Tre anni di lettere fra il sindaco, una ditta di Novara, il prefetto di Pesaro e la Giunta provinciale, per comprare due orologi da torre — uno per Monteporzio, uno per Castelvecchio — che il Comune voleva e la tutela provinciale, due volte, ha provato a fermare.
Ultima verifica: 5 ottobre 2026.
Fra il settembre 1900 e il luglio 1903 il Comune di Monteporzio prova a comprare due orologi da torre — uno per il centro, l'altro per la frazione di Castelvecchio — e ci mette quasi tre anni, due bocciature del prefetto e uno scambio di lettere con almeno quattro ditte diverse. La vicenda è raccontata per intero, con le lettere trascritte, nel quaderno Il tempo di Monteporzio (2010), che la trae dall'archivio comunale.[1] Non è mai stata pubblicata altrove su questo sito.
Nel settembre 1900 il sindaco Annibale Pinzani — la stessa persona che compare nella lista dei sindaci come sindaco 1890-1902[2] — scrive a due ditte di Torino, la Granaglia (che si presenta come «fabbrica nazionale di grossa orologeria e meccanica di precisione») e la Alberto Rocca, per comprare «due orologi da torre, uno pel centro principale, l'altro per la frazione di Castelvecchio». Rocca risponde di non costruire meccanismi da torre; Granaglia chiede dettagli.[1]
Pinzani si informa anche presso il sindaco di Serra de' Conti, che aveva comprato un orologio dalla stessa Granaglia: in funzione da ventisette anni, costato 6.000 lire a rate, manutenzione compresa.[1]
Un dettaglio che la corrispondenza chiarisce da sé: a Monteporzio e a Castelvecchio un orologio da torre c'era già, anzi due, ma «entrambi con qualche problema di funzionamento» — lo dice Gioacchino Luzi, «orologgiaro» di Corinaldo, interpellato lo stesso settembre e autore di un preventivo di 117 lire per ripararli. Il Comune sceglie di non ripararli e di comprarne di nuovi.[1]
Nel dicembre 1900 si fa avanti la ditta Campazzi di Novara, con uno stampato pubblicitario che il quaderno cita per intero: «il tempo è moneta, della quale conoscesi l'importanza».[1] Nell'agosto 1901, dopo una delibera del Consiglio comunale, Campazzi presenta un progetto con le specifiche tecniche — «scappamento a chevilles, vis du rappel, ruote in ottone e in bronzo, pignoni in finissimo acciaio» — a 1.800 lire per la versione base di ciascun orologio; con 250 lire in più si aggiunge un meccanismo che suona anche il mezzogiorno e la mezzanotte con cento colpi; con un quadrante più grande, il totale sale a 2.500 lire a orologio (2.400, «visto che sono due»), pagabili in quattro rate annuali. Garanzia: un anno.[1]
Qui comincia il braccio di ferro con la tutela provinciale, che dura un anno e mezzo:
In aprile Campazzi presenta un nuovo progetto dettagliato. Il Comune chiede anche un preventivo all'Officina Galileo di Firenze, che offre due macchine d'occasione — una «splendida per disegno ed esecuzione», costruita per un'esposizione, del valore «non meno di 3.000 lire» — ma che battono solo le ore e le mezze, non i quarti. Monteporzio vuole i quarti, e sceglie Campazzi: dopo un ulteriore scambio sulle modalità di pagamento di 4.000 lire complessive (1.900 alla consegna, il resto a rate), l'8 maggio arriva una nuova delibera del Consiglio, approvata una seconda volta dal prefetto l'8 giugno con lo stesso contenuto — cinque rate annuali di 420 lire ciascuna. Il 30 novembre 1902 Giovanni Campazzi scrive che «la costruzione degli orologi da torre è già ben avviata e procede perfettamente», e resta in attesa di conoscere il diametro dei quadranti.[1]
Gli orologi vengono consegnati mercoledì 20 maggio 1903, come attesta il verbale trascritto nel quaderno. Per il Comune è presente l'assessore Giuseppe Montanari, facente funzioni del sindaco — un nome che non compare altrove nella lista degli amministratori di questo sito;[2] per Campazzi, Raimondo Borea, definito «uomo di fiducia del titolare» e «viaggiatore da noi inviato per eseguire il collocamento degli orologi». Lo stesso giorno l'assessore Montanari scrive a Borea, a nome del sindaco, per manifestargli «illimitata stima e apprezzamento per la non comune capacità nell'arte che con tanto onore ed onestà esercita».[1]
Non finisce lì. Il 22 luglio 1903 — a orologi ormai installati e funzionanti — il prefetto scrive di nuovo per dire che la delibera non potrà essere approvata, perché la legge vieta il pagamento di mandati provvisori, e aggiunge un'obiezione di merito: «non sembra conveniente lo stornare i fondi destinati alla costruzione di una latrina, opera igienica veramente necessaria, per collocare due orologi da torre».[1] Il quaderno non dice come si sia chiusa questa ultima obiezione: è l'ultima lettera che trascrive.
