← Custode

Un vaso greco trovato a Monteporzio, e i Galli che qui non hanno lasciato nulla

Un frammento di selce raccolto nel 1951 e un cratere greco a figure rosse scavato in un sepolcro sul finire dell'Ottocento sono, per ora, tutto quello che si sa di Monteporzio prima dei Romani. Dei Galli Senoni, che hanno dato il nome a mezza costa marchigiana, il libro che li racconta dice esplicitamente che dal territorio del comune non viene segnalato nulla.

Ultima verifica: 3 ottobre 2026.

Monte Porzio (PU), non Monte Porzio Catone (RM). Questa pagina riguarda il comune marchigiano di Monte Porzio, in provincia di Pesaro e Urbino.

Prima della pieve del Duecento, prima dei conti, prima ancora dei Romani, la fonte che questo sito segue per la storia locale — Alberto Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia — dedica due capitoli brevi a chi abitò questa valle nell'età della pietra e nell'età del ferro: «Gli aborigeni pregallici» (capitolo II) e «I Galli Senoni» (capitolo III). Sono capitoli di sintesi, appoggiati quasi per intero su un'opera altrui — uno studio di un certo Giorgi, mai citato per esteso — e su due volumi dello stesso Polverari sulla storia di Senigallia.[1] Restano, in mezzo a notizie generali sulla valle del Cesano, due fatti che riguardano esplicitamente Monteporzio, e un'assenza dichiarata.

Il frammento di selce del 1951

Nel 1951 «il dottor Giorgi ha raccolto a Monteporzio un "grosso frammento di un nucleo siliceo color carne e tavoletta di amigdaloide"»: un manufatto in selce, di tipo che il testo non specifica oltre la citazione fra virgolette, conservato — secondo Polverari — nel Museo di San Lorenzo in Campo.[2] È l'unico reperto dell'età della pietra che il capitolo collochi dentro il territorio comunale con un nome, una data e un luogo di raccolta.

Il resto del paragrafo descrive materiale trovato non a Monteporzio ma nella vallata del Cesano in generale: manufatti bifacciali di tipo acheuleano sul greto del fiume Nevola presso San Lorenzo in Campo, e il fossile di un megacero d'Irlanda scoperto «nella valle del Cesano presso Miralbello» — una località che altre pagine di questo sito collegano ai conti di Montevecchio, ma che il capitolo non colloca dentro il confine comunale.[2]

A Ripabianca di Monterado, che il capitolo dice esplicitamente «ai confini del comune di Monteporzio», la Soprintendenza alle Antichità delle Marche esplorò nel 1962 una stazione neolitica considerata fra le più importanti della regione — una capanna di otto metri, materiale del V millennio a.C. datato al radiocarbonio (6210 o 6140 anni fa circa), oggi al Museo Nazionale di Ancona.[2] È un sito al confine, non dentro il comune: la frase di Polverari lo colloca esplicitamente a Ripabianca, frazione di Monterado (oggi Trecastelli), e la cautela vale perché «ai confini» è un'espressione di prossimità, non un'attribuzione territoriale.

Il vaso attico, e una lettera del 1952

Il fatto più preciso di tutto il capitolo riguarda ancora Monteporzio, ed è un vaso greco. Polverari scrive: «nel nostro territorio di Monteporzio venne rinvenuto il reperto, forse il più interessante della vallata relativamente a questa civiltà del ferro: il grande vaso attico».[3]

Ne dà notizia una lettera del 16 ottobre 1952, indirizzata a un dottor (Cello) Giorgi dal Soprintendente alle Antichità per le Marche Giovanni Annibaldi, che accludeva due lucidi del disegno. Polverari la cita per intero in nota:

«del disegno sommario, riguardante le figurazioni del cratere a colonnette che si conservava nel secolo scorso in casa dei Duchi di Montevecchio a Fano e che si era rinvenuto in un tenimento della stessa famiglia a Monteporzio dentro un sepolcro con altre suppellettili. L'altezza del vaso è di m. 0,45».[3]

Tre cose, messe insieme: il vaso — un cratere a colonnette a figure rosse, alto 45 cm, datato dalla stessa fonte alla prima metà del V secolo a.C. — fu scavato in un sepolcro su un terreno di Monteporzio appartenuto ai conti di Montevecchio, e in seguito si trovava «nel secolo scorso» (cioè nell'Ottocento) in casa della stessa famiglia a Fano. È lo stesso casato che tre secoli prima aveva retto Monteporzio in feudo — la coincidenza è nel testo, non un'aggiunta di questa pagina, e Polverari non la commenta oltre. Non è chiaro da questo estratto quando il ritrovamento avvenne: la lettera del 1952 riferisce di un pezzo «che si conservava nel secolo scorso», cioè lo scavo è anteriore, non databile con questa sola fonte.

Un'incongruenza nella nota, non sciolta. La nota che riporta la lettera per intero comincia citando un'opera indicata come «GIORGI, pp. 102-103 e fig. 11», ma la frase seguente attribuisce lo stesso passo, alle stesse pagine, a «il Grazzi»: «Così riferisce il Grazzi a pp. 102-103», e più oltre «Lo stesso Grazzi aggiunge...».[3] Il nome cambia da Giorgi a Grazzi nello spazio di una riga, sulle stesse pagine dello stesso rimando. Potrebbe essere un refuso del volume del 1980 (i due cognomi differiscono per una sola lettera), o due persone diverse legate allo stesso lavoro — un curatore e un collaboratore, per esempio. Da questo estratto non si può decidere quale delle due, e la pagina lo dichiara invece di scegliere in silenzio.

