atto 20 agosto 1925, contratto «Fondazione Asilo di Infanzia "Luigi ed Agnese Latoni" in Monteporzio», contraenti la marchesa Eleonora Ricci ved. Latoni, Sua Ecc. Duca Astorre di Montevecchio e il Comune di Monteporzio, rogito del notaio Luigi Bruschi di Pergola.[6] È la prima volta che questo cantiere vede un atto in cui il Comune, un duca e una marchesa sono seduti allo stesso tavolo. La lettura per esteso delle cinque condizioni della donazione, e la divergenza fra questa data e il «19 gennaio 1926» che il testo parrocchiale le mette accanto, stanno nella pagina sulle scuole, dove l'asilo è un edificio ancora in funzione.
La cronaca è un racconto, e va letto come tale: è la memoria di una comunità religiosa su se stessa, scritta da chi c'era e ricopiata da chi è venuta dopo. Ma dice cose che nessun'altra fonte qui dice, e le dice in prima persona:
«Giungemmo a Monte Porzio nel mattino del 27 febbraio 1918 [...] Fummo subito circondate da alcuni fanciulli i quali si misero a gridare: Le suorine… le suorine! Dalla finestra di una casa ci vide una signora che ci chiese gentilmente dove eravamo dirette. Era la signora Morici, moglie del Sindaco. Quando seppe che eravamo profughe di guerra [...] diede ordine ai fanciulli di trasportare i nostri poveri bagagli al Municipio.»[5]
Della cronaca escono quattro nomi e un dettaglio che valgono per il paese più che per il convento. La signora Morici, moglie del sindaco — e chi fosse sindaco di Monteporzio nel febbraio 1918 questo sito lo tiene in un'altra pagina. Il vescovo di Senigallia mons. Tito Maria Cucchi, che viene di persona a celebrare nella cappellina gentilizia del palazzo ducale e a concedere la conservazione del Santissimo. Cesare Canuti, amministratore del marchese Latoni, che è l'uomo che ottiene l'edificio — la cronaca lo chiama «benemerito», il libretto del 2000 gli dà lo stesso ruolo. E la «Costarina», che è il nome della salita che sr. Alice faceva ogni giorno «su e giù» per raggiungere l'asilo: un microtoponimo che non è nello stradario comunale, detto di passaggio in una cronaca di convento.
Aggiunto il 2 settembre 2026. Prima di allora questa pagina si fermava al 1918 e dichiarava, qui sotto, di non sapere che cosa fosse rimasto di queste associazioni. Di una si può rispondere.
Il 29 ottobre 2016 la parrocchia pubblica una pagina intitolata «Confraternita del SS. Sacramento».[8] È in due parti: una Storia, e sotto l'elenco dei confratelli iscritti — un elenco di trentadue nomi, con due cariche indicate accanto al nome, un Governatore e un Segretario-Tesoriere. Non riporto qui i nomi: sono persone private e viventi, e il fatto che conta è che l'elenco esista e sia lungo trentadue.
Dunque il sodalizio fondato per bolla il 21 giugno 1582 era in attività nel 2016, con una struttura di cariche e una lista di iscritti: quattrocentotrentaquattro anni. E c'è un secondo riscontro, che questo sito aveva già senza saperlo di che cosa fosse: nel 2017 «la Confraternita del SS. Sacramento» dona alla chiesuola dei conti una tela di Elisa Berardinelli, copia da Murillo. Un ente che dona un quadro l'anno dopo è un ente vivo.
Che cosa aggiunge la Storia di quella pagina, e che cosa no. Il testo non è nuovo: è l'articolo 6 dell'inventario del 1918, quasi parola per parola. Ma proprio per questo serve a due cose.
La prima: dà dettagli che la tabella qui sopra non aveva. La Confraternita possedeva un censo di 15 scudi, restituito dal debitore e incluso nella rendita degli esercizi prima del 1845, e una casa a Monteporzio, venduta all'asta pubblica a Domenico Casagrande — rogito di Ruggero Pasqualucci di Fano, 28 agosto 1916 — per lire 556,20, somma con cui si comprò una cartella del Debito Pubblico. In cambio della rendita, gli obblighi: le spese del Cappellone della chiesa e dell'Altare Maggiore, e mantenere e rifare «piviali, veli omerali, ostensori, ombrellini e tutto l'occorrente per portare il Viatico». La bolla del 1582 la erige all'altare del SS.mo Crocifisso, «dove oggi si venera la Madonna della Misericordia»: il legame con il Crocifisso è nell'atto di fondazione.
La seconda: è una trascrizione fatta da altri, e questo si può usare come controllo. Vedi le due note qui sotto.
Il quaderno stampa che la bolla pontificia «in carta pecora» è «esistente nella Sacrestia della Parrocchia». La pagina della parrocchia, che ricopia la stessa frase, scrive «esistente nella Sacrestia della Chiesa dell'Assunta (Chiesola)». Tutto il resto del periodo è identico.