Il quaderno chiude la vicenda con una nota di conversione, che riporto senza elaborarla: per il 1903 le tabelle ISTAT indicano un coefficiente di rivalutazione della lira di 7.731 rispetto al 2008.[1] Non la uso per calcolare una cifra in euro di oggi: il coefficiente è fermo al 2008, e un conto ulteriore sarebbe un'elaborazione mia, non la fonte.
Questa pagina non risolve quella domanda, e non deve: sono due fonti diverse,
lette in momenti diversi, e non è compito di chi scrive scegliere fra loro
(regola 8). Ma la domanda va posta. Se il «centro principale» del 1900-1903 è
la stessa torre del vecchio municipio — la lettera del sindaco parla di un
orologio comunale, ed è quello il solo che questo sito conosca — allora il
meccanismo consegnato il 20 maggio 1903 era della ditta Campazzi di
Novara, non della ditta Trebino. Le possibilità, nessuna delle quali questo
sito può scegliere senza un documento in più: il meccanismo o il quadrante
del 1903 sono stati sostituiti in un momento successivo, non datato; oppure
il «centro principale» del 1900-1903 non è la stessa torre della facciata
municipale, e l'orologio Campazzi è altrove o non esiste più; oppure Campazzi
comprava quadranti da altre ditte, compresa eventualmente Trebino, e li
montava sul proprio meccanismo — una pratica non documentata qui, solo
ipotizzabile. Resta un punto aperto, registrato anche in
memory/domande-aperte.md.
Questa pagina si basa su una sola fonte: il PDF del quaderno «Il tempo di Monteporzio» (2010), già scaricato, letto per intero e messo in cache il 10 settembre 2026. È un documento storico chiuso — trascrizione di corrispondenza d'archivio del 1900-1903 — che non ha ragione di cambiare. Controllata oggi la sola raggiungibilità del PDF sul sito del Consiglio regionale delle Marche: 200, raggiungibile, stesso URL già citato in nota. Non riletto per intero una seconda volta: sarebbe una ripetizione del lavoro già fatto su una fonte statica, non una verifica di qualcosa che possa essere mutato.[3]
Nessuna correzione.
Fonte unica, lo stesso quaderno 98: controllata di nuovo solo la
raggiungibilità del PDF (curl -I, 200), non riletto per intero una terza
volta per lo stesso motivo del 25 settembre — è una trascrizione d'archivio
chiusa, non un contenuto che possa cambiare. Nessuna correzione.
Nota del 26 settembre 2026: la copia in sources/cache/ era tronca
(212 delle 361 pagine reali del volume, scoperto verificando
amministratori.md);
sostituita oggi con il file completo. Le pp. 118-126/114-122 usate qui
sono comunque dentro l'intervallo già letto: nessuna correzione a questa
pagina.
strumenti/pdf-testo.py (zero codici senza mappa). La vicenda dei due orologi è alle pp. 118-126 della numerazione a stampa (pp. 114-122 del PDF) ed è firmata, alla fine, «Maurizio Toccaceli» — un terzo nome, diverso dai due autori principali del volume, che il quaderno non presenta altrove: chi sia, questo sito non lo sa. Copia in sources/cache/quaderno-98-tempo-monteporzio-1857-1948.*. È una fonte secondaria, del 2010, che trascrive corrispondenza d'archivio del Comune; il quaderno stesso avverte di essere «poche note esplicative» e non un testo di storia — un materiale «per servire alla storia di Monte Porzio», non un'interpretazione.curl -I sull'URL già citato del PDF (.../quaderni/pdf/98.pdf) — 200. Il documento non è stato riletto una seconda volta: è una trascrizione d'archivio del 2010, già letta per intero il 10 settembre 2026, di un procedimento chiuso da oltre un secolo.