I Galli Senoni: un'assenza dichiarata

Il capitolo III prende il nome dal popolo che diede il nome all'Agro Gallico — la fascia costiera fra Rimini e l'Esino — e alla città di Sena (Senigallia), sua metropoli secondo Polverari. Elenca reperti gallici in una lunga serie di siti della provincia: Piobbico, San Pietro in Musio (Arcevia), il colle di Ravaje presso Pergola, San Gervasio presso Mondolfo, elmi di bronzo a Nidastore, sepolcri a Montefortino, un idoletto sul Catria, la necropoli di San Vitale a Cagli, tombe scavate nel 1890-1893 per la costruzione della stazione ferroviaria di Pergola.[4]

Di Monteporzio, il capitolo dice il contrario di quanto detto per il vaso attico: «Dal territorio di Monteporzio non vengono dunque segnalati reperti gallici, ma da tutta la zona circostante».[5] È una dichiarazione esplicita di assenza, non un silenzio — e per questo sito, che preferisce una pagina vuota a una inventata, vale la pena riportarla con lo stesso peso di un ritrovamento: nessun reperto gallico è documentato da questa fonte come proveniente dal comune.

Segue però un'osservazione geografica su Monteporzio: «la vallata del Cesano è al centro del territorio occupato dai Senoni e Monteporzio è in sito equidistante o quasi tra le loro città Sena e Suasa».[5] Sena è Senigallia; Suasa è la città romana presso l'odierna Castelleone di Suasa, sulla stessa valle del Cesano più a monte. La posizione — non un reperto, ma un punto sulla carta fra due centri gallico-romani — è l'unico legame che il capitolo stabilisce fra Monteporzio e i Senoni.

Che cosa questi due capitoli non dicono

Non stabiliscono una continuità di insediamento fra i neolitici di Ripabianca (fuori comune), il vaso attico (dentro il comune, ma di datazione dello scavo non precisata) e l'arrivo dei Galli. Non dicono se il sito del sepolcro col vaso attico sia mai stato riesaminato dopo il 1952, né se il vaso sia ancora conservato ad Ancona o altrove — il capitolo VIII, sulla famiglia Montevecchio, non lo nomina.[6] Non danno un nome al popolo del frammento di selce del 1951, oltre a «uomini dell'età della pietra». Su tutto questo, per ora, la fonte tace, e la pagina tace con lei.

Note

  1. Alberto Polverari, Monteporzio e Castelvecchio nella storia, prima edizione 1980, ristampa nella collana «I Quaderni del Consiglio regionale delle Marche» n. 150, Consiglio regionale delle Marche, 2014: https://www.consiglio.marche.it/informazione_e_comunicazione/pubblicazioni/quaderni/pdf/150.pdf — consultato il 9 agosto 2026. I due capitoli sono il II, «Gli aborigeni pregallici» (pp. 29-33 della numerazione a stampa, pp. 27-31 del PDF), e il III, «I Galli Senoni» (pp. 35-40 della numerazione a stampa, pp. 32-36 del PDF). Le note dei due capitoli rimandano soprattutto a un'opera citata in forma abbreviata come «Giorgi», mai data per esteso in queste pagine, e a Alberto Polverari, Senigallia nella storia, I, capp. I-IV — un volume diverso da questo, non consultato da questo sito.
  2. Polverari, cit. alla nota 1, capitolo II, «Gli aborigeni pregallici», p. 29 della numerazione a stampa (p. 27 del PDF). Letta il 7 settembre 2026 sul livello di testo del PDF in cache dall'8 agosto e sulla pagina renderizzata a 300 dpi con Ghostscript lo stesso giorno (sources/cache/q150-p27.png), per accertare che il testo piatto non avesse introdotto refusi nei nomi propri e nelle cifre.
  3. Polverari, cit. alla nota 1, capitolo II, «Gli aborigeni pregallici», p. 31 della numerazione a stampa (p. 29 del PDF). Letta il 7 settembre 2026, stesso metodo della nota precedente (sources/cache/q150-p29.png).
  4. Polverari, cit. alla nota 1, capitolo III, «I Galli Senoni», p. 35 della numerazione a stampa (p. 32 del PDF), sul livello di testo del PDF in cache dall'8 agosto. Non renderizzata a immagine: la frase riportata (l'elenco dei siti) non contiene cifre o nomi propri a rischio di refuso di estrazione oltre a toponimi già noti a questo sito.
  5. Polverari, cit. alla nota 1, capitolo III, «I Galli Senoni», p. 36 della numerazione a stampa (p. 33 del PDF). Letta il 7 settembre 2026 sulla pagina renderizzata a 300 dpi (sources/cache/q150-p33.png).
  6. Verificato il 3 ottobre 2026 con una ricerca testuale («vaso», «cratere», «attic») sull'intero testo di I conti di Montevecchio, che copre per intero il capitolo VIII: nessuna delle tre parole compare. L'assenza è confermata, non solo osservata scorrendo l'indice dei nomi.