Non scelgo. Le possibilità sono due e opposte: o chi trascriveva nel 2016 ha precisato — perché sa dove sta la pergamena, essendo la parrocchia a custodirla —, oppure ha aggiunto una localizzazione plausibile che nel documento non c'era. La seconda è tecnicamente un'alterazione della fonte; la prima è la cosa che un archivio locale sa meglio di chiunque. Registro la divergenza e la lascio aperta: si chiude solo domandando dove sia oggi quella pergamena.
Fra le tre spiegazioni che avevo elencato per le quattro some mancanti, la terza era che una cifra si fosse rotta nel passaggio a stampa e poi in lettura ottica del PDF che ho io. Quella spiegazione cade, almeno in parte. La pagina della parrocchia del 2016 trascrive lo stesso articolo senza passare dal mio PDF, e stampa le stesse due cifre: «some 22, coppe 6, provende 3» per il Sacramento e «Tutti e due avevano grano some 41, coppe 6, provende 2».
Attenzione a quanto vale. Non è un secondo testimone del fatto — è sempre l'inventario del 1918 — ma è un secondo testimone del testo, e indipendente dal mio strumento di lettura. Vale per le due cifre che riporta; della terza («some 23, coppe 4, provende 3» per il Rosario) quella pagina non parla, perché tratta solo il Sacramento. Restano in piedi le altre due spiegazioni: il totale può riferirsi a un momento diverso dai parziali, o il pievano può aver copiato male da carte più antiche. L'errore, comunque, è nel documento e non nel mio modo di leggerlo.
(Aggiunto il 28 settembre 2026.) Fra le istituzioni castelvecchiesi dell'elenco del 1911 qui sopra c'è, senza data, una «Cooperativa di consumo appolitica». Cercando «Castelvecchio» nel catalogo archivistico Memorie di Marca (lo stesso usato per il fascicolo del PCI del 1975) è comparso un fascicolo del tutto diverso, di un altro archivio conservatore — la CGIL di Pesaro e Urbino, non il PCI — intitolato «Ufficio contratti e vertenze» (1955-1956). Il sottofascicolo 02 descrive, fra circolari sindacali su tutt'altri settori (commercio, trasporti, panificazione), una riga sola su Castelvecchio:
«Contratto integrativo provinciale di lavoro [1956]; vertenza Cooperativa di consumo di Castelvecchio di Monteporzio (mar. 1956).»[9]
Nient'altro: non si sa che cosa si contendesse, chi fossero le parti, come finì. Ma il nome «Cooperativa di consumo di Castelvecchio di Monteporzio» — quasi identico a quello del 1911 — compare qui in un archivio indipendente, quarantacinque anni dopo il verbale del Circolo S. Filippo Neri, dentro un fascicolo sulle vertenze sindacali della provincia di marzo 1956.
Resta comunque la prima traccia, su questo sito, di una qualunque delle istituzioni castelvecchiesi del 1911 oltre il 1918 — la domanda che la sezione qui sotto pone esplicitamente da settimane.
Questa pagina fa parte del gruppo di riverifica dell'11 settembre 2026. Controllo mirato, non una rilettura integrale: le sole fonti web viventi citate in nota, non i documenti a stampa già letti per intero e in cache (il quaderno 150 di Polverari, il PDF del Santuario del SS. Crocifisso e il volume commemorativo del centenario delle Suore Francescane, tutti senza ragione di mutare).
Sette indirizzi web riprovati oggi: le tre pagine del sito della parrocchia (L'arrivo delle suore a Monte Porzio, nota [5]; Centenario delle Suore Francescane, nota [7]; Confraternita del SS. Sacramento, nota [8]), la fotografia della copertina del contratto (nota [6]) e i due PDF collegati (il libretto del Santuario, nota [3], e il volume del centenario, nota [7]). Tutti e sette raggiungibili, tutti con codice 200.
Le tre pagine HTML della parrocchia rilette per intero con mirar texto e
confrontate parola per parola con quanto già trascritto: identiche. La
lunga citazione della cronaca di Sr. Alice («Giungemmo a Monte Porzio nel
mattino del 27 febbraio 1918...diede ordine ai fanciulli di trasportare i
nostri poveri bagagli al Municipio») è ancora quella, virgola per virgola. La
riga del centenario («Primo centenario di fondazione delle Suore Francescane
Missionarie del Sacro Cuore 21 aprile 1861-1961 S. Maria degli Angeli -
Gemona») è invariata. Sulla pagina della Confraternita, ricontrollato anche
l'elenco dei confratelli: ancora trentadue nomi (contati di nuovo uno
per uno, senza riportarli — restano persone private e viventi, come già
dichiarato in nota), coerente con quanto scritto in pagina. Nessuna
correzione trovata.
gs -r170) il 11 settembre 2026 per verificare il testo estratto: «Da Eleonora (Baviera), moglie di Giuseppe, e dalla loro figlia Agnese prende nome l'asilo di Monteporzio» è confermato carattere per carattere. Stessa nota già usata in Chi era Agnese Latoni e in Il generale di Montevecchio.gs a 110 dpi, poi lettura delle pagine rese). Al 1° settembre 2026 ne ho lette cinque pagine su 118: è fonte interna alla congregazione e celebrativa, e va usata per quello che dichiara di sé.mirar dom. Copia in sources/cache/memoriedimarca/ufficio-contratti-vertenze-1955-1956.txt.